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nella Roma degli Artisti

le mie passeggiate

nella Roma degli Artisti

con Santina,  Massimo e Teresa, Mauro e Marcella, Marco e Aurora, Pio e Annalucia, Riccardo e Marilena, Umberto e Rosanna

 25 maggio 2008

Una passeggiata nella Roma prediletta di artisti e letterati nel periodo che va dalla fine del 500 a tutto l'800, seguendo un itinerario che partendo da una delle più scenografiche piazze di Roma, piazza del Popolo, attraverso via del Babuino e via Margutta, due tra le strade ancora oggi simbolo dell'arte, arriva a Piazza di Spagna, con la sua scalinata, la Barcaccia e Trinità dei Monti. Si  prosegue lungo il Pincio, da cui si può ammirare uno dei panorami  più spettacolari di Roma,  tappa fissa dei turisti e degli innamorati, che vi si trovano soprattutto al tramonto: lo sguardo corre da Monte Mario al Gianicolo, spaziando fino alla cupola michelangiolesca di San Pietro.

una premessa
Il fatto di essere stata realizzata in larga parte durante il Rinascimento, ha conferito alla zona del percorso di questa passeggiata la tradizionale vocazione di buona accoglienza nei confronti degli stranieri e degli artisti, in particolare, che qui trovavano l’ambiente adatto per vivere e lavorare. L’area divenne, dalla fine del cinquecento fino a buona parte dell’ottocento, il punto d’incontro della elite culturale europea. Assetto urbanistico appropriato, presenza di vaste aree verdi movimentate da colli panoramici, presenza di giardini e reperti storici, completavano il quadro, fornendo sfondo, luce ed ispirazione. Dalla fine del cinquecento ma in modo particolare nel secolo successivo, molti artisti, soprattutto pittori, in gran parte incentivati dal mecenatismo di nobili famiglie e di alti prelati, iniziarono a risiedere stabilmente a Roma. Agli inizi dell’Ottocento un contributo determinante fu dato dalle Accademie straniere, soprattutto con il trasferimento a Villa Medici dell’Accademia di Francia nel 1803 e poi, nel 1821, con la fondazione dell’Accademia Britannica. Ancora oggi è vivo il ricordo lasciato dal soggiorno di Keats e Shelley, di Canova e dei suoi allievi, dei Valadier padre e figlio, , solo per citare alcuni tra i letterati ed artisti che qui soggiornarono.

piazza del Popolo
Lo sviluppo della zona di piazza del Popolo è legato alla lunga storia dei pellegrinaggi, in modo particolare dopo il 1300 con l'istituzione dell'Anno Santo, quando intorno a tutte le Basiliche sorsero locande, botteghe, scuderie. Porta Flaminia, l'ingresso nord della città, era un passaggio obbligato per la maggioranza dei pellegrini. All'epoca passare una porta non era semplice: bisognava fare la fila, presentare i documenti, contrattare i dazi. Una volta dentro si desiderava sostare e riposare. Così nel tempo intorno a porta Flaminia sorse un quartiere "turistico" e l'area, che costituisce l'ultima splendida realizzazione voluta dalla Roma dei Papi, fu in qualche modo ideata per impressionare il visitatore, anticipandogli lo splendore della città, in un contesto sacro. L'odierna fisionomia scenografica si è delineata nell'arco di tre secoli e mezzo, dalla ricostruzione di S. Maria del Popolo,  passando per l’elevazione dell’obelisco e la costruzione delle chiese gemelle, fino al riassetto urbanistico neoclassico del Valadier, che progettò all'inizio dell'800 i due grandi emicicli e le rampe che salgono al Pincio. La soluzione ideata rileggeva i canoni barocchi alla luce dei parametri illuministi, legati alla funzionalità e all'utilità sociale, integrando armonicamente l'architettura e la natura, recuperando, nel caso specifico, preesistenze monumentali e creando il primo parco pubblico della città. La porta, attraverso la quale si accede a questo "salotto", è l'antica Porta Flaminia, facente parte delle Mura Aureliane: da qui iniziava (ed inizia ancora oggi) la via Flaminia che si dirigeva al ponte Milvio. L’odierna porta del Popolo  fu commissionata da Pio IV a Michelangelo, ma l’artista, ormai molto anziano, preferì passare l'incarico ad un suo allievo, Nanni di Baccio Bigio, che lo completò tra il 1562 e il 1565 ricalcando il modello dell'arco di trionfo di Tito. All'esterno le statue di San Pietro e San Paolo fiancheggiano l'arco, mentre lo stemma dei Medici le sovrasta. La facciata interna, invece, fu opera del Bernini e fu eseguita in occasione dell'arrivo a Roma, nel 1665, di Cristina di Svezia.  Lo splendore e la maestosità della porta rappresentava il preludio delle bellezze che il visitatore proveniente dal nord avrebbe trovato nella capitale: infatti oltrepassata la porta si accede ad una anticamera urbana tra le più belle del mondo, posta al vertice di un triangolo di vie noto come il Tridente (via del Babuino-via del Corso-via di Ripetta), che costituisce un eccezionale accesso al cuore di Roma. Sull'origine del toponimo della piazza vi sono diverse teorie: anticamente si diceva che il nome derivasse dai numerosi pioppi (in latino populus) che dall'Augusteo si estendevano fin qui, ma probabilmente il toponimo è legato alle antiche origini di S. Maria del Popolo. Nel Medioevo sorse una leggenda secondo la quale, in quel luogo sorgeva il sepolcro familiare dei Domizi, dove era sepolto Nerone, il cui fantasma infestava la zona. Papa Pasquale II, stufo delle voci sul fantasma, per celebrare la liberazione del Santo Sepolcro a opera dei crociati nel 1099,  in quel luogo edificò una chiesa dedicata alla Vergine. Poiché tale chiesa fu costruita a spese del popolo romano, ebbe la denominazione di "S. Maria o Madonna del Popolo", toponimo che passò, poi, alla piazza. Nel 1472 la chiesa fu riedificata da papa Sisto IV Della Rovere, con disegno di Baccio Pontelli e successivamente abbellita al tempo di Alessandro VII, ad opera del Bernini e di Bramante. All'interno lavorarono alle decorazioni numerosi artisti quali Pinturicchio e Raffaello, ma la chiesa è celebre soprattutto per i due capolavori del Caravaggio qui custoditi: "la Crocifissione di San Pietro" e la "Conversione di San Paolo". La facciata in travertino, a due ordini, inquadrata da lesene e coronata dal timpano, fu rielaborata dal Bernini. Accanto alla cupola su tamburo ottagonale s'innalza il campanile in laterizio; la pianta interna è a croce latina suddivisa in tre navate con volta a crociera e altrettante cappelle per lato.

 
 

Al centro della piazza si innalza l'obelisco detto "Flaminio", alto oltre 23 metri. Fu il primo obelisco ad essere trasferito a Roma, al tempo di Augusto, per celebrare la conquista dell'Egitto: inizialmente collocato nel Circo Massimo, venne innalzato in piazza del Popolo, per ordine di Sisto V, nel 1589. Ai suoi piedi si trovava la fontana del Trullo, opera di Giacomo Della Porta, oggi in piazza Nicosia: lo spostamento avvenne, nel XIX secolo, quando la piazza fu trasformata dal Valadier, che le conferì l’attuale scenografia con la forma ovale tra i due vasti emicicli, rivestì S. Maria del Popolo di una struttura neoclassica per adattare la sua facciata al resto della piazza e sostituì la precedente fontana del Trullo con le quattro attuali vasche rotonde di travertino, sormontate da altrettanti leoni di marmo bianco e di stile egizio, dalle cui bocche esce l'acqua a ventaglio. Negli emicicli due esedre ornate da sfingi e, agli estremi, dalle statue delle Stagioni: nel mezzo delle esedre due fontane, una posta sotto il Pincio e costituita dalla Dea Roma attorniata dal Tevere, dall'Aniene e dalla lupa, l'altra, sul lato opposto della piazza, composta da Nettuno fra due Tritoni, entrambe opere di Giovanni Ceccarini. Sul lato sud della piazza, quasi a sentinelle del Tridente, sorgono le due chiese gemelle di S. Maria in Montesanto e di S. Maria dei Miracoli, iniziate dal Rainaldi e terminate dal Bernini e da Carlo Fontana nel 1675 la prima, nel 1678 la seconda. Le facciate delle due chiese rappresentano la testata monumentale del tridente rinascimentale costituito dalla tre vie del Babuino, del Corso e di Ripetta, convergenti sull'obelisco ed indirizzate verso il centro di Roma. L'esigenza urbanistica di realizzare le due chiese fu promossa da Alessandro VII, come sfondo per l'obelisco e scenario teatrale di via del Corso.

Apparentemente gemelle, le due chiese si differenziano notevolmente l'una dall'altra. Furono progettate con lo scopo di creare un punto focale su piazza del Popolo, quindi simmetriche tra loro, ma lo spazio disponibile sul lato sinistro era minore. Rainaldi risolse il problema dotando S. Maria dei Miracoli di una cupola ottagonale e S. Maria in Montesanto di una cupola dodecagonale, schiacciando abilmente quest'ultima nello spazio disponibile. L'illusione ottica, l'ingannevole apparente identità, è data dall'uguale dimensione delle facce dei tamburi di ciascuna cupola, rivolte in direzione della piazza. Anche gli interni risultano diversi, ellittico quello di S. Maria in Montesanto, circolare quello di S. Maria dei Miracoli, eppure le due chiese, viste dalla piazza, per un puro effetto ottico, risultano praticamente uguali.  
S. Maria dei Miracoli deve il suo nome alla miracolosa immagine della Madonna, un tempo posta fuori la porta del Popolo ed alla quale il popolo attribuiva il salvataggio di un bimbo travolto dal Tevere. L'altra chiesa, S. Maria in Montesanto prende il nome invece dalla precedente chiesa dei Carmelitani di Monte Santo, in Sicilia, sul luogo della quale fu costruita: è nota anche per essere la "chiesa degli artisti", legata da tempo al mondo artistico di via del Babuino e via Margutta, e, per esteso, a tutti gli artisti, attori, registi, letterati ecc. di Roma, i funerali dei quali vengono spesso qui celebrati.

 
 
 
 

via del Babuino
Costituisce un rettilineo di oltre mezzo chilometro destinato ad unire Piazza del Popolo a piazza di Spagna. Originariamente il suo nome non era via del Babuino. Nel Quattrocento la strada era suddivisa in due denominazioni: un tratto si chiamava via dell'Orto di Napoli, perché vi risiedeva una colonia di napoletani; un secondo tratto era chiamato via del Cavalletto, perché qui si applicava ai condannati l’omonimo strumento di tortura. Nell'anno 1525 papa Clemente VII diede un volto unitario alla strada che fu detta via Clementina; in seguito, dopo i lavori effettuati da Paolo III intorno al 1540, la strada divenne via Paolina. Nel 1571 fu realizzata una fontana ad uso pubblico sulla cui vasca venne posta una statua raffigurante un Sileno. I Sileni, geni delle sorgenti e delle fontane, erano raffigurati, nell'arte ellenistica, vecchi, obesi, pelosi e così la statua fu battezzata dai romani "er babuino" perché la giudicarono così brutta da paragonarla ad una scimmia. Il Sileno non sarebbe diventato così famoso se il cardinale Dezza, che abitava presso la fontana, non avesse preso l'abitudine, ogni volta che vi passava davanti, di riverire e inchinarsi devotamente. Forse un pò carente di vista, lo aveva scambiato nientemeno che per una statua di S. Girolamo provato dalle penitenze: la statua del babuino divenne  oggetto di manifestazioni satiriche ed un simbolo non solo per la strada a cui diede il nome, ma anche per la stessa città in quanto nel tempo entrò a far parte del gruppo delle "statue parlanti", Pasquino, Madama Lucrezia, Marforio, il Facchino e l'Abate Luigi, cioè le statue utilizzate per esporre messaggi anonimi contenenti satire politiche rivolte al pontefice o ad altri personaggi in vista del momento.
Lo spirito cosmopolita della strada è tra l’altro testimoniato dalla chiesa di S. Atanasio, situata vicino all'angolo con via dei Greci, costruita tra il 1580 e il 1583 da Giacomo Della Porta, su volontà di papa Gregorio XIII, che voleva donare una chiesa  alla comunità greca presente a Roma. Esempio di eleganza ed armonia con i suoi due campanili gemelli e la facciata a due ordini (dorico e ionico) completata da Martino Longhi il Vecchio, la chiesa, dedicata al santo di Alessandria d'Egitto, presenta all'interno una navata unica molto corta con due cappelle laterali, mentre le tre absidi a trifoglio ripropongono le linee delle tipiche chiese greche. Altra testimonianza dell’internazionalità della via, è la chiesa evangelica inglese di All Saints, costruita nel 1882 sul luogo dove un tempo era il convento di Gesù e Maria. Via del Babuino divenne subito un’ arteria di grande importanza, al punto che vi si insediarono alberghi, ambasciate e residenze di lusso, mentre dal lato della collina grandi famiglie costruirono tra il seicento ed il settecento le loro ville suburbane. Tra gli alberghi famosi erano l’Hotel de Russie (oggi ripristinato) e l’albergo America, che ospitarono teste coronate di tutta Europa e nei loro saloni e giardini alle pendici del Pincio si tennero  sontuose feste rimaste nelle cronache dei tempi.
Ma via del Babuino è soprattutto la strada degli antiquari e dei restauratori d’arte, degli studi degli artisti di successo, insomma una via aristocratica dove in circa seicento metri si annoverano importanti librerie, una trentina di antiquari ed almeno cinque palazzi signorili, incastonati in un tessuto urbano preciso, compatto che ha mantenuto praticamente inalterate le sue originarie peculiarità.

via Margutta
Prendendo via dell’Orto di Napoli, ci si immette in via Margutta. Il fascino di questa strada a ridosso delle pendici del Pincio, è legata ai pittori e agli artisti che qui, per cinque secoli, hanno avuto i loro studi. Via Margutta, all'origine, era soltanto il retro dei palazzi di via del Babuino, dove si posteggiavano le carrozze e i carretti e dove si trovavano i magazzini e le scuderie, mentre sul lato delle pendici della collina, sorgevano per lo più piccole case di stallieri, cocchieri e botteghe di artigiani. Nella seconda metà del Cinquecento iniziò una sostanziosa migrazione di artisti soprattutto stranieri, artisti romantici innamorati dell'Italia, giovani che chiudevano la loro formazione con il viaggio a Roma, culla della classicità,  che sostituirono case e giardini a baracche e stalle.  
L’etimologia della denominazione della strada è abbastanza controversa: infatti alcuni sostengono derivi dall’eufemistico Maris gutia, cioè goccia di Mare, con cui veniva chiamato un ruscelletto formato da acqua di scarico che dal Pincio scendeva verso il Tevere, ma probabilmente deriva da un tale Luigi Marguti, detto Margutte, un barbiere che esercitava il suo lavoro nella via intorno alla prima metà del 500. È certamente una strada particolare, e sin dal suo delinearsi,  mostra un aspetto particolare  e per questo tanto amata dagli artisti, pittori, scultori, antiquari, anche se oggi molti di questi studi sono divenuti abitazioni private. Qui si svolge ogni anno, in tarda primavera, la mostra dei "cento pittori di via Margutta". Lungo la via è situata anche la Fontana delle Arti, dall’originale base triangolare, con vertici arrotondati e sormontati da un secchio di pennelli (in relazione alla vita artistica che si svolge in questa via sin dal XVII secolo), realizzata nel 1927 su progetto dell'architetto Pietro Lombardi.

 

piazza di Spagna
Tornando su via del Babuino, percorrendo un breve tratto si giunge all’inizio di piazza di Spagna. All'inizio del '500 questa zona era considerata suburbana: la piazza fu a lungo il luogo di arrivo e di sosta delle vetture a cavalli che, entrando dalla Porta del Popolo, punto di accesso dal nord fin dall'antichità, portavano gli stranieri a Roma. La caratteristica forma a farfalla, con due triangoli dal vertice in comune, identifica una delle piazze più conosciute al mondo, che ha mantenuto inalterato l'aspetto sei- settecentesco, nonostante gli interventi strutturali successivi, che sopraelevarono gli edifici nell'800 e nel 900.
Piazza di Spagna è uno degli ambienti più celebri e suggestivi di Roma. Il nome della piazza deriva dal palazzo sede dell'Ambasciata di Spagna presso lo Stato Pontificio e, dopo il 1870, presso la Santa Sede, situato sul lato sud della piazza e risalente al 1647 (la parte nord, verso il Babuino, era detta piazza di Francia, per la presenza delle proprietà francesi nella zona, come il terreno della Trinità dei Monti).
Nel XVI secolo rappresentò il fulcro della vita culturale e turistica della città. Gli artisti e i letterati che soggiornavano a Roma amavano trascorrervi parte del loro tempo. Nel tempo vi sorsero alberghi, locande, negozi di antiquari e di stampe d'autore. L’animazione della piazza era accresciuta dal fatto che essa godeva dell’extraterritorialità, concessa alla Spagna per antico privilegio.  
L’interesse della piazza si accentra sulla scenografica Scalinata che la collega a piazza Trinità dei Monti. La scalinata, costruita nel 1726, rappresentò una soluzione al forte dislivello della piazza, prendendo il posto di sentieri alberati. Essa si snoda, con effetto spaziale, in una successione di dodici rampe e di terrazzi, che si allargano e si restringono con andamento ora rettilineo, ora poligonale, ora concavo, ora convesso. Gli edifici che la fiancheggiano hanno la funzione di incorniciarla come quinte di un palcoscenico. Oggi la scalinata è sempre colma di turisti che qui siedono per un momento di riposo ma anche per godersi questo luogo così affascinante e romantico, quasi a volerne assorbire l'atmosfera magica.
Ai piedi della scalinata vi è la fontana detta "Barcaccia" scolpita da Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo, al quale appartengono le decorazioni laterali, le api e i soli, simboli araldici della famiglia di Urbano VIII Barberini, che commissionò e finanziò l'opera. Il nome, solo apparentemente dispregiativo deriva dalle barcacce che, nel vicino porto di Ripetta, venivano utilizzate per il trasporto del vino.
Ai lati della scalinata di Trinità dei Monti si trovano due palazzetti gemelli: quello sul lato destro della scalinata, chiamato "Casina Rossa", era nell’ottocento una sorta di albergo dove venivano affittate camere ai turisti in visita a Roma; il più illustre fu senz’altro il poeta Keats, che qui trascorse gli ultimi giorni della sua vita. La "Casina Rossa" fu acquistata dalla Keats-Shelley Memorial House nel 1906 con l'intenzione di creare un piccolo tempio letterario in onore dei poeti romantici inglesi. Sull'altro lato della scalinata, sorge il palazzetto gemello che ripete fedelmente gli elementi strutturali e decorativi della Casina Rossa. Al piano terreno ospita la sala da the Babington's, fondata nel 1893 da due intraprendenti signore inglesi, Miss Babington e Miss Cargill, che riuscirono ad avviare il locale che più di ogni altro diffuse l'uso del the a Roma.
Dinanzi al palazzo, che mantiene ancora oggi la sua funzione di residenza ed uffici dell'Ambasciatore di Spagna presso la S. Sede, si erge la Colonna dell'Immacolata Concezione, che Pio IX volle erigere nel 1857 a memoria del dogma dell'Immacolata Concezione, definito tre anni prima. L'opera è dell'architetto Luigi Poletti, che progettò un monumento complesso: un grande basamento in marmi policromi, movimentato da scalini, sedili, quattro statue raffiguranti Mosè, David, Isaia ed Ezechiele, quattro bassorilievi raffiguranti La definizione del dogma, Il sogno di S. Giuseppe, l'Incoronazione di Maria in Cielo e l'Annunciazione; la colonna di cipollino rosso, alta più di 11 metri al cui culmine è posta la statua della Vergine Immacolata. Il tutto è alto più di 29 metri: l'inaugurazione ufficiale avvenne l'8 dicembre 1857. L'altro palazzo originario nella piazza è quello del Collegio di Propaganda Fide, eretto dal Bernini e terminato dal Borromini. Annesso al palazzo vi è l'Oratorio dei Re Magi, costruito originariamente dal Bernini nel 1633, ma poi demolito e ricostruito nelle forme attuali dal Borromini.

 
 
 

Trinità dei Monti
Piazza Mignanelli, situata tra piazza di Spagna e la rampa Mignanelli che conduce a Trinità de' Monti, prende il nome dal palazzo Mignanelli che qui sorge e che fa da sfondo alla piazza. L'edificio fu costruito a fine cinquecento dall'architetto Moschetti per la famiglia Gabrielli e in seguito al matrimonio tra Maria Gabrielli e Giovanni Mignanelli nel 1615 passò ai Mignanelli. Il palazzo sorge sulla zona dove erano gli antichi Horti Luculliani, i giardini fatti costruire dopo il 63 a.C. da Lucio Licinio Lucullo, costituiti da una serie di terrazzamenti e rampe e conclusi da un emiciclo porticato corrispondente proprio a piazza Mignanelli. Originariamente il palazzo si componeva di due piani, e così rimase fino al 1887 quando l'architetto Andrea Busiri Vici, che su incarico della Sacra Congregazione di Propaganda Fide, nuova proprietaria dell'edificio, provvide al rinnovamento della facciata e ad un ampliamento dell'edificio stesso. Oggi palazzo Mignanelli ospita la casa di alta moda dello stilista Valentino. Attraverso la rampa Mignanelli si giunge a piazza Trinità dei Monti.
Una grande villa sorgeva nel punto dove l'Acqua Vergine usciva dal condotto sotterraneo per attraversare su arcate il Campo Marzio: era la villa di Lucullo, che occupava l'area dove oggi si erge la Ss.Trinità dei Monti. La chiesa, che anticamente era detta "Trinità del Monte" (riferendosi al Pincio), fu iniziata nel 1502 per volere di Luigi XII, re di Francia e proprietario del terreno, con l'intenzione di concederla ai religiosi di nazionalità francese dell'Ordine di S. Francesco da Paola. I lavori si protrassero per tutto il XVI secolo, con una sosta di ben 60 anni, dal 1527 al 1587, a causa dei gravi danni causati dal Sacco di Roma. Gli autori della fabbrica, tradizionalmente attribuita a Giacomo Della Porta, furono gli architetti Annibale Lippi e Gregorio Caronica e la chiesa fu consacrata nel 1585 dal pontefice Sisto V. Tra il 1585 e il 1586 papa Sisto V incaricò Domenico Fontana di aprire una strada che collegasse il Pincio con la basilica di S. Maria Maggiore, che dal nome di battesimo del pontefice stesso, ossia Felice Peretti, fu denominata strada Felice". Al termine dei lavori, però, il piano stradale era decisamente inferiore rispetto all'ingresso del convento e della chiesa. Per ovviare al problema l'architetto progettò e costruì la scalinata a due rampe convergenti che conduce alla chiesa; la facciata è opera di Carlo Maderno e risulta proiettata verso l'alto grazie ai due campanili simmetrici con cupolino ottagonale. L'interno è composto da un'unica grande navata sulla quale si aprono sei cappelle laterali ornate da pregevoli opere d'arte, come la celebre Deposizione di Daniele da Volterra, che, nell'altra sua opera conservata sempre all'interno della chiesa, l'Assunzione, ha dipinto il ritratto del suo maestro Michelangelo. Nella chiesa vi si venera una immagine miracolosa della Vergine, alla quale, da un'esclamazione di Pio IX, è stato dato il titolo di mater Admirabilis. Nel 1530 gli edifici, danneggiati tre anni prima durante il devastante Sacco di Roma, vennero restaurati: in questa occasione si decise anche la costruzione del convento e del chiostro, ultimati poi nel 1570. Tra il XVI e il XVII secolo il convento divenne un florido centro di cultura,  rinomato per gli studi scientifici e per la ricca biblioteca. Nel 1624 il fabbricato del convento venne completamente ricostruito nelle forme attuali  dall'architetto Bartolomeo Breccioli. Nel 1798 il convento fu occupato dalle truppe francesi e subì gravi danni, anche per la confisca dei libri della biblioteca e dei tesori artistici, ma dopo la caduta di Napoleone tutto il complesso fu restaurato nel 1816 per volere dello stesso re di Francia, Luigi XVIII, che volle così ripagare l'oltraggio napoleonico. Dinanzi alla chiesa è collocato l'obelisco Sallustiano, portato a Roma quasi certamente da Aureliano e da questi fatto collocare all'interno degli Horti Sallustiani (dai quali prende il nome). L'obelisco, alto 13,91 metri, di granito rosso, è egizio-romano perché fu inciso anticamente a Roma con iscrizioni ricopiate dal monolite di piazza del Popolo.

villa Medici
La villa sorge sul versante occidentale del colle del Pincio, sul luogo dell'antica villa romana, degli Acilii, alimentata dall'acquedotto del Vergine, portato a Roma nella fine del I secolo a.C. Nel 1564 Giulio e Giovanni Ricci acquistarono i giardini e la vigna con una casa dai Crescenzi, dando l’incarico all’architetto Giovanni Lippi detto Nanni di Baccio Bigio di costruire un nuovo a grandioso palazzo, a due piani con una torre a nord.
Alla morte di Giovanni nel 1568, subentrò il figlio Annibale. Nel 1576 la villa venne acquistata dal cardinale Ferdinando de’ Medici, che di lì a qualche anno avrebbe abbandonato il porporato per divenire Granduca di Toscana e sposare Cristina di Lorena; questi fece fare interventi di trasformazione della parte centrale della villa: l'Ammannati, il nuovo architetto, realizzò il portale con portafinestra d’ingresso, gli scaloni, la facciata verso il giardino con il portico, la torre sud detta “torre dei venti”. La facciata interna fu realizzata secondo il gusto antiquario dell’epoca, seguendo un modello di museo-giardino già imposto in quegli anni da Pirro Logorio. Vi furono inseriti bassorilievi e statue nelle nicchie, tra le quali spiccano due bei riquadri a motivi vegetali provenienti dallo scavo dell'Ara Pacis nel Campo Marzio. Nei giardini furono collocati alcuni dei pezzi della collezione dei Medici, disposti secondo particolari criteri di raggruppamento, tra i quali il gruppo della Niobe, poi trasportato agli Uffizi di Firenze ed oggi sostituito con una replica. Quando il cardinale lasciò Roma parte di questa collezione fu portata a Firenze e la villa rimase incompiuta. Iniziò per la villa un periodo di decadenza e dopo il 1780 la spoliazione della villa divenne sistematica. Nel 1804 passò alla Repubblica Francese che vi installò la sede dell’Accademia di pittura e scultura, fondata da Colbert nel 1648 ed  ospitando da quel momento in poi i vincitori del Prix de Rome. Lo stato di conservazione dei giardini e degli interni è perfetto, grazie ai metodologici restauri operati dall'Accademia di Francia.
Davanti alla villa, nella piazza antistante, è situata la fontana a tazza, realizzata nel 1587 dallo stesso architetto della villa, Annibale Lippi, denominata Fontana della Palla di Cannone, nella cui vasca, da cui sgorga l'acqua dell'acquedotto Felice, si trova la palla di cannone, che secondo la leggenda proviene da Castel Sant'Angelo da dove fu esplosa da Cristina di Svezia, ubriaca, in una notte di baldoria. Il Lippi pensò bene di utilizzare il proiettile per decorare la sua fontana.

il Pincio
Da Trinità dei Monti l’omonimo viale ci porta al Pincio, parco pubblico disegnato dal Valadier agli inizi del 1800 ma soprattutto una delle più belle e spettacolari terrazze di Roma. Le pendici del Pincio cominciarono a popolarsi di ville verso la fine dell'età repubblicana. La più importante fu sicuramente di Lucullo, costruita subito dopo il trionfo nel 63 a.C. su Mitridate, con le immense ricchezze tratte dal bottino. Gli Horti Luculliani occupavano le pendici della collina, con una serie di terrazze alle quali si accedeva tramite scalee monumentali: la parte più alta, alla quale si perveniva da una scalinata trasversale a due rampe, era conclusa da una grande esedra, al di sopra della quale vi era un edificio circolare, identificato come un tempio dedicato alla Fortuna. Della  villa di Lucullo i pochi resti ancora visibili si trovano nei sotterranei del convento del Sacro Cuore e sotto villa Medici. Nel II e III secolo gli horti erano in proprietà alla Gens Acilia, anche se la loro villa, e quelle più tarde degli Anicii e dei Pincii (che diedero il nome al colle), dovettero occupare la parte più settentrionale della collina. Un resto delle loro costruzioni è il Muro Torto, databile alla fine dell'età repubblicana e che fu poi incluso nella cinta delle Mura Aureliane.  La sistemazione del Pincio, anticamente chiamato anche Collis Hortulorum, il Colle degli Orti, per il gran numero di orti e vigne che ospitava, fu compiuta radicalmente nel 1811 da Pio VII, su progetto di Giuseppe Valadier: gli ampi viali fiancheggiati da pini domestici, palme e querce sempreverdi divennero ben presto un posto alla moda per passeggiare.
Sul viale del Belvedere si incontra il casino Valadier, edificio  neoclassico  costruito da Giuseppe Valadier tra il 1813 e il 1817 nel contesto della ristrutturazione del Pincio, trasformando una palazzina già del cardinale della Rota. L'edificio è situato sopra una cisterna romana appartenente al complesso degli Horti Aciliani. Il casino divenne un locale alla moda e fu un luogo di ritrovo caratteristico, frequentato da artisti e politici.
A poca distanza si trova uno dei reperti più importanti del parco del Pincio: l'obelisco egizio conosciuto come obelisco Pinciano ma più correttamente deve dirsi di Antinoo, in quanto il monolite, realizzato per  volere di Adriano, fu collocato sul monumento funebre di Antinoo; l’obelisco venne trasferito poi da Eliogabalo nel Circo Variano dove fu ritrovato nel XVI secolo: nel 1633 Urbano VIII lo fece trasportare nei giardini di palazzo Barberini dove vi rimase fino al 1773, quando Cornelia Barberini lo donò a Clemente XIV che lo depositò nel cortile della Pigna in Vaticano. Fu per volontà di Pio VII che l'obelisco, alto m 9,25, fu trasportato ed innalzato nella posizione attuale il 22 agosto 1822 dall'architetto Giuseppe Marini. Dalla grande terrazza di piazzale Napoleone I, così denominata in ricordo dell'imperatore francese che diede l'impulso per l'abbellimento del Pincio, è possibile ammirare uno dei panorami più belli e famosi di Roma. Le sottostanti sostruzioni della terrazza ospitano la scenografica fontana-mostra dell'Acqua Vergine, costituita da una costruzione a due piani. Il piano inferiore presenta una parete con tre nicchie poco profonde, alle cui basi vi sono altrettante vaschette con uno zampillo centrale. Il piano superiore è formato invece da una loggia a tre archi preceduta da un colonnato: quattro colonne corinzie sono poste rispettivamente alle estremità della costruzione ed a ridosso dei due pilastri centrali di sostegno, mentre l'acqua sgorga da ampi zampilli all'interno delle tre arcate.

 
 

Da viale Gabriele D’Annunzio, attraverso una discesa che scende a zig zag dalla collina, continuando ad ammirare gli ultimi scorci di un panorama di cupole e di tetti si torna a piazza del Popolo, dove questa passeggiata era iniziata.

 
 

Sergio Natalizia - 2008

 
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