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al Museo di Roma

le mie passeggiate


al Museo di Roma in Trastevere

con Santina, Maria Antonietta, Sandra, Anna e Paolo, Annalucia e Pio, Maria Grazia e Bruno, Paola e Sandro.

 11 ottobre 2009

Questa volta più che di una Passeggiata dobbiamo parlare di una visita ad un museo seguita da una passeggiata. Da qualche mese ho iniziato ad approfondire in un apposito spazio su Laboratorio Roma, il tema delle “Tradizioni e delle curiosità di Roma”, così ho pensato che sarebbe stato interessante visitare il Museo di Roma in Trastevere, a piazza S. Egidio, all’interno di un antico convento carmelitano ristrutturato negli anni settanta. Acquerelli, dipinti ed incisioni conservati nel Museo raccontano la città nei suoi costumi, nelle sue feste e nelle sue tradizioni: particolare importanza rivestono in questo ambito  gli acquerelli di Roesler Franz della “Roma sparita” anche se, per la loro delicatezza possono essere esposti solo a rotazione. Le rive del Tevere, distrutte con l’avvento dei muraglioni, i caratteristici angoli del ghetto o di Trastevere, ormai scomparsi, danno la possibilità di far rivivere la Roma di una volta. Naturalmente l’ubicazione del Museo nel cuore di Trastevere, ci ha permesso una breve passeggiata per alcuni degli angoli del rione di Roma che più di ogni altro ha conservato  frammenti  della cultura popolare romana.
La passeggiata ha lasciato però un profondo senso di amarezza: il rione, la mattina della domenica, sembra essere stato il  campo di battaglia di tutti i maleducati protagonisti della “movida” del sabato sera. Bottiglie, immondizia di ogni tipo, portoni e insegne di storiche botteghe imbrattati dalla discutibile espressività dei writers, che di fatto è solo una forma di gratuito vandalismo: neanche i portali delle chiese sono risparmiati da questa assoluta mancanza di rispetto per la città, per la sua storia, per la sua cultura.
Chi ama Roma, chi la governa, non può rimanere indifferente di fronte a questo degrado.

Trastevere

Trastevere è l’adattamento della locuzione latina trans Tiberim (di là dal Tevere) ed è ritenuto il quartiere più autenticamente romano, perché è quello che negli edifici storici, nella sistemazione urbanistica, negli usi degli abitanti rimasti,  conserva meglio gli aspetti della tradizione e della storia di Roma.
Il tessuto urbano si sviluppa attraverso con un vasto reticolo di vicoli intorno alla piazza principale di Santa Maria in Trastevere; durante il giorno sembra quasi di essere in un borgo medievale piuttosto che in città: botteghe artigiane, negozietti, mercati, e tanta gente che si ferma volentieri a chiacchierare per strada. La sera il quartiere si trasforma e Trastevere diventa una delle mete preferite di chi ha il problema di come passare una serata.
Nell'antica Roma questa era la zona riservata alla comunità siriaca e, più tardi, a quella ebraica e fu inclusa fra le regiones urbane dall'imperatore Augusto. Dopo la caduta dell’impero, in modo particolare durante l'alto Medioevo, la popolazione di Roma decrebbe notevolmente; la comunità ebraica un po' alla volta si trasferì sul lato orientale del fiume, più vicino al centro della città) e quest'area cominciò ad essere abbandonata. Infatti, quando verso la metà del XII secolo gli amministratori di Roma concordarono i confini dei dodici nuovi rioni, Trastevere non era incluso fra di essi; rientrò a far parte del contesto urbano due secoli dopo, quando la sua superficie si era già estensivamente ripopolata.
Il rione conservò nei secoli le caratteristiche delle origini, cioè un aspetto e un carattere popolare che lo distinguevano dal resto della città e che ne improntavano anche le costruzioni e la struttura viaria: un ammasso disordinato di case e casupole distribuite in un groviglio di vie e vicoli orientate sul Tevere e nel mezzo le chiese di S. Maria in Trastevere e di S.Crisogono che svettavano su tutte le altre costruzioni. Il rione si trasformò agli inizi del Cinquecento con l'apertura, ad opera di Giulio II, di due grandi assi viari: uno corrispondente alle attuali via della Lungara e via della Scala e l'altro a via della Lungaretta; in pratica, un rettilineo che collegava il Vaticano da Porta S. Spirito fino al cuore della città, il Campidoglio e il Palatino. S. Maria in Trastevere, su cui convergevano le due strade, divenne il cuore del rione e questo carattere si accentuò ulteriormente un secolo dopo, quando Paolo V aprì un terzo asse viario per congiungere la suddetta chiesa con quella di S. Francesco a Ripa.
Il rione mantenne questo carattere anche nei secoli successivi: non vi risedettero cardinali, non vi sorsero chiese sontuose né furono creati palazzi della grande aristocrazia papalina ma di una più modesta nobiltà cittadina. Solo con l’unità d’Italia ebbe il via un nuovo assetto urbanistico: l’'intervento più importante fu, nel 1886, l'apertura del viale del Re, poi viale del Lavoro e infine viale Trastevere; il rione uscì stravolto dalla costruzione di questo viale, che da solo alterò l'intero orientamento della zona e la divise in due parti che non si sarebbero mai più saldate: le due vie sopra menzionate della Lungaretta e di S. Francesco a Ripa persero, con l'unità e la continuità, anche la funzionalità per cui erano state concepite.

 
 
 

piazza S. Egidio - stampa di Giuseppe Vasi (1710-1782)

 

Il Museo di Roma in Trastevere

Il  Museo di Roma in Trastevere è una nuova istituzione museale inaugurata nel 1977, nel restaurato convento carmelitano di Sant’Egidio: in esso fu individuato all’epoca, nella sua denominazione, Museo del Folklore e dei poeti romaneschi, uno specifico settore di interesse. D’altro canto trasferire nella nuova sede di Trastevere i materiali più strettamente attinenti alla documentazione della vita quotidiana e delle tradizioni romane traeva le sue motivazioni dall’ ideale e privilegiata connessione che era possibile instaurare fra museo e territorio; Trastevere, infatti, per le sue peculiari caratteristiche poteva essere considerato il rione romano dove era ancora possibile rintracciare frammenti e stimoli della cultura popolare. La particolare configurazione degli spazi, articolati intorno al Chiostro, ha permesso di valorizzare l’esposizione permanente delle cosiddette Scene Romane che, un tempo confinate a Palazzo Braschi in ambienti poco felici, hanno trovato qui un’adeguata valorizzazione.
A fare da complemento alle Scene, vi sono gli acquerelli, dipinti ed incisioni che raccontano la città nei suoi costumi, nelle sue feste e nelle sue tradizioni. Concorrono alla rievocazione della “Roma sparita” gli acquerelli di Roesler Franz che per la loro delicatezza possono essere esposti solo a rotazione. Le rive del Tevere, distrutte con l’avvento dei muraglioni, i caratteristici angoli del ghetto o di Trastevere, ormai scomparsi, rivivono nella facile e sciolta narrativa dell’artista giocata sui toni dell’elegia e della documentazione pittoresca. Alla fine degli anni novanta venne riproposta una nuova e più aderente ai tempi sistemazione dei materiali dello Studio Trilussa da tempo confluiti insieme al suo archivio al Museo costituendo una preziosa testimonianza della produzione letteraria in dialetto romanesco e di uno dei suoi più celebri interpreti.
L’offerta di esposizioni temporanee, di convegni su temi e personalità strettamente legati alla vita della città, con l’attenzione riservata al cinema, alla multimedialità e alla fotografia, hanno fatto si che il Museo possa essere considerato come luogo vivo dove la contemporaneità della cronaca possa assumere il significato della documentazione storica e interagire dialetticamente con il passato.

 

piazza S. Egidio

La piazza era originariamente dedicata a S. Lorenzo in Trastevere, dal nome della chiesa indicata in una bolla del Papa Callisto II (1119-1124) e soggetta alla basilica di S. Maria in Trastevere, cui fu sostituita verso la fine del XII secolo da quella di S. Egidio. Questa chiesa sorge nell’area dove vi erano altre due chiese più antiche, San Lorenzo de Curtibus e quella di S. Biagio poi dedicata ai ss. Crispino e Crispiniano ed un convento delle Carmelitane. Nel 1630 le due chiesette furono demolite e sorse quella attuale di S. Egidio, dedicata anche alla Madonna del Carmelo, come si può leggere ancora sulla porta d’ingresso: “B.V. Mariae de Monte Carmelo dicatvm a. salutis MDCXXX”.
L’interno della chiesa si presenta ad unica navata. Di particolare interesse, il monumento funebre di Veronica Rondinini Origo di Carlo Fontana e la tela raffigurante Sant'Egidio del Pomarancio. Dell’ex convento delle Carmelitane, una parte ospita il Museo di Roma, mentre un’altra parte è sede principale della Comunità di Sant'Egidio.

Nella piazza occupa un posto di rilievo palazzo Velli-Orsini che risale alla fine del quattrocento ed è stato realizzato ed abitato dalla famiglia Velli inglobando edifici preesistenti del XIV secolo. L’attuale disposizione architettonica risulta dalle ristrutturazioni del XVI secolo, al tempo della sua divisione in due proprietà distinte contemporaneo alla estinzione del ramo trasteverino della famiglia Velli. Il complesso del civico n° 7  fu venduto  all'ospizio dei Pellegrini e Convalescenti, come indica una tabella sopra l'architrave, divenendo infine proprietà Orsini, il cui stemma campeggia sul portone d'ingresso. Il complesso del civico n° 9 andò invece alla basilica di Santa Maria in Trastevere che vi insediò il Conservatorio della Divina Clemenza, detto anche "il Rifugio" per l'assistenza delle donne maltrattate dai mariti o abbandonate o vedove povere.

piazza S. Maria in Trastevere

Da piazza S. Egidio si dipartono vie e vicoli caratterizzati da un suggestivo susseguirsi  di costruzioni che spaziano dal medioevo al settecento: attraverso via della Paglia, che ricorda i magazzini di foraggio per i quali un tempo era chiamata via dei Fienili, si arriva a piazza S. Maria in Trastevere.
Piazza S. Maria in Trastevere è da considerare il cuore del rione. Qui si trova l’omonima basilica di S. Maria in Trastevere, uno dei gioielli medievali di Roma. Nella Cappella Altemps è conservata la Madonna della Clemenza, del VI secolo, una delle più antiche tra le immagini della Vergine pervenuteci. La chiesa sarebbe sorta sulla Taberna meritoria (un ospizio per soldati feriti), dove, nel 38 a. C., avvenne una miracolosa eruzione di olio: gli ebrei lo interpretarono come una premonizione divina dell’avvento del Messia ed i cristiani provenienti dall’ebraismo, rinsaldarono la tradizione: l’olio, segno della misericordia del Signore, annunciava la futura venuta di Gesù Cristo (Cristo in greco significa “unto”).
La scritta  “fons olei” (fonte dell’olio), a destra della base del presbiterio, indica il punto dal quale sgorgò la fonte miracolosa. Le stesse parole sono incise sullo stemma della chiesa. Per questo i cristiani chiesero all'imperatore Alessandro Severo (III secolo) di concedere loro la ‘taberna’ per costruirvi sopra la prima chiesa. Sul luogo del prodigio fu edificata nel IV secolo da papa Calisto I, anche se a Giulio I va il merito di avergli conferito l'aspetto della basilica, ricostruendola in onore della Madonna.
Era la basilica prediletta dai pellegrini, che giungevano a Roma in occasione dei giubilei, rispetto a S. Paolo, più difficile da raggiungere soprattutto in epoche segnate da epidemie e calamità. Nel IX secolo, per volere di Gregorio IV, fu aggiunta una cripta che conserva le reliquie di alcuni santi.
L'aspetto odierno risale al XII secolo, quando Innocenzo II la ristrutturò: a questo periodo risalgono, infatti, i celebri mosaici che decorano l'abside, raffiguranti Cristo e Maria in trono ci
rcondati dai santi. Di notevole rilevanza poi i mosaici di Pietro Cavallini, in cui sono raffigurate scene della vita di Maria, realizzate nel 1291 all'altezza delle finestre.
Nella cappella Altemps è custodita la Madonna della Clemenza, un'icona a grandezza naturale forse del VII secolo, molto venerata perché considerata "acherotipa" cioè realizzata in modo prodigioso non da mano umana. La facciata fu modificata insieme al portico nel 1702 da Carlo Fontana, il quale riuscì a non alterare la struttura originaria, mantenendo il mosaico del XIII secolo raffigurante la Vergine in trono. Il campanile a destra della facciata è della prima metà del secolo XII e fu ristrutturato nel '600.
La piazza ha come complemento del suo scenario la fontana fatta erigere da Niccolò V nel 1450 ed alimentata dall’acqua Paola. Alla costruzione e alle successive modifiche della fontana contribuirono il Bramante e il Della Porta nel cinquecento, Girolamo Rainaldi, Bernini e Carlo Fontana nel seicento. Sulla vasca ottagonale vi sono gli stemmi di Alessandro VII e quattro grandi conchiglie; al centro un getto d’acqua da un catino con piedistallo, scende nella vasca sottostante.
A destra della basilica si trova la Casa dei Canonici di S. Maria sul cui portale settecentesco vi è un timpano arcuato ed una targa con la scritta “fons olei”; sulla sinistra invece si trova il palazzo di S. Calisto, residenza dei cardinali titolari di S. Maria, la cui origine risale al trecento, epoca in cui vi si tennero vari concistori,  ma nel corso dei secoli è stato oggetto di numerose ristrutturazioni, fino all’ultimo restauro effettuato con Pio XI, quando il palazzo era divenuto proprietà della Santa Sede. Nella piazza vi sono anche i palazzi Cavalieri, del cinquecento, che nell’ottocento ospitava la Pia Casa del Rifugio di S. Maria per donne uscite di prigione, e palazzo Pizzirani, del seicento, risultante dall’accorpamento di una pluralità di abitazioni e che ha ospitato per un periodo le donne “pericolanti”, cioè quelle ragazze che vagavano per le strade ed in pericolo di “cadere nel male”.

 
 
 
 
 

piazza S. Calisto e via dell'Arco di S. Calisto

Adiacente a piazza di S. Maria si trova piazza di S. Calisto che prende il nome dal luogo in cui il santo subì il martirio. La tradizione vuole che il santo fu gettato, con una pietra legata al collo, in un pozzo, oggi visibile nel limitrofo ex convento annesso alla chiesa. La chiesa fu edificata nel 741 da Gregorio III, nel 1610 fu completamente ricostruita da Orazio Torrioni; all'interno, nella cappella di destra, sono collocati due angeli, realizzati intorno al 1657 dal Bernini, sui quali è poggiata la pala di Pier Leone Ghezzi, che raffigura S. Mauro abate.

 

Da piazza di S. Calisto si procede per via dell’Arco si S. Calisto dove un tempo si trovava l’Osteria della Vedovella, una donna che mandava avanti il locale con la sua bellezza, e alla quale gli avventori facevano inutilmente la corte. Qui si trova anche quella che è definita la più piccola casa di Roma, a due piani con una scala esterna e con un’edicola settecentesca della Madonna.

 

piazza di S. Rufina e via della Lungaretta

In piazza di S. Rufina, all’angolo con l’omonimo vicolo si trova la chiesa delle Ss. Rufina e Seconda edificata, secondo la tradizione, sulla casa di Asterio, padre delle due martiri romane Rufina e Seconda che l'avrebbero abitata nel III secolo dopo Cristo. L'anno della trasformazione della casa e del giardino in chiesa ed abitazione per il clero non è certa, ma la chiesa è presente in cataloghi ecclesiastici del XII e XIII secolo. Nel 1611 la chiesa venne affidata da Paolo V Borghese alle religiose orsoline che fecero costruire l'annesso monastero. Nel XVIII secolo il monastero fu interessato da più ristrutturazioni; nel 1917 l'edificio passò alle suore di Carità dell'Immacolata Concezione d'Ivrea. Della chiesa incorporata nel monastero è visibile all'esterno solo il portale sormontato da un timpano. La chiesa come si presenta oggi, dopo l'ultimo restauro del 1974, poco conserva dell'antica struttura: della chiesa medioevale rimangono soltanto le colonne di spoglio di marmo antico che dividono tre navate della chiesa e il campanile romanico.

Percorrendo via della Lungaretta, che riprende il tracciato di un’antica via romana si giunge a piazza S. Apollonia che prende il nome da una delle tre chiese una volta situate nella piazza. Quella di S. Apollonia e di S. Cristoforo sono state demolite del XVII secolo, mentre l’unica superstite è quella di S. Margherita, eretta nel 1288 durante il pontificato di Niccolò IV. Fu riedificata nel 1564, per opera di donna Giulia Colonna, la quale fece costruire pure il contiguo monastero per monache. Nel 1680 fu nuovamente rifatta dal cardinale Girolamo Gastaldi su disegno di Carlo Fontana, che modificò l’orientamento della chiesa. Ebbe anche il nome di Santa Margherita della Scala oppure di Santa Elisabetta.
La facciata è a due ordini; l’ordine superiore è sovrastato da una croce con rami di palma, simbolo della vittoria della croce. Sulla fronte della chiesa si legge la doppia dedica in onore di Santa Margherita vergine e martire, e di Sant’Emidio vescovo e martire. L’interno ha una sola navata e tre cappelle laterali, con volta a botte e abside semicircolare. Sull’altare maggiore, adorno di ricchi marmi, sta il quadro secentesco raffigurante Santa Margherita in carcere, opera di Giacinto Brandi, mentre gli ovali nei lati sono di Giuseppe Ghezzi. In una cappella a sinistra vi è l’opera del Baciccia raffigurante l’Immacolata fra san Francesco e santa Chiara.

via del Moro

Molti romani ancora oggi la chiamano “vicolo del Moro”, perché è qui che è stato ambientato il dramma  “Il fattaccio” di Americo Giuliani, ispirato da un episodio qui realmente accaduto. Il toponimo deriva dall’insegna di un’osteria esistente fin dal cinquecento e che per questo era chiamata “taverna all’insegna del Moro": oggi vi si trova l’Antico Caffè del Moro, un esercizio commerciale la cui fondazione risale al secolo scorso. Secondo i documenti l’anno di apertura si situa tra il 1873 e il 1896. L’elemento caratteristico è proprio il pannello dell’insegna, la seconda più antica in attività a Roma dopo quella del Caffè Greco e appartiene al novero delle targhe inserite a buon diritto nella memoria storica della città. Via del Moro offre un susseguirsi di portoni rinascimentali e palazzetti in stile barocco, in cui non mancano di inserirsi costruzioni medievali come la casa Frascari; questo scenario conferisce alla strada un’aspetto tra i più caratteristici del rione.

 

piazza Trilussa

In prossimità della sponda destra del Tevere, proprio di fronte a ponte Sisto, volge al termine questa passeggiata. Qui si apre piazza Trilussa con la fontana commissionata da Paolo V Borghese agli architetti Van Zanten (detto il Vasanzio) e Giovanni Fontana: realizzata nel 1613, è la seconda mostra dell'Acqua Paola, ossia dell'antico acquedotto Traiano, a seguito del prolungamento della sua canalizzazione per alimentare, oltre ai rioni di Trastevere e Borgo, anche quelli di Regola e Ponte. Infatti, originariamente la fontana era situata dalla parte opposta del fiume, sullo sfondo di via Giulia, addossata all'edificio denominato dei Centopreti, ossia l'Ospizio dei Mendicanti fatto costruire da Sisto V. Il trasferimento risale al 1898, in seguito alla costruzione dei muraglioni del Tevere. Costruita in blocchi di travertino, ha al centro una grande nicchia arcuata delimitata da due colonne lisce. Qui l’acqua fuoriesce da più livelli, per poi andare a raccogliersi nella vasca inferiore. I basamenti delle colonne sono ornati da draghi, simboli araldici della famiglia Borghese, che gettano dalla bocca zampilli d’acqua.  
A lato della fontana, è situato il monumento commemorativo al poeta romanesco Trilussa (Carlo Alberto Salustri, Roma 1871-1950. La statua in bronzo fu realizzata dallo scultore Lorenzo Ferri e l'inaugurazione avvenne il 21 dicembre 1954. Accanto alla sua immagine è riportata una sua poesia, "All'ombra", scelta, probabilmente, perché più delle altre rispecchia il moralismo, l'arguzia aperta e cordiale, che nasconde un'ombra di disprezzo verso le vicende umane, di questo grande personaggio.

 

Qui a piazza Trilussa termina questa breve passeggiata di complemento alla visita al Museo di Roma in Trastevere: una passeggiata che ha lasciato però un profondo senso di amarezza. Il rione, la mattina della domenica, sembra essere stato il  campo di battaglia di tutti i maleducati protagonisti della “movida” del sabato sera. Bottiglie, immondizia di ogni tipo, portoni e insegne di storiche botteghe imbrattati dalla discutibile espressività dei writers, che di fatto è solo una forma di gratuito vandalismo: neanche i portali delle chiese sono risparmiati da questa assoluta mancanza di rispetto per la città, per la sua storia, per la sua cultura.
Chi ama Roma, chi la governa, non può rimanere indifferente di fronte a questo degrado.

Sergio Natalizia - 2009

 
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