tra rose, chiese e giardini - Laboratorio Roma

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tra rose, chiese e giardini

le mie passeggiate


tra rose, chiese e giardini

con Santina, Carla e Aldo, Annalucia e Pio, Aurora e Marco, Paola e Sandro, Maria Luisa e Mimmo, Adriana e Antonio, Loretta e Nino, Tiziana e Paolo con Giovanni, Marcella e Mauro, Filippo, Luigi.

 12 giugno 2011

 

La passeggiata si snoda attraverso l’Aventino raggiungendo tutti i siti più significativi che hanno fatto di questo colle di Roma una delle mete più apprezzate da romani e turisti: passeggiare per l’Aventino è infatti come aprire un piccolo forziere il cui tesoro è costituito da chiese, chiostri, ville e giardini che non finiscono mai di suscitare emozioni, sorprese oltre alla riscoperta di antiche leggende e tradizioni.

 

l'Aventino nel corso dei secoli

 

Secondo le fonti antiche il nome Aventino potrebbe derivare da quello di uno dei re di Albalonga, o dalle locuzioni “ab adventu hominum” che era la denominazione di un tempio dedicato a Diana, o “ab advectu” per le paludi che lo circondavano, o ancora “ab avibus” per gli uccelli che vi si dirigevano dal Tevere. Nel mito relativo alla fondazione di Roma il colle è legato alla figura di Remo, che lo scelse come luogo da cui avvistare gli uccelli in volo, nella disputa con il fratello Romolo per la scelta del luogo di fondazione. Il colle fu poi inserito nella città ai tempi di Anco Marzio, che l'avrebbe popolato con i profughi delle città da lui conquistate e ricevette una prima fortificazione indipendente. Più tardi era all'interno della prima cinta muraria del VI secolo e successivamente delle mura serviane, pur restando fuori del pomerio fino all'età di Claudio. Fu tradizionalmente sede dei plebei, contrapposta al Palatino sede del patriziato: il colle ebbe quindi il carattere di quartiere popolare e mercantile per la sua posizione presso l'antico porto fluviale dell'Emporium.
Per la sua posizione al di fuori dei limiti ufficiali della città, l'Aventino fu spesso scelto per i luoghi di culto delle divinità, a cominciare dai templi di Diana e di Minerva, ma vi ebbero anche sede i culti delle divinità trasferiti a Roma dalle città conquistate e distrutte con il rito dell'evocatio (ossia il trasferimento a Roma della divinità protettrice della città sconfitta), come il tempio di Giunone Regina (da Veio) e quello di localizzazione incerta di Vertumno (da Volsinii, oggi Bolsena). Altri santuari erano quelli di Iuppiter Liber, e quello dedicato a Cerere, Libero e Libera (corrispondenti a Demetra, Dioniso e Kore) ma sono documentati anche santuari di divinità orientali, tra cui un santuario della dea egiziana Iside che sorgeva in corrispondenza della attuale chiesa di Santa Sabina ed un mitreo in corrispondenza della chiesa di Santa Prisca.  In età imperiale il carattere del colle mutò e divenne sede di numerose residenze aristocratiche, tra le quali le case private di Traiano e di Adriano prima che divenissero imperatori: questo nuovo carattere di quartiere aristocratico fu probabilmente la causa della sua totale distruzione durante il sacco di Roma da parte dei Goti di Alarico nel 410. Dopo il sacco dei Goti, l’Aventino si spopolò e divenne tanto desolato da essere scelto da monaci e religiosi come sede dei loro eremitaggi o delle loro piccole comunità. In epoca medioevale vi sorsero le chiese di Santa Sabina, dei Santi Bonifacio e Alessio e di Santa Prisca; fino alla fine dell’ottocento, come testimoniano gli acquarelli di Roesler Franz, rimase un colle solitario e suggestivo per l’atmosfera religiosa che gli derivava dalle chiese e dai conventi che vi sorgevano.
Agli inizi degli anni venti del novecento il colle ha iniziato a trasformarsi in una elegante zona residenziale dove gli antichi edifici religiosi costituiscono una ricchezza di interesse storico e architettonico.

la passeggiata

 

il Circo Massimo

Il Circo Massimo era il circo dedicato alle corse di cavalli ed è ricordato come sede di giochi sin dagli inizi della storia della città: nella valle sarebbe avvenuto il ratto delle Sabine, in occasione dei giochi indetti da Romolo in onore del dio Consus. Le prime installazioni in legno, probabilmente in gran parte mobili, risalgono all'epoca dei Tarquini nella seconda metà del VI secolo a.C.. La costruzione di primi impianti stabili risalirebbe al 329 a.C., quando furono edificati i primi carceres, ma le prime strutture in muratura, soprattutto legate alle attrezzature per le gare, si ebbero probabilmente solo nel II secolo a.C. e fu Giulio Cesare a far costruire i primi sedili in muratura ed a dare la forma definitiva all'edificio, a partire dal 46 a.C. All’apice del suo splendore, il Circo Massimo doveva essere completamene lastricato di marmi e travertini, con due grandi obelischi egiziani posti al centro della pista, uno dei quali, di Ramsete II, oggi si erge in Piazza del Popolo, l’altro di Thutmosi III proveniente da Tebe, in piazza San Giovanni in Laterano. Restauri avvennero sotto Tiberio e Nerone ed un arco venne eretto a Tito nell'81 al centro del lato corto curvilineo; poi sotto Domiziano, a seguito di un grave incendio che ne aveva compromesso le funzioni, ebbe luogo una ricostruzione, completata da Traiano nel 103: a quest'epoca risalgono la maggior parte dei resti giunti fino a noi. Il Circo Massimo fu il più grande impianto sportivo mai costruito e le sue dimensioni erano eccezionali: lungo 621 m e largo 118 poteva ospitare circa 250.000 spettatori. La facciata esterna aveva tre ordini: solo quello inferiore, di altezza doppia, era ad arcate. La cavea poggiava su strutture in muratura, che ospitavano i passaggi e le scale per raggiungere i diversi settori dei sedili, ambienti di servizio interni e botteghe aperte verso l'esterno. Le corse classiche erano quelle delle quadrighe e delle bighe, rispettivamente un carro trainato da quattro o due cavalli i cui conducenti, gli "aurighi", venivano ingaggiati e ceduti alle altre squadre con modalità paragonabili a quelle con cui si acquistano oggi i maggiori fuoriclasse sportivi. Ma al Circo Massimo non si svolgevano soltanto corse: Cesare vi fece simulare una battaglia con circa mille fanti, seicento cavalieri e quaranta elefanti; vi si svolgevano, inoltre, le naumachiae (battaglie navali) nel corso delle quali l'arena del Circo Massimo veniva inondata con le acque del Tevere e venivano organizzati combattimenti navali durante i quali si affrontavano due opposte squadre composte da gladiatori o da prigionieri di guerra condannati a morte. Gli ultimi giochi furono organizzati attorno al 549 d.C. Nel medioevo divenne luogo di fortificazioni: sul lato sud si trova attualmente una torretta medioevale detta "della Moletta", appartenuta ai Frangipane ed in cui abitò Iacopa dei Settesoli, la prima seguace romana di San Francesco di Assisi che qui fu ospitato nel suo soggiorno romano. Poi a causa anche del decentramento urbano subito da questa zona, il Circo Massimo cadde in disuso e iniziò un lento e progressivo disfacimento, dovuto alle predazioni di marmi e pietre ed a un progressivo interramento, che tutt’oggi ricopre gran parte del complesso, per questo interessato ancora da campagne di scavi archeologici. Oggi il Circo Massimo gode di una rinnovata popolarità grazie allo svolgimento di grandi manifestazioni, continuando così una tradizione che va avanti da ben duemilasettecento anni.

 

piazzale Ugo La Malfa- monumento a Mazzini - via di Valle Murcia

La proposta di erigere un monumento a Giuseppe Mazzini, uno dei maggiori artefici dell’unità d’Italia, fu presentata in Parlamento, dopo varie controversie, solo nel 1890, in quanto pesava sulla sua figura la fede negli ideali repubblicani. Nel 1902 venne dato ad Ettore Ferrari l'incarico di realizzare l'opera e nel 1914 venne decisa la sua collocazione presso l'Aventino e nel 1922 si ebbe la cerimonia della prima pietra e nel 1929 fu completata ma fu inaugurata solo vent’anni dopo, nel 1949, in occasione del centenario della Repubblica Romana.
Via di Valle Murcia prende il nome dalla depressione tra il colle Palatino e l'Aventino, così chiamata in onore dell'antichissima Dea Murcia, colei che accarezza gli uomini assecondandone le voglie ed i desideri. Un tempio a lei dedicato sorgeva proprio in questa zona, ai piedi dell'Aventino, secondo la leggenda eretto dai superstiti del popolo dei Latini sconfitti dal Re Anco Marzio, deportati a Roma e stanziati proprio nella valle.

il Roseto Comunale

Il Roseto comunale di Roma si sviluppa sulle pendici dell'Aventino, appena sopra il Circo Massimo e segue la pendenza del terreno con una forma ad anfiteatro. Originariamente il roseto comunale si trovava sul colle Oppio, ma andò distrutto durante la seconda guerra mondiale. L’'area dove ora fiorisce il roseto era invece sede dal III secolo a.C. di un tempio di Flora, ed era poi rimasta agricola fino a quando, vi fu collocato dal 1645 il cimitero ebraico e il sito era per ciò detto "Ortaccio degli Ebrei". Il cimitero ebraico fu spostato nel 1934 in un settore del cimitero del Verano e la zona rimase incolta ed abbandonata fino al 1950 quando il Comune, con l'accordo della Comunità ebraica decise di ricreare il roseto nell'area attuale. L'antica destinazione non fu però cancellata: per ricordare la sacralità del luogo, i vialetti che dividono le aiuole nel settore delle collezioni formano in pianta il disegno di una menorah, il candelabro a sette braccia, e ai due ingressi venne posta una stele con le Tavole della Legge di Mosè che ne ricorda la passata destinazione. Nell’area si trovano circa 1.100 diverse specie di rose. In uno dei settori sono ospitate le varietà che permettono di tracciare l'evoluzione della rosa dall'antichità ad oggi, suddivise tra "rose botaniche", "rose antiche" e "rose moderne". In un altro settore vengono ospitate le nuove varietà di rose appena create, inviate qui da tutto il mondo, che dopo una permanenza di due anni partecipano al concorso internazionale "Premio Roma" per nuove varietà.

 
 
 

Santa Prisca

Le prime notizie relative alla chiesa dedicata a Santa Prisca (martirizzata sotto l’imperatore Claudio) risalgono al V secolo. Secondo la tradizione, si tratterebbe del più antico luogo culto cristiano dell'Aventino, legato all'ospitalità ricevuta da san Pietro e san Paolo da Aquila e Priscilla, genitori di Santa Prisca. Restaurata da Adriano I nel 772, fu saccheggiata e semidistrutta dai Normanni nel 1084; nuovamente restaurata durante il pontificato di Pasquale II e nel 1446 da Callisto III, fu quindi affidata ai Domenicani fino al ‘600. La facciata a un solo ordine, ricostruita nel XVII secolo, presenta un portale centrale tra due coppie di lesene e sormontato da un oculo incorniciato. L’interno presenta una pianta a tre navate delimitate da due file di sette colonne ioniche inglobate in pilastri seicenteschi. Sulla destra si trova la vasca battesimale dove, secondo la tradizione, San Pietro battezzò Santa Prisca.

Gli scavi iniziati nel 1934 hanno portato alla luce i resti di una casa romana del I secolo, probabilmente l’abitazione di Aquila e Priscilla ed un mitreo del II secolo. Tra i cardinali titolari del Titulus S. Priscae ci fu Angelo Roncalli (1953), il futuro papa Giovanni XXIII, cui si deve la commissione dell’organo a canne presente nella chiesa.

S. Anselmo

La chiesa, malgrado le apparenze, è di recente costruzione: infatti risale alla fine dell’Ottocento, costruita tra il 1892 e il 1896, su un terreno donato dai Cavalieri di Malta ai Benedettini che ne fecero, con l’annesso monastero e l’Università Teologica, il loro centro a Roma, sede dell’Abate Primate dell’Ordine. La chiesa è stata costruita sui resti di una domus romana del II-III secolo d.C. e da questa domus proviene un mosaico, conservato nel monastero, raffigurante il Mito di Orfeo.

La chiesa è in stile neoromanico; l’entrata è preceduta da un quadriportico e l’interno si presenta a tre navate, divise tra loro da colonne di granito, con soffitto a capriate e abside decorata a mosaico; la cripta, oggi destinata a biblioteca, presenta cinque navate e venti colonne di marmo rosso e occupa tutta l’area sottostante della chiesa. La chiesa è nota, soprattutto ai romani, per le esecuzioni di canto gregoriano offerte dai monaci durante le celebrazioni liturgiche domenicali.

piazza dei Cavalieri di Malta e Villa del Priorato di Malta

Lasciato il complesso di Sant'Anselmo, via di Santa Sabina si apre nella Piazza dei Cavalieri di Malta, che ha per confine un muro neoclassico decorato da obelischi e trofei militari. La Villa del Priorato di Malta è la sede storica del Sovrano Militare Ordine di Malta ed ospita le ambasciate presso la Santa Sede e presso lo Stato Italiano dell'Ordine. Il sito, a picco sull'Emporio del Tevere, già nel X secolo era occupato da un monastero benedettino fortificato; passò poi ai Templari e, dopo il loro scioglimento, ai Cavalieri Ospitalieri, predecessori dell'attuale Ordine, che vi stabilirono il loro Priorato. Profondi restauri furono operati da Priori dal XV al XVII secolo, ma nel 1765 il nipote di Clemente XIII, cardinal Rezzonico, affidò a Piranesi la ristrutturazione dell'ingresso al Priorato. Il risultato, unica opera architettonica dell'autore, fu la piazzetta settecentesca sulla quale si apre il portale d'ingresso alla Villa. La piazzetta è nota soprattutto perché dal buco della serratura del portone d'ingresso della Villa del Priorato è esattamente inquadrata, in fondo al giardino, la cupola di San Pietro. Anche la sistemazione del giardino, si deve a Piranesi, che lo decorò con una fontana circondata da suggestivi resti archeologici; al suo interno sorge la chiesa di Santa Maria del Priorato.

 
 

Santi Bonifacio ed Alessio

Dedicata ai santi Bonifacio di Tarso ed Alessio, la chiesa è di antichissima origine, ma è dal X secolo è testimoniata come una importante abbazia per le missioni nei paesi slavi. Restaurata nel 1582, ebbe un rifacimento intorno 1750 ed una ristrutturazione nel 1852-1860 da parte del Somaschi. La facciata cinquecentesca insiste sul portico medioevale; il campanile è romanico; alcune colonne della chiesa originaria sono presenti nell'abside orientale della chiesa moderna. Il lato meridionale della chiesa ospita il monumento funerario di Eleonora Boncompagni Borghese, del 1693, mentre il transetto meridionale contiene la cappella di Carlo IV di Spagna con l'icona dell'Assunzione di Maria, datata agli inizi del III secolo e ritenuta portata da sant'Alessio dall'oriente. Il portale è riferibile al XIII secolo, mentre l'interno a tre navate si presenta in forme settecentesche. Le pareti ospitano un affresco del XII secolo dell'Agnus Dei e dei simboli degli evangelisti, mentre la parete settentrionale è decorata dal San Girolamo Emiliani. Sotto la chiesa si trova una cripta romanica; l'altare maggiore della cripta contiene le reliquie di Tommaso Becket.

 

La leggenda di Sant'Alessio

La leggenda racconta che Alessio figlio di Eufemiano, patrizio residente dell'Aventino e di Egle, sentendosi chiamato ad una vita di castità, si allontana proprio la sera delle nozze contratte con una nobile giovane, e si reca ad Edessa, dove si finge mendicante. La leggenda narra che un’icona della Vergine Maria nella chiesa di Edessa (oggi secondo la tradizione, venerata nella chiesa romana di Sant’Alessio sull’Aventino), abbia ordinato al sacrestano di far entrare in chiesa quel mendicante da considerarsi un santo: la voce si diffuse rapidamente fra il popolo dei fedeli, che presero a venerarlo. Dopo 17 anni, provando disagio per la popolarità acquistata, Alessio, cui non piacevano gli onori, fugge imbarcandosi per Tarso, ma i venti prodigiosamente lo fecero approdare sulle coste italiane ad Ostia; questo fatto fu preso da Alessio come un’indicazione divina, pertanto decise di farsi ospitare come uno straniero povero nella casa paterna a Roma. Il padre senza riconoscerlo lo accolse con benevolenza in casa, dove Alessio rimase per 17 anni, dormendo in un sottoscala fra le umiliazioni e gli scherni dei servi. Prima di morire scrisse in un biglietto tutta la sua vita, della rinuncia del matrimonio e della partenza per Edessa: alla sua morte accorse una folla numerosa, chiamata da un miracoloso suono di campane, ma solo il papa riuscì ad aprire la sua mano ed a leggere il biglietto, provocando lo stupore dei genitori e di tutti i presenti. Nella tradizione romana Alessio è il santo deputato a fornire i numeri da giocare al lotto: per ottenere i numeri, chi si rivolge ad Alessio deve pregare nove giorni o vegliare sulle scale di casa in ricordo della mortificazione scelta dal santo.

il giardino di Sant'Alessio

 

Santa Sabina

La basilica di Santa Sabina costituisce una delle chiese paleocristiane meglio conservate in assoluto; fu costruita dal prete Pietro di Illiria tra il 422 e il 432, sulla casa della matrona romana Sabina, poi divenuta santa e nella costruzione dell'edificio sacro furono utilizzate 24 colonne dell'attiguo tempio di Giunone Regina. Nel IX secolo, la chiesa venne inglobata nei bastioni imperiali. L'interno fu profondamente rimaneggiato nel corso dei restauri di Domenico Fontana nel 1587 prima e di Francesco Borromini nel 1643 poi. Negli anni delle due guerre mondiali si procedette al totale ripristino della chiesa, tanto che attualmente rappresenta il tipo più perfetto di basilica cristiana del V secolo. Il campanile attuale risale al X secolo ed alla chiesa si accede da un'arcata laterale; la navata centrale è relativamente alta e le sue proporzioni slanciate conferiscono all'interno leggerezza ed eleganza. L'abside è coronata da una grande struttura ad arco che la inquadra dalla navata: anticamente sia l'abside, sia le fasce superiori delle navate, dovevano probabilmente essere decorate da mosaici, che sono poi andati perduti. Nell'abside oggi si trova un affresco novecentesco. L'ingresso principale è chiuso da una porta lignea risalente al V secolo, che costituisce il più antico esempio di scultura lignea paleocristiana; in origine era costituita da 28 riquadri ma ne sono rimasti 18, tra i quali vi è quello raffigurante la crocefissione, che è la più antica raffigurazione conosciuta di questo evento. È realizzata in legno di cipresso ed è singolare che la porta sia rimasta nella sua sede originaria, giungendo in ottime condizioni sino a noi, sia pure con alcuni restauri e con l'aggiunta successiva della fascia decorativa a grappoli e foglie d'uva, che circonda i singoli riquadri. Vi sono rappresentate scene dall'Antico e dal Nuovo Testamento, fra cui le storie di Mosè, di Elia, dell'Epifania, dei miracoli di Cristo, della Crocifissione e dell'Ascensione.

 

Dal 1219, quando la chiesa fu affidata da papa Onorio III a san Domenico e al suo ordine di frati predicatori, il complesso di Santa Sabina è divenuto il quartier generale dell’ordine dei domenicani. Ed al ricordo di San Domenico sono legate due curiosità relative a questa chiesa. Nel chiostro si trova una pianta di arancio dolce, secondo la tradizione domenicana piantata nel 1220 da San Domenico, che in questa chiesa visse ed operò e nella quale ancora oggi si conserva la cella, trasformata in cappella. Si racconta che il Santo avesse portato con sé un seme dell’arancio dalla Spagna, sua terra d’origine, e che questa specie di frutto sia stato il primo ad essere trapiantato in Italia. L’arancio, visibile dalla chiesa attraverso un buco nel muro, protetto da un vetro, di fronte al portale ligneo, è considerato miracoloso perché, a distanza di secoli, ha continuato a dare frutti attraverso altri alberi rinati sull'originale, una volta seccato. La tradizione vuole che le cinque arance candite, donate da santa Caterina a papa Urbano VI nel 1379, siano state colte dalla santa proprio da questa pianta. Sempre a San Domenico è legata anche la storia della pietra nera di forma rotonda su una colonna a sinistra della porta di ingresso: è chiamata Lapis Diaboli, ossia "pietra del diavolo" perché, secondo la leggenda, sarebbe stata scagliata dal diavolo contro san Domenico mentre pregava sulla lastra marmorea che copriva le ossa di alcuni martiri, mandandola in pezzi. In realtà la lapide fu spezzata dall’architetto Domenico Fontana durante il restauro del 1527 per spostare la sepoltura dei martiri. Egli poi gettò via i frammenti, successivamente ritrovati e ricomposti, oggi visibili al centro della schola cantorum. Santa Sabina è la prima stazione quaresimale. Qui i pontefici pronunciano la loro omelia il mercoledì delle Ceneri. Non si conoscono con precisione i motivi per cui sia stata scelta Santa Sabina: alcuni pensano che il papa, in vista delle fatiche quaresimali, si ritirasse lassù per alcuni giorni di riposo. La scelta potrebbe anche essere riconducibile alla forte salita, simbolo degli sforzi necessari alla “salita” verso la perfezione spirituale dell’anima che doveva percorrere, per raggiungerla, la processione che partiva dalla basilica di Santa Anastasia.

 
 
 
 

Il Giardino degli Aranci

In piazza Pietro d'Illiria, dedicata al fondatore della Basilica di Santa Sabina, il Giardino degli Aranci (o Parco Savello), accoglie i visitatori con lo sguardo di un mascherone: una fontana opera di Giacomo della Porta, forse raffigurante Oceano, e reduce da un lungo peregrinare tra Foro Romano, Lungotevere Gianicolense fino all'Aventino. Qui trovò definitiva collocazione nel 1936 nel muro di cinta di quel che resta della Rocca dei Savelli, la fortezza eretta nel X secolo da Alberico II ed ereditata da Ottone III Savelli dopo il Mille, fino a che non fu donata ai Domenicani che ne sistemarono una parte ad orto. Con il tempo l'orto del convento divenne "Il Parco degli Aranci", e numerosi sono ora gli alberi, che producono arance amare, piantati per decorare il giardino, con riferimento all'arancio presso cui predicava S. Domenico, conservato nel vicino chiostro di S. Sabina. La trasformazione e sistemazione attuale si deve all'architetto Raffaele De Vico, autore di molti altri parchi e giardini a Roma: la sua sistemazione è volutamente simmetrica, per permettere di avvicinarsi gradualmente, attraverso il viale centrale, allo splendido belvedere da dove ci si affaccia su una delle viste più belle su Roma, che va dall'ansa del Tevere alla Basilica di S. Pietro.

 
 

Clivo dei Savelli

Già detto vicolo di Santa Sabina, prende il nome dall’antico castello dei Savelli; lungo il clivo si ritiene sorgessero alcuni degli antichi templi dell’Aventino e si giunge a quella che viene chiamata la riva “greca” del Tevere, in quanto prevalentemente abitata, in età romana, da una colonia di Greci.

Santa Maria in Cosmedin

La chiesa di Santa Maria in Cosmedin fu eretta nel secolo VI sopra una grande aula porticata di età flavia, di cui restano varie colonne incorporate nell'edificio, che sorgeva presso due templi consacrati a Ercole e a Cerere. Ingrandita da Adriano I nel secolo VIII fu affidata ai Greci che, fuggiti alla persecuzioni degli iconoclasti d'Oriente, si erano stabiliti nei quartieri presso il Tevere. I greci la chiamarono "Schola Graeca", ma l'abbellirono a tal punto da farle meritare l'appellativo di Kosmidion (parola greca significante ornamento) da cui Cosmedin. Dedicata poi a Maria prese il nome di Santa Maria in Cosmedin. Rimaneggiata nel corso dei secoli, la chiesa venne riportata alle forme attuali a partire dal 1890. L’interno è costituito da tre navate, il pavimento il tabernacolo, l’altare ed il coro risalgono al XIII secolo. Nella cappella di destra si trova una Madonna con il Bambino attribuita a Cimabue, anche se alcuni storici ritengono risalga addirittura al V secolo. Il campanile, a sette piani di bifore e trifore, è fra i più belli tra quelli di tipo romanico.

La Bocca della Verità

Sulla sinistra del portico di Santa Maria in Cosmedin, si trova il grande medaglione di pietra, denominato Bocca della Verità, protagonista di una popolare leggenda della Roma medioevale: sembra, infatti, che la Bocca divorasse la mano di chiunque raccontasse bugie. In realtà il disco di pietra rappresenta una divinità marina, forse l'oceano, raffigurato con le corna di toro, quale simbolo della forza impetuosa e violenta delle acque. La funzione per la quale era nato era di tutt'altra natura: serviva, infatti, da chiusino di scolo, probabilmente nel preesistente Tempio di Ercole, che si trovava nell'area limitrofa. Ritrovato nel medioevo e trasferito su un capitello nel portico di Santa Maria in Cosmedin, il chiusino è divenuto un simbolo, ieri, oggetto di superstizione, oggi, di curiosità.

E' singolare come quello che era il tombino di una fogna, sia diventato uno dei monumenti di Roma dove i turisti amano di più farsi fotografare: il mascherone è conosciuto infatti in tutto il mondo per la leggenda alla quale è associato, per cui i bugiardi che vi introducono la mano se la ritroverebbero mozzata. Poi nel XV secolo si fece strada la credenza che questa pietra "che si chiama lapida della verità, aveva virtù di mostrare quando una donna avessi fatto fallo a suo marito". La leggenda sembra sia venuta meno dopo il comportamento astuto di una donna, che, accusata di adulterio, fu sottoposta alla fatidica prova dal marito. Accadde che mentre si avvicinava tra due ali di folla al mascherone di pietra, improvvisamente un giovane che era realmente il suo amante la abbracciò e la baciò e lei, naturalmente, finse di non riconoscerlo e, anzi, lo prese per matto e infilata la mano nella fessura della roccia, dichiarò: "Giuro che nessun uomo, tranne mio marito ed il giovane pazzo che or ora mi ha baciato, mi ha mai toccato!". Riconosciuta innocente per aver avuto la mano salva venne quindi scagionata, con grande soddisfazione del marito. La Bocca della Verità, invece, ne uscì screditata e da quel giorno non volle più "esprimersi" e non chiuse più la bocca per punire gli spergiuri. Nonostante ciò la scultura rimase sempre costantemente menzionata tra le curiosità romane, diventando nei secoli meta di un vero e proprio pellegrinaggio di pellegrini e turisti curiosi di provare l'ebbrezza della prova della verità.

ricordo della passeggiata

 
 
 
 
 
 
 
 

foto di gruppo di Filippo Santurro

 

Sergio Natalizia - 2011

 
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