Beatrice Cenci - Laboratorio Roma

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Beatrice Cenci

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Beatrice Cenci

Ritratto di Beatrice di  Guido Reni, 1599


Guido Reni dipinge il ritratto di Beatrice Cenci in prigione di Achille Leonardi, 1850 ca.


statua di Beatrice Cenci di Harriet  Hosmer, 1857

targa posta dal Comune di Roma nel 1999 dove sorgeva Corte Savella  in via Monserrato


"Questa mattina poi finalmente hanno fatto morire in Ponte quelle donne de' Cenci; et la morte della giovane, ch'era assai bella et di bellissima vita ha commosso tutta Roma a compassione" (lettera dell'11 settembre 1599 con cui Baldassarre Paolucci, agente del duca d'Este, comunica al suo signore l'esecuzione di Beatrice Cenci).

Beatrice Cenci (Roma, 12 febbraio 1577 – Roma, 11 settembre 1599) fu protagonista di una delle tragiche storie della Roma di fine XVI secolo. Nel 1599, in una Roma giunta all’apice dello splendore, grazie ai papi mecenati che avevano reclutato i più grandi artisti per rendere splendida la città eterna, si celebrò uno dei processi più famosi della storia. Protagonista della vicenda fu una giovane romana di ventitre anni, Beatrice Cenci, la cui figura, narrata da grandi storici e scrittori, tra cui Stendhal, e immortalata nel celebre dipinto attribuito a Guido Reni, ha oltrepassato la storia per entrare a far parte della leggenda. I fatti si svolsero tra la residenza romana dei Cenci, nella piazza a ridosso del Ghetto, e la rocca di famiglia di Petrella Salto. Francesco Cenci, padre di Beatrice e di quattro figli maschi, Rocco e Cristoforo, uccisi nel corso di risse, Giacomo e Tommaso, era proprietario di numerosi latifondi nell’Agro Romano e di un patrimonio accumulato in gran parte illecitamente e sperperato tra debiti e pagamento di ricatti per le pesanti accuse di reati. E' un uomo brutale, violento e sadico, dedito a comportamenti turpi fin dalla giovinezza, vero incubo per i familiari e per i servi costretti a subirne i comportamenti violenti, che ha subito numerosi processi, tra i quali anche quello di abusi sessuali verso bambini. In seconde nozze Francesco aveva sposato Lucrezia Petroni Velli, vedova e madre di tre figlie, vittime anch’esse del violento capo famiglia. Segregate prima nel palazzo romano e poi nella rocca di Petrella, Beatrice e Lucrezia conducevano una vita di stenti e di privazioni. Beatrice aveva inviato una lettera al Papa, in cui raccontava dettagliatamente le sevizie del genitore, ma questo documento sparì misteriosamente senza mai giungere nelle mani del destinatario. Alla rocca le due donne potevano contare sull’aiuto del castellano Olimpio Calvetti che, pare, fosse innamorato di Beatrice. Proprio nella rocca di Petrella, la mattina del 9 settembre 1598, Francesco Cenci era stato trovato morto nell’orto sottostante la rocca, con il cranio sfondato. Inizialmente non furono svolte indagini ma voci e sospetti, alimentati dalla fama sinistra del Cenci e dagli odi che aveva suscitato nei suoi congiunti, indussero le autorità ad indagare sul reale svolgimento dei fatti. La versione della caduta accidentale dal balcone, fornita dai familiari, non risultò credibile: il sopralluogo effettuato dagli inviati di papa Clemente VIII subito dopo la morte di Francesco Cenci, mise in evidenza  l'assenza di tracce di sangue sul terreno che, invece, erano abbondanti  sul materasso e le lenzuola del letto di Francesco, il che lasciava supporre che la vittima fosse stata colpita nel suo letto e, successivamente, fatta precipitare dal balcone. Gli indizi diventavano prove e la testimonianza di un contadino di Petrella, Marzio Catalano, mise a segno un colpo decisivo per l’accusa. Catalano confessò di avere partecipato al delitto, dichiarando ai giudici che, a causa delle vessazioni che subiva, Beatrice gli aveva chiesto di trovare qualcuno disposto ad uccidere il padre. Fu Olimpio Calvetti a chiedere l’appoggio di Giacomo per eseguire l’omicidio del padre. All’alba del 9 settembre 1598, secondo la testimonianza di Catalano, Olimpio, Beatrice e lo stesso Catalano si erano recati nella camera da letto di Francesco. I due uomini avevano colpito la vittima con un pesante martello che gli aveva sfondato il cranio, mentre Beatrice apriva la finestra attraverso la quale il corpo era stato fatto precipitare  nell’orto. La confessione di Marzio Catalano fu ottenuta dai giudici senza ricorrere alla tortura: bastò, infatti, che l’uomo venisse portato nell’aula dei  "tormenti" e messo davanti agli strumenti per ottenerne la piena confessione. Olimpio Calvetti, invece, già ricercato per un altro omicidio, si era dato alla fuga e fu ucciso mesi dopo in un agguato. Il 6 febbraio 1599 Beatrice e Lucrezia furono condotte da palazzo Cenci nelle prigioni di Castel S. Angelo. Qui furono messe a confronto con Marzio Catalano e assistettero all’interrogatorio per tortura cui i giudici sottoposero l’uomo per convincere le due donne a confessare, ma Lucrezia e Beatrice negarono ogni responsabilità per la morte di Francesco Cenci. Le testimonianze raccolte dai giudici bastavano per mandare a morte gli imputati, ma la confessione dei rei era indispensabile per ottenere la certezza della colpevolezza e per la salvezza delle anime dei condannati. Sottoporre i Cenci a tortura, però, non era possibile senza il Motu proprio del Papa. I Cenci erano di condizione sociale elevata e sottoporre a tortura gente del loro rango richiedeva un intervento diretto del Papa il quale, il 5 agosto 1599, emanò il Motu proprio che dava facoltà al giudice di sottoporre a tortura Giacomo, Bernardo, Beatrice e Lucrezia Cenci. Sotto tortura tutti gli imputati furono indotti alla confessione e a nulla servirono le testimonianze a favore dei Cenci che evidenziavano la brutalità della vittima e adombravano anche la presunta violenza ai danni di Beatrice. Gli imputati, rinchiusi a Tordinona e a Corte Savella, ricevettero la sera del 10 settembre 1599 la sentenza di condanna: Beatrice e Lucrezia furono condannati a morte e Bernardo, il fratello più giovane, completamente estraneo ai fatti, ma pericoloso testimone e presumibilmente erede di quello che restava del patrimonio Cenci, fu condannato ad assistere al supplizio dei suoi familiari, castrato, esser poi inviato in carcere per un anno e alla scadenza di questo condannato a vita alle galere. Sulla piazza di Castel S. Angelo, luogo delle esecuzioni, Giacomo, Lucrezia e Beatrice vengono giustiziati uno dopo l’altro. La prima ad essere uccisa fu Lucrezia, seguì poi Beatrice entrambe tramite decapitazione eseguita con la spada. Infine toccò a Giacomo: seviziato durante il tragitto con tenaglie roventi, mazzolato e infine squartato. Quel che restava di quei corpi, rimase esposto alla vista del popolo fimo alla notte, poi i confratelli di San Giovanni Decollato ricomposero i poveri resti per la sepoltura. Il cadavere  di Beatrice, fu accompagnato da una grande folla  in processione per via Giulia, Ponte Sisto fino alla alla chiesa di San Pietro in Montorio sul Gianicolo, dove fu tumulato in un loculo dell’abside.
L'andamento del processo, l'eliminazione di scomodi testimoni, l’efferatezza di queste esecuzioni  contribuirono ad alimentare il dubbio nell’opinione pubblica. Quando poi, a seguito della confisca dei beni della famiglia, le  proprietà dei Cenci vennero cedute per un prezzo simbolico al nipote del Papa, i dubbi divennero certezza: tutto era avvenuto sotto la regia dell' autorità pontificia per puri scopi personali. Il popolo pianse Beatrice come innocente vittima della violenza paterna e della sopraffazione del  potere. La ragazza oramai era diventata un’eroina popolare,  entrata nell’immaginario collettivo: così la storia di Beatrice Cenci viene consegnata per sempre alla storia di Roma e la sua memoria riabilitata a furor di popolo.
La storia drammatica di Beatrice Cenci ha colpito la fantasia di artisti, musicisti, poeti e drammaturghi, particolarmente dall'Ottocento in poi. Sono nate così molte opere di tono diverso, nelle quali si sottolineavano via via gli aspetti romantici, tragici, anticlericali, patriottici, storici della vicenda. Si tratta infatti di una "storia" che non lascia indifferenti, perché in essa è possibile trovare ciò che tuttora appassiona la gente, e la spinge a seguire i fatti di cronaca sui giornali o "le fiction"in televisione: potere, violenza, amore, giustizia, ribellione, crudeltà, eroismo.

Sergio Natalizia - 2011

 
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