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Il Velodromo è pericolante: abbattetelo

Sarà raso al suolo: l’Eur spa ha emesso il bando per assegnare i lavori. Ma c’è chi vuole salvarlo. Il rudere è rifugio di clochard e diseredati. Al suo posto, un centro polifunzionale


«Stabile pericolante, area interdetta per motivi di pubblica sicurezza». La scritta è apparsa qualche tempo fa sulla cancellata che circonda le tribune e la pista. Ma solo in pochi, abituati a considerarlo da sempre un relitto, l'hanno notata. Eppure, come un epitaffio, segna la fine ufficiale e ingloriosa di un impianto che aveva fatto sognare ma non pedalare. Un gigante dai piedi d'argilla: il Velodromo olimpico dell'Eur. La commissione stabili pericolanti ne ha decretato la morte per abbattimento. L'Eur spa ha emesso il bando che scadeva il 14 gennaio scorso per assegnare i lavori. Verrà raso al suolo. Solo dieci ditte iperspecializzate sono in grado di farlo, smaltirne calcinacci, disperderne polveri e ceneri. Se gli appelli di chi vorrebbe salvarlo non verranno ascoltati, se, insomma, non ci saranno ripensamenti dell'ultim'ora, la condanna verrà eseguita tramite caterpillar. Non soffrirà, l'impianto è già a pezzi.

La decisione, in realtà, non è stata ancora presa. Cosicché demolire il Velodromo, sia pure per motivi di sicurezza, vorrebbe dire anticipare in parte la sentenza che sta per essere emessa da una commissione ad hoc. Ne fanno parte docenti universitari, architetti del Comune, consulenti di Eur spa. L'impianto, pur essendo di conio recente, da tempo è diventato rifugio di clochard e diseredati. Gli sgomberi a ripetizione dalla polizia, gli interventi degli assistenti sociali non sono serviti a liberare gli spazi interni. Una famiglia di romeni che occupa abusivamente i locali ha persino abbozzato un arredo. Come dire: qui resteremo a lungo.

Sui cartelli comparsi in questi giorni qualcuno ha steso le lenzuola ad asciugare. Aggiungono un elemento di volatilità ad un impianto la cui precarietà è arcinota. Progettato dagli architetti Cesare Ligini, Dagoberto Ortensi e Silvano Ricci, fu realizzato in poco più di 11 mesi. Dall'aprile del '58 al marzo del '59, in tempo perché lo start desse il via alle Olimpiadi di Roma'60.

La struttura centrale delle tribune è in cemento armato, le altre sono poggiate su riporti di terra. La pista è larga 8 metri e ne misura 400. Al primo sprint i 17.500 spettatori che l'impianto può contenere, ebbero un piccolo sobbalzo. Senza accorgersene stavano sprofondando. Una lenta, inesorabile discesa nel degrado e nell'abbandono.

Che tutto questo avvenga all'Eur, e ora, cioè ora che il quartiere è stato rivalutato, riscoperto e riletto è una beffa ulteriore. Gli architetti del Regime, costruttori di certezze, mai avrebbero immaginato che le loro opere così geometriche 20 anni dopo avrebbero convissuto con un elemento così asimmetrico, destabilizzato e destabilizzante. Un moderno rudere di calcestruzzo, in cui l'ultima manifestazione sportiva di un certo livello si svolse nel'68. D'allora il ripetersi di «fenomeni di assestamento» ne hanno consigliato una diversa destinazione d'uso: sede per la federazione Sport disabili e per sport considerati minori come l'hockey su prato.

L'Eur spa aspetta la decisione della commissione - che incontrerà l'assessore Morassut il prossimo 31 gennaio - per lanciare il bando internazionale di progettazione e dare il via alla rinascita. Spetterà agli esperti dettare le linee guida del futuro progetto e dunque definire i criteri della demolizione.

«La commissione sta concludendo i suoi lavori - conferma l'assessore all'Urbanistica, Roberto Morassut - entro febbraio si arriverà ad una definizione. È una scelta, importante, delicata, vogliamo che il concorso internazionale che seguirà sia accompagnato da livelli di massima qualità in linea con le proposte economiche e con la progettazione architettonica». Morassut lascia intendere che molti paletti sono già stati fissati, che «nella nuova proposta si dovrà tener conto delle preesistenze», e dunque «ispirarsi alle linee originarie, non certo a quelle di un grattacielo», assicurando al tempo stesso una quota «di parcheggi e di servizi pubblici». «Nel frattempo - conclude l'assessore - l'Eur spa continuerà a vigilare evitando intrusioni».

L'orientamento è ricostruirlo conservandone lo sky line. Basterà per tacitare il fronte della conservazione? Renato Nicolini, assessore alla Cultura, ai tempi di Rutelli, ha già iniziato a raccogliere le firme e scritto una lettera aperta al sindaco Veltroni per "salvare" il Velodromo, anche le due Torri del ministero della Finanza, opera di Ligini. Anche altri architetti, come Giorgio Muratori, in passato si erano espressi contro la «totale demolizione», sostenendo la necessità di salvarne «almeno la morfologia complessiva» giudicata ancora significativa. E al gruppo conservazionista si è aggiunto, ma per altri motivi, anche Romano Prodi, da ciclista rammaricato di dover dire addio al Velodromo.

Il pericolo ancora una volta è la paralisi, che il dibattito tra favorevoli e contrari porti a un nulla di fatto nonostante la fase di ascolto aperta dall’amminsitrazione per arrivare ad un progetto condiviso.

L'Eur spa metterà in moto la trasformazione. L'idea di fondo è farne una città del benessere, un centro polifunzionale, con spazi commerciali, biblioteca, mediateca, uffici, parcheggi e piscine. Il sogno sarebbe inaugurarlo per i Mondiali di nuoto che si terranno a Roma nel 2009. Demolirlo costerà circa 3 milioni di euro. Oneri per lo smaltimento dei rifiuti ingombranti compresi. 

 
fonte: Il Messagero autore: F. Marincola

29 gennaio 2007

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