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il Carnevale romano

Memorie > Tradizioni
il Carnevale romano

Il Carnevale, nella Roma papalina, costituiva un periodo di allegra follia collettiva in cui le rigide regole quotidiane imposte dall’autorità venivano meno e tutto era concesso, prima che il Mercoledì delle Ceneri desse avvio ai digiuni quaresimali e agli altri atti penitenziali che precedevano la Pasqua. Il carnevale con le sue feste e i suoi riti aveva quindi una funzione liberatoria sia al livello individuale che collettivo anche se ogni anno si rinnovavano gli avvisi e i bandi delle autorità volti a tenere sotto controllo e a circoscrivere la trasgressione carnevalesca.
Le origini del Carnevale si fanno risalire agli antichi Saturnali, celebrati a Roma fino in epoca tardo-imperiale e caratterizzati da divertimenti pubblici, balli e travestimenti con maschere: una manciata di giorni in cui il mondo si capovolgeva, le differenze sociali erano annullate e gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente uomini liberi. Nel medioevo a Roma si teneva il cosiddetto “ludus carnevalarii”: il papa arrivava a cavallo fino a Testaccio, accompagnato dal prefetto e dai cavalieri della città, per presenziare alle cerimonie propiziatorie, mentre le famiglie nobili di Roma e dei paesi vicini si cimentavano in duelli, palii, giostre, tauromachie e altre battaglie con animali. Tutta la città scendeva in strada, non solo per assistere alla girandola di spettacoli ed esibizioni: tra gli appuntamenti più attesi dal popolo c’era la “ruzzica de li porci”: dalle alture del Monte dei Cocci venivano lanciati alcuni carretti che trasportavano maiali, attesi a valle dalla gente che si contendeva gli animali, vivi o morti che fossero. Anche piazza Navona divenne centro di manifestazioni, in modo particolare di tornei di cavalieri.

Feste di Carnevale al Corso di Ippolito Caffi-1847-Museo di Roma

La via del Carnevale
Nella metà del Quattrocento, quando al soglio pontificio salì, con il nome di Paolo II, il cardinale veneziano Pietro Barbo, che aveva fissato la sua residenza in quello che ora è palazzo Venezia, il luogo centrale della città e del Carnevale divenne la vicina via Lata, il tratto urbano dell’antica via Flaminia: qui il 9 febbraio del 1466 fu inaugurato un fastoso Carnevale, con cortei allegorici ispirati alla tradizione romana e alla mitologia classica. Il lungo rettifilo che da piazza Venezia conduceva alla porta del Popolo divenne il luogo preferito per lo svolgimento di ogni tipo di evento legato al Carnevale: fu proprio da queste manifestazioni che la via Lata cambiò il suo nome in quello odierno di via del Corso. Con una apposita Bolla, il papa stabilì infatti che qui, in ciascuno dei giorni non festivi del periodo carnevalesco, avesse luogo una corsa. A gareggiare erano cavalli, asini e bufali, ma anche poveri infelici, in molti casi ebrei, che venivano costretti a correre in mezzo ad una folla crudele e inferocita: uno spettacolo irridente e truce che fu in parte interrotto solo nel 1667 da papa Clemente IX.

Feste di Carnevale presso S. Carlo al Corso di B. Pinelli-1822-Museo di Roma

La corsa dei berberi
La corsa regina, che durerà invariata con poche eccezioni fino al 1882, fu però sempre quella dei cavalli berberi, cavalli di origine nordafricana, selezionati e addestrati appositamente. I cavalli “scossi”, cioè senza fantino, venivano raggruppati a piazza del Popolo e qui avveniva la partenza o “mossa”. Aizzati e pungolati da palle di spine applicate sotto la coda, i cavalli venivano infatti lanciati tra le urla della folla in una corsa furibonda e scomposta lungo il rettifilo fino a piazza Venezia, dove un drappo segnava la fine del percorso. Qui i cavalli venivano fermati con grandi difficoltà dai barbareschi, i garzoni di stalla: il proprietario del cavallo vincitore riceveva un “pallio”, un drappo di stoffa preziosa ricamata, forzatamente finanziato dalla comunità ebraica. L’evento era così atteso che i posti lungo il percorso erano contesi con largo anticipo: i più ricchi e potenti assistevano allo spettacolo dalle tribune costruite sulla piazza o dagli affacci e dai balconi dei palazzi, adornati con drappi e spesso affittati a caro prezzo; purtroppo, la corsa furiosa dei cavalli, unita all’eccitazione della folla in cerca di emozioni forti, non mancava di provocare incidenti, persino mortali.

La ripresa dei berberi-A. Pinelli-1832-Museo di Roma

La festa dei "moccoletti"
Proprio quando il Carnevale stava per concludersi, il giorno del Martedì Grasso, un ultimo evento segnava la fine dei festeggiamenti: un fiume di luci e di persone che inondava il Corso al grido di “Mor’ammazzato chi nun porta er moccolo!”. Era la Festa dei moccoletti: per partecipare, occorreva uscire di casa in maschera e avere con sé una candela, chiamata appunto il “moccoletto”. Ogni partecipante doveva cercare di spegnere la luce del vicino mantenendo accesa la propria. Chi si ritrovava con il moccoletto spento doveva togliersi la maschera e diventava bersaglio di ingiurie e canzonature. La festa, nata sul finire del Settecento, rappresentava una sorta di funerale simbolico del Carnevale e aveva una forte rilevanza rituale e simbolica. Ma tra la folla, protetta dalle maschere, accadeva di tutto: scherzi impietosi, furti, accoltellamenti, tradimenti coniugali.  

La festa dei moccoletti-W. Marstrand-1848-Museo di Roma

Il fascino del Carnevale romano
Al clima di libertà e stravaganza del Carnevale contribuivano in gran parte le maschere, sotto le quali scomparivano identità personale, sesso e status sociale. Tra le maschere tradizionali figuravano Rugantino, Meo Patacca, Cassandrino, la Zingara, don Pasquale de’ Bisognosi, il dottor Gambalunga e il generale Mannaggia la Rocca: tutti costumi ispirati dalla vita quotidiana dei romani. Tra cortei, sfilate, balli, lanci di “confetti” (pallottoline di gesso colorate) e di “sbruffi” (gli attuali coriandoli), scherzi, feste, spettacoli e banchetti pubblici, il Carnevale romano fu per oltre quattro secoli un evento che condizionava la vita, i divertimenti, la cultura e l’arte della città. Attirò e coinvolse pittori, poeti, scrittori (Sangallo, Bramante, Raffaello, Michelangelo, Tasso, Goldoni e molti altri) ma anche celebri viaggiatori stranieri in visita nella città. Il clima di euforia collettiva che si respirava durante questo evento, la sua atmosfera e il suo colore non mancarono di colpire, tra gli altri, Stendhal, Dumas, Dickens e Andersen. Goethe, che partecipò al Carnevale del 1788, lo descrisse come “una festa che il popolo dà a sé stesso” nel quale ognuno può essere “pazzo e stravagante quanto gli pare e piace” e dove “salvo le bastonate, e le coltellate, tutto è permesso”. A rappresentarne l’elemento fondamentale e insostituibile era in effetti proprio il popolo romano nella sua vitalità sanguigna, nella sua inventiva e nel suo sguardo ironico e disincantato. Il tramonto del Carnevale iniziò solo con l’avvento dei Savoia a Roma nel 1870: per motivi di sicurezza furono progressivamente vietati molti dei consueti festeggiamenti, tra cui la corsa dei berberi, considerati responsabili di drammatici incidenti.

Maschere di carnevale-A. Pinelli-1833-Museo di Roma
© Sergio Natalizia
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