a Regola - Laboratorio Roma

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a Regola

le mie passeggiate


a Regola, tra santità e carità

con Santina, Annalucia e Pio

 03 maggio 2009

Regola è il VII rione di Roma: il suo nome deriva da Renula (poi divenuta "reula" e quindi Regola), ovvero da quella rena che ancora oggi il fiume Tevere deposita durante le piene, formando vere e proprie spiaggette. Nel periodo di Roma antica, il rione Regola apparteneva al Campo Marzio; poi dopo la caduta dell’impero, l’area rimase quasi interamente paludosa fino alla fine del Medioevo quando venne bonificata; in questa zona erano numerosi i mulini (acquimoli) e magazzini frumentari. Nel Rinascimento poi vennero insediati molti giardini appartenenti ai palazzi delle famiglie patrizie e borghesi sorti in concomitanza dell'apertura di Via Giulia e spesso questi giardini degradavano verso il Tevere fino a raggiungere i moli privati. La vicinanza al fiume favorì la presenza di botteghe e di un artigianato mercantile dedito alle attività fluviali; allo stesso tempo la vicinanza della Basilica di San Pietro comportò la costruzione nell’area di numerosi ricoveri per pellegrini. La vicinanza con il fiume non portava però per il rione solo vantaggi come una grande fonte d'acqua e una buona via di comunicazione, ma anche dei forti disagi come le frequenti inondazioni; proprio per ovviare a questo problema nel 1875 fu avviata la costruzione dei muraglioni che cambiarono radicalmente il suo aspetto: la realizzazione del lungotevere e degli argini cambiò letteralmente la fisionomia del rione, cancellando alcune caratteristiche strade e cancellando importanti costruzioni del passato. Con questa passeggiata, che in alcuni punti toccherà anche siti importanti dei rioni Parione e Sant’Eustachio, attraversiamo le parti più nascoste e meno conosciute del rione (che comprende luoghi come via Giulia e piazza Farnese), le cui strade e piazze costituiscono una delle parti meglio conservate della Roma del XV secolo.

Ponte Sisto
La passeggiata inizia da ponte Sisto: questo ponte prende il nome da Papa Sisto IV che fu l'artefice del restauro dell'antico ponte Aurelio, di età romana, crollato a causa della piena del 589. La ricostruzione avvenne sopratutto a seguito di un grave incidente verificatosi in occasione del giubileo del 1450, quando una enorme folla dei pellegrini diretti a San Pietro provocò il crollo di ponte Sant’Angelo, causando numerose vittime. Per favorire i flussi verso San Pietro specie nella prospettiva del successivo Giubileo, papa Sisto fece realizzare l'unico ponte costruito a Roma dal medioevo fino al XIX secolo. Ponte Sisto, la cui progettazione è attribuita a Baccio Pontelli, fu realizzato tra il 1473 ed il 1475, e collegò i rioni Regola e Parione all'altra riva del fiume, la zona di Trastevere. Ponte Sisto è caratterizzato dall’"occhialone"di deflusso in mezzo alle arcate, che verrà usato da sempre come strumento idrometrico per indicare il livello delle piene del Tevere. Quando pioveva a lungo, e il fiume s'ingrossava, i romani dicevano: "Guarda l'occhialone de ponte Sisto e datte 'na regolata a che punto sta er fiume: si l'acqua nun c'è arivata, vo' di' che nun straripa".


 
 

via dei Pettinari
La strada, che collegava Trastevere ai rioni Ponte, Parione e Regola, zone commerciali di notevole rilevanza, fu rinnovata da Papa Sisto IV, essendo stata inserita nel progetto di ristrutturazione che aveva riguardato ponte Sisto. Il toponimo di “Pettinari” andrebbe attribuito secondo alcuni, ai fabbricanti di pettini, secondo altri, ai pettinatori di lana per materassi. La strada conserva la sua struttura medievale in cui la chiesa di San Salvatore in Onda, rappresenta l’espressione più alta di una religiosità, evidenziata nella via, da ben cinque immagini della Madonna  fra grandi e piccole che vanno dal 1705 al 1944. La chiesa di San Salvatore in Onda, il cui appellativo ricorda le inondazioni del Tevere, risale almeno al XII secolo, ma fu restaurata a più riprese, modificando radicalmente l'aspetto originario, in parte immaginabile dopo il restauro interno attuato tra il 1860 ed il 1878, in occasione del quale furono rinvenute le colonne con capitelli appartenenti ala prima chiesa. Il convento, che sorge contiguo, fu occupato in seguito dai religiosi di San Paolo eremita, gli agostiniani ed i conventuali. Nell'ottocento la chiesa divenne un punto di riferimento per l'attività pastorale di colui che i romani consideravano il secondo San Filippo Neri, San Vincenzo Pallotti, che dedicò la sua vita ai carcerati, ai malati e ai giovani.

 
 
 
 

piazza Trinità dei Pellegrini
L'Arciconfraternita dei Pellegrini e Convalescenti della Ss.Trinità, fondata nel 1548 da San Filippo Neri (Pippo bbono, come lo chiamavano i ragazzi del rione) a favore dei poveri e dei malati, ebbe in dono da papa Paolo IV gli edifici dell'antica parrocchia di San Benedetto de Arenula. Quando la parrocchia fu soppressa, la chiesa stessa venne ridimensionata e si ottenne così un complesso dotato di dormitori e refettori di notevole capacità: in questa occasione la chiesa mutò nome e fu denominata Ss.Trinità dei Pellegrini. L'interno a croce latina, con colonne corinzie, si conclude in una volta a ferro di cavallo e ha un'abside dominata dalla pala d'altare di Guido Reni, la Santa Trinità. La chiesa della Ss.Trinità dei Pellegrini ebbe un grandissimo ospizio annesso, costruito nel 1625 per consentire l'assistenza ai pellegrini durante il Giubileo di quell'anno. Al centro della facciata, tra il primo e il secondo piano, presenta l'iscrizione “OSPIZIO DEI CONVALESCENTI E PELLEGRINI”, mentre un'altra iscrizione, posta sopra la finestra situata alla sinistra del portale, ricorda che "In questo ospizio, trasformato in ospedale militare nel periodo della Repubblica Romana, morì Goffredo Mameli a seguito delle ferite riportate nei combattimenti a difesa di Roma nel 1849..

 

via Arco del Monte e piazza Monte di Pietà
La via prende il nome dall’arco che la domina: più che di un arco, si tratta di un cavalcavia che unisce il palazzo che fu dei Barberini, con quello del Monte di Pietà da cui prende il nome. Da via Arco ci si immette in piazza Monte di Pietà, dominata dall'omonimo palazzo. L'istituzione del Monte della Pietà nasce nel 1539 per iniziativa di Paolo III Farnese, una sorta d'istituto di credito fondato sul principio della riscattabilità dei pegni dati in garanzia, in cambio della somma di denaro avuta in prestito con una maggiorazione minima data dagli interessi computati. Un ruolo fondamentale quello della lotta all'usura in un periodo economico particolarmente difficile per lo Stato Pontificio, nel quale le istituzioni assistenziali erano insufficienti o del tutto inesistenti. Il palazzo conserva ancora ad oggi uffici e sale d'asta per mettere in vendita i beni non riscattati. La facciata ideata dal Mascherino e poi ampliata da Carlo Maderno, presenta una parte centrale scandita da sei finestre architravate a mensole e da due portali, con una edicola che riproduce Gesù nel sepolcro a braccia aperte, fra gli stemmi di Paolo III Farnese, fondatore del Monte, e di Clemente VIII Aldobrandini. Nel 1759 il Monte di Pietà acquistò il palazzo Barberini ai Giubbonari, per destinarlo a Depositeria Generale della Camera Apostolica e a Banco dei Depositi e nel 1768 i due palazzi furono collegati da un cavalcavia denominato appunto Arco del Monte. Addossata alla facciata è situata la fontana commissionata agli inizi del XVII secolo da Paolo V Borghese a Carlo Maderno. Una simpatica storia si narra sull'orologio posto sotto il campanile a vela sulla sommità sinistra del palazzo: si narra che l'orologiaio, non soddisfatto del compenso datogli, alterò i complicati congegni e incise sull'orologio stesso i seguenti versi: "Per non esser state a nostre patte / Orologio del Monte sempre matte". L'orologio fu aggiunto sulla facciata alla fine del XVIII secolo e la scritta fu cancellata dalle Autorità, ma l'orologio rispetta le direttive del suo costruttore: non segna mai l'ora giusta e cammina quando e come gli pare.

 
 
 
 

via Arco del Monte e largo dei Librai
Proseguendo nuovamente per via Arco del Monte, all’angolo con Via dei Giubbonari c’è la vasta mole di Palazzo Barberini, originaria abitazione di questa importante famiglia tanto da essere stata nominata “Casa Grande dei Barberini”. Nel seicento era un punto d'incontro dei letterati più famosi della Roma barocca e le numerose stanze erano ornate da mobili pregiati, pitture, statue e ricche tappezzerie. Nel 1644 la morte di Papa Urbano VIII segnò il declino della famiglia Barberini e la Casa Grande restò quasi completamente disabitata ed andò lentamente in rovina. Nel 1734 il Cardinale Francesco, uno degli eredi di Urbano VIII, vendette l'edificio ai Carmelitani Scalzi, che lasciarono invariate unicamente la torre quadrata laterale, segno tipico delle case prelatizie e nobili del tempo, e la parte alta dell’edificio. Il palazzo rimase però in possesso dei Carmelitani per un breve periodo, fino a che fu acquistato dal Monte di Pietà.
In largo dei Librai, posizionata al limite del semicerchio che costituiva il teatro di Pompeo, la chiesa di Santa Barbara dei Librai fu voluta nel XI secolo, dal prefetto Giovanni Crescenzio e da sua moglie Rogata. Il tempio, a croce greca, si arricchì di affreschi, di un oratorio e delle reliquie di numerosi Santi, rinvenute successivamente all'interno di una cassetta di piombo sotto l'altare maggiore, che testimoniano l'importanza della chiesa durante il Medioevo. Nel 1680 fu ricostruita da Zanoni Masotti, uno stampatore, mentre la facciata è attribuita a Giuseppe Passeri. Il luogo di culto fu donato all'Università dei Librai, la corporazione a cui appartengono stampatori, legatori e librai e che si assunse l'onere di ricostruirla nel 1680. Poi, però, dal 1878 i Librari abbandonarono la chiesetta e ciò significò la fine per Santa Barbara, che venne sconsacrata e adibita per molto tempo a semplice magazzino, mentre tutti i suoi ornamenti più importanti furono trasferiti nella vicina chiesa di San Carlo ai Catinari. L'ultimo restauro e la riapertura ai fedeli risale a pochi decenni fa. Nell'interno sono conservati un crocifisso ligneo del trecento, un trittico del 1453 che raffigura la "Madonna con Bambino ed i Santi Michele Arcangelo e Giovanni Battista".

 
 
 

via dei Giubbonari
Via dei Giubbonari prese il nome dagli artigiani e dai mercanti di gipponi chiamati appunto gipponari, ovvero tessitori di corpetti (dal latino jupponarii), termine che poi nel tempo si è trasformato in giubbonari. La via precedentemente era chiamata dei Pelamantelli, perchè qui vi erano gli stramazzatori, ossia i cardatori di lane e stoffe grezze, ma anche Mercatoria, una caratteristica commerciale che ancora oggi mantiene con una fila quasi ininterrotta di negozi. Via dei Giubbonari è però indubbiamente caratterizzata dalla presenza di San Carlo ai Catinari. L'appellativo "ai Catinari" deriva alla chiesa dalle numerose botteghe, collocate nella via, produttrici di catini, mentre il nome è quello di San Carlo Borromeo, cardinale milanese, a cui la congregazione della sua città volle dedicare questo luogo di culto, in occasione della sua canonizzazione. Fu edificato tra il 1612 ed il 1620 da Rosato Rosati.

 
 

La facciata, attribuita all'architetto romano Giovanni Battista Soria, fu ultimata nel 1638. L'interno è preziosamente decorato, vi si trovano dipinti di grande valore realizzati dai maggiori esponenti del seicento, da Pietro da Cortona a Guido Reni, opere mature che rispecchiano l'influenza della controriforma e che raffigurano la vita del Santo. Sono attribuite al Domenichino le "Le virtù cardinali" nei pennacchi della cupola (1627-1680). Nella sacrestia della chiesa è custodito un prezioso crocifisso, intarsiato finemente in marmo, vetro e madreperla, risalente al cinquecento ed attribuito allo scultore Algardi.

piazza Cairoli
La piazza è dedicata a Benedetto Cairoli (1825-1860), protagonista del Risorgimento, nonché Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri e dell'Agricoltura. La piazza, in passato detta anche Tagliacozza per alcune case appartenute ad Isabella Orsini, signora di Tagliacozzo, fu più volte ampliata, soprattutto in occasione dell'apertura della via Arenula alla fine dell'Ottocento. Il giardino ospita la statua bronzea del Cairoli di Federico Seismit Doda, opera di Eugenio Maccagnani del 1919. La presenza più interessante della piazza è il palazzo Santacroce, progettato da Carlo Maderno e costruito in più riprese tra il 1598 e il 1668. I prospetti furono tutti restaurati nell'Ottocento, mantenendo però l'originaria caratteristica barocca nei quattro piani, con finestre architravate al primo e quarto e decorate con festoni di frutta in stucco. Il portale che apre sullo slargo fronteggiante la chiesa di San Carlo ai Catinari presenta lo stemma dei Santacroce e degli Sforza Cesarini. La parte su vicolo dei Catinari fu costruita come una sorta di dépendance ed è collegata con il complesso mediante un arco. Dal portale, si accede al cortile con una fontana costituita da un'edicola tra pilastri dorici, che racchiude una nicchia dove è raffigurata Venere sorgente da una conchiglia tra amorini; sul timpano vi è lo stemma dei Santacroce.

 
 

via e piazza S. Salvatore in Campo
Percorrendo via degli Specchi e vicolo dei Catinari si giunge a piazza San Salvatore in Campo. Qui troviamo la chiesa di San Salvatore in Campo, che deriva il nome da una più antica che sorgeva sulla via dei Pettinari, demolita nel 1639 per consentire l'ampliamento del palazzo del Monte di Pietà e denominata San Salvatore de domno Campo. L'etimologia del termine Campo rimane ancora incerta: c'è chi vuole derivi dal fatto che nel X secolo fu restaurata quando era sotto la giurisdizione di Campone, abate di Farfa, mentre altri ritengono che il termine derivi dalla piazza sterrata, chiamata allora Campo, che le era dinanzi. La chiesa odierna fu ricostruita da Urbano VIII nello stesso anno in cui fece demolire quella antica, attribuendole il titolo di San Salvatore in Campo, senza il de domno antico. L'edificio fu costruito dall'architetto Francesco Paparelli e presenta una facciata molto semplice e lineare.

S. Maria in Monticelli
La chiesa di Santa Maria in Monticelli, originariamente denominata Santa Maria de Arenula, sorge sull'omonima via e fu così denominata per essere stata costruita su un rialzo di terreno, il "..monticello elevato in modo che nelle maggiori inondazioni di Roma la chiesa rimanga illesa dalle acque”. Non si sa molto circa l'anno di fondazione e sul suo architetto: le prime notizie riguardano il restauro o molto più probabilmente una vera e propria ricostruzione avvenuta sotto Pasquale II (1099-1118). Sicuramente in questa occasione fu costruito il campanile romanico, originariamente più alto ma ridotto alle attuali dimensioni al tempo di Paolo V (1605-21), probabilmente per motivi di stabilità. A parte il campanile, nulla rimane dell'antico tempio, in seguito alle ricostruzioni avvenute nel 1716, per volere di Clemente XI, ad opera di Matteo Sassi e nel 1860, per volere di Pio IX, ad opera di Francesco Azzurri. L'interno è a pianta basilicale con tre cappelle laterali per lato. All'interno sono custodite una Flagellazione di Annibale Caracci, un un frammento di mosaico che risale al XII secolo ed un crocefisso ligneo del Trecento.

 

piazza S. Paolo alla Regola
Percorrendo quindi via San Paolo alla Regola e l'omonima piazza. Qui troviamo la chiesa di San Paolo alla Regola, popolarmente denominata San Paolino, la cui origine è antichissima: secondo la tradizione, sarebbe stata costruita sullo stesso luogo dove vi era la casa di San Paolo durante il suo soggiorno romano e all’interno di questa chiesa si conserva ancora la stanza dell'apostolo trasformata in cappella. All'edificio è annesso anche l'Oratorio di San Giacomo, sede dell'Università dei Cappellari. Nel XVII secolo la chiesa fu ricostruita su disegno dell'architetto bolognese Giovanni Battista Bergonzoni, anche se venne completata soltanto nel 1728. Suddivisa in due ordini, presenta, nella parte inferiore, sei lesene che inquadrano il portale centrale e due portoncini laterali. L'interno, a croce greca con cupola, custodisce un affresco del Trecento contenente un'immagine miracolosa detta Madonna delle Grazie, mentre sull'altare maggiore è murata una lapide datata 1096 della demolita chiesa di San Cesareo, situata nella vicina piazza della Trinità dei Pellegrini e distrutta per la costruzione dell'Ospizio dei Convalescenti e dei Pellegrini. Alla fine di Via San Paolo alla Regola, si trovano le cosiddette Case di San Paolo così denominate perchè, secondo un'antica leggenda, l'Apostolo avrebbe abitato in una delle antiche case preesistenti a queste. Le Case di San Paolo costituiscono un suggestivo complesso edilizio composto da sette edifici medioevali, in stretta connessione tra loro, risalenti alla fine del XIII secolo, con portici, logge e torri, a testimonianza dell’importanza della via medievale, la strada della Regola, dal nome del rione che attraversa. Tra il 1913 e il 1924, in occasione dei lavori di costruzione del Ministero di Grazia e Giustizia, questi edifici furono destinati alla demolizione: si salvarono soltanto grazie all'intervento di una associazione dedita alla salvaguardia dei monumenti e furono così inglobati nel Ministero stesso.

 
 

via del Conservatorio e via delle Zoccolette
Ci si immette quindi in via del Conservatorio. Il toponimo della via deriva dalla presenza del  Conservatorio dei Ss. Clemente e Crescentino, istituito "per le povere orfane, denominate comunemente zoccolette", da cui il nome dell'omonima via che incrocia via del Conservatorio e dove si trova l'ingresso del complesso: qualcuno benevolmente lo attribuisce ad una specie di calzari somiglianti agli zoccoli da loro utilizzati, ma molto probabilmente si riferisce proprio al termine romano che sta ad indicare la prostituta, perché era opinione comune che le orfanelle, una volta dimesse dal conservatorio, non avessero altro destino che quello del marciapiede. Naturalmente il Conservatorio nacque proprio con l'intento opposto, ovvero di porre in salvo l'onestà delle fanciulle, di dare loro una cristiana educazione e soprattutto di insegnare loro un mestiere (qui imparavano infatti a cucire, a ricamare ed "eseguivano pure lavori di lana e drappi detti fustagni, intessuti di lino e canapa") che sarebbe loro tornato utile una volta che, maggiorenni, fossero uscite dal conservatorio. Il palazzo del Conservatorio fa parte del grande complesso dell'Ospizio dei Mendicanti, costruito per volere di Sisto V da Domenico Fontana nel 1587 come ricovero dei mendicanti. Nel 1715 un'ala dell'edificio fu destinata ad accogliere il Conservatorio dei Ss. Clemente e Crescentino, o delle Zoccolette, e i mendicanti furono trasferiti al complesso di San Michele a Ripa. L'ospizio fu allora suddiviso in due istituzioni: un ospedale per sacerdoti poveri, ed una Congregazione fondata dal sacerdote Giacomo Palazzi formata da cento preti assistiti da venti chierici: proprio da questa congregazione l'ospizio fu denominato "dei Centopreti". L'ospizio fu chiuso durante l'epoca napoleonica e riaperto nel 1820; successivamente fu affidato all'Ordine di Malta, che vi aprì un ospedale militare. Ma nel 1855 Pio IX ricostituì l'ospizio per i sacerdoti poveri e vi insediò l'opera pia delle Cappelle Rurali. Nel 1869 sorse proprio in questo edificio il nucleo del primo ospedale pediatrico italiano, che rappresentò l'antenato dell'attuale Ospedale Pediatrico "Bambino Gesù". Nel 1885 l'edificio fu in gran parte demolito e ricostruito più arretrato, su progetto di Antonio Parisi, a causa dei lavori di costruzione dei muraglioni del lungotevere: caratteristico è il porticato che si affaccia sul lungotevere dei Vallati con la decorazione dei motivi araldici di papa Leone XIII. Il complesso oggi ospita il Pontificio Istituto di San Clemente ed è la sede di "Migrantes", l'istituzione della Caritas a sostegno degli emigrati nel nostro Paese. Quasi all'angolo della via con via dei Pettinari è situata un'edicola settecentesca davvero particolare: una cornice di stucco con una ricca decorazione a ovuli racchiude un affresco rettangolare con la base insolitamente molto più lunga dell'altezza. Il Santo raffigurato sulla destra oramai non è più riconoscibile, conseguenza del cattivo stato di conservazione dell'affresco, mentre il volto austero, reso ancora più solenne dalla barba bianca, del Santo raffigurato a sinistra si identifica con Sant’Antonio Abate perché regge un bastone con una campanella all'estremità; al centro è raffigurata la Madonna con il Bambin

 

Al termine di via delle Zoccolette si torna su via dei Pettinari, dove la passeggiata era iniziata.

 
 
 

Sergio Natalizia - 2009

 
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