per la Suburra - Laboratorio Roma

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per la Suburra

le mie passeggiate

per la Suburra
una passeggiata nella nostalgia

con Santina, Bruno e Maria Grazia, Carlo e Maria, Filippo e Carmelita, Marco e Aurora, Massimo e Paola, Pio e Annalucia, Maurizio e Marilena, Sandro e Paola, Mauro, Paolo

 21 ottobre 2007

E’ una passeggiata che attraversa un'area compresa all'interno dei Rioni Monti ed Esquilino: è il quartiere più antico di Roma e vi si trovano testimonianze dell'epoca romana, medioevale, rinascimentale, barocca, una successione di stili che copre 2500 anni di storia. Questa zona a nord est del Foro romano, racchiusa tra Quirinale, Viminale ed Esquilino, si formò come borgo suburbano della primitiva città sorta sul Palatino. Qui sorsero infatti il quartiere delle Carinae, posto su di un'altura e di natura aristocratica e residenziale, e quello della Subura, situata più in basso e spiccatamente popolare. A metà del VI secolo l'area venne inclusa da Servio Tullio tra le quattro regioni cittadine: Palatina, Collina, Suburana ed Esquilina. La Suburra,  il cui nome ha la stessa origine del termine suburbium, cioè sottostante alla città, fuori dell'urbs, l'originale insediamento patrizio sul Palatino, costituiva la parte più popolare di Roma antica: un dedalo di viuzze, botteghe, mercati, catapecchie. abitato in prevalenza da famiglie plebee, gladiatori e cortigiane. E' la zona più autentica dell'Urbe, ma anche il luogo delle contraddizioni sociali e umane della capitale dell'Impero, affollatissima, sporca, rumorosa e soprattutto pericolosa, anche a causa dei numerosi incendi e crolli che spesso interessavano le insulae, edifici alti fino a cinque piani dove un numero illimitato di famiglie plebee vive ammassato in appartamenti in affitto, nel chiasso di rumori e colori. Nella Subura si trovavano i bordelli più malfamati, le bettole e le locande più insicure e secondo la tradizione vi si recava Nerone travestito per saggiare gli umori del popolo, e Messalina, in incognito, alla ricerca di trasgressione. Tuttavia la Subura non era solo un luogo di ambigua fama, ma era ricca di santuari di devozione popolare, aveva dato i natali a Giulio Cesare, ed era importante per gli intellettuali perchè vi operavano gruppi di schiavi esperti nella scrittura, che per conto dei loro padroni copiavano e vendevano su ordinazione le opere letterarie latine e greche. Nel periodo imperiale iniziò una modifica sostanziale di parte dell'area che, nella parte meridionale, lasciò il posto ai grandi Fori imperiali e, in quella più alta, vide moltiplicarsi le grandi residenze aristocratiche. Il medioevo  vide una forte contrazione della popolazione, trasferitasi in gran parte nell'area dell'ansa del Tevere, tuttavia la zona, posta lungo l'itinerario percorso dai pellegrini per raggiungere San Giovanni in Laterano, continuò ad avere un ruolo nella vita cittadina; inoltre in tale periodo si aggiunsero diversi palazzi e torri delle famiglie aristocratiche, alcune tuttora conservate, poi sostanziali mutamenti avvennero sotto Sisto V (1585/1590), che fece realizzare l'acquedotto Felice, via Panisperna e la sistemazione di via dei Serpenti, cui seguì una sostanziale conservazione del tessuto urbano del quartiere fino all'unità d'Italia quando si ebbe l'apertura di via Cavour e di via degli Annibaldi. Stretta tra i grandi sventramenti e i rinnovamenti di Roma Capitale, la zona riuscì a conservare la sua secolare impostazione urbanistica e la sua natura popolare, caratteristica che in gran parte continua a mantenere ancora oggi: un tessuto urbano composto da palazzi di varie epoche, dove si aprono botteghe artigiane, ristoranti, locali, gallerie d'arte, iniziative culturali di ogni tipo. L'antica Subura romana, oggi Suburra è amata dai romani non solo perchè ha in gran parte conservato luoghi ed angoli della sua storia, ma anche perchè continua a mostrare la sua romanità nel linguaggio, nelle abitudini, nei modi, nei mestieri. La Roma che noi amiamo e che desideriamo tutti amino.

Largo Gaetana Agnesi - via del Colosseo
Da largo Gaetana Agnesi, una terrazza dalla quale ci si affaccia sui complessi monumentali del Palatino, ci si immette in via del Colosseo, una di quelle vie che penetrano del tessuto della vecchia Roma sopravvissuto agli sventramenti otto-novecenteschi. All'incrocio con via del Cardello si incontra la chiesa di S. Maria ad Nives, anticamente dedicata a S. Andrea de Portugallo e che cambiò nome quando passò alla confraternita di S. Maria della Neve; la chiesa ha una facciata tardo barocca attribuita a Carlo Fontana, navata unica ornata di pitture del seicento e del settecento. Su via del Colosseo domina il muro di cinta e la mole di Palazzo Rivaldi, già Villa Silvestri. Il palazzo venne costruito da Antonio Sangallo il Giovane per Eurialo Silvestri da Cingoli, gentiluomo di camera di Papa Paolo III nella metà del Cinquecento. Per normale successione passò ai nipoti, Orazio ed Alessandro Silvestri nel 1568, che lo rivendettero al Cardinal Alessandro dè Medici, divenuto successivamente papa Leone XI. Dopo il passaggio di proprietà dai Silvestri ai Medici, vennero apportate sostanziali modifiche, con l'ampliamento del giardino e sistemazione a terrazza, comprendente statue, fontane e ninfei. Dal 1626 il palazzo passò nelle proprietà del Cardinal Emanuele Pio di Savoia, e successivamente, nel 1662, venne ceduto all'Istituto del Padre Gravita, poi Pio Istituto Rivaldi. A causa della nuova sistemazione urbanistica occorsa negli anni Trenta per l'apertura di via dei Fori Imperiali, buona parte del giardino, che lambiva le strutture della Basilica di Massenzio, venne distrutta per il taglio della collina Velia per il passaggio della nuova arteria urbana. All'interno sono conservate decorazioni ad affresco ed alcune sale con soffitti lignei intagliati con stemmi nobiliari e decorazioni grottesche, mentre nella parte residua del giardino restano fontane, ninfei e statue. Le condizioni di degrado dell'edificio e del giardino, causate dall’incuria di molti decenni, hanno imposto l’avvio di opere di restauro sul complesso. Il complesso una volta riqualificato, verrà utilizzato come sede di spazi espositivi e museali per la zona archeologica e verrà dotato di moderne strutture di ricevimento.

Largo Corrado Ricci - via Tor dei Conti - via Madonna dei Monti
Largo Corrado Ricci è il frutto degli sventramenti operati nel ventennio fascista che hanno lasciato dell'originario quartiere soltanto la Torre dei Conti. Tipico esempio di torre-abitazione fu fatta erigere da Innocenzo III per la sua famiglia, i conti di Segni. Nel Medioevo questa torre era conosciuta per la sua maestosità anche con il nome di Torre Maggiore: infatti i resti che oggi vediamo costituiscono soltanto il basamento della torre stessa, che in origine doveva superare i 50-60 metri. A ridurla allo stato attuale furono alcuni terremoti, in particolare quelli del 1328; restaurata nel quattrocento, subì altri crolli, di cui l'ultimo nel 1664, che fece definitivamente rovinare le parti ricostruite. Sulla base della torre vi è un'antica iscrizione che vanta davanti ai romani la maestosità del fortilizio. I lavori eseguiti nel 1883 per l'apertura di via Cavour e nel 1933 per via dell'Impero (oggi via dei Fori Imperiali) hanno determinato l'isolamento della torre, che mantiene nonostante tutto un aspetto poderoso e reverenziale, anche se la precedente collocazione in un dedalo di viuzze doveva renderla ancora più maestosa.  Passando per via delle Carrette si giunge a via Tor de' Conti, dove si incontra la chiesa dei Ss. Quirico e Giulitta, l'unica nell'area a non essere coinvolta nelle demolizioni del XX secolo. La chiesa, le cui origini si fanno risalire per tradizione ai tempi di papa Vigilio (535-445), era inizialmente dedicata ai Ss. Stefano e Lorenzo; successivamente fu intitolata al piccolo Quirico, martirizzato insieme alla madre Giulitta durante la persecuzione di Diocleziano. Nel XII fu costruito il campanile e successivamente l'interno ebbe forme gotiche ancora esistenti. Nel 1584 fu modificato l'orientamento della chiesa, cosicché il portale quattrocentesco di Baccio Pontelli fu sistemato in luogo della vecchia abside. Un definitivo intervento si ebbe dal 1728 al 1734 e si concluse con la realizzazione della facciata del Raguzzini. L'interno della chiesa è a navata unica e dal corridoio a destra dell'abside si scende al livello della chiesa medioevale, quattro metri più basso rispetto al piano attuale della chiesa, con due piccole absidi affrescate.  Tornando indietro ci si immette in via Madonna dei Monti, che ripercorre all'incirca l'antico tracciato dell'Argiletum, la via che attraversava la Suburra e si immetteva nel Foro romano. In questo tratto di strada si susseguono numerosi edifici del seicento e del settecento.

 
 

All'angolo con via dei Neofiti si trova la chiesa di S. Salvatore ai Monti  che durante il sacco di Roma del 1527, fu interamente distrutta; ricostruita successivamente, è stata oggetto di successivi restauri fino all'ultimo del 1904; oggi è chiusa. La facciata è a capanna ed è ornata da un campanile a vela ed impreziosita da un portale cinquecentesco. Subito a fianco della chiesa si trova il seicentesco Collegio dei Catecumeni e dei Neofiti, destinato all'educazione dei convertiti da altre fedi. Nel collegio, che fu chiuso alla fine del XVIII secolo, si insegnava latino, greco, ebraico, filosofia; oggi è sede del dipartimento di Arti, Musica e Spettacolo dell'Università "La Sapienza". All'angolo si trova un'edicola in marmo nella quale è raffigurata la Madonna con il bambino tra i Ss. Stefano e Lorenzo.

piazza Madonna ai Monti - S. Maria ai Monti

Siamo così giunti ad una delle chiese più rappresentative del Rione Monti, la chiesa di S. Maria ai Monti, più nota come Madonna dei Monti. La chiesa si trova sul luogo dove, un tempo, sorgeva un monastero di clarisse, poi trasformato in case di abitazione. Un giorno di aprile del 1579 l'edificio fu interessato da numerose scosse, simili ad un terremoto, e tutti gli abitanti pensarono fosse infestato dagli spiriti:  si udì anche una voce che pregava di non far male al bambino: a parlare era stata un affresco rappresentante la Vergine con il Bambino, rinvenuto in una cavità di un muro. La notizia, naturalmente, si sparse per tutta Roma, richiamando un gran numero di persone; iniziarono a verificarsi guarigioni miracolose. Il ripetersi dei miracoli e la gran folla che ogni giorno si accalcava dinanzi alla casa convinsero papa Gregorio XIII a dare l'assenso alla costruzione della chiesa. Progettata da Giacomo Della Porta nel 1580, la chiesa si presenta con una facciata assai armonica a due ordini che replica il modulo utilizzato per la chiesa del Gesù, ed un portale classico con loggia superiore colonnata: il tutto è chiuso da un timpano, sovrastato dall'emblema rionale (i tre monti) che sorregge una Croce. L'interno è a croce latina ed a navata unica, nella quale si aprono alcune cappelle laterali. La volta è affrescata con l'Ascensione, angeli e dottori della Chiesa di Cristoforo Casolari del 1620, mentre l'altare maggiore, opera del Della Porta, è costituito da una edicola sormontata dalle statue del Salvatore tra Angeli e contenente la miracolosa immagine della Vergine con il Bambino più conosciuta come Madonna dei Monti, alla quale si deve l'edificazione della chiesa. La cupola è ottagonale e poggia su un alto tamburo pure ottagonale nel quale si aprono alte finestre.

lungo via Urbana

Prendendo via degli Zingari, che ricorda come una volta nella zona soggiornassero gli zingari che transitavano per Roma, subito sulla destra si entra in via dell'Angeletto, il cui nome deriva da un'osteria la cui insegna era un piccolo angelo; da qui si percorre via Leonina, che deve il suo nome al fatto che ad aprirla deve essere stato uno dei papi di nome Leone; la via è interrotta a metà da una scalinata che prende il nome dalla salita dei Borgia e nella sua parte finale si apre in piazza della Suburra, un contesto totalmente modificato rispetto a quello originale dalla edificazione della stazione della metropolitana e da edifici contemporanei. E' in questa piazza comunque che sopravvive il nome del quartiere, in una colonna addossata ad un palazzo, che reca il nome Subura, anche se questa piazza non era sicuramente il centro dell'antica Subura, ma era l'incrocio di due strade, il vicus Patricius (via Urbana), e vicus Cyprius (via Leonina).
Da piazza della Suburra ha inizio via Urbana, il ramo dell'Argiletum che saliva all'Esquilino. Mantenne la denominazione di vico Patricio risalente all'età romana (vicus Patricius) fino al tempo di Urbano VIII, sotto il quale si procedette alla sistemazione di parte della via, già modificata nel tratto verso Santa Maria Maggiore da Sisto V durante la recinzione della sua villa. Oggi la via percorre l'avvallamento tra via Nazionale e via Cavour, alla quale è collegata da scalette e lungo il suo percorso si incontrano alcuni palazzi settecenteschi e tre importanti chiese. Lungo la via, sulla destra , si incontra la chiesa di S. Lorenzo in Fonte, così chiamata per la presenza nei suo sotterranei di un antico pozzo, oppure perchè qui dovevano trovarsi delle terme romane. Originariamente la chiesa era dedicata ai due santi Lorenzo ed Ippolito; S. Lorenzo qui tenuto prigioniero, battezzò con l'acqua del pozzo il suo carceriere Ippolito che diventò cristiano. La chiesa venne costruita sulle strutture di una chiesa medievale a sua volta costruita utilizzando alcuni ambienti di un edificio del III secolo.  La facciata della chiesa ha un portale cinquecentesco e conserva in due nicchie le immagini ad affresco dei due santi titolari. La sommità è chiusa da un timpano e presenta sulla destra un campanile a vela. L'interno è a navata unica con volta a botte e tre cappelle laterali,: sul pavimento è scolpita la graticola di S. Lorenzo. La parte più importante  dell'edificio è quella formata da un pozzo posto sotto l'abside dove la tradizione vuole che sia stata la prigione di San Lorenzo.
Proseguendo per via Urbana si sale verso il Viminale tra edifici per lo più settecenteschi; all'incrocio con via Panisperna si trovano il convento e la chiesa del Bambin Gesù. Il convento, voluto dalle oblate del Bambin Gesù è opera settecentesca di Alessandro Specchi, mente la chiesa venne completata nel 1736 da Ferdinando Fuga. La facciata è inquadrata da gruppi di paraste ed il portale è sormontato da un finestrone; l'interno è a croce greca ed al centro si eleva una cupola impostata su un tiburio cilindrico.

S. Pudenziana

Al temine di via Urbana, sulla sinistra, si trova la chiesa di S. Pudenziana. Secondo la tradizione, la chiesa, una delle prime di Roma, fu costruita sotto papa Pio I nel 145 d.C., sul luogo dove sorgeva la casa del senatore Pudente, trasformata in luogo di culto cristiano, dove S. Pietro, secondo la tradizione, soggiornò e battezzò le due figlie di Pudente, Prassede e Pudenziana. In seguito le due sorelle, durante la persecuzione di Antonino Pio, si dedicarono alla cura e alla sepoltura dei martiri cristiani, un'attività che causò il loro martirio. La chiesa di S. Pudenziana fu costruita sfruttando uno dei locali delle Terme di Novato (fratello di Prassede e Pudenziana), come sembrano confermare i resti di un edificio termale e di una casa signorile del II e del I secolo a.C. rinvenute sotto la chiesa. S. Pudenziana fu rifatta dalle fondamenta ai tempi di papa Siricio e di quell'epoca è anche il mosaico dell'abside. La basilica subì vari restauri e ampliamenti: sotto Gregorio VII nell'XI secolo, sotto Innocenzo III (1199), in occasione del quale avvenne anche la costruzione del campanile romanico a cinque piani. L'interno della chiesa testimonia le vicende che hanno portato alla trasformazione della originale sala termale in basilica paleocristiana. La navata centrale è scandita da sette arcate e coperta dalla volta a botte. Lungo ciò che resta della navata sinistra è possibile notare una serie di epigrafi di varie epoche; in questa navata è posizionato anche il pozzo dove la leggenda narra che s. Prassede e s. Pudenziana abbiano seppellito le salme di circa tremila martiri delle persecuzioni imperiali. Il presbiterio della chiesa è sovrastato dal mosaico del catino absidale che raffigura Cristo nell'atto di insegnare la dottrina agli Apostoli; ai suoi lati, due figure femminili (interpretate o come le personificazioni delle due componenti, pagana e giudaica, della comunità cristiana delle origini, o, più semplicemente, come s. Prassede e s. Pudenziana) incoronano S. Paolo e S. Pietro. Alle spalle del Cristo è un'imponente croce gemmata, avente ai lati i Simboli degli Evangelisti. Attraverso una porta situata all'angolo sinistro della Cappella Caetani, si raggiungono i sotterranei, circa 9 metri sotto il livello di pavimentazione della basilica. In uno degli ambienti ipogei si conserva un affresco databile del IX secolo, raffigurante S. Pietro tra S. Prassede e S. Pudenziana.

 
 

S. Maria Maggiore

Lasciata S. Pudenziana si percorre via Urbana in direzione di piazza dell'Esquilino: la piazza è dominata dalla presenza dell'abside di S. Maria Maggiore e da quella dell'obelisco Esquilino. La sistemazione della piazza  si deve a papa Sisto V e risulta dall'unione delle due antichissime piazzette del Pozzo Roncone e delle Case d'Orlando; qui il pontefice fece erigere un obelisco di granito, alto 14,75 metri, privo di geroglifici, quindi non databile e d'ignota provenienza. Di rilievo la scalinata di accesso all'abside della basilica.
La Basilica di S. Maria Maggiore è detta anche "Liberiana" dalla leggenda che tradizionalmente la collega a papa Liberio e secondo la quale, nel 352, il pontefice sognò la Madonna che gli indicava di costruire una chiesa là dove avesse trovato la neve. Quando il mattino del 5 agosto, nel mezzo dell'estate romana, nevicò sull'Esquilino, il papa obbedì e fece costruire la chiesa detta S. Maria della Neve. In realtà di questa chiesa non vi è nessun resto materiale, tanto che la si crede mai esistita o forse molto piccola, situata nei pressi della basilica attuale. S. Maria Maggiore fu costruita da Sisto III (432-440) per celebrare Maria "madre di Dio", secondo quanto proclamato dal concilio di Efeso nel 431. La basilica assunse anche il nome di Sancta Maria ad praesepe perchè per onorare e celebrare meglio la Vergine Maria si trasferirono qui alcune reliquie della grotta di Betlemme. La basilica si ingrandì nel XIII secolo con Niccolò IV che fece ricostruire più arretrata l'abside, arricchita di mosaici, e creare una nuova facciata con i mosaici di Filippo Risuti. I successivi cambiamenti avvennero nel XV secolo, quando il cardinale d'Estouteville fece coprire con volte le navate laterali ed aprire le due porte laterali; nel 1500 Alessandro VI, ancora cardinale, fece completare il soffitto a cassettoni, opera di Giuliano da Sangallo, con il primo oro arrivato dall'America appena scoperta, dono dei re cattolici Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia; inoltre, nel XVII secolo Clemente X incaricò Carlo Rainaldi di curare la parte absidale, anche se in questa occasione furono distrutti i mosaici che ornavano la calotta esterna dell'abside duecentesca. Benedetto XIV, nel 1743, commissionò a Ferdinando Fuga la facciata attuale con la loggia delle benedizioni. La facciata odierna, preceduta da un'ampia scalinata e racchiusa tra due palazzi gemelli è costituita da un portico a cinque ingressi con 8 colonne antiche sostenenti una trabeazione sulla quale vi sono due timpani triangolari ed uno centrale curvilineo, ornati da angioletti con al centro le statue della Verginità e dell'Umiltà. Sopra il portico è situata una loggia a tre arcate scandite da 6 colonne e conclusa da una balaustra con statue di Santi, pontefici e la statua centrale della Madonna con il bambino Gesù. Sotto il portico, al centro vi è una porta del 1937 con rilievi bronzei raffiguranti l'incarnazione, mentre a sinistra è situata la Porta Santa. L'interno della chiesa, lungo 85 metri, è a tre navate scandite da 42 colonne con capitelli ionici e moderni. Il mosaico absidale, eseguito da Jacopo Torriti nel 1295 su commissione di Niccolò IV e Giacomo Colonna, rappresenta sullo sfondo del firmamento Cristo e la Vergine; il Figlio con una mano incorona la Madre. Il campanile, il più alto di Roma (75 metri), fu costruito nel 1370 per volontà di Gregorio XI, anche se fu portato a termine quasi un secolo dopo. Sulla piazza antistante l'ingresso della basilica, in piazza S. Maria Maggiore, sorge l'unica colonna di marmo rinvenuta integra nella basilica di Massenzio e che sorreggeva, insieme ad altre sette, la grandiosa volta centrale. La Colonna della Pace fu eretta da Carlo Maderno nel 1615 per volontà di Paolo V, il quale volle porvi sopra la statua bronzea della Vergine con Bambino.   Alla base dell'obelisco si trova la fontana realizzata da Carlo Maderno con la collaborazione di Gaspare de’ Vecchi su commissione del pontefice Paolo V. La  fontana è costituita da una grossa vasca di travertino, rialzata dal livello stradale per mezzo di quattro alti gradini di graniglia e un forte gradone che la elevano di circa due metri. Al centro della vasca, sollevato su un balaustro, s’innalza un catino circolare dal quale si diparte lo zampillo d’acqua.

 
 
 
 

S. Prassede

LasciataProcedendo su via Liberiana ed oltrepassando l'incrocio con via Paolina e poi via dell'Olmata, ci si immette in via di S. Prassede, dove si trova l'ingresso laterale dell'omonima basilica, che attualmente sostituisce l'originale su via di S. Martino ai Monti. La chiesa prende il nome dalla Santa Prassede, sorella di Santa Pudenziana e figlia del senatore romano Pudente, discepolo di S. Paolo. Un'antica tradizione narra che Prassede e Pudenziana sarebbero state uccise perché dedite a dare sepoltura ai martiri delle persecuzioni di Antonino Pio nei pozzi situati nel vasto terreno di proprietà del padre. La chiesa, fondata nel IX secolo da papa Pasquale I sull'antico titulus Praxaedis della fine del V secolo, subì vari restauri nei secoli XV, XVII e XIX, che ne alterarono il primitivo carattere. Tuttavia l'edificio conserva ancora la struttura medioevale nel protiro di accesso che immette da via S. Martino ai Monti, in un cortile nel quale si erge la facciata in mattoni della chiesa, secondo il disegno originale voluto da Pasquale I. Il cortile conserva i resti di un colonnato con capitelli corinzi appartenuto probabilmente alla basilica del V secolo. L'interno era costituito da tre navate divise originariamente da 12 colonne ; quindi sei di queste furono ridotte a pilastri, ai quali si appoggiano archi trasversali nelle navate minori. Nel centro del rifatto pavimento un disco di porfido ricopre il pozzo nel quale la santa raccolse i resti ed il sangue dei martiri: si parla di diverse migliaia e proprio per questo la chiesa è una delle più venerate di Roma. Artisti bizantini decorarono la chiesa di mosaici dorati. Nell'abside S. Prassede e S. Pudenziana stanno ai lati di Cristo, circondate dal paterno abbraccio di S. Paolo e S. Pietro. Nella cripta, all'interno di due sarcofagi, sono contenute le reliquie delle due Sante. A metà della navata destra si trova la Cappella di S. Zenone, uno dei più importanti monumenti bizantini in Roma, eretta da Pasquale I come mausoleo della madre Teodora. I mosaici rappresentano le figure del Cristo, della Madonna, di S. Prassede e dell'episcopa Teodora con il nimbo quadrato dei viventi. Nella nicchia sopra l'altare vi è la raffigurazione, a mosaico, della Madonna con il Bambino. In una nicchia a destra dell’ingresso è custodita una colonna portata a Roma da Gerusalemme dal cardinale Giovanni Colonna nel 1223: la tradizione vuole che sia un frammento della colonna alla quale fu legato Gesù per essere flagellato.

piazza S. Martino ai Monti e via in Selci

Uscendo da S. Prassede, dopo aver percorso via di S. Martino ai Monti, si giunge a piazza S. Martino ai Monti, presso l'abside romanica ed ìi portale cinquecentesco della basilica omonima. Qui si ergono la Torre dei Capocci e la torre dei Graziani, edificate con laterizi romani provenienti dalle vicine terme di Traiano. La Torre dei Capocci  fu costruita dalla famiglia degli Arcioni e solo successivamente passò ai Capocci, una nobile famiglia di origine viterbese. Questi eressero intorno alla torre una serie di abitazioni, non più esistenti, che fecero dell'edificio una sorta di cittadella fortificata. La torre, alta 36 metri, è a base quadrata, presenta finestrelle incorniciate nel travertino ed è costituita da sette piani, oltre al piano terra e al terrazzo: qui un parapetto in muratura, orlato da cinque merli pieni per lato, sbuca il vano di uscita della scala interna. La Torre dei Graziani, situata di fronte alla Torre dei Capocci, fu edificata dalla famiglia dei Cerroni tra il XII e il XIII secolo e divenne in seguito proprietà dei Graziani che vi abitarono fino al Quattrocento. La torre presenta una pianta rettangolare: la parte inferiore, più grande, è separata da una risega dalla parte superiore; la torre è provvista di coronamento a merli pieni, sei sui lati lunghi e cinque su quelli corti. La chiesa di S. Martino ai Monti, la cui facciata principale è in via di Monte Oppio, fu fondata da papa Silvestro I: inizialmente era un grande oratorio in onore di tutti i martiri ignoti, ancora visibile nei sotterranei della chiesa. La successiva dedica a S. Martino di Tours arrivò alla fine del V secolo in occasione dell'edificazione della chiesa vera e propria da parte di papa Simmaco, che ne fece innalzare il livello, tanto che il primitivo oratorio rimase sotterraneo. La chiesa fu ampiamente ristrutturata durante il pontificato di Sergio II e di Leone IV, ma fu nel 1636 che l'edificio subì un radicale rinnovamento: i lavori si protrassero fino al 1667, quando fu eretta la facciata attuale, a due ordini con lesene e grande timpano, sopraelevata rispetto alla precedente e per questo motivo vi fu aggiunta l'attuale breve gradinata. Ai lati del portale centrale vi sono due bassorilievi con le figure di S. Silvestro e di S. Martino. In questa occasione fu anche la piccola torre campanaria a vela situata sopra l'abside e l'ingresso posteriore. L'interno è a tre navate divise da 24 colonne, provenienti dall'antica basilica del V secolo, con capitelli compositi sui quali poggia l'architrave. Sull'altare maggiore vi sono collocati un tabernacolo e candelabri opera dei Belli; accanto all'altare vi è l'accesso alla cripta dove vi è conservato un affresco del IX secolo con immagini di santi e della Croce gemmata e un'effigie di S. Silvestro in un mosaico del VI secolo.

Via in Selci prende il nome dagli antichi silices  di lastricato romano ritrovati durante un restauro in questa zona intorno all'anno Mille: probabilmente sono tracce dell'antichissimo clivus Suburanus, che nella parte iniziale ricalcava esattamente via in Selci, proseguiva fino alla Porta Esquilina e di lì, forse già con il nome di via Labicana, fino alla Porta Maggiore. Lungo la via è situato il complesso del monastero e della chiesa di S. Lucia in Selci, risalente ai tempi di papa Simmaco (V secolo), restaurata da Onorio I e da Leone III. La chiesa fu officiata dai padri Certosini per passare alle suore Agostiniane nel 1604 e da allora la chiesa assunse l'aspetto attuale ad opera di Carlo Maderno che la restaurò completamente in stile barocco. All'interno è situato anche un bellissimo altare ritenuto fra le prime opere del Borromini. Annesso alla chiesa vi è il monastero: tutto l'edificio è caratterizzato da alte mura in laterizi dove si aprono finestre a cornice semplice e arcate su pilastri. Nell'androne del monastero si trova ancora un'antica "rota" che secondo alcuni aveva la stessa funzione della corrispondente "ruota degli esposti" situata all'Ospedale di S. Spirito, ma forse poteva essere usata per consegnare cibo e altri generi di prima necessità alle monache di clausura del convento. Alla fine di via in Selci , alla confluenza con largo Visconti Venosta, si affaccia la chiesa dei Ss. Gioacchino ed Anna: progettata da Francesco Fiori, ha una facciata suddivisa da lesene sormontate da un doppio timpano ed un interno a croce greca. Si ritiene che la chiesa sorga sul luogo dove, in età romana, si trovasse il tempio ed il bosco sacro di Giunone regina, protettrice delle partorienti.

piazza S. Pietro in Vincoli

A lato della chiesa dei Ss. Gioacchino ed Anna , passando per via Monte Polacco, ci si immette in via delle Sette Sale per arrivare infine a piazza S. Pietro in Vincoli, dove si trova l'omonima basilica. S. Pietro in Vincoli deve il suo nome alle catene o vincoli che, secondo la tradizione, furono utilizzate per legare S. Pietro durante la sua prigionia nel carcere Mamertino. Nel V secolo l'imperatrice Eudossia di Teodosio ebbe in dono queste catene durante un viaggio a Costantinopoli: l'imperatrice le inviò alla figlia, Eudossia anch'essa, che le consegnò personalmente a papa Leone I. Questi, però, un pò dubbioso dell'autenticità delle catene, volle mostrare alla pia donna le catene già in possesso della Chiesa, ritrovate da S.Balbina, la figlia di Quirino, il carceriere battezzato da S.Pietro durante la prigionia nel carcere Mamertino. Le due catene, giunte a contatto, si fusero miracolosamente e nulla poté più disgiungerle. In memoria di questo fatto fu edificata, nell'anno 442, la chiesa di S. Pietro in Vincoli: le catene sono ancora qui, esposte sotto l'altare. La chiesa venne più volte restaurata, da papa Adriano nel 790 circa, da Sisto IV e da Giulio II. L'ingresso della basilica è preceduto da un portico a cinque colonne del Quattrocento; l'interno è a tre navate divise da colonne a capitello dorico. La chiesa conserva insigni memorie artistiche, ma senza alcun dubbio il capolavoro più famoso è il Mosè di Michelangelo, che era destinato ad ornare la tomba di Giulio II. Quando la tomba gli fu commissionata, nel 1505, Michelangelo trascorse otto mesi a Carrara alla ricerca di blocchi di marmo perfetti, ma, al suo ritorno, il papa aveva spostato il suo interesse al rifacimento di S. Pietro e, quindi, il progetto venne accantonato. Dopo la morte del papa, nel 1513, Michelangelo riprese il lavoro alla tomba, ma completò solo il Mosè prima che papa Paolo III lo convincesse a lavorare al Giudizio Universale nella Cappella Sistina. La tomba fu terminata dai suoi allievi mentre ad un altro pontefice della famiglia Della Rovere, Giulio II, si devono gli ulteriori interventi che videro la definitiva sistemazione del convento e l'erezione del chiostro, attribuito tradizionalmente a Giuliano da Sangallo.

salita dei Borgia e piazza S. Francesco di Paola

Tornati sulla piazza a destra vi è un arco sotto il quale si trovano delle scale : si tratta della salita dei Borgia che passa sotto l'arco del palazzo omonimo. La piazza prende il nome dall'omonima chiesa dedicata al santo fondatore dell'ordine dei Minimi (1416-1507). La piazza e la gradinata  "salita dei Borgia" formano uno dei più suggestivi angoli di Roma, insieme a quella colonna votiva sormontata da una croce, quasi a rendere l'ambiente più simile ad un chiostro senza colonne che ad una piazza del centro di Roma. L'omonima via, che scende dalla piazza di S. Pietro in Vincoli fino a via Cavour in una scenografica scalinata, corrisponde agli antichi "Vicus Virbius" e "Vicus Sceleratus", cosi chiamato perché, secondo la leggenda, Tullia sarebbe passata col cocchio sopra il cadavere del padre, il re Servio Tullio. La finestra balconata del secolo XVI appartiene al complesso fortificato di proprietà dei Borgia.  I primi possessori di questo complesso furono i Montanari, poi i Margani e quindi gli Orsini, verso la metà del XV secolo. È in questo periodo che occorre collocare la proprietà Borgia. Nel 1622, infine, il palazzo fu acquistato dai frati del Collegio dei Minimi. La chiesa che dà il nome alla piazza, S. Francesco di Paola è detta "de' Calabresi" perché fondata, insieme all'annesso convento, dal calabrese frà Giovanni Pizzullo della Regina per i suoi frati corregionali e dedicata al santo calabrese Francesco di Paola, fondatore dei Frati Minimi. La chiesa fu costruita tra il 1624 e il 1630 da Orazio Torriani e completata nei primi anni del Settecento. La facciata si presenta a due ordini, quello inferiore di travertino diviso da lesene che inquadrano il portale affiancato da due colonne e sormontato da un timpano triangolare; l'ordine superiore, leggermente arretrato, presenta un finestrone centrale sovrastato da un timpano curvilineo ed un oculo. L'interno si presenta a navata unica con tre cappelle per lato; in due nicchie vi sono conservati due busti di Cristo e della Madonna provenienti dalla demolita chiesa di S. Salvatore ad Tres Imagines (così denominata per le Tre Immagini raffiguranti la Trinità che erano poste sul portale della chiesa) che sorgeva presso la cordonata di S. Pietro in Vincoli. Nel 1884, nell'ambito dei lavori per l'apertura di via Cavour, la chiesa di S. Salvatore fu demolita e il livello stradale notevolmente abbassato, tanto che fu necessario costruire il poderoso muraglione di sostegno che ancora oggi caratterizza la chiesa di S. Francesco da Paola, quasi sospesa in alto con un notevole effetto scenografico. Allorchè il convento subentrò nell'antica dimora fortificata, la torre dei Margani, anche se più nota con il suggestivo nome della famiglia Borgia, fu sopraelevata con una cella campanaria e utilizzata come campanile. La torre, a base quadrata, presenta una cortina in laterizio su tutte le facce con relativi speroni di rinforzo e risale al XII secolo.

lungo via del Fagutale, lo spettacolo finale
Da piazza S. Francesco di Paola, girando attorno alle mura del complesso, si costeggia via del Fagutale dove, incassata tra uno sperone di roccia, la chiesa e mura romane, spunta la Torre degli Annibaldi. Questa torre fu costruita nel 1204 da Pietro Annibaldi, cognato di papa Innocenzo III (1198-1216). L'edificio poggia sul ciglio dell'altura costituita dalla parte terminale del Fagutale, una delle tre cime del colle Esquilino. Nel 1894 fu operato un taglio al Fagutale, reso evidente dall'altissimo muraglione di sostegno, per consentire il passaggio della via degli Annibaldi e fu in questa occasione che venne alla luce un reperto di età romana sul quale la torre stessa poggia: si tratta del cosiddetto Ninfeo di via degli Annibaldi. Gli Annibaldi costruirono ed utilizzarono la torre proprio in contrapposizione alla famiglia antagonista dei Frangipane, che invece avevano la loro roccaforte nell'antistante Colosseo. Ma già dal secolo successivo, con il decadimento della nobile famiglia a favore dei Caetani, la torre entrò a far parte del complesso fortificato di S. Maria in Monasterio. Nel XVI secolo la chiesa-castello cadde in rovina e la Torre passò ai Maroniti, tuttora proprietari dell'edificio. Questa torre era tristemente nota nel Medioevo perchè qui venivano inchiodate le mani dei ladri, soprattutto di quelli colpevoli di aver trafugato oggetti preziosi dalle chiese.
Poi, appare nuovamente lo spettacolo dell'area monumentale del Colosseo e dei Fori, una vista che fa chiudere questo itinerario nella nostalgia della vecchia Roma, una passeggiata in uno dei suoi quartieri più ricchi di storia e di tradizioni.


Sergio Natalizia - 2007

 
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