a piazza Navona - Laboratorio Roma

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a piazza Navona

le mie passeggiate
 

a piazza Navona

 

con Santina, Bruno e Maria Grazia,  Filippo e Carmelita, Marco e Aurora, Massimo e Paola, Mauro e Marcella, Sandro e Paola, Angela, Pina, Vita, Donata

 20 gennaio 2008

Nata come stadio ai tempi dell’imperatore Domiziano, divenuta luogo di mercato e spazio ideale per feste, corse e giostre, Piazza Navona è un autentico salotto barocco. Con le sue fontane, l’obelisco, i palazzi e le chiese, rappresenta un complesso urbanistico così raffinato e scenografico da poter essere considerato, senza dubbio alcuno, una delle più belle piazze del mondo.

la storia

Piazza Navona occupa la pista dell'antico Stadio di Domiziano, o Circus Agonalis, del quale ha conservato perfettamente la forma rettangolare allungata dell'arena, con uno dei lati minori, quello settentrionale, curvo, mentre gli edifici circostanti occupano il luogo delle gradinate della cavea. Lo Stadio fu fatto costruire da Domiziano prima dell'86 d.C. ed era utilizzato per gare ginniche e, insieme a un vicino Odeon destinato a gare e prestazioni musicali, costituiva un vero e proprio complesso sportivo-culturale.  L'edificio misurava 275 metri in lunghezza per 106 di larghezza e poteva contenere fino a 30.000 spettatori; era era riccamente decorato con statue, una delle quali è quella di Pasquino (forse una copia di un gruppo ellenistico che si presume rappresentante Menelao che sorregge il corpo di Patroclo), ora nell'omonima piazza a fianco di piazza Navona. Le camere sotterranee, chiamate “Lupanari”, furono usate come prostriboli, così come lo furono quelle del Circo Massimo. Poiché era uno stadio e non un circo, non c'erano i cancelli da cui uscivano i cavalli da corsa, e la spina intorno a cui correvano i cavalli, come ad esempio nel circo Massimo, ma era tutto libero ed utilizzato per le gare degli atleti. L'obelisco che ora sta al centro della piazza sulla fontana berniniana dei Fiumi, proviene dal circo di Massenzio sulla via Appia e le iscrizioni geroglifiche che menzionano Domiziano sono relative ad una precedente sistemazione. Due ingressi principali si aprivano al centro dei lati lunghi, mentre un altro era al centro del lato curvo. Esternamente la facciata era costituita da due ordini di arcate poggianti su pilastri di travertino e dietro le arcate, al pianterreno, erano situati tre ambulacri paralleli tra i quali vi erano pilastri e muri radiali che sostenevano la cavea ed ambienti  intercalati da scale che portavano ai due settori sovrapposti delle gradinate. Il livello attuale della piazza è sopraelevato di circa 6 metri rispetto a quello originario. Il nome della piazza era originariamente "in agone", con riferimento ai combattimenti navali (agones) che vi si tenevano e per i quali lo stadio veniva appositamente allagato: si trattava di simulazioni di battaglie effettivamente combattute che richiamavano un grande pubblico, ed il ricordo sopravvive anche nella denominazione di alcune strade che conducono alla piazza (ad esempio, la Corsia Agonale). Il toponimo della piazza  deriva proprio dal termine agones che per corruzione da "agone" divenne "in agone", "innagone", "navone" e quindi "Navona".
Nel medioevo nello stadio furono costruite case e torri e dei suoi ambulacri si fecero magazzini e stalle; contemporaneamente cominciarono le asportazioni di marmi ed il luogo si ridusse ad un gigantesco rudere. Intorno all'anno mille, lo stadio era ancora interamente chiuso, con una sola via che correva lungo le attuali vie di Pasquino e dei Canestrari, mentre la piazza si presentava divisa in piccoli orticelli con qualche casupola e la piccola, primitiva, chiesa di S. Agnese.
A partire dal Quattrocento la zona intorno alla piazza cominciò a svilupparsi, con la costruzione di chiese, ospedali, ospizi e palazzi nobiliari. Le case e le torri medioevali, edificate sulle gradinate dello stadio romano fin dal XIII secolo, iniziarono ad essere sostituite e trasformate negli edifici rinascimentali e poi in quelli barocchi, in un continuo processo di stratificazione che ha conferito alla piazza l'inconfondibile aspetto attuale. La svolta per  la vita della piazza iniziò nella seconda metà del XV secolo, allorché venne qui trasferito il mercato che prima si teneva sulla piazza del Mercato ai piedi dell'Aracoeli, divenendo un punto fisso di vendita di ortaggi, carni e merci varie. Luogo di mercato e d'incontro, la piazza divenne anche il luogo delle feste e delle processioni, tanto più che era stata regolarizzata e "mattonata" nel 1485 (anche se la vera e propria selciatura avverrà soltanto nel 1488); il Duca Valentino nel 1500 vi celebrò il proprio trionfo in veste di Cesare e gli Spagnoli introdussero, nel 1579, la tradizione della processione del mattino di Pasqua con lo sparo dei mortaretti e qui si rinnovarono quelle feste carnevalesche del Maggio romanesco che avevano già reso famosi Testaccio ed altri luoghi della città. Alla fine del XVI secolo, Piazza Navona prese quindi a configurarsi come il vero baricentro della città ed iniziarono ad essere intraprese iniziative di riassetto urbano.  Essenziali furono, per la miglioria e l'ornamento della piazza, gli interventi promossi da papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-85), che fece portare ben tre fontane, compreso un abbeveratoio, al servizio del mercato e degli animali da trasporto che vi affluivano. La forma attuale della piazza, con le fontane, la chiesa di Sant'Agnese, il palazzo Pamphilj e il resto degli edifici che la circondano si definì tra il 1600 e il 1700. Praticamente nulla è cambiato da allora, e in ciò consiste, probabilmente, gran parte del fascino di questo luogo. La definitiva risistemazione urbana venne decisa nel 1630, quando il cardinale Giovanni Battista Pamphilj, poi divenuto papa nel 1644 con il nome di Innocenzo X, fece costruire un edificio in forme tardo cinquecentesche sull'area di alcune case già di proprietà della sua famiglia. La piazza doveva celebrare la grandezza del casato dei Pamphilj (in una sorta di competizione con i Barberini ed i Farnese) ed Innocenzo X volle che vi si erigesse il palazzo omonimo e che la piazza fosse ornata con opere di ingente valore. Per il riassetto dell'area si ricorse perciò alla demolizione di alcuni isolati, mentre la gara per l'aggiudicazione delle commesse fu combattuta senza esclusione di espedienti fra i principali architetti del tempo; un ruolo di rilievo nella scelta degli artisti fu giocato anche dalla potente Donna Olimpia Maidalchini, influente e disinvolta cognata del papa, della quale si diceva che Bernini avesse donato, per essere favorito, un modello in argento del suo progetto della fontana, come,  secondo altri fu sempre lei a scegliere Borromini per sostituire il Rainaldi nel completamento della chiesa. Una grande manifestazione che rese famosa piazza Navona fu inaugurata il 23 giugno 1652 sempre da papa Innocenzo X e da sua cognata: furono chiusi gli scarichi delle tre fontane, lasciando così debordare l'acqua fino a coprire la parte centrale della piazza, che era concava. Nobili e popolino vi si divertivano: i primi, attraversando la piazza a cavallo o in carrozza, i secondi sguazzandoci sopra oppure spingendo in acqua i carretti a mano. Il "lago di piazza Navona" divenne una consuetudine estiva e per quasi due secoli, il sabato e la domenica del mese di agosto, la piazza si allagava, finché, nel 1866, sotto Pio IX, il divertimento venne sospeso. Tra il 1810 ed il 1839 nella piazza si tennero le corse al fantino, ossia corse di cavalli che però non avevano parentela con le più famose corse dei barberi di via del Corso. Dopo il 1870, con Roma capitale d'Italia, piazza Navona venne pavimentata con i "sampietrini", ma soprattutto venne costruito il marciapiede centrale a schiena d'asino: ciò significa che la piazza divenne convessa anziché concava, rendendo impossibile, quindi, un eventuale ripristino del "lago". Ciò non ha eliminato il carattere di centro di animazione alla piazza, che, pur se acquistando un carattere ludico-fieristico, rinasceva sempre durante il periodo natalizio: la piazza infatti iniziò ad ospitare in questo periodo un mercato che nel tempo è divenuto tradizionale per la città. Nel tempo, anche in ragione della sempre più marcata destinazione turistica dei luoghi, il mercato fu pian piano riversato sul già esistente vicino mercato di Campo de' Fiori e limitato in questa piazza al solo periodo delle festività natalizie; forse anche per la limitazione temporale, il valore tradizionale di questo mercato ha assunto più denso spessore, raggiungendo l'apice con la ricorrenza dell'Epifania e rendendo la "Befana di piazza Navona" uno dei momenti più diffusamente sentiti della cittadinanza. Fin dal dopoguerra, inoltre, piazza Navona ha preso ad ospitare pittori e artisti che eseguono ritratti e caricature estemporanee e, soprattutto negli ultimi tempi e nelle ore serali, le ormai caratteristiche performance degli artisti "di strada".

la passeggiata
Entriamo in piazza Navona da via della Posta Vecchia: come per incanto ci si immerge in quello che si può considerare, l’autentico salotto di Roma, splendido, luminoso, arioso. Vista nell’insieme delle sue componenti la piazza rivela immediatamente una grande armonia tra chiese, fontane, palazzi, e ha una caratterizzazione particolare, quella di conservare la forma dello stadio di Domiziano, sopravvissuta per l’esigenza di utilizzare le fondamenta originarie per le nuove costruzioni. La piazza è quasi chiusa a sud da due palazzi: il Braschi, il cui ingresso principale è in piazza San Pantaleo, e Lancellotti De Torres.

palazzo Braschi
Il maestoso edificio si sviluppa sul lato rettilineo dello Stadio di Domiziano: si tratta dell’ultimo palazzo romano costruito per la famiglia di un papa, realizzato dall'architetto Cosimo Morelli alla fine del XVIII secolo per i nipoti di papa Pio VI Braschi, Luigi e Romualdo Onesti. Il pontefice, per realizzare il palazzo, fece radere al suolo il preesistente palazzo di Francesco Orsini, prefetto di Roma, già di proprietà della famiglia Onesti. Terminato nel 1794, il palazzo subì un singolare destino: divenne il primo premio di una lotteria che i Braschi avevano indetto per cercare di ripianare i debiti da cui erano gravati. Il Governo Pontificio però intervenne a proibirla, i Braschi furono costretti a fallire ed il palazzo passò ai Silvestrelli, ovvero ai maggiori creditori. Questi, nel 1871, vendettero l'edificio allo Stato Italiano che vi insediò la Presidenza del Consiglio e il Ministero degli Interni; oggi il palazzo ospita il Museo di Roma.

 

La facciata presenta un basamento in travertino, un bugnato al pianterreno e all'ammezzato, con angoli fino al cornicione. Le finestre al pianterreno sono adorne di una testa di leone che regge nella bocca una pigna, (elementi dello stemma degli Onesti), mentre quelle al primo piano hanno un timpano curvilineo con festoni di foglie di quercia poggianti su dadi con stelle. Il portale si presenta affiancato da due colonne di cipollino che sorreggono un lungo balcone. All'interno maestoso lo scalone d'onore al quale si accede dall'ingresso di via di S. Pantaleo: statue antiche, stucchi e 18 colonne di granito rosso con capitelli recanti gli stemmi dei Braschi e degli Onesti contribuiscono a rendere l'opera davvero solenne.

 

palazzo Lancellotti
Palazzo Lancellotti, conosciuto anche come de Torres, si affaccia con il suo prospetto posteriore su Piazza Navona. La sua costruzione  risale al 1542, quando Ludovico Torres, Arcivescovo di Salerno, fece costruire dall’architetto Pirro Logorio, l’edificio per farne il palazzo di famiglia; nel 600, passò poi alla famiglia Lancellotti. L'edificio, esempio di architettura tardo rinascimentale, presenta una facciata principale di quattro piani con finestre architravate e sovrastate da un cornicione. Dalla facciata emerge un portale ad arco con bugne a raggiera e architrave decorato da un festone e da un mascherone; esso è affiancato da due piccole porte centinate e sormontate da clipei di stucco. Al primo piano si aprono finestre architravate, mentre gli altri due piani presentano elementi a cornice semplice. A coronamento un cornicione ornato con teste di leone, rosoni e torri, emblemi della originaria famiglia Torres.

da via dei Canestrari a via dei Lorenesi

Superando via dei Canestrari (che prende il nome dai fabbricanti di canestri che qui lavoravano), il primo palazzo che si affaccia sulla piazza è quello costituito dal complesso di proprietà degli Stabilimenti Spagnoli, con la facciata caratterizzata da balconi su mensole ed un portone che ha nell’arco una conchiglia detta “dei pellegrini” in quanto il complesso, unitamente alla vicina chiesa, fungeva da ospizio dei pellegrini spagnoli. Segue la chiesa di S. Giacomo degli Spagnoli, ora Nostra Signora del Sacro Cuore, che risale al 1450 ed è stata più volte restaurata con lo spostamento della porta d’ingresso (ora sulla piazza, ora su corso Rinascimento). La facciata ha un portale quattrocentesco con due angeli dentro il timpano che sorreggono lo stemma di Castiglia e Leon. Dal settecento in poi, conseguentemente alle vicende politiche e religiose della Spagna, la chiesa subì un lento decadimento e nell’ottocento fu venduta ai missionari francesi del Sacro Cuore. Seguono altre case di proprietà degli Stabilimenti Spagnoli trasformate nel settecento e ottocento, unite da un unico cornicione sempre decorato dalle conchiglie; le facciate sono vivacizzate da balconi e da portali nella cui lunetta ricorre lo stemma di Castiglia. Segue un palazzo del Pio Istituto Santo Spirito e palazzo Serafini Scaretti eretto nel seicento e modificato nel settecento, caratterizzato dalla presenza di un unico lungo balcone. Di seguito si trova ancora un palazzo seicentesco del Pio Istituto Santo Spirito con pregevoli portoni, il palazzo dei Giovannola ed un edificio del comune di Roma. Subito dopo il passetto delle Cinque Lune, già vicolo dei Calderai, troviamo un insieme di case, frutto di ricostruzioni del novecento, con graziosi balconcini in ferro. Non poteva mancare in piazza Navona una edicola sacra. Si trova al centro dell’insieme di edifici che chiudono la piazza dal lato nord: in essa vi è un dipinto seicentesco della Vergine "Advocata Nostra",  entro una cornice protetta da un baldacchino. Subito dopo, all’interno dello stabile al n° 48 si trova un cortile su cui si affaccia il palazzetto del Vignola, con un elegante portico, finestre decorate ed un cornicione con mensole e rosoni. Il palazzetto che segue al n° 43 ha cinque balconi ed un portale con stemma; superata via de’ Lorenesi si affaccia palazzo De Cupis: edificato nel quattrocento e ingrandito il secolo successivo, fu sede dell’ambasciatore di Spagna e di cardinali e nelle botteghe al suo interno lavoravano stampatori e librai, nel settecento fu anche sede del teatro Ornani la cui attività si protrasse fino alla fine dell’ottocento.

la piazza Navona del Borromini

Passata via dei Lorenesi, si incontra l’insieme di edifici dovuti al Borromini: il Collegio Innocenziano, la chiesa di S. Agnese in Agone e il palazzo Pamphilj.
La facciata del Collegio Innocenziano, istituto in cui si preparavano al sacerdozio i figli dei sudditi dei Pamphilj, è dominata da una serliana e l’interno ha un cortile con colonne che formano un’altra serliana e affreschi seicenteschi. A fianco vi è la chiesa di S. Agnese, edificata nel luogo del suo martirio, sulla preesistente piccola chiesa, per iniziativa di papa Innocenzo X per opera del Borromini, del Baratta, di Del Grande e del Rainaldi. Unito alla chiesa c’è Palazzo Pamphilj, costruito nel 1650 ad opera del Rainaldi.

 
 

S. Agnese in Agone

La chiesa di S. Agnese in Agone, che oggi si presenta in magniloquenti forme barocche, ha in realtà un'origine antichissima. Fu infatti edificata, secondo la tradizione, sul luogo in cui, nell’anno 304 d.C., fu martirizzata la tredicenne Agnese, figlia di una famiglia dell’aristocrazia romana, convertita al Cristianesimo, colpevole di aver rifiutato il figlio del prefetto di Roma, Sinfronio, e quindi denunciata come cristiana. Essa venne denudata per i clienti del postribolo li situato ed i suoi capelli, in quel momento si sciolsero miracolosamente e scesero fino a coprirle il corpo quasi interamente. Nessuno dei presenti osò violentare la sua verginità, dopo che l’unica persona che ci provò cadde fulminata ai suoi piedi. Poichè andarono a vuoto tutti i tentativi di farla morire bruciata, alla fine fu decapitata. Da quel momento la Chiesa la riconobbe tra i suoi martiri. Per conservare la memoria del suddetto miracolo e del martirio di quella giovane cristiana, nel medesimo luogo fu ricostruita una nuova chiesa, sopra le fondazioni di una basilica paleocristiana sorta prima nel VIII secolo e poi ricostruita nel XII secolo per volere di Callisto II. La chiesa ricorda il martirio che la Santa avrebbe subito proprio in quella parte della piazza e, vuole la leggenda, sarebbe stata eretta esattamente al di sopra di quel postribolo ove avvennero i fatti, negli attuali sotterranei dell'edificio. È anzi proprio dai fornici di questi locali interrati che la parola latina fornices assunse anche il significato di lupanare (determinando inoltre la derivazione della radice del verbo fornicare). La chiesa attuale sorge dove sin dal Medioevo era già stata eretta una piccola chiesetta parrocchiale. La chiesa venne commissionata da papa Innocenzo X nel 1652, affidando l'opera a Girolamo e Carlo Rainaldi, sostituiti, in seguito, dal Borromini, che lavorò alla chiesa dal 1653 al 1657. Questi si attenne quasi completamente al progetto dei Rainaldi, salvo che per la facciata concava, studiata per dare maggiore risalto alla cupola. Vuole una tradizione, senza però alcun fondamento di verità, che il Bernini, nemico acerrimo del Borromini, facendo le statue dei fiumi, che adornano la fontana centrale del Circo Agonale, simboleggiasse il Rio della Plata nell'atto di stendere il braccio, come per timore che la chiesa avesse a cadere da un momento all'altro; ed il Nilo in atto di coprirsi gli occhi per non vedere la bruttezza della facciata. Di rimando il Borromini avrebbe messo sulla facciata della chiesa, presso la base del campanile, la statua raffigurante Sant'Agnese con una mano sul petto, per assicurare che la facciata non sarebbe caduta. Ma si tratta di storie popolari senza fondamento: infatti la fontana fu edificata nel 1651, e la chiesa che dovrebbe, per dare valore alla leggenda, essere anteriore, fu cominciata nel 1652 e terminata nel 1657.
Nell'interno, a croce greca, vi è la tomba dell'artefice della bellezza della piazza, Innocenzo X, situata, insieme ad altri membri della famiglia, in una cripta a sinistra dell'altare maggiore; inoltre, seminascosto sopra l'ingresso, è situato il monumento di Innocenzo X, opera di Giovanni Battista Maini nel 1730. Si dice che la statua benedice chi non la vede perchè, data la sua posizione,  ben pochi sono coloro che si voltano per ammirare il busto del pontefice. Gli altari sono ornati, invece di pitture, da soli bassorilievi. I campanili furono posteriormente aggiunti dal Rainaldi e le campane sono quelle che furono tolte alla cattedrale di Castro, quando venne distrutta per ordine di Innocenzo X.

 
 

palazzo Pamphilj

I Pamphilj, famiglia nobile di origine eugubina, presenti sin dal 1150, si trasferirono a Roma nel Quattrocento con Antonio, procuratore fiscale della Camera Apostolica, cui si deve il primo nucleo del palazzo. Questi, infatti, acquistò nel 1470 una casa in piazza del Pasquino e nel 1478 alcune abitazioni vicine. Suo figlio, Angelo, estese le proprietà familiari su piazza Navona e si introdusse nell’ambiente della nobiltà romana con una intelligente strategia matrimoniale. Alla fine del Cinquecento le proprietà dei Pamphilj nella zona erano ampie ma prospettavano su piazza Navona con modesto palazzetto. Giovanni Battista Pamphilj nel 1644, dopo la sua elezione a pontefice con il nome di Innocenzo X (1644-1655), fece unificare le proprietà realizzando un imponente edificio su progetto di Girolamo Rainaldi ed alla sua realizzazione, che fu portata a termine nel 1650, partecipò anche il Borromini. Il palazzo fu quindi donato a Olimpia Maidalchini, soprannominata dal popolo “la Pimpaccia di piazza Navona” per i suoi affari loschi. Quando i Pamphilj si estinsero nei Doria, che scelsero come residenza il palazzo su via del Corso, l’edificio fu utilizzato per ospitare cardinali e scrittori. Poco dopo la metà dell’Ottocento vi si insediò l’Accademia Filarmonica Romana ed in seguito la Società Musicale Romana. Nel 1960 il palazzo fu acquistato dal Brasile per farvi la propria ambasciata.
Palazzo Pamphilj si sviluppa su piazza Navona in senso orizzontale ed è costituito da un corpo centrale, scandito da paraste e arcature cieche, con un balcone centrale al piano nobile, retto da quattro colonne, sovrastante il portale ad arco bugnato. Al primo piano vi sono finestre con timpano centinato e triangolare alternato, al secondo finestre con cimasa decorata da conchiglia e sovrastate dalle finestrelle dell'ammezzato con il grande stemma dei Pamphilj al centro, costituito da tre gigli sopra una colomba con un ramo di ulivo nel becco. Sopra il cornicione di coronamento vi è una grandiosa loggia con tre arcate e due finestre. Ai lati del corpo centrale sorgono due edifici uguali di tre piani ciascuno, con due portali incorniciati e sovrastati da un balconcino.

 
 

Le fontane di Piazza Navona
La monumentalità della piazza è completata dalle tre fontane collocate alle due estremità e al centro  della piazza.

fontana del Moro

La fontana del Moro, posta sul lato meridionale sotto le finestre di Palazzo Pamphilj, fu realizzata nel 1574 sotto il pontificato di Gregorio XIII Boncompagni su progetto di Giacomo Della Porta. Originariamente era posta su un basamento con due scalini in travertino, circondata da una balaustrata in travertino  e da 12 colonnine "per defendere et salvare dette opere dalla carrette e cocchi, che potrebbero mandarla a ruina". La vasca, di dura pietra mischia, fu ornata di mostri marini e alternativamente da un drago e un'aquila (stemmi araldici della famiglia Boncompagni) e agli angoli da quattro tritoni con la buccina, alternati da mascheroni, anche se originariamente i tritoni erano stati ordinati per la fontana del Trullo, allora situata in piazza del Popolo. Il centro della vasca era infine ornato con un modesto gruppo di scogli, al di sopra dei quali zampillava l'acqua. Nel 1652 Innocenzo X ordinò al Bernini di restaurare la fontana e fu così che l'artista vi appose un piccolo gruppo costituito da tre delfini che sorreggevano nell'alto una lumaca dalla quale schizzava un getto d'acqua. Il gruppo, denominato la Lumaca, fu l'unico mutamento che il Bernini apportò alla fontana, in sostituzione dell'originario gruppetto di scogli e per questo motivo la fontana venne chiamata "della Lumaca". La figura non piacque né ai Pamphilj né al popolo e perciò fu sostituita nel 1655 con il "Moro", ovvero la statua in marmo in lotta con un delfino scolpita da Giovan Antonio Mari nella casa stessa del Bernini che rappresenta un muscoloso tritone che trattiene a viva forza un delfino, il quale tenta di sottrarsi alla stretta sfuggendogli tra le gambe. Solo successivamente il Bernini eliminò gradini e balaustrata dalla fontana ed allargò attorno alla vasca una piscina a livello del suolo. La scultura centrale è stata tradizionalmente chiamata il Moro per i suoi tratti somatici, ma in realtà si tratta di un tritone.

fontana dei Quattro Fiumi

Nel 1647 Innocenzo X aveva in mente il progetto di una più degna sistemazione della piazza con la costruzione di una fontana al centro, in sostituzione della semplice vasca quadrilatera che fungeva da "beveratore delli cavalli". Per questo motivo il pontefice fece condurre nella piazza circa 150-180 once di acqua dal condotto dell'Acqua Vergine, a conferma della grande importanza che Innocenzo X dava all'opera. Il progetto in un primo momento fu affidato al Borromini, ma Gian Lorenzo Bernini, allora in disgrazia presso il papa, o meglio, presso Donna Olimpia, riuscì a riguadagnare il favore della potente donna ed a soppiantare il rivale con uno stratagemma: fece pervenire ad Olimpia un modellino d'argento della fontana. Il pontefice, vedendo "per caso" il modellino, ne rimase entusiasta e trasmise l'ordine al Bernini. Secondo fonti dell'epoca, il modello piacque perché era fuso in argento e, soprattutto, perché fu lasciato in regalo all'avida "Pimpaccia". La presenza dell'obelisco sulla fontana fu richiesta espressamente dal papa, dopo che questi si recò in visita a S. Sebastiano il 27 aprile del 1647 e lì, presso il Circo di Massenzio, vide "per terra un obelisco grandissimo". Le iscrizioni in geroglifico, sulle quali appare il nome di Domiziano, provano che originariamente l'obelisco era situato presso il Tempio di Iside (insieme a quello di piazza della Rotonda, quello in viale delle Terme di Diocleziano e in piazza della Minerva) e soltanto successivamente trasferito da Massenzio nel suo Circo. L'obelisco, di granito e alto 16,54 metri, fu innalzato il 12 agosto 1649 sopra un alto basamento, affinché apparisse ancora più elevato, al di sopra dello scoglio. La Fontana dei Fiumi, inaugurata nel 1651 e realizzata grazie ai proventi di tasse su pane, vino e analoghi generi di consumo, risulta senza dubbio uno dei monumenti più belli e famosi della Roma barocca e rappresenta i quattro grandi fiumi allora conosciuti, il Gange, il Nilo, il Danubio e il Rio della Plata. Quattro statue di marmo bianco, alte cinque metri, situate su masse sporgenti di travertino attorno al monolite, rappresentano i quattro fiumi: il Nilo, opera di Giacomo Antonio Fancelli, presenta la singolarità di avere la testa velata perché le sue sorgenti erano allora sconosciute, anche se per il popolo, invece, esprimeva il disprezzo del Bernini per la vicina chiesa di S. Agnese in Agone, progettata dal suo rivale Borromini, come anche il braccio alzato a protezione della testa del Rio della Plata, opera di Francesco Baratta, esprimeva il timore ironico dell'artista che la chiesa potesse crollare. Tali dicerie sono però destituite da ogni fondamento perché Bernini completò la fontana prima che Borromini iniziasse la chiesa. Infine, il Gange è opera di Claude Poussin mentre il Danubio è di Antonio Raggi. Lo stemma araldico della famiglia papale, la colomba con il ramo d'olivo, decora la roccia piramidale dell'obelisco e simboleggia il potere divino che scende come raggio solare lungo i quattro angoli dell'obelisco fino alla roccia, che ricorda la materia informe, il caos. Secondo l'iscrizione voluta da Innocenzo X, il monumento intende magnificamente offrire "salubre amenità a chi passeggia, bevanda a chi ha sete, occasione a chi medita".

 
 
 
 

fontana del Nettuno

Sul lato settentrionale della vi è la Fontana del Nettuno, anticamente detta dei Calderari per la presenza nella zona di botteghe di fabbricanti di catini e vasi di rame. Realizzata dal Della Porta nel 1574, questa fontana, non avendo una Donna Olimpia che la proteggesse, rimase a lungo abbandonata, priva di decorazioni fino al 1873, quando il Comune di Roma, dopo un bando di concorso, assegnò l'opera al siciliano Zappalà e al romano Della Bitta, il primo autore dei gruppi costituiti da cavalli marini guidati da fanciulli, da sirene in lotta con mostri marini e da putti alati che giocano con i delfini, mentre il secondo fu l'autore della figura centrale rappresentante Nettuno con il tridente che si difende da una piovra avvinghiata alle gambe.

Questa breve ma intensa passeggiata permette di comprendere come piazza Navona, con i suoi colori e i capolavori rappresenti e sintetizzi la Roma Barocca. E' stata allo stesso tempo, per secoli, un grande teatro all’aperto dov’è andata in scena ogni sorta di drammi, commedie e tragedie della vita dei Romani. Ancora ai nostri giorni la piazza agisce ancora come un magnete che attira romani a passeggio, turisti e artisti da tutte le parti del mondo. Ma forse era proprio questo lo scopo che gli artefici di questo gioiello si erano proposti di ottenere con la progettazione di questo scenario indimenticabile.

Sergio Natalizia - 2008

 
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