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L' Aventino nel corso
dei secoli
Secondo le fonti antiche il nome Aventino
potrebbe derivare da quello di uno dei re di Albalonga, o dalle
locuzioni “ab adventu hominum” che era la denominazione di un tempio
dedicato a Diana, o “ab advectu” per le paludi che lo circondavano, o
ancora “ab avibus” per gli uccelli che vi si dirigevano dal Tevere.
Nel mito relativo alla fondazione di Roma
il colle è legato alla figura di Remo, che lo scelse come luogo da cui
avvistare gli uccelli in volo, nella disputa con il fratello Romolo per
la scelta del luogo di fondazione. Il colle fu poi inserito nella città
ai tempi di Anco Marzio, che l'avrebbe popolato con i profughi delle
città da lui conquistate e ricevette una prima fortificazione
indipendente. Più tardi era all'interno della prima cinta muraria del VI
secolo e successivamente delle mura serviane, pur restando fuori del
pomerio fino all'età di Claudio. Fu tradizionalmente sede dei plebei,
contrapposta al Palatino sede del patriziato: il colle ebbe quindi il
carattere di quartiere popolare e mercantile per la sua posizione presso
l'antico porto fluviale dell'Emporium.
Per la sua posizione al di fuori dei
limiti ufficiali della città, l'Aventino fu spesso scelto per i luoghi
di culto delle divinità, a cominciare dai templi di Diana e di Minerva,
ma vi ebbero anche sede i culti delle divinità trasferiti a Roma dalle
città conquistate e distrutte con il rito dell'evocatio (ossia il
trasferimento a Roma della divinità protettrice della città sconfitta),
come il tempio di Giunone Regina (da Veio) e quello di localizzazione
incerta di Vertumno (da Volsinii, oggi Bolsena). Altri santuari erano
quelli di Iuppiter Liber, e quello dedicato a Cerere, Libero e Libera
(corrispondenti a Demetra, Dioniso e Kore) ma sono documentati anche
santuari di divinità orientali, tra cui un santuario della dea egiziana
Iside che sorgeva in corrispondenza della attuale chiesa di Santa Sabina
ed un mitreo in corrispondenza della chiesa di Santa Prisca.
In età imperiale il carattere del colle
mutò e divenne sede di numerose residenze aristocratiche, tra le quali
le case private di Traiano e di Adriano prima che divenissero
imperatori: questo nuovo carattere di quartiere aristocratico fu
probabilmente la causa della sua totale distruzione durante il sacco di
Roma da parte dei Goti di Alarico nel 410. Dopo il sacco dei Goti,
l’Aventino si spopolò e divenne tanto desolato da essere scelto da
monaci e religiosi come sede dei loro eremitaggi o delle loro piccole
comunità
In epoca medioevale vi sorsero le chiese
di Santa Sabina, dei Santi Bonifacio e Alessio e di Santa Prisca; fino
alla fine dell’ottocento, come testimoniano gli acquarelli di Roesler
Franz, rimase un colle solitario e suggestivo per l’atmosfera religiosa
che gli derivava dalle chiese e dai conventi che vi sorgevano.
Agli inizi degli anni venti del novecento
il colle ha iniziato a trasformarsi in una elegante zona residenziale
dove gli antichi edifici religiosi costituiscono una ricchezza di
interesse storico e architettonico.
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percorso della passeggiata |
Il Circo Massimo
Il Circo Massimo era il circo dedicato alle
corse di cavalli ed è ricordato come sede di giochi sin dagli inizi della
storia della città: nella valle sarebbe avvenuto il ratto delle Sabine, in
occasione dei giochi indetti da Romolo in onore del dio Consus. Le prime
installazioni in legno, probabilmente in gran parte mobili, risalgono
all'epoca dei Tarquini nella seconda metà del VI secolo a.C.. La costruzione
di primi impianti stabili risalirebbe al 329 a.C., quando furono edificati i
primi carceres, ma le prime strutture in muratura, soprattutto legate alle
attrezzature per le gare, si ebbero probabilmente solo nel II secolo a.C. e
fu Giulio Cesare a far costruire i primi sedili in muratura ed a dare la
forma definitiva all'edificio, a partire dal 46 a.C. All’apice del suo
splendore, il Circo Massimo doveva essere completamene lastricato di marmi e
travertini, con due grandi obelischi egiziani posti al centro della pista,
uno dei quali, di Ramsete II, oggi si erge in Piazza del Popolo, l’altro di
Thutmosi III proveniente da Tebe, in piazza San Giovanni in Laterano.
Restauri avvennero sotto Tiberio e Nerone ed un arco venne eretto a Tito
nell'81 al centro del lato corto curvilineo; poi sotto Domiziano, a seguito
di un grave incendio che ne aveva compromesso le funzioni, ebbe luogo una
ricostruzione, completata da Traiano nel 103: a quest'epoca risalgono la
maggior parte dei resti giunti fino a noi. Il Circo Massimo fu il più grande
impianto sportivo mai costruito e le sue dimensioni erano eccezionali: lungo
621 m e largo 118 poteva ospitare circa 250.000 spettatori. La facciata
esterna aveva tre ordini: solo quello inferiore, di altezza doppia, era ad
arcate. La cavea poggiava su strutture in muratura, che ospitavano i
passaggi e le scale per raggiungere i diversi settori dei sedili, ambienti
di servizio interni e botteghe aperte verso l'esterno. Le corse classiche
erano quelle delle quadrighe e delle bighe, rispettivamente un carro
trainato da quattro o due cavalli i cui conducenti, gli "aurighi", venivano
ingaggiati e ceduti alle altre squadre con modalità paragonabili a quelle
con cui si acquistano oggi i maggiori fuoriclasse sportivi. Ma al Circo
Massimo non si svolgevano soltanto corse: Cesare vi fece simulare una
battaglia con circa mille fanti, seicento cavalieri e quaranta elefanti; vi
si svolgevano, inoltre, le naumachiae (battaglie navali) nel corso delle
quali l'arena del Circo Massimo veniva inondata con le acque del Tevere e
venivano organizzati combattimenti navali durante i quali si affrontavano
due opposte squadre composte da gladiatori o da prigionieri di guerra
condannati a morte. Gli ultimi giochi furono organizzati attorno al 549 d.C.
Nel medioevo divenne luogo di fortificazioni: sul lato sud si trova
attualmente una torretta medioevale detta "della Moletta", appartenuta ai
Frangipane ed in cui abitò Iacopa dei Settesoli, la prima seguace romana di
San Francesco di Assisi che qui fu ospitato nel suo soggiorno romano. Poi a
causa anche del decentramento urbano subito da questa zona, il Circo Massimo
cadde in disuso e iniziò un lento e progressivo disfacimento, dovuto alle
predazioni di marmi e pietre ed a un progressivo interramento, che tutt’oggi
ricopre gran parte del complesso, per questo interessato ancora da campagne
di scavi archeologici. Oggi il Circo Massimo gode di una rinnovata
popolarità grazie allo svolgimento di grandi manifestazioni, continuando
così una tradizione che va avanti da ben duemilasettecento anni.
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Il Circo Massimo |
Piazzale Ugo La Malfa -
Monumento a Mazzini - Via di Valle Murcia
La proposta di erigere un monumento a Giuseppe
Mazzini, uno dei maggiori artefici dell’unità d’Italia, fu presentata in
Parlamento, dopo varie controversie, solo nel 1890, in quanto pesava sulla
sua figura la fede negli ideali repubblicani. Nel 1902 venne dato ad Ettore
Ferrari l'incarico di realizzare l'opera e nel 1914 venne decisa la sua
collocazione presso l'Aventino e nel 1922 si ebbe la cerimonia della prima
pietra e nel 1929 fu completata ma fu inaugurata solo vent’anni dopo, nel
1949, in occasione del centenario della Repubblica Romana.
Via di Valle Murcia prende il nome dalla
depressione tra il colle Palatino e l'Aventino, così chiamata in onore
dell'antichissima Dea Murcia, colei che accarezza gli uomini assecondandone
le voglie ed i desideri. Un tempio a lei dedicato sorgeva proprio in questa
zona, ai piedi dell'Aventino, secondo la leggenda eretto dai superstiti del
popolo dei Latini sconfitti dal Re Anco Marzio, deportati a Roma e stanziati
proprio nella valle.
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Monumento a Giuseppe Mazzini |
Il Roseto Comunale
Il Roseto comunale di Roma si sviluppa sulle
pendici dell'Aventino, appena sopra il Circo Massimo e segue la pendenza del
terreno con una forma ad anfiteatro. Originariamente il roseto comunale si
trovava sul colle Oppio, ma andò distrutto durante la seconda guerra
mondiale. L’'area dove ora fiorisce il roseto era invece sede dal III secolo
a.C. di un tempio di Flora, ed era poi rimasta agricola fino a quando, vi fu
collocato dal 1645 il cimitero ebraico e il sito era per ciò detto "Ortaccio
degli Ebrei". Il cimitero ebraico fu spostato nel 1934 in un settore del
cimitero del Verano e la zona rimase incolta ed abbandonata fino al 1950
quando il Comune, con l'accordo della Comunità ebraica decise di ricreare il
roseto nell'area attuale. L'antica destinazione non fu però cancellata: per
ricordare la sacralità del luogo, i vialetti che dividono le aiuole nel
settore delle collezioni formano in pianta il disegno di una menorah, il
candelabro a sette braccia, e ai due ingressi venne posta una stele con le
Tavole della Legge di Mosè che ne ricorda la passata destinazione. Nell’area
si trovano circa 1.100 diverse specie di rose. In uno dei settori sono
ospitate le varietà che permettono di tracciare l'evoluzione della rosa
dall'antichità ad oggi, suddivise tra "rose botaniche", "rose antiche" e
"rose moderne". In un altro settore vengono ospitate le nuove varietà di
rose appena create, inviate qui da tutto il mondo, che dopo una permanenza
di due anni partecipano al concorso internazionale "Premio Roma" per nuove
varietà.
Santa Prisca
Le prime notizie relative alla chiesa dedicata
a Santa Prisca (martirizzata sotto l’imperatore Claudio) risalgono al V
secolo. Secondo la tradizione, si tratterebbe del più antico luogo culto
cristiano dell'Aventino, legato all'ospitalità ricevuta da san Pietro e san
Paolo da Aquila e Priscilla, genitori di Santa Prisca. Restaurata da Adriano
I nel 772, fu saccheggiata e semidistrutta dai Normanni nel 1084; nuovamente
restaurata durante il pontificato di Pasquale II e nel 1446 da Callisto III,
fu quindi affidata ai Domenicani fino al ‘600. La facciata a un solo ordine,
ricostruita nel XVII secolo, presenta un portale centrale tra due coppie di
lesene e sormontato da un oculo incorniciato. L’interno presenta una pianta
a tre navate delimitate da due file di sette colonne ioniche inglobate in
pilastri seicenteschi. Sulla destra si trova la vasca battesimale dove,
secondo la tradizione, San Pietro battezzò Santa Prisca. Gli scavi iniziati
nel 1934 hanno portato alla luce i resti di una casa romana del I secolo,
probabilmente l’abitazione di Aquila e Priscilla ed un mitreo del II secolo.
Tra i cardinali titolari del Titulus S. Priscae ci fu Angelo Roncalli
(1953), il futuro papa Giovanni XXIII, cui si deve la commissione
dell’organo a canne presente nella chiesa.
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Santa Prisca -
Facciata ed Interno |
Sant'Anselmo
La chiesa, malgrado le apparenze, è di recente
costruzione: infatti risale alla fine dell’Ottocento, costruita tra il 1892
e il 1896, su un terreno donato dai Cavalieri di Malta ai Benedettini che ne
fecero, con l’annesso monastero e l’Università Teologica, il loro centro a
Roma, sede dell’Abate Primate dell’Ordine. La chiesa è stata costruita sui
resti di una domus romana del II-III secolo d.C. e da questa domus proviene
un mosaico, conservato nel monastero, raffigurante il Mito di Orfeo. La
chiesa è in stile neoromanico; l’entrata è preceduta da un quadriportico e
l’interno si presenta a tre navate, divise tra loro da colonne di granito,
con soffitto a capriate e abside decorata a mosaico; la cripta, oggi
destinata a biblioteca, presenta cinque navate e venti colonne di marmo
rosso e occupa tutta l’area sottostante della chiesa. La chiesa è nota,
soprattutto ai romani, per le esecuzioni di canto gregoriano offerte dai
monaci durante le celebrazioni liturgiche domenicali.
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Sant'Anselmo - Facciata e
Chiostro |
Piazza del Cavalieri di
Malta e Villa del Priorato di Malta
Lasciato il complesso di Sant'Anselmo, via di
Santa Sabina si apre nella Piazza dei Cavalieri di Malta, che ha per confine
un muro neoclassico decorato da obelischi e trofei militari. La Villa del
Priorato di Malta è la sede storica del Sovrano Militare Ordine di Malta ed
ospita le ambasciate presso la Santa Sede e presso lo Stato Italiano
dell'Ordine. Il sito, a picco sull'Emporio del Tevere, già nel X secolo era
occupato da un monastero benedettino fortificato; passò poi ai Templari e,
dopo il loro scioglimento, ai Cavalieri Ospitalieri, predecessori
dell'attuale Ordine, che vi stabilirono il loro Priorato. Profondi restauri
furono operati da Priori dal XV al XVII secolo, ma nel 1765 il nipote di
Clemente XIII, cardinal Rezzonico, affidò a Piranesi la ristrutturazione
dell'ingresso al Priorato. Il risultato, unica opera architettonica
dell'autore, fu la piazzetta settecentesca sulla quale si apre il portale
d'ingresso alla Villa. La piazzetta è nota soprattutto perché dal buco della
serratura del portone d'ingresso della Villa del Priorato è esattamente
inquadrata, in fondo al giardino, la cupola di San Pietro. Anche la
sistemazione del giardino, si deve a Piranesi, che lo decorò con una fontana
circondata da suggestivi resti archeologici; al suo interno sorge la chiesa
di Santa Maria del Priorato.
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Piazza e Portale della Villa del
Priorato di Malta - San Pietro dal buco della serratura |
Santi Bonifacio ed
Alessio
Dedicata ai santi Bonifacio di Tarso ed
Alessio, la chiesa è di antichissima origine, ma è dal X secolo è
testimoniata come una importante abbazia per le missioni nei paesi slavi.
Restaurata nel 1582, ebbe un rifacimento intorno 1750 ed una
ristrutturazione nel 1852-1860 da parte del Somaschi. La facciata
cinquecentesca insiste sul portico medioevale; il campanile è romanico;
alcune colonne della chiesa originaria sono presenti nell'abside orientale
della chiesa moderna. Il lato meridionale della chiesa ospita il monumento
funerario di Eleonora Boncompagni Borghese, del 1693, mentre il transetto
meridionale contiene la cappella di Carlo IV di Spagna con l'icona
dell'Assunzione di Maria, datata agli inizi del III secolo e ritenuta
portata da sant'Alessio dall'oriente. Il portale è riferibile al XIII
secolo, mentre l'interno a tre navate si presenta in forme settecentesche.
Le pareti ospitano un affresco del XII secolo dell'Agnus Dei e dei simboli
degli evangelisti, mentre la parete settentrionale è decorata dal San
Girolamo Emiliani. Sotto la chiesa si trova una cripta romanica; l'altare
maggiore della cripta contiene le reliquie di Tommaso Becket.
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Santi Bonifacio ed Alessio -
Facciata ed Interno |
La leggenda di
Sant'Alessio
La leggenda racconta che Alessio figlio di
Eufemiano, patrizio residente dell'Aventino e di Egle, sentendosi chiamato
ad una vita di castità, si allontana proprio la sera delle nozze contratte
con una nobile giovane, e si reca ad Edessa, dove si finge mendicante. La
leggenda narra che un’icona della Vergine Maria nella chiesa di Edessa (oggi
secondo la tradizione, venerata nella chiesa romana di Sant’Alessio
sull’Aventino), abbia ordinato al sacrestano di far entrare in chiesa quel
mendicante da considerarsi un santo: la voce si diffuse rapidamente fra il
popolo dei fedeli, che presero a venerarlo. Dopo 17 anni, provando disagio
per la popolarità acquistata, Alessio, cui non piacevano gli onori, fugge
imbarcandosi per Tarso, ma i venti prodigiosamente lo fecero approdare sulle
coste italiane ad Ostia; questo fatto fu preso da Alessio come
un’indicazione divina, pertanto decise di farsi ospitare come uno straniero
povero nella casa paterna a Roma. Il padre senza riconoscerlo lo accolse con
benevolenza in casa, dove Alessio rimase per 17 anni, dormendo in un
sottoscala fra le umiliazioni e gli scherni dei servi. Prima di morire
scrisse in un biglietto tutta la sua vita, della rinuncia del matrimonio e
della partenza per Edessa: alla sua morte accorse una folla numerosa,
chiamata da un miracoloso suono di campane, ma solo il papa riuscì ad aprire
la sua mano ed a leggere il biglietto, provocando lo stupore dei genitori e
di tutti i presenti. Nella tradizione romana Alessio è il santo deputato a
fornire i numeri da giocare al lotto: per ottenere i numeri, chi si rivolge
ad Alessio deve pregare nove giorni o vegliare sulle scale di casa in
ricordo della mortificazione scelta dal santo.
Il giardino di
Sant'Alessio
Santa Sabina
La basilica di Santa Sabina costituisce una
delle chiese paleocristiane meglio conservate in assoluto; fu costruita dal
prete Pietro di Illiria tra il 422 e il 432, sulla casa della matrona romana
Sabina, poi divenuta santa e nella costruzione dell'edificio sacro furono
utilizzate 24 colonne dell'attiguo tempio di Giunone Regina. Nel IX secolo,
la chiesa venne inglobata nei bastioni imperiali. L'interno fu profondamente
rimaneggiato nel corso dei restauri di Domenico Fontana nel 1587 prima e di
Francesco Borromini nel 1643 poi. Negli anni delle due guerre mondiali si
procedette al totale ripristino della chiesa, tanto che attualmente
rappresenta il tipo più perfetto di basilica cristiana del V secolo. Il
campanile attuale risale al X secolo ed alla chiesa si accede da un'arcata
laterale; la navata centrale è relativamente alta e le sue proporzioni
slanciate conferiscono all'interno leggerezza ed eleganza. L'abside è
coronata da una grande struttura ad arco che la inquadra dalla navata:
anticamente sia l'abside, sia le fasce superiori delle navate, dovevano
probabilmente essere decorate da mosaici, che sono poi andati perduti.
Nell'abside oggi si trova un affresco novecentesco. L'ingresso principale è
chiuso da una porta lignea risalente al V secolo, che costituisce il più
antico esempio di scultura lignea paleocristiana; in origine era costituita
da 28 riquadri ma ne sono rimasti 18, tra i quali vi è quello raffigurante
la crocefissione, che è la più antica raffigurazione conosciuta
di questo evento. È realizzata in legno di cipresso ed è singolare che la
porta sia rimasta nella sua sede originaria, giungendo in ottime condizioni
sino a noi, sia pure con alcuni restauri e con l'aggiunta successiva della
fascia decorativa a grappoli e foglie d'uva, che circonda i singoli
riquadri. Vi sono rappresentate scene dall'Antico e dal Nuovo Testamento,
fra cui le storie di Mosè, di Elia, dell'Epifania, dei miracoli di Cristo,
della Crocifissione e dell'Ascensione.
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Santa Sabina - Chiostro e Portale |
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Santa Sabina - Abside |
Dal
1219, quando la chiesa fu affidata da papa Onorio III a san Domenico e al suo ordine di frati
predicatori, il complesso di Santa Sabina è divenuto il quartier generale
dell’ordine dei domenicani. Ed al ricordo di San Domenico sono legate due
curiosità relative a questa chiesa. Nel chiostro si trova una pianta di
arancio dolce, secondo la tradizione domenicana piantata nel 1220 da San
Domenico, che in questa chiesa visse ed operò e nella quale ancora oggi si
conserva la cella, trasformata in cappella. Si racconta che il Santo avesse
portato con sé un seme dell’arancio dalla Spagna, sua terra d’origine, e che
questa specie di frutto sia stato il primo ad essere trapiantato in Italia.
L’arancio, visibile dalla chiesa attraverso un buco nel muro, protetto da un
vetro, di fronte al portale ligneo, è considerato miracoloso perché, a
distanza di secoli, ha continuato a dare frutti attraverso altri alberi
rinati sull'originale, una volta seccato. La tradizione vuole che le cinque
arance candite, donate da santa Caterina a papa Urbano VI nel 1379, siano
state colte dalla santa proprio da questa pianta. Sempre a San Domenico è
legata anche la storia della pietra nera di forma rotonda su una colonna a
sinistra della porta di ingresso: è chiamata Lapis Diaboli, ossia "pietra
del diavolo" perché, secondo la leggenda, sarebbe stata scagliata dal
diavolo contro san Domenico mentre pregava sulla lastra marmorea che copriva
le ossa di alcuni martiri, mandandola in pezzi. In realtà la lapide fu
spezzata dall’architetto Domenico Fontana durante il restauro del 1527 per
spostare la sepoltura dei martiri. Egli poi gettò via i frammenti,
successivamente ritrovati e ricomposti, oggi visibili al centro della schola
cantorum. Santa Sabina è la prima stazione quaresimale. Qui i pontefici
pronunciano la loro omelia il mercoledì delle Ceneri. Non si conoscono con
precisione i motivi per cui sia stata scelta Santa Sabina: alcuni pensano
che il papa, in vista delle fatiche quaresimali, si ritirasse lassù per
alcuni giorni di riposo. La scelta
potrebbe anche essere riconducibile alla forte salita, simbolo degli sforzi
necessari alla “salita” verso la perfezione spirituale dell’anima che doveva
percorrere, per raggiungerla, la processione che partiva dalla basilica di
Santa Anastasia.
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Santa Sabina - Interno e il "Lapis
diaboli" |
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chiostro di Santa Sabina - l'arancio
di S. Domenico e di S. Caterina |
Il Giardino degli
Aranci
In piazza Pietro d'Illiria, dedicata al
fondatore della Basilica di Santa Sabina, il Giardino degli Aranci (o Parco
Savello), accoglie i visitatori con lo sguardo di un mascherone: una fontana
opera di Giacomo della Porta, forse raffigurante Oceano, e reduce da un
lungo peregrinare tra Foro Romano, Lungotevere Gianicolense fino
all'Aventino. Qui trovò definitiva collocazione nel 1936 nel muro di cinta
di quel che resta della Rocca dei Savelli, la fortezza eretta nel X secolo
da Alberico II ed ereditata da Ottone III Savelli dopo il Mille, fino a che
non fu donata ai Domenicani che ne sistemarono una parte ad orto. Con il
tempo l'orto del convento divenne "Il Parco degli Aranci", e numerosi sono
ora gli alberi, che producono arance amare, piantati per decorare il
giardino, con riferimento all'arancio presso cui predicava S. Domenico,
conservato nel vicino chiostro di S. Sabina. La trasformazione e
sistemazione attuale si deve all'architetto Raffaele De Vico, autore di
molti altri parchi e giardini a Roma: la sua sistemazione è volutamente
simmetrica, per permettere di avvicinarsi gradualmente, attraverso il viale
centrale, allo splendido belvedere da dove ci si affaccia su una delle viste
più belle su Roma, che va dall'ansa del Tevere alla Basilica di S. Pietro.
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Clivo dei Savelli
Già detto vicolo di Santa Sabina, prende il
nome dall’antico castello dei Savelli; lungo il clivo si ritiene sorgessero
alcuni degli antichi templi dell’Aventino e si giunge a quella che viene
chiamata la riva “greca” del Tevere, in quanto prevalentemente abitata, in
età romana, da una colonia di Greci.
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discesa di Clivo di Rocca Savella |
Santa Maria in Cosmedin
La chiesa di Santa Maria in Cosmedin fu eretta
nel secolo VI sopra una grande aula porticata di età flavia, di cui restano
varie colonne incorporate nell'edificio, che sorgeva presso due templi
consacrati a Ercole e a Cerere. Ingrandita da Adriano I nel secolo VIII fu
affidata ai Greci che, fuggiti alla persecuzioni degli iconoclasti
d'Oriente, si erano stabiliti nei quartieri presso il Tevere. I greci la
chiamarono "Schola Graeca", ma l'abbellirono a tal punto da farle meritare
l'appellativo di Kosmidion (parola greca significante ornamento) da cui
Cosmedin. Dedicata poi a Maria prese il nome di Santa Maria in Cosmedin.
Rimaneggiata nel corso dei secoli, la chiesa venne riportata alle forme
attuali a partire dal 1890. L’interno è costituito da tre navate, il
pavimento il tabernacolo, l’altare ed il coro risalgono al XIII secolo.
Nella cappella di destra si trova una Madonna con il Bambino attribuita a
Cimabue, anche se alcuni storici ritengono risalga addirittura al V secolo.
Il campanile, a sette piani di bifore e trifore, è fra i più belli tra
quelli di tipo romanico.
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Santa Maria in Cosmedin Facciata ed Interno |
La Bocca della Verità
Sulla sinistra del portico di Santa Maria in
Cosmedin, si trova il grande medaglione di pietra, denominato Bocca della
Verità, protagonista di una popolare leggenda della Roma medioevale: sembra,
infatti, che la Bocca divorasse la mano di chiunque raccontasse bugie. In
realtà il disco di pietra rappresenta una divinità marina, forse l'oceano,
raffigurato con le corna di toro, quale simbolo della forza impetuosa e
violenta delle acque. La funzione per la quale era nato era di tutt'altra
natura: serviva, infatti, da chiusino di scolo, probabilmente nel
preesistente Tempio di Ercole, che si trovava nell'area limitrofa. Ritrovato
nel medioevo e trasferito su un capitello nel portico di Santa Maria in
Cosmedin, il chiusino è divenuto un simbolo, ieri, oggetto di superstizione,
oggi, di curiosità.
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E' singolare come quello che era il tombino di
una fogna, sia diventato uno dei monumenti di Roma dove i turisti amano di
più farsi fotografare: il mascherone è conosciuto infatti in tutto il mondo
per la leggenda alla quale è associato, per cui i bugiardi che vi
introducono la mano se la ritroverebbero mozzata. Poi nel XV secolo si fece
strada la credenza che questa pietra "che si chiama lapida della verità,
aveva virtù di mostrare quando una donna avessi fatto fallo a suo marito".
La leggenda sembra sia venuta meno dopo il comportamento astuto di una
donna, che, accusata di adulterio, fu sottoposta alla fatidica prova dal
marito. Accadde che mentre si avvicinava tra due ali di folla al mascherone
di pietra, improvvisamente un giovane che era realmente il suo amante la
abbracciò e la baciò e lei, naturalmente, finse di non riconoscerlo e, anzi,
lo prese per matto e infilata la mano nella fessura della roccia, dichiarò:
"Giuro che nessun uomo, tranne mio marito ed il giovane pazzo che or ora mi
ha baciato, mi ha mai toccato!". Riconosciuta innocente per aver avuto la
mano salva venne quindi scagionata, con grande soddisfazione del marito. La
Bocca della Verità, invece, ne uscì screditata e da quel giorno non volle
più "esprimersi" e non chiuse più la bocca per punire gli spergiuri.
Nonostante ciò la scultura rimase sempre costantemente menzionata tra le
curiosità romane, diventando nei secoli meta di un vero e proprio
pellegrinaggio di pellegrini e turisti curiosi di provare l'ebbrezza della
prova della verità.
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