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ai tempi del boia

Ai visitatori e ai pellegrini che in gran numero convenivano a Roma nei secoli XVI e XVII capitava frequentemente, oltre che di ammirare i monumenti dell'antichità e del culto, di assistere a punizioni corporali e ad esecuzioni capitali.  Patiboli con la trave della forca e dei tratti di corda, il palco della mannaia, la gogna o berlina erano, infatti, parte integrante dell'arredo urbano. Collocati di solito al centro delle principali piazze, gli strumenti del boia facevano da richiamo per grandi folle: come in ogni piazza d'Europa a quei tempi, un’esecuzione era praticamente uno spettacolo popolare.  Lo "spettacolo" era costituito dal corteo del condannato nel salmodiare delle confraternite questuanti, il drappello dei soldati disposti in quadrato, la folla e l' estremo conforto religioso. E sul palco i tre attori principali: il reo, il boia e il suo assistente.  Il “momento clou” era il colpo di scure o il calare della mannaia sulla lunetta o la stretta del cappio, coincidente con lo schiaffo ammonitore dato dai padri ai figli condotti ad assistere all'esecuzione perché servisse di loro di esempio, mettendoli in guardia dal giudicarsi migliori di un qualsiasi delinquente condannato a morte. Se la gente comune ci andava per provare forti emozioni, l'autorità, dal suo canto, procurava di rendere spettacolari le esecuzioni per accrescerne la funzione di monito collettivo.  
“Ce so’ più teste a ponte che cocomeri al mercato”; era un modo di dire dei romani del tempo perchè non tutti sanno che a Roma quando venivano tagliate le teste ai condannati a morte venivano poi messe in mostra su ponte Sant’Angelo, per far vedere ai pellegrini che a Roma non si scherzava e la legge andava rispettata.
L'esecuzione della pena di morte assumeva infatti, nello Stato della Chiesa, la funzione di monito, di deterrente nei confronti della popolazione, in particolare di quelle fasce povere che, più facilmente, trovavano occasione di trovarsi fuori dalla legalità. Per questo le esecuzioni, oltre che nelle prigioni di Tor di Nona e Corte Savella, erano spesso effettuate in luoghi pubblici, come Piazza del Popolo o il Campidoglio, e le teste dei giustiziati venivano esposte in vari luoghi della città, primo fra tutti Ponte Sant'Angelo; Campo de' Fiori era invece riservato alle condanne al rogo.  
La popolazione accorreva numerosa a queste esecuzioni dal rituale scenografico e fastoso; in genere il condannato arrivava sul luogo dell'esecuzione preceduto da un corteo aperto da un gran crocifisso e composto dai membri delle confraternite incappucciati e coperti da un sacco nero, che accompagnavano il malcapitato fra orazioni e riti religiosi.  Nell'eseguire la pena capitale non sempre veniva usato lo stesso metodo: il rogo era riservato agli eretici, mentre la decapitazione, che provocava morte istantanea, era un privilegio che non tutti potevano ottenere, riservato quindi in genere a nobili ed ecclesiastici.  Il metodo più largamente usato era comunque l'impiccagione, alla quale seguiva in alcuni casi lo squartamento, effettuato in particolar modo sul corpo di condannati che avevano commesso reati in diversi luoghi dello Stato Pontificio, dove poi venivano inviate ed esposte le varie parti del cadavere.  Non poche arciconfraternite si occupavano di assistenza ai condannati, come quella della Misericordia che aveva sede a San Giovanni Decollato dei Fiorentini, nell'omonima via. generalmente la sera prima dell’esecuzione capitale, la Compagnia era avvisata dall’autorità giudiziaria per recarsi con i loro mantelli neri nelle carceri e prendere in consegna il condannato, che aveva il dovere di confortare sino all’ultimo momento, cercando di convincerlo a pentirsi, e di concedere, una volta giustiziato, una dignitosa sepoltura in fosse comuni scavate nel chiostro della chiesa dove c’erano sette 7 botole a ciò destinate, di cui una riservata alle donne.
La confraternita aveva un insolito privilegio: liberare un condannato a morte una volta l'anno, il 29 agosto, giorno del ritrovamento della testa di San Giovanni. La scelta era fatta tra due condannati; si versava in un'urna un numero casuale di fave bianche e nere, attribuendo il bianco ad un condannato e il nero all'altro: riceveva la grazia il "colore" che, alla conta, assommava più fave.

esecuzione a Ponte S. Angelo

Penitenti detti "Sacconi" della Confraternita della Morte - incisione di Bartolomeo Pinelli, 1810

Sergio Natalizia - 2010

 
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