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Appia Antica

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via Appia Antica
una passeggiata nella storia

 
 

la storia

 

La via Appia fu la prima e la più importante tra le grandi strade costruite da Roma ed è stata chiamata per tale ragione la "regina viarum". Fu tracciata alla fine del IV secolo a.C. per mettere in diretta e rapida comunicazione Roma e Capua. Il nome deriva quello del magistrato che la fece costruire lasciandole il proprio nome nell'anno 312, Appio Claudio che ricopriva la carica di censore. Il progetto del percorso fu sicuramente di concezione straordinariamente moderna in quanto lasciava da parte i centri abitati intermedi (provvisti però di appositi raccordi) e mirava diritto alla meta. La via fu perciò realizzata, anche superando notevoli difficoltà naturali, come le Paludi Pontine, con importanti opere d'ingegneria. Il primo tratto, fino a Terracina, era un lunghissimo rettifilo di circa 90 chilometri, di cui gli ultimi 28 fiancheggiati da un canale di bonifica che consentiva di alternare il tragitto in barca a quello sul carro o a cavallo. Dopo Terracina, la strada deviava verso Fondi, quindi attraversava le gole di Itri e scendeva a Formia e Minturno. Superata poi Sinuessa (l'odierna Mondragone), con un altro tratto rettilineo puntava a Casilinum (l'odierna Capua), sul Volturno, e da qui raggiungeva l'antica Capua (oggi S. Maria Capua Vetere). Il percorso totale era di 132 miglia, pari a 195 chilometri, e si effettuava normalmente con cinque/sei giorni di viaggio. In conseguenza dell'ulteriore espansione di Roma nel Mezzogiorno, la via Appia fu più volte prolungata. Dapprima, subito dopo il 268 a.C., fino a Benevento, poi al di la dell'Appennino, fino a Venosa e quindi a Taranto. Finalmente, nel II secolo a.C. fu prolungata fino a Brindisi, porta dell'Oriente.

Il percorso dopo Benevento fu però a poco a poco sostituito da un itinerario alternativo che attraversava tutta la Puglia passando per Ordona, Canosa, Ruvo, Bari ed Egnazia. Nei primi anni del II secolo d.C. esso fu trasformato in una vera e propria variante dall'imperatore Traiano che le aggiunse il suo nome. Con la nuova via Appia Traiana era possibile andare da Roma a Brindisi in 13/14 giorni lungo un percorso totale di 365 miglia pari a poco meno di 540 chilometri. La via Appia era lastricata con grandi lastroni, o "basoli" di pietra basaltica di forma poligonale.  La carreggiata aveva una larghezza standard di 14 piedi romani (circa 4,15 metri) sufficienti a consentire il passaggio contemporaneo di due carri nel doppio senso di marcia. Due marciapiedi in terra battuta delimitati da un cordolo di pietra e larghi ognuno almeno un metro e mezzo fiancheggiavano la carreggiata. Ogni 7 o 9 miglia nei tratti piu frequentati (Km. 10/13) e ogni 10 o 12 miglia in quelli meno importanti (Km. 14/17), si allineavano lungo la strada le stazioni di posta per iI cambio dei cavalli unitamente a luoghi di ristoro e di alloggio per i viaggiatori. In prossimità dei centri abitati la strada era fiancheggiata da grandi ville e soprattutto da tombe e monumenti funerari di vario genere. Si va dalla più semplice tomba collettiva a incinerazione, generalmente sotterranea: il colombario, a quelle individuali o famigliari, in forma di altare, o di edicola su base quadrangolare, ai più elevati sepolcri a torre, per lo più ridotti al solo nucleo di calcestruzzo privato del rivestimento originario; tipici del paesaggio della via sono poi le tombe a tempietto su due piani in laterizio; i mausolei a pianta circolare e copertura conica frequenti lungo la strada riprendono la tradizione delle tombe a tumulo.

Frequenti sono poi anche i mausolei in laterizio, generalmente del III-IV sec. d.C., a pianta circolare o articolata e copertura a cupola. Soprattutto in quest’area operò Luigi Canina per volere do Papa Pio IX con i suoi interventi di conservazione e restauro, inserendo una cornice di pini e cipressi che ancora oggi connota il paesaggio della via Appia Antica. Restauri successivi, come quelli eseguiti in occasione del Giubileo del 2000, hanno recuperato e ripristinato ampi tratti dell’antico selciato della via restituendole quell’assetto di “museo all’aperto” concepito dal Canina.
La via Appia Antica esce oggi dalle Mura Aureliane, scende nella valle dell'Almone e quindi sale progressivamente verso i Colli Albani; in realtà, però, in età repubblicana o imperiale, il tracciato iniziava da porta Capena, che era la porta nel recinto delle Mura Serviane del IV secolo a.C., in sostanza la strada che oggi porta il nome di via delle Terme di Caracalla. Questo tratto della via Appia antica, era già allora detto “urbano” in quanto era parte integrante della città, poiché iniziava dalla zona di fronte al Circo Massimo e nei pressi delle Terme di Caracalla e terminava a Porta S. Sebastiano, pertinente invece alle mura fatte edificare dall’imperatore Aureliano nel III secolo d.C.
Di questo tratto della via Appia Antica tracciamo in modo sintetico il susseguirsi dei siti di maggiore interesse, per poi passare in dettaglio il tratto da porta S. Sebastiano all’VIII miglio.

 
 

il tratto urbano di via Appia Antica

 

Sul lato sinistro di via delle Terme di Caracalla, laddove comincia il viale della Valle delle Camene si trova un rudere che la lapide sopra murata indica  come l'inizio della via Appia Antica. La tradizione, in realtà priva di fondamento, vuole che quel muro sia ciò che rimane della porta Capena, da cui avevano inizio sia la via Appia che la via Latina, che poi si separavano nell’area dell’attuale piazzale Numa Pompilio. Lungo l’attuale via Valle delle Camene, sul lato sinistro della Passeggiata Archeologica, si trova la chiesa, oggi sconsacrata, di S. Maria in Tempulo; conserva i resti di un campanile romanico databile al XII secolo; successivamente la chiesa fu inglobata in un casale, denominato “Vignola Mattei”, recentemente restaurato dal Comune di Roma ed utilizzato per la celebrazione dei matrimoni civili.
Sulla destra sorgono i resti delle Terme di Caracalla, che insieme alle Terme di Diocleziano costituivano gli impianti termali più grandi della città; i Romani, non avendo servizi igienici nelle case, frequentavano le terme quotidianamente, a orari stabiliti, sia per motivi igienici, per lavarsi, ma anche per incontrarsi. Erano alimentate dall'acquedotto Antoniniano che da Porta Maggiore arrivava sin qui. Famose già nell’antichità per la ricchezza delle decorazioni e delle opere d’arte che le abbellivano, si conservano ancora oggi in alcuni punti per un’altezza di oltre trenta metri. Il complesso era composto da due ali simmetriche raccordate da un corpo centrale circolare; gli impianti termali erano completati da vaste palestre, da una basilica adibita a luogo di incontro e di passeggio e da una grande piscina all’aperto. Nelle gallerie che si snodavano nel sottosuolo, erano collocate le strutture di servizio, gli impianti idraulici, le centrali termiche e le caldaie; nei primi del ‘900 nella parte nord-occidentale dei sotterranei, è stato anche scoperto un mitreo, il maggiore di quelli conosciuti a Roma.
Davanti alle Terme di Caracalla, lungo il lato destro della Passeggiata Archeologica, si trova la chiesa dei SS. Nereo ed Achilleo, la cui fondazione risale alla fine del VI secolo, ma parziali ricostruzioni e restauri furono eseguiti nel IX e poi nel XV secolo; l’aspetto attuale si deve, infine, agli interventi eseguiti nel XVII secolo per volontà del cardinal Baronio.
Sul lato sinistro della Passeggiata Archeologica, in corrispondenza dell’angolo con via Druso si trova invece la chiesa dei Ss. Domenico e Sisto, la cui facciata settecentesca nasconde il nucleo originario, risalente al V secolo, con pianta a tre navate preceduta da un quadriportico; il piccolo campanile è databile invece al XIII secolo.
Superato Piazzale Numa Pompilio, sulla sinistra di via di Porta S. Sebastiano si trova il Casale Pallavicini, che ingloba i resti di una casa romana su due piani, della seconda metà del II secolo d.C. Al primo piano dell’abitazione si impiantò tra l’XI e il XII secolo l’edificio noto come “Oratorio dei Sette Dormienti”, con dipinti che illustrano la leggenda dei giovani di Efeso: murati in una grotta durante la persecuzione di Decio (249-251 d.C.), sarebbero stati ritrovati miracolosamente ancora vivi due secolo dopo.

Sulla destra di via di Porta S. Sebastiano si trova la chiesa di S. Cesareo de Appia, risalente al XII secolo, sotto il cui pavimento furono rinvenuti mosaici a tessere bianche e nere con soggetti marini, pertinenti ad un edificio termale del II secolo d.C., forse le Terme di Commodo; la chiesa, più volte rimaneggiata, fu restaurata agli inizi del XVII secolo dal cardinale Cesare Baronio. Alla biforcazione tra la via Appia e la via Latina, è situata una villa rinascimentale, attribuita al cardinale Bessarione, vescovo di Tuscolo tra il 1449 e il 1468; nelle fondazioni dell’edificio sono stati rinvenuti due sepolcri di epoca tardo repubblicana, a cui fu in un secondo tempo addossata un’ abitazione. Utilizzata come ospedaletto all’inizio del XIV secolo, in seguito come monastero, alla metà dell’800 la struttura ospitava un’osteria di campagna. Sul lato sinistro di via di Porta S. Sebastiano, al civico n. 9, si trova il Sepolcro dei Corneli Scipioni, una delle più celebri famiglie patrizie della Roma repubblicana. Il sepolcro fu costruito nei primi decenni del III secolo a.C. dal capostipite Lucio Cornelio Scipione Barbato, console nel 298 a.C., il cui sarcofago in peperino (si tratta di una copia, l’originale è conservato ai Musei Vaticani) si trova in posizione dominante di fronte all’ingresso. Il sepolcro ha una pianta quadrangolare, con quattro gallerie sui lati e due perpendicolari al centro; lungo le pareti interne trovavano posto trentadue sarcofagi. La facciata monumentale, sistemata da Scipione l’Emiliano nel II secolo a.C., era costituita da un alto podio su cui si aprivano tre ingressi simmetrici e presentava tre nicchie che dovevano ospitare statue raffiguranti il poeta Ennio, Scipione l’Africano e Scipione l’Asiatico. Sul lato destro del sepolcro un altro ambiente venne aggiunto nel I secolo d.C. dai Corneli Lentuli, ramo secondario della famiglia, che lo riutilizzarono con sepolture ad incinerazione.
L’arco di Druso, posto immediatamente prima della Porta S. Sebastiano, è in realtà una delle arcate dell’acquedotto Antoniniano - nel punto in cui questo oltrepassava la via Appia - fatto realizzare da Caracalla per alimentare le sue Terme. Nel corso del restauro voluto da Onorio l’arco fu inglobato con Porta S. Sebastiano in una sorta di castello difensivo.

 
 

il I° miglio

 

Porta San Sebastiano

Il nome originario della porta nelle Mura Aureliane era Porta Appia, ed era la più meridionale dell’Urbe; la denominazione di Porta S. Sebastiano è prevalsa dal Medioevo, in quanto conduceva alle catacombe del martire. Più volte restaurata e trasformata nel corso dei secoli, deve la sua forma attuale ai restauri eseguiti da Belisario e Narsete al tempo dell’assedio di Roma durante la guerra gotica (536 d.C.). Già all’inizio del V secolo, al tempo di Onorio, la porta era stata ridotta ad un unico fornice ed erano stati aggiunti i basamenti quadrati rivestiti di marmo, che racchiudono le torri semicilindriche in opera laterizia; in questa fase la porta venne collegata all’Arco di Druso, attraverso due bracci curvilinei, che costituivano una corte interna di guardia. Sotto la porta, sulla destra, si trova un graffito dell'arcangelo Michele nell'atto di uccidere un drago con una lancia; l'angelo porta anche nella mano sinistra un globo. L'iscrizione latina recita: «In festo S. Michelis intravit gens foresteria in urbe et fui debellata a populo romano existente Jacobo de Pontanis capite regionis». Si tratta della testimonianza della vittoria dei Romani contro Roberto D'Angiò, re di Napoli, qui avvenuta il 29 settembre 1327.
Uscendo dalle Mura Aureliane la via Appia Antica scende nella valle dell'Almone; circa cento metri dopo Porta S. Sebastiano è collocata la copia della prima colonna miliaria della via Appia, che ricorda i restauri eseguiti da Vespasiano nel 76 e da Nerva nel 97. In questo punto cadeva il primo miglio (1478 metri) a partire da Porta Capena. La colonna originaria, rinvenuta nel 1584, si trova oggi sulla balaustra della scalinata del Campidoglio.
Su ambedue i lati della strada si conservano i resti di una serie di colombari e di sepolcri databili dall’età repubblicana al IV secolo d.C.; sul lato sinistro della via strutture in blocchi di tufo, riferibili all’età repubblicana, sono state interpretate come resti del tempio di Marte, santuario tra i più antichi di Roma, che le fonti collocano tra il I e il II miglio della via Appia. I ruderi venuti alla luce sotto il cavalcavia sono in realtà comuni sepolcri, tombe databili tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C., che hanno subito varie alterazioni fino al IV secolo d.C. Poco oltre il cavalcavia di via Cilicia, sul lato sinistro della strada al civico 19, un casale seicentesco ha inglobato il nucleo in calcestruzzo di un grande sepolcro a dado, originariamente rivestito di blocchi di marmo o di travertino, pertinente ad un antico mausoleo della prima età imperiale, erroneamente indicato come “sepolcro di Orazio”, in ricordo del famoso viaggio del poeta lungo l’Appia. In realtà il poeta fu sepolto sull'Esquilino. Dopo pochi metri si arriva al sacro fiume Almone, identificato dagli antichi Romani con uno spirito divino; subito dopo, un notevole esempio di archeologia industriale è la ex Cartiera Latina, che fino all'ultima guerra utilizzava l'acqua del fiume Almone per l'attività industriale; l'edificio è oggi sede dell'Ente Parco regionale dell'Appia Antica.
All’altezza del civico 41, ancora sul lato sinistro, sorge una costruzione in calcestruzzo a forma di torre, sormontata da un casaletto quadrangolare con tetto a quattro spioventi. Si tratta del sepolcro, in origine rivestito di marmo, conosciuto come “tomba di Geta”, figlio minore dell’imperatore Settimio Severo, fatto uccidere dal fratello Caracalla nel 212 d.C.; l’attribuzione a Geta è in realtà priva di fondamento e fu riutilizzato nel Medioevo come posto di vedetta.

Domine Quo Vadis?
All’altezza del bivio tra via Appia Antica e via Ardeatina sorge, sul lato sinistro, una piccola chiesa nota con il nome di Domine Quo Vadis ? La cappella è un rifacimento seicentesco dell’originaria struttura del IX secolo. La denominazione è legata alla tradizione che vuole l’apparizione di Gesù in veste di viaggiatore all’apostolo Pietro, in fuga da Roma per le persecuzioni di Nerone. Alla domanda di Pietro “Domine, quo vadis?” (dove vai, signore ?), la risposta sarebbe stata: "Venio Romam iterum crucifigi" /Vengo a farmi crocifiggere di nuovo); a queste parole, l’apostolo sarebbe tornato indietro ad affrontare il martirio. L'antica leggenda, risalente a fonti apocrife del II secolo d.C., è legata nella tradizione popolare alla scoperta di due impronte di piedi in una lastra di marmo, attribuite allo stesso Gesù (l’originale è custodito nella Basilica di S. Sebastiano); in realtà esse non sono altro che un antico ex voto per il dio Redicolo, in tutto simile agli ex voto che si offrono ancor oggi nei santuari. Resta il fatto che nel IX secolo venne qui costruita una chiesa in ricordo dell'avvenimento; l'edificio originale però andò presto in rovina e l’attuale chiesa fu costruita nel 1620 sotto il pontificato di Clemente VIII e la facciata fu fatta ricostruire dal cardinale Francesco Barberini nel 1637. Di fronte alla chiesa del “Domine quo Vadis ?” sorge il sepolcro che, si ipotizza, Tito Flavio Abascanto, liberto dell’imperatore Domiziano, avesse fatto erigere per la moglie Priscilla; si tratta di un sepolcro con basamento quadrangolare, originariamente rivestito di blocchi di travertino, contenente la camera sepolcrale in cui erano contenuti i sarcofagi, su cui si imposta una struttura cilindrica articolata in tredici nicchie. In età alto-medievale al sepolcro fu sovrapposta una torre di avvistamento.

 
 

il II° miglio

 

Catacombe di San Callisto
All'altezza del numero civico 103, che corrisponde al portale della seicentesca Villa Casali, sorgeva la colonnina del II miglio, ricordata da una lapide sul lato destro della strada. Più avanti, e sempre sulla destra, s'apre l'ingresso alle Catacombe di S. Callisto. Si tratta del più vasto complesso cimiteriale sotterraneo di Roma, risultato del collegamento tra numerosi nuclei distinti di gallerie, che si sviluppa su quattro livelli di profondità, per un’estensione di 16 km. Volute da papa Zefirino (188 d.C. - 217 d.C.) e gestite da Callisto quando era ancora diacono, accolsero molte sepolture di papi e di martiri, divenendo fin dal III secolo il più importante sepolcreto cristiano di Roma.  I nuclei principali si trovano nelle "regioni" di Callisto (Cripta dei Papi, essendo ancora sul posto le tombe dei papi tra il I e il II secolo d.C.) e di Santa Cecilia (numerose iscrizioni indicano che la sua famiglia abbia posseduto un ipogeo in questo luogo) e nelle cosiddette Cripte di Lucina. Al bivio con Vicolo della Caffarella è situata una piccola cappella circolare in laterizio giallo e rosso, fatta costruire nel 1539 dal cardinale inglese Reginald Pole, come ex-voto per essere sfuggito ad un agguato tesogli dai sicari del re Enrico VIII; mandato dal sovrano a Roma per perorare la causa del suo divorzio, il cardinale si era invece schierato con la chiesa di Roma e con il Papa. Si presenta come un'elegante edicola rotonda a cupola in cotto policromo (giallo e rosso), richiamando il modello delle tombe romane a tempietto.

Catacombe e basilica di San Sebastiano
Subito dopo l'omonimo vicolo inizia il complesso delle catacombe e della basilica di S. Sebastiano. Il termine “catacomba”, che deriva dall’espressione “ad catacumbas” (presso le cavità), in origine indicava proprio la depressione situata tra il II e il III miglio della via Appia antica, dovuta alle antiche cave di pozzolana esistenti nell’area; la catacomba di S. Sebastiano fu una delle poche a rimanere accessibile per tutto il Medioevo, cosicché il vocabolo per estensione passò poi a designare qualunque cimitero sotterraneo. Il primo nucleo del complesso paleocristiano fu costituito da un edificio cimiteriale, caratterizzato da un vasto cortile con banconi in muratura lungo le pareti in cui sarebbero stati accolti i corpi degli apostoli Pietro e Paolo all’epoca delle persecuzioni di Decio (250 d.C.), noto come “Memoria Apostolorum”. Contemporaneamente, aumentando il numero dei cristiani che volevano essere seppelliti vicino alle tombe dei due apostoli, il  cimitero sotterraneo, si sviluppò in 12 km. di gallerie. Sulla “Memoria Apostolorum” sorse poi nel IV secolo una basilica “circiforme”, in quanto caratterizzata da una planimetria simile a quella dei circhi, a tre navate, intorno alla quale si sviluppò un’estesa necropoli con numerosi mausolei. La basilica, dedicata poi nell’VIII secolo a S. Sebastiano, dal nome del martire ucciso sotto l’imperatore Diocleziano, deve la sua forma attuale a un restauro fatto eseguire dal cardinale Scipione Borghese all’inizio del XVII secolo. Nello slargo di fronte alla basilica di S. Sebastiano, è collocata una colonna sostenente una croce, sul cui basamento l'iscrizione ricorda il lavoro di recupero e valorizzazione della via Appia Antica, promosso da Papa Pio IX nel 1851 e realizzato dall’archeologo Luigi Canina, che concepì questa sorta di primo Parco Archeologico, restaurando i monumenti e recuperando numerosi reperti, inseriti in quinte scenografiche appositamente realizzate.

La Villa di Massenzio
Si tratta di un complesso monumentale che comprende il Mausoleo di Romolo, il Palazzo Imperiale e il Circo. Massenzio associò, tra il 306 e il 312 d.C., in un unico complesso la sua residenza, un circo, luogo di incontro e di divertimento, e il mausoleo di famiglia, prima di essere definitivamente sconfitto da Costantino.
Il Mausoleo di Romolo prende il nome dal figlio dell'imperatore Massenzio, morto nel 309 d.C. all’età di sette anni ed in seguito divinizzato, ed era stato concepito come tomba dinastica per tutta la famiglia imperiale, come dimostra il numero dei loculi esistenti in essa. Della costruzione originaria oggi si conserva, al centro di un quadriportico, il basamento a pianta circolare, privato dei blocchi di rivestimento, a cui si addossa il settecentesco Casale Torlonia. Il mausoleo, un grandioso edificio a due piani in forma di tempio, doveva avere l’aspetto di un piccolo Pantheon: coperto da una cupola e preceduto da un colonnato, presentava al piano inferiore la cripta per i sarcofagi, costituita da un ambiente circolare che si snoda intorno ad un pilastro centrale, mentre al piano superiore, non più conservato, era la cella per il culto dell’imperatore divinizzato.  Il palazzo dall'alto della collinetta dominava con i suoi grandi ambienti absidati il circo, che occupava a sua volta una valletta naturale, nonché la tomba della  famiglia imperiale con l'ingresso rivolto verso l'Appia, la via sepolcrale per eccellenza. Dei tre edifici che compongono la villa imperiale, il palazzo è certamente quello meno conservato: rimangono in piedi solo le parti absidali di tre grandi ambienti, il centrale dei quali, conosciuto come tempio di Venere e Cupido, è il fulcro dell'intero edificio da interpretarsi come "aula palatina" destinata alle udienze imperiali. Quest'aula era preceduta da un atrio comunicante con il porticato, lungo circa 200 metri e affrescato, che permetteva all'imperatore di passare direttamente dall'abitazione al palco imperiale nel circo. A differenza del Circo Massimo, il Circo di Massenzio non aveva carattere pubblico, ma era strettamente legato alla persona dell’imperatore ed alla sua residenza. Dell’impianto, lungo complessivamente 520 m. e largo 92 m., si conservano le due torri che si ergevano ai lati dei dodici stalli da cui partivano i cavalli, le gradinate che potevano accogliere fino a 10.000 spettatori, e la spina, intorno alla quale i carri compivano i sette giri della corsa. La spina è la struttura longitudinale che costituisce l’asse centrale del circo: lunga 296 m. e delimitata da due mete semicircolari, aveva in mezzo un canale suddiviso in dieci vasche per rinfrescare gli equipaggi durante la gara; sette uova e sette delfini mobili al di sopra di due edicole poste alle estremità indicavano agli spettatori i giri di pista di volta in volta compiuti dai carri. Al centro della spina era collocato un obelisco che fu poi utilizzato dal Bernini nel 1650 per abbellire la Fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona. L’ingresso al circo per gli spettatori era costituito dall’arco che si apre nel lato curvo verso la Caffarella, e preceduto verso l’esterno da una gradinata. Dalla porta posta al centro del lato di testa, partiva la processione di carri, in pratica l’anteprima delle gare vere e proprie, con atleti, danzatori e acrobati, con in testa il magistrato che aveva offerto i giochi. La tribuna imperiale, situata nel lato settentrionale, era collegata al palazzo attraverso un corridoio porticato che permetteva all’imperatore di assistere ai giochi del circo senza uscire dalla sua residenza.

Mausoleo di Cecilia Metella, castello Caetani e chiesa di S. Nicola
Il Mausoleo di Cecilia Metella è forse il più noto sepolcro della via Appia, simbolo stesso della “regina viarum”. Al di sopra del basamento quadrato in calcestruzzo, poggia un corpo cilindrico di 30 metri di diametro, rivestito di lastre di travertino; nella parte superiore del tamburo corre un fregio in marmo greco decorato con teste di bue alternate a ghirlande, per il quale in età medievale fu attribuito alla zona il toponimo di “Capo di Bove”. Dal lato dell’edificio rivolto all’Appia, sotto un trofeo di armi che richiama le glorie belliche della famiglia, si trova l’iscrizione dedicatoria a Cecilia Metella, figlia di Q. Metello Cretico (in quanto conquistatore dell’isola di Creta) e moglie di M. Licinio Crasso, che riportò vittorie in Gallia al seguito di Cesare. Il monumento si data all’inizio dell’età imperiale, tra il 25 e il 10 a.C; la cella funeraria è un ambiente a pianta circolare, rivestito in cortina laterizia, che si sviluppa per tutta l’altezza del mausoleo: vi era deposta l’urna con le ceneri della defunta, oggetto di spoglio probabilmente già nell’antichità. In origine il sepolcro era coperto da un cono di terra, simile a quello del mausoleo di Augusto, demolito probabilmente nel XIV secolo, quando, divenuto possesso dei Conti di Tuscolo, la tomba di Cecilia Metella fu inserita all’interno di un borgo fortificato.

Infatti, all’inizio del XIV secolo per intermediazione di papa Bonifacio VIII (Benedetto Caetani), il mausoleo passò nelle proprietà della famiglia Caetani, che fece costruire un palazzetto baronale in blocchetti di peperino addossato al lato sud del mausoleo, il cui tamburo venne sopraelevato con le merlature ghibelline che ancora oggi lo caratterizzano. Il grande sepolcro divenne quindi una vera e propria cittadella, un castrum, che si estendeva su ambedue i lati dell’Appia Antica, il cui scopo principale era il   controllo dei traffici in entrata e in uscita da Roma. Per tale motivo l’area fu sempre appetita dalle grandi famiglie romane: dopo i Caetani, il possesso del castrum passò infatti ai Savelli, ai Colonna, agli Orsini ed infine ai Torlonia. Negli anni '10 del secolo scorso, Antonio Muñoz, che era un architetto archeologo, allestì nel castello una raccolta di materiali archeologici recuperati nell'area del mausoleo, provenienti dai ritrovamenti durante gli scavi pontifici condotti da Luigi Canina, dagli scavi eseguiti da Rodolfo Lanciani e dal Fiorelli per la costruzione del Forte Appio, e da altri siti della zona. La raccolta è stata arricchita nel corso degli anni e oggi comprende frammenti architettonici e scultorei, sarcofagi, urne cinerarie e 175 iscrizioni provenienti da vecchi scavi. All'interno borgo fortificato dei Caetani si trovano i resti della chiesa parrocchiale dedicata a S. Nicola di Bari nel 1303. Oggi, completamente priva della copertura, conserva i muri laterali sostenuti da otto contrafforti per lato e finestre monofore; costituisce un interessante esempio di architettura gotica che richiama le abbazie cistercensi di impronta europea.

 
 
 
 
 

il III° miglio

 

Quello che va dal Belvedere di Cecilia Metella a Casal Rotondo è il tratto più monumentale della strada, caratterizzato su ambedue i lati da un susseguirsi ininterrotto di edifici sepolcrali di varie tipologie, costruiti con differenti tecniche edilizie, dall’età repubblicana alla tarda età imperiale. Dall’area del Mausoleo di Cecilia Metella fino al IX miglio operò Luigi Canina con i suoi interventi di conservazione e restauro, inserendo una cornice di pini e cipressi che ancora oggi connota il paesaggio della via Appia. Restauri successivi, hanno recuperato e ripristinato ampi tratti dell’antico selciato della via con l’obiettivo dare alla via Appia l’assetto di “museo all’aperto” concepito dal Canina. Circa 80 metri più avanti era posta la colonnina del III miglio. Nel tratto di strada che da Cecilia Metella arriva fino al bivio con via di Cecilia Metella è visibile un tratto dell'antica pavimentazione stradale con i grandi basoli di lava vulcanica.

Torre Capo di Bove e area archeologica
All’altezza del bivio tra la via Appia e via di Cecilia Metella, è visibile il nucleo di un sepolcro a torre o a edicola a più piani, conosciuto come Torre di Capo di Bove; due targhe apposte sul monumento ricordano le misurazioni trigonometriche effettuate lungo il rettifilo della via Appia dall’astronomo padre Angelo Secchi nel 1855. La località, denominata Capo di Bove è un’area di 8500 mq. fino al 2002 era una proprietà privata che comprendeva un parco, una villa su tre livelli e una costruzione più piccola, con importanti reperti e mosaici, di rilevanza storico-archeologica eccezionale. Solo nel gennaio 2002 lo Stato Italiano è riuscito ad entrare in possesso dell’area e alla fine di quell’anno iniziarono gli scavi e le ricerche d’archivio, poi i lavori sui due edifici, il minore destinato ad accogliere il pubblico, la villa vera e propria ristrutturata per ospitare il Centro di Documentazione dell’Appia e l’Archivio di Antonio Cederna, donato dalla famiglia allo Stato. Gli scavi hanno interessato una superficie complessiva di circa 1400 mq. Finora è emerso un impianto termale costruito alla metà del II secolo d.C., ma utilizzato almeno fino al IV secolo, come attestano tipologia di murature e ritrovamenti (ceramica, monete, bolli laterizi, lucerne). La scoperta di mosaici, numerosi frammenti di marmi policromi e porzioni di intonaco dipinto hanno rivelato ambienti di particolare eleganza e raffinatezza, probabilmente la residenza privata di Erode Attico e di sua moglie Annia Regilla.

 

I sepolcri del III° miglio
Al civico 290 si incontra Il Casale Torlonia che presenta sulla facciata sia lo stemma della famiglia Torlonia, sia una targa che ricorda gli esperimenti con il telegrafo tra questo luogo e Terracina condotti alla presenza di Pio IX. Subito dopo inizia il tratto occupato dal forte Appio. Si susseguono poi su ambo i lati vari resti di sepolcri di diverse tipologie ed interessanti iscrizioni che commemorano famiglie e personaggi. Quello denominato "altorilievo marmoreo" è un calco in gesso di una stele funeraria con altorilievo in marmo già parte di un monumento perduto, di età repubblicana: raffigura un giovane nudo, in atteggiamento eroico, con il mantello sulla spalla e la corazza di tipo ellenistico ai piedi. Segue il monumento sepolcrale di Marco Servilio Quarto, che fu il primo ad essere restaurato, nel 1808, su progetto dello scultore neoclassico Antonio Canova: è una sorta di pilastro in laterizi e tufelli, in cui sono murati frammenti architettonici e decorativi e l’iscrizione dedicatoria del monumento originario («M.SERVILIVS QVARTVS / DE SVA PECVNIA FECIT»).

 
 
 

il IV° miglio

 

Anche il IV° miglio dell'Appia Antica è caratterizzato su ambedue i lati da un continuo susseguirsi  di edifici sepolcrali di varie tipologie e di diverse età , costruiti con differenti tecniche edilizie, dall’età repubblicana alla tarda età imperiale. Il sepolcro di Seneca, è così chiamato in ricordo del filosofo precettore di Nerone, che possedeva una villa al IV miglio dell’Appia. Attualmente è ridotto ad un semplice pilastro in laterizio, completamente spogliato dei frammenti architettonici e decorativi che vi erano inseriti.  Il Mausoleo rotondo è caratterizzato da un basamento quadrangolare della prima età imperiale, su zoccolo quadrangolare; sulla parte posteriore è l’ingresso alla camera sepolcrale sotterranea, coperta da una volta a botte, con quattro nicchie per i sarcofagi.  Si tratta di un prospetto architettonico in laterizio a timpano triangolare realizzato da Antonio Canova, in cui è collocata un’iscrizione in esametri nella quale Sextus Pompeius Iustus ricorda la morte prematura dei suoi figli. Dei numerosi frammenti decorativi ed architettonici che erano inseriti nella muratura, si conserva soltanto un frammento di sarcofago con il ritratto di una coppia di coniugi all’interno di una valva di conchiglia. Ancora sul margine destro della strada si incontra un monumento funerario appartenente alla tipologia “ad ara”, caratterizzato da un fregio dorico, con metope decorate con un elmo, rosette e vasi, al di sopra di una struttura a blocchi in opera quadrata di peperino, databile all’età repubblicana e ricostruito da Luigi Canina. Il sepolcro  di Ilario Fusco è costituito da una quinta architettonica a forma di frontone triangolare realizzata dal Canina, in cui è inserito il calco (gli originali si conservano al Museo Nazionale Romano) di una stele funeraria con i ritratti a mezzo busto di cinque personaggi: una coppia di coniugi e la loro figlia; in ciascuna delle due nicchie laterali sono ritratti due personaggi maschili. L’iscrizione di Ilario Fusco murata insieme al rilievo dà il nome al sepolcro.

Il sepolcro attribuito alla famiglia di Tiberio Claudio Secondino, liberto dell'imperatore Claudio, per l'iscrizione è una tomba della fine del I secolo d.C. nella quale furono sepolti il capo famiglia, di professione esattore di banca, copista e messo, la moglie e due figli. Il sepolcro di Quinto Apuleio è stato ricostruito con un pezzo dell'iscrizione e un grosso frammento di lacunare fiorito in travertino che apparteneva ad un soffitto, poi una grata che chiude l'ingresso di una camera funeraria seminterrata, e un torso di statua. Il sepolcro cd. a tempietto è disposto su due piani, con scalinata d’accesso su alto podio, che portava al piano superiore, in cui si svolgevano le cerimonie funebri; dal lato posteriore del monumento si accedeva invece alla camera funeraria, ricavata all’interno del podio. Il sepolcro è caratterizzato dall’uso esclusivo del laterizio di due colori, tipico della metà del II secolo d.C., impiegato anche per le parti decorative.
Il mausoleo dei Rabiri appartiene alla tipologia dei sepolcri a forma di ara, ricostruito dal Canina assemblando i frammenti marmorei rinvenuti nelle vicinanze. Il calco del rilievo originale, che è conservato al Museo di Palazzo Massimo alle Terme, mostra i ritratti dei tre defunti: C. Rabirius Hermodorus e sua moglie Rabiria Demaris, e Usia Prima, sacerdotessa di Iside, ritratta con il sistro e la patera, simboli del culto egizio della dea.  Il sepolcro dei Festoni   appartiene alla tipologia dei sepolcri ad ara ed è databile intorno alla prima metà del I secolo a.C.; costruito in blocchi di peperino, presenta un coronamento con pulvini e maschera di medusa ed un fregio con dei putti che sorreggono festoni, probabilmente di età repubblicana ed aggiunto dal Canina nell’ambito del suo intervento di restauro, da cui deriva la denominazione moderna del monumento.

Il sepolcro cd. del Frontespizio è un monumento a forma di torre di cui si conserva il nucleo in calcestruzzo, davanti al quale fu aggiunto, nella sistemazione ottocentesca, un prospetto architettonico con timpano triangolare, su cui è inserito il calco di un rilievo con quattro busti-ritratto (l’originale è stato trasportato al Museo Nazionale Romano). Al centro è una coppia di coniugi, raffigurati nel gesto matrimoniale della “dextrarum iunctio”; ai lati un uomo e una donna più giovani sono probabilmente i loro figli. All'incrocio con via di Tor Carbone/via Erode Attico sulla destra della via si trova un nucleo in calcestruzzo di un monumento funerario a torre e un’iscrizione che ricorda L. Valerius Baricha, L. Valerius Zabda e L. Valerius Achiba, liberti della famiglia dei Valerii, di origine semitica. Il Primo Monumento in laterizio è il classico esempio della tipologia del “sepolcro a tempietto” su due piani, in laterizio di due colori, tipico della metà del II secolo d.C.: nella facciata aggiunta durante la ricostruzione ottocentesca furono murati numerosi frammenti marmorei, oggi quasi del tutto scomparsi. Accanto al precedente e arretrato rispetto alla strada, è il Secondo Monumento in Laterizio, chiaro esempio del riutilizzo durante l’età medievale dei monumenti romani, spesso trasformati in torri di vedetta: alla muratura romana in laterizio, pertinente ad un sepolcro a camera su podio, si addossa, sul fronte della strada, la tipica tecnica edilizia medievale in tufelli.


 
 

il V° miglio

 

All’altezza del V miglio la strada interrompe il suo rettifilo, assumendo un percorso leggermente curvilineo verso sinistra; si tratta del luogo dove secondo la tradizione sarebbe avvenuto il combattimento tra Orazi e Curiazi. Un sepolcro a tumulo, con fondazione circolare in calcestruzzo, sormontato da una torretta cilindrica in blocchetti di tufo, è detto Tumulo dei Curiazi. Si tratta del primo di tre tumuli circolari dalla forma arcaica a cono, attribuito ai fratelli Curiazi; la tomba comunque non è arcaica ma tardo repubblicana avendo il nucleo in calcestruzzo, materiale che si diffuse solo a partire dal II secolo a.C..
A circa 300 metri a sud del tumulo dei Curiazi sono i due Tumuli degli Orazi: non sono tombe particolarmente monumentali, e sicuramente non sono arcaiche perché una ha la cornice di base in travertino e l'altra in peperino, pietre che si diffondono a partire dal II-III secolo a.C.; risalgono piuttosto al periodo finale della repubblica. Un tumulo è interamente di terra, l'altro ha invece lo scheletro a raggiera in calcestruzzo.

La Villa dei Quintili
Era la più estesa villa del suburbio romano: il ninfeo che si affaccia sulla sinistra della via Appia Antica, costituiva l’ ingresso originario alla villa dei fratelli Quintili, le cui imponenti strutture si sviluppano su una vasta porzione di campagna romana, tra l’Appia Antica e l’Appia Nuova, dal cui lato, attualmente, si trova l’accesso principale per la visita al complesso archeologico. L’aspetto attuale del ninfeo è dovuto alla fortificazione che durante il Medioevo interessò la parte della villa prospiciente l’Appia, di proprietà dei conti di Tuscolo e poi degli Astalli, che edificarono un castello per il controllo dei traffici sulla strada. Appartenuta ai fratelli Sesto Quintilio Condiano Massimo e Sesto Quintilio Valeriano Massimo, entrambi consoli nel 151 d.C., dal 182 d.C. divenne proprietà dell’imperatore Commodo, che se ne impossessò dopo aver fatto uccidere i proprietari, con il pretesto di una congiura. I numerosi edifici che compongono la villa si articolano in vari nuclei distinti, caratterizzati da varie tecniche edilizie, pertinenti a diverse fasi costruttive, dal II al III/IV secolo d.C. Alle spalle dello scenografico ninfeo d’ingresso si estende un grande giardino che conduce alla parte residenziale e di rappresentanza, in cui spiccano le strutture in laterizio dei grandiosi ambienti termali, che conservano ancora tratti delle ricchissime decorazioni pavimentali in marmi policromi, recentemente rimesse in luce; al livello inferiore della zona residenziale, elevata su un sistema di terrazzamenti, erano localizzati criptoportici, ambienti di servizio e locali di riscaldamento per le stanze di residenza; un vasto circo, aggiunto nella fase più tarda del complesso, era collocato poi sul lato sud-est.

 
 

Casal Rotondo
Poco prima del punto in cui cadeva il VI miglio, sul lato sinistro della strada, si incontra il più grande sepolcro circolare della via Appia, con un basamento di 35 metri di diametro, denominato Casal Rotondo. L’edificio, databile alla prima età augustea, è costituto da un tamburo cilindrico, originariamente rivestito di blocchi di travertino; sulla base di un frammento di iscrizione rinvenuto nell’area, il mausoleo fu attribuito a Messalla Corvino, console dell’anno 31 a.C., a cui lo avrebbe dedicato il figlio M. Valerio Messalino Cotta. L’attribuzione non è però più accettata dagli studiosi: i frammenti marmorei incastonati nel prospetto architettonico sarebbero, piuttosto, da riferire ad un altro edificio funerario, di minori dimensioni. Al di sopra del monumento fu aggiunto un casaletto, utilizzando le strutture di una torre del XIII secolo in marmo e peperino, appartenente in origine alla famiglia dei Savelli. Quando scavò il sepolcro di Casal Rotondo, Canina seguì il criterio di lasciare i blocchi sul posto per testimonianza e possibilmente dovevano anche essere ricomposti in modo da capire come era il mausoleo in origine. Molti dei reperti ritrovati nell’area circostante furono murati in una parete laterizia a fianco del mausoleo, ottenendo un effetto scenografico di un certo rilievo.

 
 

il VI° miglio

 

Dopo il mausoleo di Casal Rotondo, era collocata la colonnina del VI miglio della via Appia. In questo tratto la strada presenta recinzioni laterali di tipo agricolo; il paesaggio è aperto sulle grandi tenute dell’Agro Romano, spaziando fino ai Castelli Romani. Questo tratto della via Appia fino al Grande Raccordo Anulare era anch'esso, nonostante la distanza da Roma, ricco di sepolcri, dei quali rimangono grandi blocchi di peperino del rivestimento e numerose epigrafi. Subito dopo l’incrocio con via di Casal Rotondo/via di Torricola, sulla destra si conserva un sepolcro a torre, con nucleo in calcestruzzo di selce a più blocchi sovrapposti decrescenti, con camera sepolcrale in cui era probabilmente collocata la statua funeraria.
Proseguendo sulla destra si nota la cd. tomba di Minucia, un sepolcro a tempietto in laterizio su due piani, di cui si conserva la scala d’accesso e la parete sinistra dell’ambiente superiore, destinato alle cerimonie funebri; l’ingresso alla camera sepolcrale sotterranea è come di consueto sul retro; l’edificio è inserito all’interno di un cortile delimitato da un muro in mattoni in cui sono inseriti frammenti di rilievi marmorei raffiguranti grifoni, animali fantastici con il corpo del leone e la testa di aquila spesso considerati i guardiani dei sepolcri.. Sul lato sinistro della strada, al di sopra del nucleo in calcestruzzo di un sepolcro circolare di età romana, che doveva essere simile per tipologia e dimensioni al mausoleo di Cecilia Metella, svetta la medievale “Torre Selce”, databile al XII secolo. La base era un enorme zoccolo quadrato di 22 metri di lato e alto circa 9 metri, mentre sopra doveva esserci il tamburo (che rendeva la costruzione alta circa 21 metri) e forse ancora più in alto la copertura a cono. La torre vera e propria rimane in piedi, per solo due lati e mezzo; ha una grande finestra rivolta alla strada e grandi nicchie alle pareti, dove si vedono i fori per le travature lignee e per i soppalchi; l'ultimo piano era sostenuto da una volta in muratura del tipo a crociera, e da lì si potevano controllare ampi spazi del territorio circostante. Ancora sulla sinistra, poco oltre, al di sopra di un sostegno ottocentesco in laterizi è collocata una lastra marmorea iscritta, con cornice modanata, pertinente ad un sepolcro a tumulo, non più visibile: si tratta di un’iscrizione funeraria in versi, di età tardo-repubblicana, le cui parole invitano il viandante a fermarsi e a volgere il suo sguardo pietoso verso la tomba che contiene le ossa di C. Atilius Euhodus, liberto di Serrano, uomo di buone qualità. Il personaggio era stato nella sua vita “margaritarius de Sacra via”, cioè negoziante di perle e pietre preziose sulla via Sacra, al Foro. Interessante la statua in marmo di un personaggio con la toga, sul lato sinistro, seguita da un rilievo marmoreo con tre ritratti appoggiato per terra sul lato opposto.  Poco prima che la strada compia una netta deviazione verso destra, dovuta ad una modifica del tracciato avvenuta in età imperiale, si nota sulla sinistra la  lunga sequenza degli archi in laterizio dell’acquedotto che poi, con un percorso sotterraneo, raggiunge il ninfeo della villa dei Quintili, che alimentava con le sue acque; probabilmente questo acquedotto minore si collegava con il più importante Anio Novus.

 
 

il VII° miglio

 

All'altezza del Raccordo Anulare si entra nel VII° miglio; sulla sinistra della via, si individuano i resti della gradinata anteriore di un monumento in laterizio a due piani, con nucleo in calcestruzzo di selce e camera sotterranea coperta a volta; nel sepolcro fu rinvenuto un prezioso vaso di alabastro di stile egiziano, databile alla seconda metà del I secolo a.C., conservato ai Musei Vaticani. Superato il Raccordo Anulare, sul lato sinistro della strada, si trova una grande esedra in calcestruzzo di selce, in origine coperta da una semicupola, con tre nicchie rettangolari per l’alloggiamento di statue, databile alla tarda età repubblicana.
Proseguendo sul lato sinistro della strada, si conserva un monumento sepolcrale del II secolo d.C., in laterizio del tipo a edicola, su alto basamento parallelepipedo in cui è ricavata la camera funeraria, con accesso dal lato posteriore; al centro dell’edicola, che terminava con un timpano, vi è una nicchia per la statua del defunto. Superata la via degli Armentieri, sulla destra dell’Appia, in corrispondenza di un tratto di basolato, si conserva un grandioso mausoleo su basamento quadrangolare, con nucleo in calcestruzzo di selce in cui sono inseriti numerosi blocchi di peperino del rivestimento originale; l’accesso alla camera funeraria sotterranea è come di consueto dalla parte opposta alla strada: nella cella rivestita di laterizio sono ricavate tre nicchie ad arco per i sarcofagi.
Anche in questo tratto, in leggera salita in quanto ci si avvicina alle pendici dei Colli Albani, non mancano epigrafi, ma i reperti più interessanti si trovano senz'altro circa 50 metri prima dell’VIII miliario, dove si può notare un’area con tronchi di colonne in peperino, in passato attribuiti ad un Tempio di Ercole, fatto edificare dall’imperatore Domiziano all’VIII miglio dell’Appia. In realtà si tratterebbe di un quadriportico di età tardo-repubblicana, appartenente ad un luogo di sosta e di ristoro per i viandanti.



 
 

l'VIII° miglio

 

Anche l'VIII miglio è ricco di monumenti ma ciò che lo rende particolare sono i suggestivi panorami che si intravedono tra una successione ininterrotta di resti di muri, blocchi di peperino e fondamenta di sepolcri. Sulla sinistra della via si nota un sepolcro in laterizio del tipo a edicola, molto simile a quello già incontrato al VII miglio: dell’edicola sovrastante l’alto podio, si conserva la colonnina in laterizio del lato sinistro ed il capitello corinzio di quella destro; il sepolcro, datato come quello del VII miglio alla metà del II secolo d.C., è stato tradizionalmente attribuito, senza alcun fondamento, a Quinto Veranio, console nell’anno 49 d.C., il cui monumento funerario è stato in realtà rinvenuto sulla via Tiburtina. Poco oltre questo sepolcro, si trova, ancora sulla sinistra della via, un edificio a pianta circolare con copertura a cupola emisferica, denominato “Berretta del Prete” per la sua caratteristica forma. Si tratta di un monumento sepolcrale, databile sulla base della tecnica edilizia, opera listata di laterizi e tufelli, e dell’impianto architettonico, tra la fine del III e gli inizi del IV secolo d.C., che nell’alto Medioevo fu trasformato in chiesa dedicata a S. Maria Madre di Dio, ma già abbandonata nel X secolo.

Il residuo tratto, fra il IX e il XII miglio, cioè fino all'altezza delle Frattocchie (l'antica "Bovillae") dove alla strada si sovrappone il percorso della via Appia Nuova, è sempre ricco di monumenti e di suggestivi panorami, ma lo stato di parziale abbandono non ne rende agevole la visita.Il residuo tratto, fra il IX e il XII miglio, cioè fino all'altezza delle Frattocchie (l'antica "Bovillae") dove alla strada si sovrappone il percorso della via Appia Nuova, è sempre ricco di monumenti e di suggestivi panorami, ma lo stato di parziale abbandono non ne rende agevole la visita.

Bibliografia:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Via Appia - Mondadori Electa, 2012
Azienda di Promozione turistica di Roma - La via Appia Antica
Parco regionale dell'Appia Antica - La via Appia Antica
Sovraintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma - La via Appia Antica
C. Rendina - D. Paradisi - Le Strade di Roma - Newton Compton Editori, 2004

 
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