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sulle tracce di Caravaggio

le mie passeggiate

sulle tracce di Caravaggio

con Santina, Annalucia e Pio, Carla e Aldo,  Valentina e Luca, Loredana e Vincenzo con Gabriele e Lorenzo, Paola e Francesco, Roberta, Matilde, Eliana, Maria Giovanna, Annalisa, Loredana, Filippo, Mauro, Maurizio, Enrico.

10 ottobre 2010



Caravaggio rappresenta, tra il Cinquecento e il Seicento, la modernità. Arrivato a Roma nel 1592, appena ventenne, fece apprendistato presso diversi pittori fino a che nel 1596 fu accolto in casa del cardinal Del Monte, uomo di grande cultura e in rapporto di amicizia con l'arcivescovo Federico Borromeo. L'incontro con il cardinal Del Monte costituì un momento decisivo per il pittore, specie per le sue scelte sul modo di rappresentare le scene ad oggetto religioso. Durante il pontificato di Clemente VIII, eletto nel 1592 con l'appoggio del Borromeo, aveva iniziato a prendere piede un clima molto moderato e tollerante nei confronti di alcuni atteggiamenti riformatori: in ambito iconografico iniziò ad essere recepita la teoria che pur riconoscendo il ruolo gerarchico della Chiesa, intermediaria tra uomo e Dio, non ignorava del tutto la tesi opposta dei Luterani, che sostenevano invece l'immediatezza del rapporto tra uomo e Dio, rifiutando l'autorità dell'istituzione ecclesiastica. Caravaggio, pur rimanendo nell’ambito del cattolicesimo, assunse in questo contesto una posizione rivoluzionaria, esprimendo una certa libertà interpretativa dei testi sacri da parte del credente e comunque dando sempre grande risalto in molte sue opere alla semplicità di personaggi popolari, trascurando la concezione della Chiesa trionfante. Quando salì al soglio pontificio Paolo V Borghese nel 1605, si verificò un deciso ribaltamento della politica papale, contraria alle istanze pauperistiche e tesa invece a confermare il ruolo fondamentale della Chiesa e del papa stesso nella difesa della cristianità minacciata dalla Riforma. Un artista controcorrente come Caravaggio divenne a quel punto assai scomodo e non facilmente gestibile nell’ambito dei canoni della religiosità ufficiale: da questo momento iniziarono molte delle traversie che caratterizzarono la vita di Caravaggio. Poiché il 2010 è l’anno del Caravaggio, di cui si celebra il quarto centenario della morte, questa passeggiata è stata l’occasione per disegnare un percorso che si snoda toccando alcuni luoghi dove sono custodite alcune delle più belle opere dell’artista a Roma.

Porta del Popolo e piazza del Popolo

La struttura urbanistica della zona di piazza del Popolo è legata alla storia dei pellegrinaggi, in modo particolare a quelli legati alle celebrazioni dell’Anno Santo. Porta Flaminia, l'ingresso nord della città, era un passaggio obbligato per la maggioranza dei pellegrini: così, nel tempo, intorno a questa porta sorse un ambito urbano in qualche modo ideato per impressionare il visitatore come ad anticipargli lo splendore della città. L'odierna fisionomia scenografica si è delineata nell'arco di tre secoli e mezzo, dalla ricostruzione di Santa Maria del Popolo, passando per l’elevazione dell’obelisco e la costruzione delle chiese gemelle, fino al riassetto neoclassico del Valadier, che progettò all'inizio dell'800 i due grandi emicicli e le rampe che salgono al Pincio. L’accesso a questo "salotto", è proprio l'antica Porta Flaminia, l’odierna porta del Popolo, commissionata da Pio IV a Michelangelo, che però, ormai molto anziano, preferì passare l'incarico ad un suo allievo, Nanni di Baccio Bigio, che la completò tra il 1562 e il 1565 ricalcando il modello dell'arco di Tito. All'esterno le statue di San Pietro e San Paolo fiancheggiano l'arco, mentre lo stemma dei Medici le sovrasta. La facciata interna, invece, fu opera del Bernini e fu eseguita in occasione dell'arrivo a Roma, nel 1665, di Cristina di Svezia. Lo splendore e la maestosità della porta rappresentava il preludio delle bellezze che il visitatore proveniente dal nord avrebbe trovato nella capitale: infatti oltrepassata la porta, oggi come allora, si accede ad una anticamera urbana tra le più belle del mondo, posta al vertice di un triangolo di vie noto come il Tridente (via del Babuino-via del Corso-via di Ripetta), che costituisce un eccezionale accesso al cuore di Roma.

Sull'origine del toponimo della piazza vi sono diverse teorie: anticamente si diceva che il nome derivasse dai numerosi pioppi (in latino populus) che dall'Augusteo si estendevano fin qui, ma probabilmente il toponimo è legato alle antiche origini di Santa Maria del Popolo. Nel Medioevo era in voga una leggenda secondo la quale, in quel luogo fosse sepolto Nerone, il cui fantasma infestava la zona. Papa Pasquale II, stufo delle voci sul fantasma, per celebrare la liberazione del Santo Sepolcro ad opera dei crociati nel 1099, in quel luogo fece edificare una cappella dedicata alla Vergine. Poiché tale cappella fu costruita a spese del popolo romano, ebbe la denominazione di "Santa Maria o Madonna del Popolo", toponimo che passò, poi, alla piazza. Al centro della piazza si innalza l'obelisco detto "Flaminio", alto oltre 23 metri, che fu il primo obelisco ad essere trasferito a Roma, al tempo di Augusto, per celebrare la conquista dell'Egitto: inizialmente collocato nel Circo Massimo, venne innalzato in piazza del Popolo, nel 1589. Ai suoi piedi originariamente si trovava la fontana del Trullo, opera di Giacomo Della Porta, oggi in piazza Nicosia: lo spostamento avvenne, nel XIX secolo, quando la piazza fu trasformata dal Valadier, che le conferì l’attuale scenografia con la forma ovale tra i due vasti emicicli, e sostituì la precedente fontana del Trullo con le quattro attuali vasche rotonde di travertino, sormontate da altrettanti leoni di marmo bianco e di stile egizio, dalle cui bocche esce l'acqua a ventaglio. Negli emicicli due esedre ornate da sfingi e, agli estremi, dalle statue delle Stagioni: nel mezzo delle esedre due fontane, una posta sotto il Pincio e costituita dalla Dea Roma attorniata dal Tevere, dall'Aniene e dalla lupa, l'altra, sul lato opposto della piazza, composta da Nettuno fra due Tritoni, entrambe opere di Giovanni Ceccarini. Sul lato sud della piazza, quasi a sentinelle del Tridente, sorgono le due chiese gemelle di Santa Maria in Montesanto e di Santa Maria dei Miracoli, iniziate dal Rainaldi e terminate dal Bernini e da Carlo Fontana nel 1675 la prima, nel 1678 la seconda. L'esigenza urbanistica di realizzare le due chiese fu promossa da Alessandro VII, come sfondo per l'obelisco e scenario teatrale di via del Corso; le facciate delle due chiese rappresentano infatti la testata monumentale del tridente rinascimentale costituito dalla tre vie del Babuino, del Corso e di Ripetta, convergenti sull'obelisco ed indirizzate verso il centro di Roma.

S. Maria del Popolo

L’originaria cappella fu soppiantata nel 1472, su iniziativa di papa Sisto IV Della Rovere da una nuova chiesa progettata da Baccio Pontelli e successivamente abbellita al tempo di Alessandro VII. All'interno lavorarono alle decorazioni numerosi artisti: Bramante realizzò il coro, Raffaello è l’autore della Cappella Chigi mentre Carlo Fontana lo è della Cappella Cybo; affreschi della volta e di alcune cappelle sono opera del Pinturicchio ed infine Bernini ha dato la sua impronta a gran parte della struttura e dell'arredo. La facciata in travertino fu rielaborata dal Bernini e accanto alla cupola e s'innalza il campanile in laterizio; la pianta interna è a croce latina suddivisa in tre navate con volta a crociera e altrettante cappelle per lato. La chiesa è però conosciuta soprattutto per i due capolavori del Caravaggio, che lavorò a Santa Maria del Popolo tra il 1600 e il 1601, custoditi nella cappella Cerasi: la "Conversione di Saulo" e "la Crocifissione di San Pietro".

Nella “Conversione di Saulo” la scena ritrae il momento culminante della conversione di Paolo: quello in cui a Saulo, sulla via di Damasco, appare Gesù Cristo in una luce accecante che gli ordina di desistere dal perseguitarlo e di diventare suo «ministro e testimone». Sono presenti nella scena un vecchio e un cavallo, il quale, grazie all'intervento divino, alza lo zoccolo per non calpestare Paolo. La luce proveniente dall'angolo in alto a destra, scivola sul corpo del cavallo e abbaglia la figura del santo, caduto a terra. E' il momento preciso in cui Dio si manifesta: Dio non è presente, ma si dà nella luce, simbolo della Grazia Divina che redime chi accoglie la salvezza. Il vecchio non vede e non si accorge di nulla come l'umanità che non vuole riporre la propria speranza e la propria fede in Dio. Il realismo del Caravaggio, che scaturisce dal profondo contrasto tra chiaro e scuro, tra luce e ombra, si mescola al simbolismo religioso che la luce (il Bene) assume nella lotta contro il male e l'oscurità.
Lo stesso tema della luce torna nella Crocifissione di Pietro: la luce investe la croce e il santo, entrambi simbolo della fondazione e della costruzione della Chiesa, attraverso il martirio del suo fondatore. Pietro, che si fa crocifiggere a testa in giù per umiltà nei confronti di Cristo, illuminato dalla Grazia soffre ma sa che dal suo martirio verrà la salvezza; tutt'intorno è buio e i tre carnefici qui raffigurati non come aguzzini che agiscono in maniera brutalmente gratuita, ma come uomini semplici, costretti ad un lavoro faticoso, rappresentano l'umanità accecata dal peccato che vive nella tenebra ed è privata della luce illuminante e ridotta a meccanismo senz'anima che funziona di sola logica ottusa, senza vera comprensione.

S. Maria dei Miracoli e S. Maria in Montesanto

Apparentemente gemelle, le due chiese si differenziano notevolmente l'una dall'altra. Furono progettate con lo scopo di creare un punto focale su piazza del Popolo, quindi simmetriche tra loro, ma lo spazio disponibile sul lato sinistro era minore. Rainaldi risolse il problema dotando Santa Maria dei Miracoli di una cupola ottagonale e Santa Maria in Montesanto di una cupola dodecagonale, schiacciando quest'ultima nello spazio disponibile. L'illusione ottica di una apparente identità, è data dall'uguale dimensione delle facce dei tamburi di ciascuna cupola, rivolte in direzione della piazza. Anche gli interni risultano diversi, ellittico quello di Santa Maria in Montesanto, circolare quello di Santa Maria dei Miracoli.
Santa Maria dei Miracoli deve il suo nome alla miracolosa immagine della Madonna, un tempo posta fuori la porta del Popolo ed alla quale il popolo attribuiva il salvataggio di un bimbo travolto dal Tevere. Santa Maria in Montesanto prende il nome invece dalla precedente chiesa dei Carmelitani di Monte Santo, in Sicilia, sul luogo della quale fu costruita: è nota anche per essere la "chiesa degli artisti", legata da tempo al mondo artistico di via del Babuino e via Margutta, e, per esteso, a tutti gli artisti, letterati e personaggi del mondo dello spettacolo di Roma, i funerali dei quali vengono spesso qui celebrati.

Lungo via di Ripetta

La via ricalca il tracciato di un'antica strada romana, il cui percorso era parallelo al corso del Tevere ed originariamente era nota come Via Leonina, perché Leone X nel 1518 la fece risistemare, sembra con i proventi provenienti da una tassa sui lupanari. Con la sistemazione del lungotevere, che sacrificò purtroppo il porto di Ripetta, uno degli esempi più significativi dell'architettura settecentesca capitolina, la via assunse l'attuale denominazione con il conseguente isolamento del mausoleo di Augusto.
Su via di Ripetta, si trovano alcune memorie architettoniche e di arredo della Roma di una volta: l’edificio a ferro di cavallo, che fu sede della prima Accademia del nudo in Roma, già a fine '700, e poi sede del Liceo artistico romano, opera neoclassica ora dimenticata. Fra il lungotevere e la piazza di Ripetta vi sono solo i ricordi di quello che fu l’elegante Porto di Ripetta, opera degli stessi architetti di Trinità de’ Monti, Francesco De Santis ed Alessandro Specchi. Il porto, costruito sotto il pontificato di Clemente XI Albani, sorgeva elegantemente dal Tevere, ad ondate di gradini curvati ad esedra semi-ovale. Sul fiume era una sorta di balconcino con una fontana ed una lanterna, accesa la sera, per segnalare l’approdo ai naviganti: questa c’è ancora, spostata su un lato della piazza e rialzato.
Purtroppo il porto di Ripetta fu demolito a fine  ottocento per costruire i “muraglioni” del Lungotevere, e  rimane oggi soltanto nelle stampe del Piranesi o in quelle di “Roma sparita”. Restano le chiese di San Rocco e di San Girolamo degli Schiavoni, che fronteggiavano la scalea e la banchina d’approdo. Fino agli anni ‘80 dell''ottocento qui sbarcavano merce i navigli piccoli che potevano passare sotto i ponti: al porto di Ripetta sbarcavano i prodotti alimentari provenienti dalla Sabina, ma anche molte mercanzie provenienti dal nord Italia, in modo particolare stoffe e articoli destinati ai negozi intorno a Trinità dei Monti. La demolizione del porto di Ripetta, a seguito della sistemazione degli argini del Tevere e lo sventramento degli anni trenta del Novecento, conseguente alla sistemazione dell'area intorno al Mausoleo di Augusto e all'erezione del complesso dell'Ara Pacis, hanno isolato le due chiese di San Rocco e di San Girolamo, ora connesse da un camminamento sopraelevato ai cui piedi si trova incassata la fontana della Botticella, del 1774, proveniente dal vicino demolito palazzo Valdambrini.

S. Rocco e S. Girolamo degli Schiavoni

San Rocco  è' una delle due chiese che si affacciano su via di Ripetta, davanti all'Ara Pacis, dopo le demolizioni che tra il 1934 ed il 1938 hanno cancellato interamente il quartiere che sorgeva attorno al Mausoleo di Augusto. La chiesa è menzionata fin dall'XI secolo, come dedicata a San Martino, e fu ricostruita in forme barocche da Giovanni Antonio de Rossi tra il 1645 ed il 1680. La facciata è opera di Giuseppe Valadier (1834), che sembra si sia ispirarato, più che allo stile neoclassico, alla tipologia delle chiese veneziane del Palladio.  L'interno è a navata unica, e a destra del presbiterio, si trova la cappella della Madonna delle Grazie, del Del Rossi, dove è venerata l'omonima immagine mariana.  Sulla sinistra della chiesa sorgeva un tempo un ospedale nel quale venivano curati gli appestati ma successivamente fu aggiunta anche un'ala destinata alle mogli dei barcaioli per evitare che queste partorissero sulle barche, in condizioni malsane ed anche una sezione per le partorienti nubili che qui venivano accolte con il volto coperto, in totale anonimato; unica eccezione all'anonimato era consentita al medico ed all'ostetrica che aiutavano le donne a mettere al mondo i piccoli, i quali poi venivano inviati alla Casa degli Esposti, presso l'Ospedale di Santo Spirito: per questo motivo il complesso venne soprannominato l'Ospedale delle Celate. L'istituzione venne soppressa dal nuovo governo italiano nel 1892 e l'ospedale delle Celate fu poi definitivamente demolito tra il 1934 e il 1940 in occasione dei lavori di sistemazione di tutta la zona intorno al Mausoleo di Augusto.
San Girolamo degli Schiavoni è la chiesa nazionale dei croati a Roma ed è anche nota con i nomi antichi di San Girolamo degli Illirici e San Girolamo degli Schiavoni. Nella zona, prospiciente il porto di Ripetta, si era insediata fin dal XIV secolo una comunità di profughi sfuggiti ai Turchi dall'Illiria e dalla Schiavonia, ai quali papa Niccolò V concesse nel 1453 l'istituzione di una Congregazione di San Girolamo degli Schiavoni, dotata di un ospizio, di un ospedale, e di una piccola chiesa dell'XI secolo, originariamente chiamata Santa Marina de Posterula, da intitolare al loro santo nazionale San Girolamo. Nel secolo successivo papa Sisto V, discendente di una famiglia croata originaria della Dalmazia e già titolare della chiesa, la fece ricostruire interamente da Martino Longhi il Vecchio tra il 1588 e il 1589, dotandola di un campanile e di ricchi arredi. Nel XIX secolo fu massicciamente restaurata da papa Pio IX.

Fontana della Botticella

Nel porto di Ripetta, attraccavano le navi cariche di mercanzia; per tale ragione la confraternita degli osti volle erigere una fontana ristoratrice raffigurante un facchino simbolico per tutti i portatori di legna, vino, acqua, verdura, di tutte le merci che arrivavano a Roma per via fluviale.
La scelta del portatore di vino non fu casuale: il perché si ritrova nelle abitudini e consuetudini del porto, dove fra tutte le merci in arrivo la più ambita e desiderata era senz’altro il vino. Tutte le partite di questa merce provenienti dall’alto Lazio trovavano qui i primi diretti estimatori e ovviamente assaggiatori: erano i portatori che compivano il rito della degustazione, accompagnato naturalmente da momenti di festa popolare.  

Fontana Clementina o dei Navigatori

Nel 1704 papa Clemente XI Albani fece costruire sulla sponda del Tevere, presso il porto di Ripetta, una fontana a cui potessero dissetarsi i facchini addetti allo scarico di legna da ardere e vino. Il progettista, Alessandro Specchi, è costituita da una vasca ovale a un'estremità della quale inserisce una scogliera su cui appoggia una conchiglia che ha ai lati due delfini. L'acqua che sgorga dall'alto della scogliera e dalle bocche dei delfini si raccoglie nel bacino sottostante.   A metà Settecento in cima alla scogliera venne posta una lanterna allo scopo di facilitare l'approdo notturno delle imbarcazioni.

L'Ara Pacis

L'Ara Pacis, l'Altare della Pace, rappresenta uno dei massimi capolavori dell'antica Roma giunti fino ai giorni nostri e una delle più significative testimonianze dell'arte augustea.  
Voluta dal senato ed inaugurata il 9 a.C. per celebrare la pace raggiunta nel Mediterraneo e a Roma per merito di Augusto che, dopo le vittorie in Gallia ed in Spagna, pose fine alla la guerra civile che durava da circa venti anni. Il monumento è costituito da un altare posto all'interno di un recinto rettangolare in marmo, le cui superfici sono decorate con preziosi fregi e rilievi in marmo di Carrara, probabilmente eseguiti da artisti greci. Eppure dopo la caduta dell’impero, per più di un millennio il silenzio calò sull'Ara Pacis, facendo perdere persino la memoria del monumento. Il recupero dell'Ara Pacis, iniziò nel XVI secolo attraverso sia ritrovamenti fortuiti che scavi mirati, ma solo nel 1879 fu identificato come l’altare augusteo della pace e la completa ricomposizione si attuò solo nel 1938, quando il monumento fu protetto da un involucro di cemento e vetro e collocato nell’attuale sito. Nel 2006 è stata inaugurata la nuova struttura progettata dall’architetto Richard Meyer la cui costruzione ha suscitato tante polemiche.

Il Mausoleo di Augusto

Edificato tra il 28 ed il 23 a.C. il Mausoleo di Augusto, uno dei più rappresentativi del passato, ricalca il modello delle tombe etrusche a tumolo, realizzato su una collinetta, luogo prescelto per le sepolture importanti, con basamento cilindrico coronato da un massiccio tumolo, piantato a cipressi. Nella parte più alta del monumento era posta una statua in bronzo dell'imperatore, mentre l'entrata era fiancheggiata da due obelischi, ora spostati uno in piazza dell'Esquilino e l'altro in piazza del Quirinale. La camera mortuaria destinata all'Imperatore fu sistemata al centro del mausoleo, ed intorno furono realizzate una serie di celle per la sepoltura dei componenti della famiglia Giulio-Claudia. Nel corso dei secoli subì molteplici rimaneggiamenti: nel medioevo divenne la fortezza della famiglia Colonna, fu usata come cava di travertino, si trasformò quindi in giardino pensile e nel XVIII secolo fu auditorium e teatro. Nel 1936, contemporaneamente all'apertura di piazza Augusto Imperatore, il mausoleo fu parzialmente recuperato, chiudendo la sala da concerto che vi veniva ospitata.

da via dei Portoghesi a piazza S. Agostino

S. Antonio dei Portoghesi

La chiesa di  fu fatta costruire nel 1445 dal cardinale Antonio Martínez de Chaves sul luogo dove sorgeva un ospizio per i pellegrini portoghesi e divenne chiesa nazionale dei Portoghesi che la intitolarono al santo di Lisbona e, nel 1695, la ampliarono fino alle attuali dimensioni. Ha una ricca e monumentale facciata barocca iniziata da Martino Longhi il Giovane e continuata prima da Carlo Rainaldi e quindi da Cristoforo Schor. Molto ornato è anche l'interno, che riesce a dare un'impressione di ricchezza e sfarzo nonostante le piccole dimensioni. Al suo interno conserva una tavola a fondo oro di Antoniazzo Romano, le tele del pittore pergolese Antonio Concioli Adorazione dei Magi, Natività e Riposo durante la fuga in Egitto (entrambe datate 1782) e il Monumento De Souza di Antonio Canova (1808). Il transetto fu decorato da Luigi Vanvitelli. Nel 2008 è stato installato un grandioso organo dotato di 4 tastiere e 47 registri.

la Torre della Scimmia

All'angolo tra via dei Portoghesi e via dell'Orso, questa Torre ricorda una commovente leggenda che le ha conferito questo nome. La torre medievale, eretta in origine dai Frangipane, passò poi agli Scapucci che la restaurarono e la possedettero fino al XVI secolo. La torre è a forma quadrangolare composta di quattro piani, situata alla sommità del palazzo Scapucci. Ma più che per la sua importanza, la sua notorietà si deve proprio alla leggenda legata alla scimmia. Si narra che nella torre vivesse un nobile, con una scimmia e un unico figlio ancora in fasce. Un giorno la scimmia avrebbe afferrato il neonato e, salita sulla sommità della torre, urlando e saltellando come un diavolo, ne avrebbe messo a repentaglio la vita, facendolo penzolare nel vuoto. L’uomo, rientrando a casa, avrebbe trovato in strada un gruppo di persone accorse, raccolte in preghiera a supplicare la Madonna per la salvezza del piccolo. Egli stesso avrebbe fatto voto a Maria, di dedicarle un tabernacolo perpetuo in cima alla torre, qualora il bambino si fosse salvato. Finalmente la scimmia sarebbe tornata giù, riconducendo con sé il bimbo e deponendolo nelle braccia del padre. Da allora, per volere del nobile, davanti a una statua della Madonna, posta sulla sommità della torre, è sempre accesa la luce di una lampada.

S. Agostino

Primo esempio rinascimentale nella capitale, la chiesa di Sant’Agostino fu realizzata nel 1420, successivamente ampliata tra il 1479 ed il 1483 da Giacomo da Pietrasanta e Sebastiano Fiorentino. Luigi Vanvitelli è invece l'autore dell'interno, modificato tra il 1756 ed il 1761, e dell’attuale cupola.   La facciata, a due ordini con timpano triangolare, progettata da Leon Battista Alberti è preceduta da una scalinata e la sua peculiarità consiste nel fatto che per la costruzione fu utilizzato il travertino proveniente dal Colosseo. L’interno è a tre navate con volta a crociera e cinque cappelle per parte. La chiesa conserva illustri monumenti e pitture, tra cui la Madonna del Parto, a lungo ritenuta una statua romana di Agrippina con il piccolo Nerone in braccio, mentre è opera di Jacopo Tatti detto il Sansovino: è sicuramente una delle più venerate Madonne romane, come si può dedurre dal gran numero di ex voto che la circondano. In un sarcofago di verde antico riposa Santa Monica, madre di Sant’Agostino, morta ad Ostia nel 387 e qui trasportata: l'opera viene attribuita ad Isaia da Pisa. L'altare maggiore è del Bernini ed ospita una Madonna bizantina. Un'altra statua che in passato fu celeberrima fuori e dentro Roma è il gruppo marmoreo  di Andrea Sansovino rappresentante Sant’Anna che unisce in un unico  abbraccio la Vergine Maria ed il Bambino. A questo gruppo scultoreo è collegato l’affresco del profeta Isaia, dipinto da Raffaello. Il capolavoro della chiesa è comunque la Madonna dei Pellegrini del Caravaggio, che la tradizione vuole dipinto dal tormentato pittore quando si rifugiò nella chiesa per sfuggire all'arresto ed alla condanna perché aveva ucciso il padre di una ragazza da lui sedotta. Nella chiesa, oltre a quella di Santa Monica già accennata, vi sono altre sepolture illustri, ma è curioso che insieme alle spoglie di santi e cardinali vi giacessero anche le salme di famose cortigiane di alto bordo, come Fiammetta, amante preferita di Cesare Borgia.  D’altronde Sant’Agostino era la chiesa dove si tenevano le prediche alle cortigiane: per favorirne il ritorno alla vita onesta, cui si dava carattere e importanza di conversione, esse furono obbligate ad assistere, specialmente nel periodo quaresimale, ad apposite prediche: le signore venivano sistemate nelle prime file, non tanto per tenerle vicine al Signore, quanto perché il resto dei fedeli non si distraesse nel corso delle funzioni religiose.
La Madonna di Loreto o dei Pellegrini, eseguita tra la fine del 1603 e gli inizi del 1606, rappresenta un altro ribaltamento dei tradizionali canoni rappresentativi delle Storie Sacre operati da Caravaggio. L’opera rappresenta infatti il tema della Madonna di Loreto non secondo l’iconografia tradizionale della Santa Casa trasportata in volo dagli angeli, ma secondo un’immagine viva e reale La Madonna è raffigurata sulla soglia della casa, quasi ad accogliere i due pellegrini inginocchiati. La bellezza della Madonna, in contrasto con la ruvidezza e la semplicità dei due devoti, indica la grandiosità della donna che con il Bambino rivolge uno sguardo pieno di compassione verso l'umanità: è la rappresentazione della Chiesa-Maria che accoglie chi a Lei si rivolge. La figura della Madonna appare quasi in movimento in contrapposizione alla statica devozione dei personaggi inginocchiati illuminati da un fascio di luce, elemento inconfondibile della pittura di Caravaggio che offre in questo caso, in modo sobrio ed essenziale, la rivisitazione di un gesto di religiosità tradizionale come il pellegrinaggio.

S. Luigi dei Francesi

Acquistato alla fine del '400 dalla colonia francese che risiedeva nella capitale, l'edificio fu ultimato soltanto nel 1589, ben 70 anni erano passati dal 1518 quando Giulio de' Medici, poi diventato Clemente VII, aveva cominciato a farlo costruire. Il progetto fu di Giacomo Della Porta, in parte realizzato poi da Domenico Fontana. La facciata in travertino contiene statue raffiguranti personaggi francesi: nelle nicchie inferiori si ritrovano Carlo Magno e San Luigi, il re di Francia Luigi IX che nel 1270 perse la vita partecipando alle crociate. Nell'ordine superiore troviamo Santa Clotilde, regina dei Francesi intorno al V secolo, considerata la protettrice delle donne, e Santa Giovanna di Valois, figlia di Luigi XI, che nel 1500 istituì l'ordine delle monache dell'Annunziata.

In San Luigi dei Francesi sono custoditi tre dipinti del Caravaggio, la "vocazione di San Matteo", il "Martirio di San Matteo" e "San Matteo e L'Angelo", considerati i primi capolavori di carattere religioso dell'artista, in cui si manifesta l'innovativa concezione della pittura sacra, rapportata alla quotidianità, attraverso l’uso inconsueto e drammatico della luce. Queste tele furono eseguite da Caravaggio in contemporanea con i dipinti di Santa Maria del Popolo, tra il 1599 e il 1602.
La “Vocazione di San Matteo” s'imposta sul tema della luce che, entrando dall'angolo destro in alto, rende visibile la scena collocata nel chiuso ambiente in penombra. Una striscia di luce accompagna il gesto del Cristo, che chiama a sé Matteo il quale, stupito, ripete lo stesso gesto di Gesù con l'indice: la luce è simbolo della Grazia Divina che salva chi vuole intraprendere la retta via e che non tocca chi, come il gabelliere a sinistra, che continua a contare i denari, condanna se stesso alla pena eterna.
Nel “Martirio di San Matteo” il sicario ha appena trafitto San Matteo che, sanguinante, al limite tra vita e morte, cerca verso l'alto la salvezza, accogliendo la palma del martirio che l'angelo viene ad offrirgli; vi sono persone che assistono attonite alla scena mentre altre fuggono come il ragazzo urlante che volge indietro lo sguardo terrorizzato. All'ordinata composizione della Vocazione, si contrappone questa del Martirio, dove l'orrore della morte si confonde con la gioia della salvezza e della rivelazione.
Il “San Matteo e l’angelo” è la seconda versione di Caravaggio sullo stesso oggetto. Nella prima versione San Matteo è raffigurato come un contadino analfabeta la cui mano è direttamente guidata dall'angelo che non solo gli detta, ma sembra proprio il vero autore del testo evangelico. Giudicata questa opera poco decoroso, il pittore ne realizzò nel 1602 la seconda versione dove il rapporto diretto tra umanità ignorante e divinità che istruisce viene eliminato, spostando l'angelo in volo in alto e, soprattutto, conferendo al santo l'aspetto del dotto saggio che, stavolta, è in grado di scrivere da solo le parole che l'angelo gli detta. Un effetto straordinario è dato dall'incontro degli sguardi dei due personaggi.

verso i palazzi del potere

Piazza e palazzo Montecitorio
Lungo via S. Agostino e via delle Coppelle si giunge nel cuore della Roma politica e istituzionale, piazza Montecitorio.
La disposizione della Piazza fu decisa da Clemente XII Corsini (1730-1740), con la finalità di predisporre uno spazio urbano sul quale si potesse affacciare l'omonimo palazzo. Nel 1792 Pio VI vi fece erigere l'obelisco egizio del VI secolo a.C., trasferito da Heliopolis sotto Augusto nel 10 a.C., il quale lo volle a Campo Marzio per usarlo come Gnomone dell'orologio solare, l'asta la cui ombra indicava l'ora. Dopo il IX secolo, a causa della sua caduta, fu restaurato e portato in piazza Montecitorio ad opera di Giovanni Antinori (1792), che ne ripristinò la funzione iniziale: la cava sfera bronzea, con il simbolo papale, era attraversata dal raggio del sole, a cui corrispondeva contemporaneamente sulla piazza l'ora, contrassegnata da appositi listelli inseriti nella pavimentazione.
La storia del palazzo è alquanto travagliata. Anche il nome è di origine incerta: c'è chi ritiene che in epoca romana vi si svolgessero le assemblee elettorali (da cui"mons citatorius"); per altri il nome del luogo deriva dal fatto che vi venivano scaricati i materiali di risulta della bonifica del vicino Campo Marzio ("mons acceptorius"). L'attuale palazzo, che prese il posto di un preesistente gruppo di casupole, fu commissionato da papa Innocenzo X al Bernini come futura dimora della famiglia Ludovisi.
L'architetto, uno dei maggiori interpreti del Barocco romano, realizzò un edificio che, sia nella struttura che nelle decorazioni, si adattava alla morfologia del territorio. La facciata del palazzo, lievemente curva, segue l'andamento della collina artificiale e gli elementi di pietra appena sbozzata, dai quali fuoriescono foglie e rametti spezzati, simulano un edificio costruito nella viva roccia.
Morto Innocenzo X nel 1655, i lavori furono interrotti per mancanza di fondi e non furono ripresi se non oltre trent'anni dopo per volontà di un altro pontefice dallo stesso nome (Innocenzo XII), che dapprima intendeva destinare il palazzo a ospizio per i poveri e poi decise di installarvi la Curia apostolica (i tribunali pontifici).
Il triplice portale è sormontato da una vela con l'orologio, corredata di tre campane, la più grande delle quali, che ora suona solo in occasione dell'elezione del Presidente della Repubblica, dava il segno dell'inizio delle udienze e la sua precisione nel battere le ore divenne proverbiale a Roma. Tutti i sabati poi il popolo romano accorreva nella piazza per assistere all'estrazione dei numeri del lotto che venivano gridati dal balcone.
Dopo l'unità d'Italia e l'annessione nel 1870 dello Stato pontificio, il trasferimento della capitale a Roma comportò la scelta di sedi adeguate per i massimi organi del Regno. Per la Camera dei deputati, scartate altre soluzioni, fra le quali il Campidoglio e palazzo Venezia, la scelta cadde su Montecitorio e furono avviati con grande rapidità i lavori per adattare il vecchio palazzo alle nuove esigenze e fu ampliato nel 1919 con l'aggiunta del nuovo edificio verso Piazza del Parlamento.

Piazza Colonna e palazzo Chigi

Il nome deriva dalla colonna di Marco Aurelio che svetta in posizione centrale. Cuore della città pontificia fino all'800, deve il fiorire di monumenti alla sua posizione nevralgica, quale crocevia di due strade percorse da pellegrini e visitatori, una che congiungeva porta Salaria a ponte Sant’ Angelo e l'altra che univa porta del Popolo al Campidoglio. Alla fine del '500 per volere di Sisto V furono sostituite le preesistenti abitazioni con palazzi nobiliari, alcuni dei quali assunsero successivamente funzioni statali, come l'ottocentesco Palazzo Wedekind, sede della direzione delle poste pontificie. Sulla piazza vennero aperti numerosi caffè, sempre affollati, e si tennero concerti, tanto da far diventare lo slargo uno dei luoghi di svago della capitale. Il piano regolatore del 1873 comportò delle modifiche all'aspetto urbanistico, previste per l'ampliamento del Corso: palazzo Boncompagni Piombino fu sostituito tra il 1915 ed il 1922 dalla Galleria Colonna, realizzata sul modello ottocentesco di quelle similari di Milano e Napoli. Sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri dal 1961, fu costruito nell'arco di più di un secolo.
Progettato nel 1562 da Giacomo della Porta nel rispetto dei rigidi canoni controriformisti ed ultimato nel 1630 nel periodo barocco. Il palazzo fu iniziato dalla famiglia Aldobrandini ed ampliato dai Chigi, nuovi proprietari, che vi aggiunsero il cortile e lo scalone nel secolo seguente, sotto il pontificato di Alessandro VII Chigi.
Nel settecento furono realizzati nuovi interventi: il portale che si apriva su piazza Colonna, la decorazione degli ambienti interni e la fontana nel cortile con lo stemma della famiglia Chigi Della Rovere, che vi abitò fino al 1917, quando il palazzo fu acquistato dallo Stato per il Ministero delle Colonie.

ricordo della passeggiata

 

Sergio Natalizia - 2010

 
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