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«Ma
quelle laggiù, quelle sdraio lì, sono un'installazione?» dice la signora
Franca affacciandosi alla grande porta a vetri dell'Opificio di via
Magazzini Generali, la nuova sede del RomaEuropa Festival. A strisce verdi,
blu, rosse, le sdraio sono messe a cerchio al centro della corte. E no. Non
sono un'installazione. In questi giorni sono il "salotto" della Fondazione
Romaeuropa. Si ritrovano qui direttori, curatori, creativi per decidere il
programma del prossimo anno. Sopra di loro una cupola di cristallo aperta
sul cielo di Roma e sulla sua luce. Sulle grandi pareti ai due lati,
illuminate dal sole, le opere che Enzo Cucchi aveva realizzato a settembre
2007 per il Palladium che l'aveva ospitato per una serata di chiacchiere con
il pubblico. Lui stava seduto su un'altalena. La platea gli faceva domande.
E sul palco, insieme a Cucchi e all'altalena, queste opere come due
composizioni calligrafiche giapponesi. Su una è scritto "A regola d'arte".
Sull'altra "Ti vedo". Tutt'intorno, i 1.200 metri quadrati dell'Opificio.
Recuperato dall'architetto Piersandro Libardi, che l'ha individuato e ne ha
curato il restauro, affidato all'architetto Felice Andrea, l'Opificio,
edificato all'inizio del Novecento, era sede della "Angelo Sonnino & C". Vi
si lavorava a livello industriale la lana. C'è anche chi tra gli abitanti
del quartiere ancora ricorda di quando, fin nel dopoguerra, arrivavano
greggi di pecore belanti che venivano spinte all'interno per essere tosate.
Adesso è diventato un arioso spazio di volumi modulati da vetri, bianco,
metallo. Oltre agli spazi della Fondazione Romaeuropa - gli uffici, gli
archivi, persino una super attrezzata cucina per un totale di 700 metri
quadri - altri loft che diventeranno sede di gallerie d'arte, di gruppi
musicali (come, è probabile, la Banda di Piazza Vittorio), di studi di
architettura, per un totale di 500 metri quadri occupati da altre realtà
artistiche, «perché questa» come spiega Fabrizio Grifasi, condirettore
artistico del Romaeuropa Festival insieme a Monique Veaute che è anche
direttora generale della Fondazione, «vuole essere una grande officina della
creatività». Una creatività una generazione avanti come dice la signora
della pubblicità del Festival, che somiglia paurosamente alla signora
Franca, quella che vive nel quartiere Ostiense da sempre, si affaccia ogni
giorno all'Opificio e chiede se le sdraio sono un'installazione.
Una creatività che quasi si tocca con mano entrando nelle stanze che, al
piano inferiore dell'Opificio, sono riservate agli archivi del Festival, con
le decine di locandine, programmi e foto che ne raccontano i 23 anni di
attività. Ma anche con la sala archivio in cui sono conservati tutti i
filmati e le immagini degli spettacoli. Un archivio totalmente consultabile
su appuntamento.
Alle pareti degli spazi riservati alla Fondazione ci sono opere realizzate
per i manifesti della Festival, in tutto una decina, commissionate ad
artisti quali Joe Tilson, Achille Perilli, Pierre Alechinsky, Piero Dorazio
ed El Kazovszkij. Segni e colori che raccontano il movimento, quasi un
contrappunto plastico alla magia di altri movimenti, come quelli di
Montalvo-Hervieu, di Akram Khan, di Philippe Decouflé, di Anne Terese de
Keersmaeker, per citare solo alcuni dei danzatori e coreografi che sono
arrivati in Italia grazie al Festival. E che oggi sono tutti qui, nella
"memoria" virtuale di questo loft. Tutt'intorno un quartiere che da qualche
anno a questa parte sta diventando sempre più interessante, vivo,
poliedrico. Le fate ignoranti fece conoscere in tutta Italia il Gasometro.
La Centrale Montemartini ha regalato un bell'esempio di archeologia
industriale. Per non parlare di Macro Future, con le sue provocazioni
artistiche. E poi il Palladium, l'Università della musica, la Città
dell'altra economia. E ora l'Opificio. |