Tempietto di Bramante - Laboratorio Roma

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Tempietto di Bramante

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Storia architettonica del
Tempietto del Bramante in S. Pietro al Montorio

 

Introduzione

 

L’alto Rinascimento fu l’era, all’inizio del sedicesimo secolo, in cui gli architetti italiani, a partire da Donato Bramante,  iniziarono ad analizzare e re-interpretare l’architettura dell’ antica Roma con precisione e cura dei dettagli. Essi non tentarono di copiare i vecchi edifici del passato ma di imparare da loro; il loro periodo fu un epoca di grandi innovazioni, invenzioni e di scoperte. Gli architetti stessi furono uomini da leggenda del Rinascimento, allo stesso tempo scultori, pittori, poeti, ingegneri, militari, soldati e scrittori. Questo fu un periodo in cui iniziare un nuovo tipo di architettura audace e di guardare al futuro. Il Tempietto del Bramante fu “incastrato” nel cortile del monastero di San Pietro in Montorio: si tratta di un minuscolo edificio, costruito perfettamente, basato sul progetto del Tempio di Vesta in Tivoli, (vedi immagine e descrizione più avanti). L’ influenza del Tempietto è stata incalcolabile: dalla sua idea è venuta l’ispirazione non soltanto per la cupola di Michelangelo per la Basilica di San Pietro in Vaticano, ma anche per la cupola di San Paolo in Wren, la cupola del Campidoglio in Washington D.C., il mausoleo di Hawksmoor nel Castello Howard in Yorkshire, in Inghilterra, il Pantheon a Parigi, la Cattadrale della Vergine del Kazan a San Pietroburgo, per nominare soltanto le più famose opere costruite durante i trecentocinquanta anni che seguirono. Il Tempietto divenne anche un esempio per altri architetti, quali il Palladio, che catalogò  l'edificio del Bramante con quelli dell’ antichità.

il Tempietto

 

Il passaggio dal Primo Rinascimento all’Alto Rinascimento è chiaramente dimostrato nel Tempietto del Bramante del 1502. Questa cappella fu progettata con un cerchio di colonne tutt’intorno; il Tempietto faceva parte di un cortile interno della chiesa di San Pietro in Montorio, come mostrato nella pianta seguente. Purtroppo le colonne che circondavano il Tempietto non furono mai costruite e, di conseguenza, esso appare molto più isolato di quanto sarebbe stato se il progetto fosse stato completato come disegnato. In quel progetto il Bramante intendeva posizionare il Tempietto in uno spazio esterno già esistente e già pronto per ricevere tale edificio, un concetto piuttosto radicale e audace quanto il Tempietto stesso. Infatti, il suo nomignolo sembra ben meritato e molto appropriato: nei tre gradini a piattaforma e nel severo ordine dorico della colonne il Tempietto  è collegato e porta alla mente più di qualunque altro edificio del quindicesimo secolo, l’architettura classica. Ugualmente brillante e stupefacente è il principio del concetto del “muro a scultura” sia nel Tempietto che nel terrazzo interno della chiesa. Infatti non furono mai viste nicchie così profonde, scavate da masse enormi di materiali, fino dai tempi del Brunelleschi in Santa Maria degli Angeli. Queste cavità furono controbilanciate dalla forma convessa della cupola e dalle cornici proiettanti al di là della cupola stessa.
Come risultato finale, il Tempietto ebbe molto più  peso e influenza di quanto sia racchiuso nelle sue modeste dimensioni.

 
 

Lo scopo del progetto del Tempietto fu soltanto quello di indicare il luogo in cui  San Pietro fu crocifisso (una teoria che non è stata mai provata essere vera). Piuttosto che copiare e ripetere i motivi dell’antichità classica, il Bramante usò la sua cognizione di prospettiva e volume per creare questo elegante ed armonioso edificio. Egli ridisegnò anche il cortile circostante, ma il suo progetto non fu mai portato a termine. Il Tempietto è una costruzione circolare a gradinate che conducono a delle colonne doriche e da lì ad una balaustrata, ad un delizioso tamburo e ad una cupola elegantissima. Qui, infine, si trova un edificio che parla di ragione e di civiltà, piuttosto che di paura e dominazione religiosa. Naturalmente le intolleranze religiose continuarono ma l’architettura fece del suo meglio per guardare o dirigere verso un mondo più civile di quello ordinato dalla Chiesa all’inizio del sedicesimo secolo. Questo gioiello in miniatura si trova in San Pietro in Montorio (così detto da Mons Aureus per la marna dorata caratteristica del suo terreno), la chiesa dedicata al martirio dell’Apostolo. Oltrepassando la porta del convento appare la costruzione, solitaria e monumentale nonostante le sue piccole dimensioni: suscita nel visitatore un che di misterioso per quel suo aspetto di antico guerriero racchiuso tutto in se stesso, imprigionato nella sua splendida armatura. Forse si trova lì a guardia di un segreto, viene da pensare. Definito “la prosa dei princìpi architettonici di Vitruvio”, dato che Bramante aveva studiato sia le opere del grande architetto romano del primo secolo a.C. che le possenti e regali rovine dell’antica Roma, in realtà esso non ha nulla di teorico né tanto meno di canonico, esprime solamente la felice vena creativa di un pittore-architetto cinquecentesco che seppe dare ai suoi edifici rapporti coloristici di chiaroscuro liricamente accordati e mai visti prima. Ora il piccolo guerriero di pietra appare stretto, quasi prigioniero dell’angusto spazio del cortile e ciò che di lui subito cattura l’attenzione sono le colonne, le sue forti gambe piantate a corona del minuscolo portico che si dispongono in luce rispetto alla penombra avvolgente il corpo cilindrico del guerriero-tempio, risaltando sul vano d’ombra della porta d’entrata e delle finestre.  L’intera robusta costruzione è sottolineata e nello stesso tempo alleggerita dallo sporgere delle cornici e soprattutto dalla balaustra disposta con rigore simmetrico e dal chiaro effetto luminoso, pronta a ripetere il ritmo delle sottostanti sedici colonne doriche che sostengono la trabeazione. Il tamburo che ne emerge, scandito da nicchie rettangolari alternate ad altre in forma di conchiglia, sorregge la calotta della cupola percorsa da nervature appena accennate, come un elmo leggero posato sul capo di un immaginario guerriero. Il lanternino che ne orna l’apice sembra dare l’illusione, per la sua grandezza, che il tempio sia più basso di quel che in realtà è, confermando l’intenzione dell’autore di rendere solido e possentemente stabile il Tempietto. Nonostante ciò, l’insieme trasmette tutto il pacato equilibrio di forme classiche raccolte e racchiuse, appena agitato e pronto a risolversi in una più mossa e ardita soluzione, presagio delle ideazioni del futuro barocco. La “pittorica corposità spaziale” del Bramante rappresentò l’anello di congiunzione alla geniale bizzarrìa del Borromini.

Bramante, nel pieno della sua maturità artistica, fu infatti un innovatore e sperimentatore del suo tempo. Cresciuto nell’atmosfera magica d’Urbino dove la corte dei Montefeltro, mecenati dei più grandi artisti dell’epoca come Paolo Uccello e Piero della Francesca, era tutto un fervore d’opere a cui senz’altro il giovane Bramante aveva assistito, diede presto avvio e alimentò la sua propensione per gli studi di pittura e architettura. Poi a Milano l’amicizia con Leonardo, che lo chiamava affettuosamente Donino, gli diede la passione per la ricerca e l’arditezza a inconsuete soluzioni; questa fu alimentata successivamente a Roma, dove egli giunse nel 1499 dallo studio e l’ammirazione per l’antica arte architettonica romana. Vasari raccontò come il Bramante vagasse per Roma libero di pensieri pratici, solitario, cogitativo, trovando le rovine spoglie, maestose e severe. Esse furono la sua fonte e la scintilla che animò la sua creazione d’architetto e qualche volta anche di poeta. Donato Bramante fu uno dei principali architetti dell’Alto Rinascimento in Italia: fu sicuramente incluso nella stessa categoria di Michelangelo e Raffaello. Educato come pittore, iniziò la sua carriera di architetto a Milano dove si stabilì nel 1482 o secondo altre fonti, nel 1474. Nel suo disegno per la chiesa di Santa Maria, presso Santo Satiro, nel 1488, usò una falsa prospettiva nella pittura dell’abside per creare una percezione di profondità, cosa usata per la prima volta in architettura. Il Bramante lasciò Milano nel 1499 e si trasferì a Roma, dove egli rimase fino alla sua morte, essendo sempre impiegato dal Papa Giulio II. Qui, sotto l’influenza dell’antichità classica, il suo stile divenne più monumentale e meno ornamentale. I suoi due più grandi progetti, che però non riuscì a completare a causa della sua morte, furono i piani per la Basilica di San Pietro in Vaticano e il Palazzo Vaticano. Il Bramante riuscì a fondere insieme l’idea dell’antichità classica con quelli di ispirazione cristiana: la sua espressiva grandezza scultorica piantò le basi per la  più elaborata architettura barocca del secolo seguente. L’influenza del Bramante fu espressa  nelle sue idee classiche e  nell’unità principale del Rinascimento che egli trasferì ai suoi collaboratori e ai suoi moltissimi studenti in Roma. Alcuni dei suoi più famosi lavori oltre il tempietto in San Pietro in Montorio furono Santa Maria della Consolazione, Santa Maria delle Grazie, il Cortile del Belvedere e, naturalmente, il progetto della Croce Greca per la Basilica di San Pietro, che non fu portato a termine per la sua morte nel 1544: il progetto fu realizzato successivamente da diversi altri architetti e in seguito fu trasformato in Croce Latina per poter includere tutti i vari servizi religiosi. (Per avere maggiori informazioni sulla modifica della sua pianta per la Basilica di San Pietro, vedi la mia precedente “Storia Architettonica, Urbanistica e Religiosa di San Pietro in Vaticano)

San Pietro in Montorio

 

La chiesa, che sorge sul Gianicolo, il "Monte Aureo" dei Romani (così chiamato poiché si immaginavano favolosi giacimenti di sabbie aurifere), è un vero e proprio museo per i tesori d'arte che racchiude. La tradizione vuole che lì venisse crocifisso San Pietro. Questa leggenda fu l'ispiratrice di quella gemma architettonica del Bramante, ovvero il Tempietto circolare edificato nel chiostro, nel punto dove si pone il sito della crocifissione di  Pietro. Essa forse fu edificata proprio in quel luogo per contrapporre a Giano, il dio delle porte, a cui il colle era dedicato, Pietro, colui che ebbe in consegna le "chiavi" della Chiesa universale. A questa bellissima chiesa del 400 era annesso un monastero abitato nel secolo XIV dai monaci celestini. Esso appartenne alle venti principali Abbazie di Roma. Dopo un secolare abbandono fu donato ai Frati Minori. Il re Ferdinando IV e sua moglie Elisabetta di Spagna, subito dopo la cacciata degli arabi, fecero riedificare la chiesa su disegni di Baccio Pontelli. L'area per la riedificazione della chiesa ed annesso convento, fu concessa con bolla del 18 giugno 1472 ai padri Amedeisti.

Davanti alla chiesa sorse una piazza e dalla parte collinare il Papa Sisto V fece costruire grosse mura di sostegno per evitare che la chiesa franasse. La facciata, semplice ed austera, si presenta su due ordini con un rosone gotico centrale ed una scalinata del 1605 a doppia rampa che immette nella chiesa. Lateralmente si vedono i volumi delle cappelle interne.

L'interno, a navata unica, ha cinque cappelle laterali sia a destra che a sinistra. Le ultime due si aprono a formare un accenno di transetto. L'abside, molto profonda, ha una forma poligonale. Cappelle di destra: La prima cappella racchiude opere di Sebastiano del Piombo, eseguite intorno al 1518; in esse è raffigurata una superba "Flagellazione" di Sebastiano del Piombo, dipinto ad olio su muro, su disegno di Michelangelo. Nel catino dell' abside è rappresentata "La Trasfigurazione" e sull'arco i profeti Geremia ed Isaia. Seconda cappella: sopra l'altare si trova un affresco del Pomarancio (1654) della "Madonna della Lettera". Trasferito nella chiesa da un'edicola di strada in seguito ad una serie di eventi miracolosi; nel catino si trova un affresco della "Incoronazione di Maria" di chiara ispirazione pinturicchiesca. Sugli archi di questa cappella e quelli delle successive vi sono affreschi rappresentanti Virtù e Sibille, attribuiti a Baldassarre Peruzzi. Quarta cappella: Il soffitto è affrescato dal Vasari che inserisce a sinistra un suo autoritratto in abito nero. In questa cappella sono conservate le spoglie mortali di Beatrice Cenci, la giovinetta decapitata per avere ucciso il padre che abusò di lei: la tomba che la racchiude è priva di iscrizione. L'architettura della quinta cappella è opera del Vasari (1552) del quale è opera anche la "Conversione di San Paolo". Sull'altare le pitture e gli stucchi sono attribuiti a Giulio Mazzoni; di Bartolomeo Ammannati sono i monumenti funebri del cardinal Del Monte e di Roberto Nobili.

 

Fino al 1797 un capolavoro di Raffaello la "Trasfigurazione" era sopra l'altare Maggiore, ma ora si trova nei musei vaticani. Adesso sull'altare c'è "la Crocifissione di San Pietro" copia ottocentesca del pittore Camuccini. L' originale di Guido Reni si trova in Vaticano. A Daniele da Volterra, autore della quinta cappella sinistra, è attribuito il dipinto sull'altare “II battesimo di Gesù”. A Giulio Mazzoni sono attribuiti gli stucchi e dipinti della volta. Un allievo di Antoniazzo Romano ha affrescato la terza cappella. Alla stessa mano si deve "Sant'Anna" e "La Vergine e il Bambino" che sovrastano l'altare. La bella creazione barocca della seconda cappella che tiene conto della ricaduta della luce è stata realizzata nel 1640 dal Bernini per i Raymondi. Il Tempietto di Bramante si erge al centro del chiostro; è a pianta centrale, con 16 colonne che sorreggono una loggia e la sovrastante cupola. All'interno si trova un cinquecentesco San Pietro di scuola lombarda e statue della bottega del Bernini. Nella Cappella sotterranea, riccamente decorata, vi è al centro il foro in cui sarebbe stata piantata la croce del martirio dell’apostolo. Il Tempietto fu eretto nel cortile quadrangolare della chiesa omonima; nel progetto originale tale cortile doveva essere circolare. Il tempietto volle riallacciarsi al modello romano di tempietto rotondo: infatti consiste in due cilindri concentrici, il colonnato e la cella. Il colonnato basso e largo, composto da sedici colonne di ordine tuscanico che sorreggono una trabeazione classica decorata da metope e triglifi fu chiuso da una balaustra. Sulle metope furono rappresentati oggetti liturgici. La cella alta fu organizzata in due ordini, della stessa proporzione sia in altezza sia in larghezza, e fu costituita da un corpo cilindrico a tamburo con nicchie e finestre divise da pilastri, sormontato da un'ampia cupola emisferica sia internamente che esternamente. Il Tempietto ha un assoluto equilibrio volumetrico che vuole rappresentare la Chiesa ideale, lungamente teorizzata. Edifici a pianta centrale, come questo, appaiono anche su affreschi e dipinti quali “Sposalizio della Vergine" di Raffaello, "La città ideale" di autore ignoto.

 
 

Alessandro La Rocca - 2006

l'indirizzo mail di Alessandro La Rocca è: ACALAMOSCA@verizon.net

 
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