al centro del Rinascimento - Laboratorio Roma

Vai ai contenuti

Menu principale:

al centro del Rinascimento

le mie passeggiate

al centro del Rinascimento

la passeggiata nel rione Ponte era già stata fatta  nel settembre 2007, ma sono stati tanti gli amici che all'epoca non conoscevano le mie passeggiate e così abbiamo fatto il bis per riscoprire insieme una parte di Roma  che ha in gran parte mantenuto la sua struttura rinascimentale. Hanno partecipato  Dario, Celeste, Alessandro, Tiziana, Rino, Nella, Sossio, Adele, Paolo, Emilia, Sandro, Laura, Renato, Anna, Maria Pia, Giancarlo, Claudio, Adalgisa, Gabriele, Filippo, Mauro, Massimo, Angela, Marina, Natalia, Tiziana.

                                                                                                                                                    16 marzo 2014

il rione Ponte

 

La passeggiata  attraversa gran parte del rione Ponte, uno dei più ricchi di memorie e soprattutto di edifici rappresentativi dell’epoca rinascimentale. Il rione prende il nome dal Ponte Sant’Angelo, che ricalca il più antico ponte Elio, fatto costruire dall’imperatore Adriano e che conduceva all‘attuale Castel Sant’Angelo. Ponte cominciò ad essere abitato e crebbe fino a diventare un vero quartiere sul finire del Medioevo: gli abitanti potevano contare su un crescente numero di attività legate al flusso dei pellegrini che attraversavano il ponte, diretti alla basilica di S. Pietro; l’economia della zona fu sempre ricca di locande e di osterie, oltre ad avere un proficuo commercio di oggetti sacri (via dei Coronari prende il nome proprio dai venditori di corone) e una moltitudine di botteghe che svolgevano attività di cambiavalute per i pellegrini ed i forestieri. Un’altra delle attività economiche di Ponte era quella dei conciatori di pelle, tanto che nel IV secolo il rione era detto “pontis e scorticlarium”. Dopo il trasferimento della sede papale dal Laterano al Vaticano, il rione crebbe di importanza per la sua disposizione viaria, le sue strade furono rifatte e pavimentate: l’area sviluppò una propria fisionomia rinascimentale in tre località topograficamente localizzate: Via dei Coronari con i venditori degli oggetti religiosi, Via dei Banchi con i cambiavalute e i banchieri e tra Monte Giordano e Via dell’Orso con le “cortigiane”. Questa zona, come altre di Roma, venne completamente alterata dai piani regolatori di Roma capitale che operarono nel rione vari sventramenti che inflissero vaste ferite all'antico tessuto urbano. La prima trasformazione fu la costruzione dei muraglioni di contenimento del Tevere che cambiò profondamente la zona di Ponte: si persero le case che, con finestre balconi e bussolotti si affacciavano sul Tevere interrotte da vie e viottoli che scendevano all’argine; s’interruppero anche alcuni antichi percorsi viari tra cui anche quello noto come percorso papale. Ciononostante Ponte ha conservato il suo tipico aspetto con i rettilinei rinascimentali convergenti verso il ponte, riuscendo a mantenere un perfetto equilibrio tra passato e presente: è molto piacevole passeggiare, e spesso perdersi nel labirinto di strade e vicoli rimasto quasi immutato, fra le antiche case, dove gli scorci pittoreschi hanno resistito al tempo. Il Rione oltre ad essere un luogo storico ed urbanistico di rilievo per i palazzi e gli angoli caratteristici, è anche un luogo ricco di diverse attività artigiane tra cui spiccano quelle dei doratori, dei mobilieri, degli antiquari.

Il Percorso

 

Piazza e ponte S. Angelo

Nata intorno al 1450 per volontà di papa Nicolò V, “piazza di Ponte” venne realizzata tramite la demolizione di alcuni edifici medievali e resti romani preesistenti caduti in rovina; ampliata al tempo di Sisto IV, la piazza divenne nel Cinquecento uno dei punti nevralgici della vita cittadina, grazie soprattutto all’incessante passaggio dei pellegrini. La vita della piazza era molto animata: la affollavano numerosi venditori di generi alimentari e soprattutto vi si trovava una delle poche pescherie esistenti a Roma. Il selciato della piazza era anche abituale ritrovo dei saltimbanchi che qui attiravano l’attenzione dei pellegrini e dei passanti. Il luogo è rimasto famoso anche perché per molti anni piazza e ponte Sant’Angelo sono stati luogo di esecuzione della pena capitale e di esposizione dei corpi dei condannati a morte. A partire dal XVI secolo in un piccolo cortile nelle vicinanze i condannati venivano uccisi e i corpi e le teste mozzate venivano appese lungo entrambi i lati del ponte, a pubblico monito. In alcuni periodi le esecuzioni furono così numerose che nacque il proverbiale commento popolare: "Ce sò più teste mozze su le spallette che meloni al mercato".

Le vie dei Banchi
Nel Medioevo, Il nome di "Banchi", esteso alla zona che comprende anche via del Banco di S. Spirito e via dei Banchi Vecchi, si riferisce ai banchi dove negozianti, banchieri, notai, scrivani e mercanti di ogni genere esercitarono i loro affari, sfruttando la vicinanza di S. Pietro. Via del Banco di S. Spirito era la strada era anche detta "Canale di Ponte" ed il nome le derivava o dal fatto che canalizzava l’afflusso di pellegrini provenienti dalle vie circostanti verso ponte S. Angelo e S. Pietro. Il suo nome attuale deriva da un banco a carattere pubblico fondato sulla strada da Paolo V , per amministrare offerte e prestiti e fronteggiare le esigenze economiche dell´ospedale di Santo Spirito, al quale lo intitolò. Via dei Banchi Nuovi era invece l’antica “via papalis” in quanto percorsa dai cortei papali, soprattutto in occasione del corteo che il nuovo papa effettuava, in qualità di Vescovo di Roma, per recarsi da S. Pietro alla basilica di S. Giovanni in Laterano. La via prese il nome di "Banchi Nuovi" allorché il trasferimento della Zecca Pontificia al palazzo del Banco di S. Spirito indusse i banchieri ad aprire i loro uffici di cambio in questo tratto di strada.
L'Arco anticamente immetteva in un largo chiuso in fondo da un muro che formava come un cortile e fu perciò detto "Cortile dei Chigi" per il banco che Agostino Chigi vi teneva. Sotto l’Arco si trova un’importante testimonianza della storia di Roma: la più antica iscrizione esistente in Roma sulle piene del Tevere, perché reca la data ed il livello dell’ inondazione avvenuta il 7 novembre 1277. Sotto l'arco inoltre si venerava, nel XVI secolo, una scultura lignea della Vergine che fu asportata e rimpiazzata nell'Ottocento da una immagine della Madonna dell’Archetto.
In via del Banco di S. Spirito sono presenti alcuni palazzi che vengono considerati tra i più interessanti del Rinascimento romano. Palazzo Alberini Cicciaporci fu edificato in due fasi: della prima, 1512-15 seguì i lavori il Bramante, a cui viene generalmente attribuito il piano terreno; la seconda fase, 1515-19 vide all'opera Giulio Romano, coadiuvato da Pietro di Giacomo Rosselli fino al 1521 e poi da Giovan Francesco da Sangallo. Palazzo Gaddi fu costruito tra il 1518 ed il 1527 da Jacopo Sansovino e viene considerato uno dei capolavori dell’architettura romana del cinquecento: stupendo è il cortile interno, ricco di stucchi, ornato di nicchie e statue, ed un fregio a festoni e mascheroni. Molti furono gli ospiti illustri, per lo più artisti, di questo palazzo: tra gli altri si ricorda Michelangelo che vi abitò per due anni, dal 1544 al 1546. Il palazzo del Banco di S. Spirito fu edificato su di una preesistente costruzione per volere di Giulio II che incaricò il Bramante di adattarla a sede della Zecca Pontificia. La facciata fu completata nel 1524 ad opera di Antonio da Sangallo il Giovane: lievemente concava, presenta al centro un arco in cima al quale è posizionato lo stemma di Paolo V e le statue della Carità e dell’Abbondanza; il portale, rettangolare affiancato da due finestre, è sormontato dallo stemma di Clemente IX.  Nel 1541 la zecca fu trasferita altrove e l'edificio rimase inutilizzato ma conservò il nome di "Zecca vecchia".

 
 

piazza dell'Orologio

La piazza prende il nome dall’orologio posto sulla torre del convento dei Filippini che qui si affaccia. Si chiamò anche piazza dei Rigattieri per la presenza di un vivace commercio di oggetti usati. La torre, costruita dal Borromini nel 1648, è sormontata da un castello che sostiene le campane ed è fiancheggiata da due cippi con stelle araldiche. Sotto il quadrante dell'orologio, è inserito un mosaico su disegno di Pietro da Cortona rappresentante la Madonna della Vallicella.
Su piazza dell'Orologio insistono due palazzi di notevole importanza: il Palazzo Spada Bennicelli e palazzo Corcos Boncompagni.
Palazzo Spada, chiamato anche  palazzo del Banco di S. Spirito, fu costruito per volere di monsignor Virginio Spada, per destinarlo a sede del banco. I lavori iniziati dal Borromini nel 1660, si interruppero alla morte di Virginio Spada, quando i ministri del banco decisero che la nuova sede sarebbe stato l'edificio che ancora oggi viene denominato come palazzo del Banco di S. Spirito. Il palazzo odierno è il risultato dei lavori di ristrutturazione di fine Ottocento ad opera dell'architetto Gaetano Koch, il quale trasformò completamente l'opera seicentesca per volontà dei nuovi proprietari, i conti Bennicelli. In questa casa nacque e visse per un certo periodo il più famoso dei Bennicelli, Adriano, più noto come Conte Tacchia, celebre per il suo modo di vivere, per il comportamento scanzonato, abbinato ad un modo di vestire sempre.  
Palazzo Boncompagni venne eretto da una famiglia ebraica, i Corcos, il cui esponente di maggior rilevanza, Solomon, dopo la conversione al cristianesimo aveva acquisito il cognome Boncompagni. L'edificio si compone di una facciata principale su cui si aprono cinque finestre che vengono considerate tra le più belle di Roma, per la ricercata decorazione caratterizzata dalla presenza nella nicchia centrale di volti di donna e maschere.

Monte Giordano

Monte Giordano è un'area fortemente rappresentativa di questa struttura urbanistica. In origine era una piccola altura formatasi probabilmente per l'accumulo di detriti provenienti dal non lontano scalo fluviale di Tor di Nona, sulla quale in epoca medievale erano stati edificati complessi fortificati, che con il tempo divennero una vera e propria cittadella della famiglia Orsini. ll nome viene attribuito all'altura da Giordano Orsini, senatore di Roma nel 1341, che trasformò il fortilizio in una ricca dimora gentilizia divisa tra i vari rami della famiglia. L’insieme di edifici, presenta nel lato su via di Panico e via Monte Giordano, un imponente muro risalente al XVI secolo; le altre unità sono costituite dal palazzo più antico, che prospetta sul vicolo Domizio ed è addossato al precedente; tra i due edifici, in via di Monte Giordano si apre il grande ingresso a volta di palazzo Orsini Taverna, attraverso il quale si accede nel cortile maggiore dove si trova una fontana seicentesca dell’Acqua Paola. Sulla sinistra si trova poi il palazzo dei Conti di Pitigliano (con accesso da via dei Gabrielli), e il palazzo dei Signori di Monterotondo, (verso vicolo del Montonaccio). Altra unità del complesso infine è la ex chiesa dei SS. Simone e Giuda con accesso da vicolo di S. Simone.  

 
 
 

Piazza di S. Maria della Pace

Passando per via della Pace e l'arco della Pace, come all'interno di una quinta teatrale ci si trova di fronte alla chiesa di S. Maria della Pace. Si tratta di uno degli angoli più suggestivi ed eleganti, per forme architettoniche, di Roma. Su questo sito sorgeva una volta una chiesa più antica, Sant'Andrea degli Acquarenari. Secondo la tradizione, un giocatore d'azzardo in preda all'ira dopo aver perduto il proprio denaro, colpì con una sassata un'immagine della Vergine sotto al porticato della chiesa, facendone scaturire sangue: Papa Sisto IV volle ricordare questo evento facendo costruire una nuova chiesa.

S. Maria della Pace fu edificata durante il pontificato di papa Sisto IV, intorno al 1480 ed è attribuita a Baccio Pontelli. E' formata dall'unione di due organismi: un'aula rettangolare nella parte anteriore, seguita da un ottagono a cupola aggiunto dal Bramante. Nel 1656 Pietro da Cortona restaurò la chiesa su commissione di papa Alessandro VII, e fu in questa occasione che vi aggiunse la convessa facciata barocca, preceduta da un pronao semicircolare a colonne doriche che cingono, con grande effetto scenografico, la piccola piazza antistante. L’interno è costituito da una navata a due campate con volte a crociera, che conserva intatta la struttura quattrocentesca. In quest'area della chiesa si possono ammirare le "Sibille", dipinte da Raffaello nel 1514 su commissione del banchiere senese Agostino Chigi.

 
 

Il Chiostro del Bramante è uno straordinario esempio di architettura rinascimentale. È’ opera di Donato Bramante e fa parte del complesso che comprende anche l’attigua Chiesa di Santa Maria della Pace. Fu commissionato dal cardinale Oliviero Carafa intorno al 1500, come attestano l’iscrizione dedicatoria che abbraccia l’intero perimetro del Chiostro e gli emblemi gentilizi sovrastati dal cappello cardinalizio posti a decoro scultoreo sui pilastri sia del pianterreno che del piano superiore. Eretto su uno schema quadrato, il Chiostro è costituito da due ordini sovrapposti: un ampio portico a quattro archi per ogni lato con pilastri in stile ionico dotati di capitello e base, coperture a volta, e un loggiato superiore in stile composito, con pilastri e colonne corinzie alternati che sostengono l'architrave a copertura piana.  Le pareti del portico del pianterreno sono ornate da monumenti sepolcrali della fine del Quattrocento. In quasi tutte le lunette si trovano affreschi con storie della vita di Maria.

via dei Coronari
Via dei Coronari si presentò, sin dalle origini, come percorso di alto interesse, identificandosi nella antica via Recta, che collegava la via Lata con il Ponte Neroniano, crollato alla fine del IV secolo. La via Recta nel Medioevo si chiamò "di Tor Sanguigna", per la vicinanza con questa Torre e poi "dei Coronari" dai venditori di corone e oggetti sacri detti anche "paternostrari", i quali avevano stabilito qui la loro attività perché percorso dai pellegrini che si recavano a S. Pietro. Via dei Coronari fu aperta da Sisto IV della Rovere e costituì il primo asse viario rettilineo entro il dedalo dei vicoli della città medioevale. Lunga circa 500 metri, nel Rinascimento era divisa in due tratti, detti l'uno "Immagine di Ponte", dall'edicola sacra rifatta nel cinquecento dal Sangallo e l'altro "Scortecchiaria" perché attraversava il quartiere dei conciapelle. In questa zona tutto parla ancora del grande traffico di pellegrini che l’affollavano in ogni stagione, soprattutto durante i giubilei: le edicole, le case delle diverse confraternite, le chiese limitrofe. Oggi, di questo mondo non vi è quasi più traccia, sono rimaste solo le vestigia architettoniche, mute testimoni di realtà e di una cultura popolare di un tempo: la strada ha mantenuto intatto il suo carattere rinascimentale, interrotto soltanto da alcune demolizioni del 1939 intorno a palazzo Vecchierelli e con la creazione degli slarghi a fianco di S. Salvatore in Lauro e a piazzetta di S. Simeone. Via dei Coronari è famosa per le di botteghe di antiquari dalle scintillanti vetrine piene di mobili di ogni epoca, di lampade, tavoli, scrittoi, praticamente una mostra permanente.

 
 

Sulla piazzetta di S. Simeone si affaccia palazzo Lancellotti, iniziato da Francesco da Volterra alla fine del XVI secolo ed ultimato da Carlo Maderno, presenta una facciata  ornata da un elegante portale con colonne che sovrasta il balcone, disegnato dal Domenichino. All'interno un bel cortile con decorazioni marmoree e di stucco dal quale attraverso una grande scala si giunge ai saloni del piano nobile. Sempre nella piazzetta si trova una fontana che si trovava in origine in Piazza Montanara, ma dopo la scomparsa della piazza, fu collocata nel 1932 nel giardino degli Aranci sull’Aventino e trasferita infine nel 1973 nella piazzetta di S. Simeone ai Coronari. Costruita nel 1589 da Pietro Gucci su disegno di Giacomo della Porta, nel corso degli anni subì varie trasformazioni. Nel 1696 vi fu aggiunto un catino su colonna poggiante su un cubo decorato con quattro mascheroni, probabile opera di Carlo Fontana; poi nel 1829 subì ulteriori modifiche: la vasca inferiore venne sostituita con quella attuale, sui cui bordi sono scolpiti gli stemmi dei Conservatori e del Priore dei Caporioni in carica. La parte superiore rimase invece la stessa, anche se furono asportati i due stemmi a ridosso del fusto centrale. Agli angoli di palazzo Lancellotti, si trovano due edicole in stucco con nuvole da cui escono raggi di luce divina. Sulle nuvole volano angeli, di cui due, uno per ciascuna edicola, le stanno vicino reggendola per il nastro con cui sarà fissata al muro. L’immagine della Madonna è quella detta dell’Addolorata, in preghiera a mani giunte, lo sguardo volto al cielo, In riferimento all’edicola con il Redentore, la Vergine prega per sopportare il dolore della Passione del Figlio e Cristo appare sereno e sicuro, radioso, con l’estremità di tre raggi dietro la testa, a simbolo della Santissima Trinità.

 
 

Piazza S. Salvatore in Lauro deve la sua denominazione "in Lauro" al boschetto di alloro che cresceva intorno alla chiesa di S. Salvatore. La chiesa, fondata nel VII secolo, fu riedificata verso la metà del XV secolo e poi però distrutta da un incendio nel 1591. Tre anni dopo, Ottaviano Mascherino ne iniziò la nuova ricostruzione. Nel 1669 fu acquistata dalla Confraternita dei Piceni. I lavori furono terminati sotto la direzione di Ludovico Rusconi Sassi, al quale si devono la cupola, il campanile, e la sagrestia con opere di Nicola Salvi. La facciata classicheggiante è arricchita da un bassorilievo di Rinaldo Rainaldi, raffigurante il Trasporto della Santa casa di Nazareth". L'interno, ampio e luminoso, è il capolavoro del Mascherino. Si può ammirare anche "la Nascita di Gesù" di Pietro da Cortona.  
Il convento annesso alla chiesa di S. Salvatore è noto come il Palazzo dei Piceni. Dal portale si accede al chiostro, costruito intorno alla fine del XV secolo. Vero capolavoro dell'arte rinascimentale, si compone di cinque arcate per lato, ricoperte da archivolti marmorei e sostenute da snelle colonnine. Nel Cinquecento fu aggiunto un secondo ordine, che ripropone lo stesso numero di arcate, rette però da pilastrini in laterizi ricoperti da lesene che raggiungono l'altezza dell'arco. Dal lato sinistro, attraverso una porta quattrocentesca, si passa in un cortile ricco di opere d'arte provenienti dall'antica chiesa.  
Nella piazza è presente anche la fontana del Leone, originariamente in Via di Panico e solo dagli inizi del XX secolo inserita nella facciata del convento annesso alla chiesa di San Salvatore in Lauro. È costituita da una nicchia riproducente una grotta, inquadrata da due pilastrini architravati. Al centro fuoriesce una testa di leone in marmo bianco dalla cui bocca sgorga l’acqua che si raccoglie nella sottostante vaschetta marmorea.

Proseguendo per via dei Coronari si incontrano altre importanti testimonianze dell'età rinascimentale. Una è una tipica casa di inizio del ‘400, appartenuta a Fiammetta de Michaelis, la celebre cortigiana preferita di Cesare Borgia. La sobria architettura rinascimentale conserva ancora elementi medioevali. Costruita in laterizio, aveva un portico a due fornici, tre finestre senza mensole, una centrale con davanzale ornato, un loggiato con pilastri all'ultimo piano, ma fu completamente alterata in epoche successive. Sul portale vi è una immagine ad olio inserita all’interno di una teca protetta da un cornicione. La Vergine ha i capelli rossi, in parte coperti da un velo e il volto ha un’espressione assorta accentuata dagli occhi chiusi. Al collo i fedeli, Le hanno posto una collana di perle. Sopra la targa con i simboli di una confraternita, si erge una lampada in ferro battuto usata in passato per l’illuminazione a gas.
Segue quella che veniva considerata la più bella casa di via dei Coronari, appartenuta a Prospero Mochi, abbreviatore apostolico e commissario generale delle fortificazioni al tempo di Paolo III; edificata nel 1516, venne realizzata da Pietro Roselli, allievo di Antonio da Sangallo il Giovane. L’edificio si sviluppa su tre piani con finestre e porte sagomate secondo la tradizione del primo cinquecento romano, adorne di motivi araldici dello stemma dei Mochi e di motti morali.  
Posta all’angolo con vicolo Domizio, l’Immagine di Ponte è la più antica delle edicole sacre di Roma; fu realizzata nel 1523 da Antonio da Sangallo il Giovane per incarico di Alberto Serra da Monferrato, come si legge nella lapide in basso, noto per essersi salvato a stento dalla cattura dei lanzichenecchi durante il Sacco di Roma, rifugiandosi in Castel S. Angelo e giungendovi un istante prima che lo prendessero: appena varcata la soglia della salvezza, un infarto lo colse o per la gran corsa o per il grande spavento. Il dipinto, raffigurante l’Incoronazione della Vergine è opera di Perin Del Vaga.

 

tornando a ponte S. Angelo

Dalla fine di via dei Coronari si torna a Ponte S. Angelo: tutto l'itinerario della passeggiata lungo le strade che gravitano su queste antiche dimore possiede un fascino notevole, sia se si percorrono le strade dei palazzi nobiliari dove la struttura delle case fa percepire la dimensione delle lotte per il predominio della città tra famiglie nobili del periodo rinascimentale, come pure anche le strade vicine dove si entra in una dimensione insolita di Roma, quella di un borgo raccolto in un dedalo di vicoletti, piccole casette, botteghe di artigiani e edicole sacre, segno tangibile della devozione popolare. Niente qui sembra appartenere alla grande città: in queste strade il tempo sembra essersi fermato.

ricordo della passeggiata

 
 
 
 
 
 

foto di gruppo di Sossio, Dario e Angelo

 

Sergio Natalizia - 2014

 
Torna ai contenuti | Torna al menu