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Cenni sulla vita
di San Filippo Neri
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Filippo Neri nasce a Firenze il 21 luglio
1515. Compie gli studi presso i domenicani del convento di San Marco, ma
non ha ancora 18 anni quando si trasferisce a San Germano vicino
Montecassino, per apprendere da uno zio l'arte del commercio, ma questa
attività poco lo attirava, per cui decide di spostarsi a Roma. Quando
Filippo vi giunse nel 1533, la città faticava a
riprendersi dalle ferite inferte sul suo tessuto sociale dal Sacco dei
Lanzichenecchi del 1527. Alla desolazione che interessava porzioni
significative della città e molti dei suoi abitanti facevano da
contrasto i fasti della mondanità rinascimentale, cui non era immune la
corte pontificia. Una volta arrivato, si stabilì a Sant’Eustachio,
nei pressi del Pantheon, in casa di un concittadino, Galeotto
Caccia, ai cui figlioli dava ripetizioni di grammatica, per
guadagnarsi il vitto e l’alloggio. Per il resto della giornata «stavasene
egli quanto poteva il più solitario, e senza compagnia d’altrui», fuori
casa, «per le sue divozioni», scrive uno dei suoi primi biografi,
Antonio Gallonio.
Filippo completa la sua formazione alla
“Sapienza” ma si dedica alla preghiera, alla penitenza e alla cura degli
ammalati; visita le Sette Chiese e, specialmente di notte, le catacombe
di San Callisto e di San Sebastiano, a quel tempo deserte e malsicure
pure di giorno. Naturalmente, la solitudine
del giovane Filippo non era così radicale come certi biografi tendono a
disegnarla: divenne infatti subito amico dei domenicani del convento e
della chiesa di Santa Maria sopra Minerva, nel cui coro recitava il
mattutino e la compieta; fu compagno dei gesuiti nel terribile inverno
del 1538-39, e con loro girò per la città a raccogliere infermi e poveri
perseguitati dalla fame. Negli anni Quaranta del secolo
frequentava con assiduità il quartiere dei Banchi, nei pressi di Ponte
Sant’Angelo, dove era diventato amico dei cassieri e dei ragazzi
commessi nei magazzini, ai quali, con la sua bella allegria, spesso
ripeteva: «Beh, fratelli, quando volemo cominciare a far bene?». E
sempre in quel periodo andava a pregare nella chiesetta di San Salvatore
in Campo, dove fondò, insieme ad altri, la Compagnia della Santissima
Trinità, per l’assistenza ai pellegrini che si sarebbero riversati
nell’Urbe nell’imminente anno giubilare del 1550. Domenicani
e Gesuiti gli avevano proposto di entrare nel loro ordine, ma San
Domenico e Sant'Ignazio erano per lui santi troppo severi: per Filippo
seguire Gesù era affidarsi alla letizia della Resurrezione.
Nella Compagnia della Trinità incontrò padre
Persiano Rosa, cappellano della chiesa di San Girolamo della Carità che
divenne il suo confessore, e a San Girolamo incominciò a ritrovarsi
abbastanza regolarmente con quei compagni, giovani apprendisti e
impiegati nei banchi, ma anche gente semplice, figli di artigiani e
bottegai, che gli si erano stretti attorno, contagiati dalla sua
allegria cristiana. Erano sempre più numerose le persone che si
riunivano ogni giorno accanto a lui per la celebrazione dell'Eucarestia
e per la spiegazione delle Sacre Scritture: nasce così, dalla pratica quotidiana, l'oratorio. Filippo
divenne sacerdote il 23 maggio 1551. Gallonio racconta che da quel
giorno iniziò a trovarsi «ad ogn’hora... al confessionario, scendendo
ogni mattina all’alba nella chiesa, dove lungamente dimorando udiva con
allegrezza quanti a lui venivano». A San Girolamo continuava con i suoi
amici il dialogo semplicissimo, fatto, scrive Rita Delcroix (Filippo
Neri, il santo dell’allegria, Roma 1989), di «domande e risposte sulla
fede, sulla bellezza e la virtù e concluso con una spiegazione e
un’esortazione, che Filippo compiva fraternamente, pianamente. Si usciva
poi insieme per le strade di Roma...».
Negli anni del Concilio di Trento la sua
vita ed il suo apostolato costituiscono un contributo concreto al
rinnovamento della chiesa cattolica. Da sempre Filippo dimostra la sua
particolare predilezione verso i fanciulli e i giovani, facendosi
“fanciullo coi fanciulli, sapientemente”, divenendo loro amico e
compagno di giochi. Non apre scuole e non traccia programmi teorici di
insegnamento, ma organizza “liete brigate”. Al successo sempre maggiore
delle riunioni dell'oratorio, delle passeggiate collettive quotidiane
per le vie e le chiese di Roma, delle più solenni visite alle Sette Chiese
(pellegrinaggi della durata di un giorno intero con messa, canti e anche
colazione all'aperto), alle quali particolarmente nei giorni di
Carnevale arrivavano a partecipare in alcuni anni più di un migliaio di
persone, corrispose una notevole diffidenza, particolarmente acuta
durante i pontificati di Paolo IV e Pio V; ci furono inchieste da parte
del vicariato romano e dell'Inquisizione, essendo cosa «insolita» questo
metodo di ragionamenti spirituali, con partecipazione dei laici, questa
devozione che non negava la liturgia ufficiale né tantomeno i
sacramenti, ma cercava nuovi spazi al di fuori delle consuete modalità. Resta il fatto che queste inchieste si
conclusero sempre nel nulla e che l'influsso di Filippo e del suo gruppo
divenne sempre più forte anche nell'ambiente curiale: alle riunioni e
alle iniziative partecipavano i prelati e i cardinali più legati alla
riforma religiosa, molti erano anche discepoli spirituali di Filippo.
Poiché la malinconia è cattiva consigliera, mette la gioia al primo
posto, accanto alla semplicità e alla dolcezza: per questo è anche
chiamato “il santo della gioia”. Filippo trascorreva tempo con i suoi
ragazzi: stava con loro. Quando qualcuno però si lamentava della “troppa
allegrezza” dei suoi giovani, lui tranquillamente diceva: «Lasciateli,
miei cari, brontolare quanto vogliono. Voi seguitate il fatto vostro.
State allegramente: non voglio scrupoli, né malinconie; mi basta che non
facciate peccati». E quando doveva calmarli un po’ diceva loro: «State
buoni... se potete».
Il 1564 fu l’anno in cui al riluttante
“Pippo bbono” venne “imposta” dal suo amico cardinale Carlo Borromeo la
rettoria di San Giovanni dei Fiorentini: là il santo destinò alcuni suoi
seguaci diventati preti in quegli anni, lui però se ne restò a San
Girolamo. Poi, il 15 luglio 1575, Gregorio XIII, concedeva al “diletto
figlio Filippo Neri, prete fiorentino e preposito di alcuni preti e
chierici”, la chiesetta parrocchiale di Santa Maria in Vallicella,
dedicata alla Natività di Maria, ed erigeva canonicamente "una
Congregazione di preti e chierici secolari da chiamarsi dell’Oratorio".
In quello stesso 1575 si iniziò la ricostruzione della chiesa. Filippo,
che non voleva assolutamente spostarsi, lasciò San Girolamo per questa
nuova dimora solo nel 1583: ci volle l’intervento personale del Papa per
spingerlo a lasciare il suo vecchio San Girolamo e a trasferirsi con la
Congregazione che lo proclamava suo unico superiore. Se si riuscì a
forzargli la mano, egli si rifece organizzando una splendida mascherata
in cui i discepoli più fedeli dovettero attraversare la città sotto i
lazzi di tutti, ciascuno trasportando con gran cura un pezzo della
miserabile mobilia di Filippo. Così era fatto “Pippo bbono”, l’Apostolo
di Roma, che visse a Santa Maria in Vallicella fino alla morte, avvenuta
il 26 maggio 1595. Il suo corpo riposa ancora qui.
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La Passeggiata
Ponte Sisto e via dei
Pettinari
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La passeggiata inizia da ponte Sisto: questo
ponte prende il nome da Papa Sisto IV che fu l'artefice del restauro
dell'antico ponte Aurelio, di età romana, crollato a causa della piena del
589. La ricostruzione avvenne sopratutto a seguito di un grave incidente
verificatosi in occasione del giubileo del 1450, quando una enorme folla dei
pellegrini diretti a San Pietro provocò il crollo di ponte Sant’Angelo,
causando numerose vittime. Per favorire i flussi verso San Pietro specie
nella prospettiva del successivo Giubileo, papa Sisto fece realizzare
l'unico ponte costruito a Roma dal medioevo fino al XIX secolo. Ponte Sisto,
la cui progettazione è attribuita a Baccio Pontelli, fu realizzato tra il
1473 ed il 1475, e collegò i rioni Regola e Parione all'altra riva del
fiume, la zona di Trastevere. Ponte Sisto è caratterizzato
dall’"occhialone" di deflusso in mezzo alle arcate, che verrà usato da sempre
come strumento idrometrico per indicare il livello delle piene del Tevere.
Quando pioveva a lungo, e il fiume s'ingrossava, i romani dicevano: "Guarda
l'occhialone de ponte Sisto e datte 'na regolata a che punto sta er fiume:
si l'acqua nun c'è arivata, vo' di' che nun straripa".
Via dei Pettinari era la strada, che collegava
Trastevere ai rioni Ponte, Parione e Regola, zone commerciali di notevole
rilevanza: il toponimo di “Pettinari” andrebbe attribuito secondo alcuni, ai
fabbricanti di pettini, secondo altri, ai pettinatori di lana per materassi.
La strada conserva la sua struttura medievale in cui la chiesa di San
Salvatore in Onda, rappresenta l’espressione più alta di una religiosità,
evidenziata nella via, da ben cinque immagini della Madonna fra grandi e
piccole che vanno dal 1705 al 1944 .
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Ponte Sisto |
SS. Trinità dei
Pellegrini
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L'Arciconfraternita dei Pellegrini e
Convalescenti della Ss.Trinità, fondata nel 1548 da San Filippo a favore dei
poveri e dei malati, ebbe in dono da papa Paolo IV gli edifici dell'antica
parrocchia di San Benedetto de Arenula. Quando la parrocchia fu soppressa,
la chiesa stessa venne ridimensionata e si ottenne così un complesso dotato
di dormitori e refettori di notevole capacità: in questa occasione la chiesa
mutò nome e fu denominata Ss. Trinità dei Pellegrini. L'interno a croce
latina, con colonne corinzie, si conclude in una volta a ferro di cavallo e
ha un'abside dominata dalla pala d'altare di Guido Reni, la Santa Trinità.
La chiesa ebbe un grande ospizio annesso, costruito nel 1625 per consentire
l'assistenza ai pellegrini durante il Giubileo di quell'anno. Al centro
della facciata, tra il primo e il secondo piano, presenta l'iscrizione
“Ospizio dei Convalescenti e Pellegrini”, mentre un'altra iscrizione, posta
alla sinistra del portale, ricorda che in questo ospizio, trasformato in
ospedale militare nel periodo della Repubblica Romana, morì Goffredo Mameli
a seguito delle ferite riportate nei combattimenti a difesa di Roma nel
1849. |
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SS. Trinità dei Pellegrini |
Ospizio |
San Salvatore in Campo
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Attraverso via di San Paolo alla Regola e vicolo dei
Catinari si giunge a piazza San Salvatore in Campo. Qui si trova la chiesa
di San Salvatore in Campo, che deriva il nome da una più antica che sorgeva
su via dei Pettinari, demolita nel 1639 per consentire l'ampliamento del
palazzo del Monte di Pietà e denominata San Salvatore de domno Campo.
L'origine del termine Campo è incerta: c'è chi vuole derivi dal fatto che
nel X secolo fu restaurata quando era sotto la giurisdizione di Campone,
abate di Farfa, mentre altri ritengono che il termine derivi dalla piazza
sterrata, chiamata allora Campo, che le era dinanzi. La chiesa odierna fu
ricostruita da Urbano VIII nello stesso anno in cui fece demolire quella
antica, attribuendole il titolo di San Salvatore in Campo, senza il de domno
antico. L'edificio fu costruito dall'architetto Francesco Paparelli e
presenta una facciata molto semplice e lineare.
E’ in questa
piccola chiesa che San Filippo
fondò la
Compagnia della Santissima Trinità,
per l’assistenza ai pellegrini.
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San Salvatore in Campo |
via dei Giubbonari -
Largo dei Librari
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Via dei Giubbonari è una delle strade più
caratteristiche di Roma, ma il nome prima dell'attuale era di via "Pelamantelli",
perchè qui operavano i cardatori di lane e stoffe grezze; Il nome di
Giubbonari fu assunto dalla via dopo il medioevo, quando nella strada si
stabilirono i fabbricanti e venditori di "gipponi" o corpetti. Posizionata al
limite del semicerchio che costituiva il teatro di Pompeo, la chiesa di
Santa Barbara dei Librari fu voluta nel XI secolo, dal prefetto Giovanni
Crescenzio e da sua moglie Rogata. Il tempio, a croce greca, si arricchì di
affreschi, di un oratorio e delle reliquie di numerosi Santi, rinvenute
successivamente all'interno di una cassetta di piombo sotto l'altare
maggiore, che testimoniano l'importanza della chiesa durante il Medioevo.
Nel 1680 fu ricostruita da Zanoni Masotti, uno stampatore, mentre la
facciata è attribuita a Giuseppe Passeri. Il luogo di culto fu donato
all'Università dei Librari, la corporazione a cui appartengono stampatori,
legatori e Librari e che si assunse l'onere di ricostruirla nel 1680. Poi,
però, dal 1878 i Librari abbandonarono la chiesetta e ciò significò la fine
per Santa Barbara, che venne sconsacrata e adibita per molto tempo a
semplice magazzino, mentre tutti i suoi ornamenti più importanti furono
trasferiti nella vicina chiesa di San Carlo ai Catinari. L'ultimo restauro e
la riapertura ai fedeli risale a pochi decenni fa. Nell'interno sono
conservati un crocifisso ligneo del trecento, un trittico del 1453 che
raffigura la "Madonna con Bambino ed i Santi Michele Arcangelo e Giovanni
Battista". |
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S. Barbara dei Librari |
Campo de' Fiori
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Questa piazza
deve il suo nome alle margherite, ai papaveri, ai fiori di prato che un
tempo caratterizzavano la piazza, chiusa da un lato da una fila di
palazzetti appartenenti alla famiglia Orsini e dall'altro digradante verso
il fiume. Quando nel 1478 il mercato del Campidoglio venne spostato a piazza
Navona, investendo, così, tutta la zona circostante, Campo de' Fiori
compresa, questa divenne un importante centro di affari. Vi sorsero numerosi
alberghi, osterie e locande rimasti famose nel tempo. Nel 1869 il mercato si
spostò definitivamente da piazza Navona a Campo de' Fiori. Ma la piazza non
fu soltanto luogo di affari o di piacere, ma anche luogo di esecuzioni
capitali. Al centro della piazza si erge la statua del filosofo Giordano
Bruno, messo al rogo per eresia nel 1600 proprio in questo punto: la statua,
opera di Ettore Ferrari, venne inaugurata il 9 giugno 1889. Dove oggi si
trova la statua di Giordano Bruno, vi era in passato una fontana,
decorata da delfini bronzei, costituita da una tazza ovale di marmo bianco e
chiusa da un coperchio ricurvo, con al centro una palla, somigliantissima ad
una zuppiera, tanto che fu battezzata "la Terrina". Questa, nel 1924, venne
spostata in piazza della Chiesa Nuova: quella odierna, situata all'estremità
meridionale della piazza, ripete in parte la forma dell'antica ma senza il
coperchio.
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Campo de Fiori |
particolare del monumento a
Giordano Bruno |
Piazza Farnese
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Collegata a
Campo de' Fiori da vicolo de' Baullari, Piazza Farnese è
una piazza austera, dominata
da Palazzo Farnese, ed in netto contrasto con la vicina Campo de’ Fiori,
piena di colori e di animazione. La piazza prende il nome proprio da palazzo
Farnese, costruito per il cardinale Alessandro Farnese dai più grandi
artisti dell'epoca, quali Antonio da Sangallo, Michelangelo Buonarroti, il
Vignola e Giacomo Della Porta. Il palazzo fu iniziato a costruire nel 1514
su disegni di Antonio da Sangallo il Giovane, ma poi, sia per l'elezione del
cardinale a pontefice (Paolo III) nel 1534 sia in seguito alla morte del
Sangallo (1546), i lavori furono continuati da Michelangelo, che definì
l'assetto dei primi due piani, eresse il terzo ed abbellì la facciata con il
balcone centrale ed il cornicione. Nel 1635 i Farnese, concessero ai
Francesi di ospitare nel palazzo la loro sede diplomatica; confiscato dal
governo italiano dopo la caduta dello Stato della Chiesa, palazzo Farnese
tornò ai Francesi quale sede dell'ambasciata di Francia sin dal 1874. Nella
piazza, ai lati del palazzo, sono poste due fontane costituite da due vasche
di granito egizio provenienti dalle Terme di Caracalla. La piazza fu a lungo usata quale
spazio adibito all'organizzazione di tornei, corride e feste popolari: fu
qui che, per la prima volta nella Roma moderna, si diede seguito al festoso
e rinfrescante allagamento estivo, divenuto successivamente una peculiare
attrattiva di piazza Navona. Sul lato destro della piazza, nel medesimo
luogo dove S. Brigida aveva aperto un ospizio per i suoi connazionali e dove
poi morì nel 1373, sorge la chiesa di S. Brigida, eretta nel 1391, allorché
la santa svedese venne canonizzata. Di rilievo anche il palazzo Del Gallo di
Roccagiovine, iniziato da Baldassarre Peruzzi nel 1520 per conto di Ugo da
Spina e completato sette anni dopo. |
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Piazza Farnese |
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Via Monserrato - San Girolamo della
Carità
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Via Monserrato
conserva praticamente integro il caratteristico stile rinascimentale,
dilungandosi con eleganza tra antichi palazzi, botteghe di artigiani e
antiquari. La via fece parte, in passato, della via "recta papalis" percorsa
dai cortei pontefici. Per breve tempo la via si chiamò anche "via Arenula" o
"Regola" finché assunse il nome di "Corte Savella" perchè i Savelli,
nominati Marescialli di Santa Romana Chiesa esercitarono qui la
giurisdizione trasformando un palazzo di loro proprietà in tribunale e
carcere. Poi la via prese il nome attuale dalla chiesa ivi costruita e
dedicata alla Vergine del celebre santuario spagnolo di Monserrat. La via
ospitò, a fianco di chiese e nobili palazzi, anche case di cortigiane che
ben poco avevano da invidiare ai primi, come quella della celeberrima
Imperia, situata all'angolo con via del Pellegrino, considerata una delle
abitazioni più sontuose di Roma. All’angolo di
via di Monserrato con piazza S. Caterina della Rota, si affaccia la chiesa
di San Girolamo della Carità che, secondo la tradizione, fu edificata sulla
casa di S. Paolo, ed aveva ospitato nel 382 S. Girolamo chiamato a Roma da
papa Damaso. La chiesa originariamente a pianta basilicale a tre navate, fu
sede a partire dal 1524 dell'Arciconfraternita della Carità, che la fece
ricostruire tra il 1654 ed il 1660 ad opera di Domenico Castelli, mentre la
facciata viene attribuita a Carlo Rainaldi. L'interno, a navata unica, ha un
soffitto ligneo a cassettoni. La prima cappella a destra, della famiglia
Spada, è opera di Francesco Borromini, che vi lavorò nei suoi ultimi anni: è
rivestita di marmi policromi, caso unico tra le opere dell'artista. A
sinistra dell'altare maggiore si trova la cappella Antamoro, dedicata a S.
Filippo Neri e dalla sagrestia si può accedere alle stanze che S. Filippo
abitò dal 1551 al 1583: sono distribuite su due piani e testimoniano con
numerosi dipinti episodi e miracoli avvenuti durante la vita del santo.
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San Girolamo della Carità |
Strade d'altri tempi
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Da via di Montoro ci si immette in via del
Pellegrino, prima via Florea, poi via degli Orafi perché vi si
istallarono orafi e incisori a seguito di un editto che obbligava
questi artigiani ad avere casa e bottega nella via; infine prese
l’attuale nome da una osteria chiamata "del Pellegrino", in quanto
la via, essendo sulla direttrice per S. Pietro venendo da Campo de'
Fiori, era percorsa continuamente da pellegrini. Si possono ancora
notare, lungo questa via, antiche colonne inserite nei muri agli
angoli delle vie: servivano a proteggere i muri degli edifici dai
continui urti e sfregamenti provocati da carrozze, carri e carretti.
Lungo la via si affaccia un arco: si tratta dell'Arco degli Acetari,
che funge da cavalcavia tra due palazzi adiacenti e che prende il
nome dal termine Acetosari, ossia dai rivenditori di Acqua Acetosa
che qui dovevano avere i loro depositi, vista anche la vicinanza con
il mercato di Campo de' Fiori. Passando tra botteghe di artigiani e
di antiquari, si entra in una stradina stretta e buia, quasi un
androne, che ci immette imprevedibilmente in uno scenario di altri
tempi: casette con scale esterne tipiche dei borghi medievali,
compongono una piazzetta “da presepio” situata allo sbocco dell’Arco
degli Acetari. Proseguendo troviamo una stradina chiamata dell’Arco
di S. Margherita, che costituisce anch’esso una curiosità per
l’ambiente medievale, purtroppo in gran parte perduto. Qui si può
ammirare un tabernacolo del settecento, considerato tra le edicole
sacre più belle di Roma. |
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Arco di S. Margherita |
Via del Pellegrino |
Arco degli Acetari |
Piazza della
Cancelleria
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Il Palazzo
della Cancelleria ospita i tribunali della Santa Sede:
la Rota Romana e la Segnatura Apostolica. Il palazzo, costruito tra
il 1485 ed il 1513 è ancora adesso una delle proprietà della Santa Sede
e gode delle immunità riconosciute alle Ambasciate estere in
quanto zona extraterritoriale della Santa Sede. Fu il
primo palazzo a Roma ad essere costruito ex-novo in stile
rinascimentale. La lunga facciata, con il suo ritmo di lesene
disposte ad interassi alternati, tra cui sono poste finestre
sormontate da archi, è di concezione fiorentina, paragonabile a
Palazzo Rucellai di Alberti. Il grande portone fu aggiunto nel XVI
secolo da Domenico Fontana su ordine del cardinale Alessandro
Farnese. Il travertino color rosso fu preso dalle vicine rovine del
Teatro di Pompeo. La stessa provenienza hanno le grandi colonne
porpora di origine egizia usate nel cortile interno di Donato
Bramante per il porticato, che è considerato uno dei più eleganti
mai costruiti. Nel centrale cortile rettangolare i due piani
inferiori sono rappresentati da logge aperte. L'opinione
sull'identità dell'architetto è divisa fra Bramante e Andrea Bregno,
ma il cortile è attribuito generalmente a Bramante. La Cancelleria
fu costruita per il Cardinale Riario, che era il Vice Cancelliere di
suo zio Papa Sisto IV: per questo motivo questo palazzo è sempre
stato sede della Cancelleria pontificia. La voce era che i fondi per
la costruzione vennero dalle vincite di una singola notte di gioco. La lunga facciata
del palazzo incorpora la piccola chiesa del San Lorenzo in Damaso:
l'entrata alla chiesa è sulla destra della facciata. La chiesa del V
secolo (l'interno è stato ricostruito) è costruita, come anche la
chiesa di San Clemente, su un mitreo romano; scavi sotto il cortile
nel 1988 – 1991 hanno rivelato fondamenta, IV e V secolo, della
grande basilica del San Lorenzo in Damaso, fondato da Papa Damaso I,
una delle più importanti chiese paleocristiane di Roma.
Durante la Repubblica Romana del 1849, per un breve periodo fu sede
del Parlamento romano. |
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Palazzo Riario |
Palazzo Massimo
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Attraversato Corso
Vittorio Emanuele II, si trova Palazzo Massimo
alle Colonne, così denominato per lo stravagante marchio di fabbrica
impressogli da Baldassarre Peruzzi, l'architetto che lo ideò, il quale
impiegò quattro anni per costruirlo, dal 1532 al 1536, ponendovi,
all'ingresso, sei grandi colonne di marmo. Il Peruzzi lo costruì sulle
rovine di un palazzo, detto "del Portico" che andò distrutto durante il
Sacco di Roma del 1527 e che apparteneva già alla famiglia Massimo.
L'architetto mostrò una grande abilità nell'intervenire su un'area occupata
da un palazzo già costruito, a sua volta, sulle rovine di un edificio
risalente a Domiziano, un Odeon destinato agli spettacoli musicali e in
stretta connessione con il vicino Stadio (oggi piazza Navona). La facciata
di Palazzo Massimo è fondata, infatti, sulla cavea dell'Odeon e, nel suo
andamento curvo, ripete perfettamente la curva dell'antico edificio colonna
in piazza dei Massimi. Questa famiglia trae le sue origini, si dice, da
Quinto Fabio Massimo che sconfisse Annibale nel III secolo a.C. Nei secoli
successivi la famiglia si scinderà in due rami, i Massimo dell'Aracoeli, dal
nome del palazzo ai piedi del Campidoglio, ora scomparso, e i Massimo delle
Colonne, dal nome, appunto, del suddetto palazzo. Questo fu denominato, nel
XVI secolo, anche "Palazzo del Miracolo". Il giovane Paolo Massimo, figlio
del principe Fabrizio e di Lavinia de’ Rustici, dopo un inverno di malattia,
il 16 marzo del 1583, morì. San Filippo, amico e frequentatore della casa,
subito avvertito, giunse per benedire il ragazzo. Pregando accanto al corpo
del giovane San Filippo lo chiamò e questi, risvegliandosi, dialogò con lui
dicendo che era felice di morire e così raggiungere in Paradiso la madre e
la sorella che lo avevano preceduto. Allora San Filippo Neri ponendo una
mano sul capo del ragazzo lo accompagnò con la frase: ”Va’, e che sii
benedetto et prega Dio per me”; detto questo, Paolo, come narrano le
testimonianze dell’epoca, “subito tornò di novo a morire”. Tutto questo
rimase segreto per più di un decennio fin quando, in occasione del processo
di canonizzazione di San Filippo, nel settembre del 1595, il principe
Fabrizio Massimo lo rivelò nella sua deposizione. La stanza di Paolo
Massimo, dove era avvenuto il prodigio, era intanto stata trasformata dalla
famiglia in cappella: i Massimo, ogni 16 di marzo, in ricordo dell'accaduto,
aprono la Cappella ai fedeli e fanno celebrare una Messa. |
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Palazzo Massimo |
Piazza San Pantaleo e
piazza Pasquino
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In piazza San Pantaleo, sul
lato rettilineo dello Stadio di Domiziano troviamo Palazzo Braschi, fatto
costruire da Papa Pio VI, Giovan Angelo Braschi. Per la sua
realizzazione vennero demolite una serie di costruzioni trecentesche verso
via della Cuccagna, palazzo Caracciolo-Santobono e soprattutto il palazzo
Orsini-del Monte. I lavori iniziarono nel 1791 ma a causa
dell'occupazione francese del 1798 e agli eventi bellici seguenti, il
palazzo, potè essere terminato solo nel 1811. A seguito delle
vicissitudini economiche della famiglia, palazzo Braschi fu nel corso degli
anni in parte occupato dai
creditori, finché nel 1871 venne acquistato dal Governo Italiano che vi
pose la sede del Ministero dell'Interno. Le sale del palazzo ospitarono per
breve tempo la sede del Partito Nazionale Fascista, per poi diventare nel
1952, la sede del Museo di Roma. I lavori per l’edificazione del
palazzo vennero affidati nel 1789 al Cosimo Morelli, che iniziò la
costruzione due anni dopo, nel 1791. Per la particolare disposizione
planimetrica del lotto, confinante con piazza Navona e la via Papalis, il
Morelli optò per una insolita pianta pentagonale, che permetteva di avere
una facciata su piazza Navona e una su piazza di S. Pantaleo. L'esterno,
completato nel 1794, presenta delle facciate austere: un
enorme basamento a bugne circonda il piano terra dell'edificio, includendo
anche il piano ammezzato sormontato da un leone con la pigna tra le branche
emblema degli Onesti; sopra si compone il piano nobile che verso la facciata
principale presenta una balconata con balaustrini per tutta la larghezza
ripiegando sui fianchi. Nel fregio dell'ultima cornice si aprono delle
finestre circolari alternate ai simboli dei Braschi, le stelle a sei punte e
i gigli. Verso piazza Pasquino, il Morelli per non creare un angolo vivo,
decise di smussare l'incontro delle due facciate, creando un suggestivo e
severo costone, con balcone al primo piano. Lo scalone principale, ideato dal Morelli ma portato a termine dal Valadier, venne compiuto nel 1804, venne decorato dallo stesso Valadier e da
Luigi Acquisti e a ragione viene definito tra i più solenni di Roma. Le sale
del piano nobile, vennero decorate in stile neoclassico, tra cui spiccano
alcune volte d’ispirazione egizia.
Sotto il costone
di palazzo Braschi su piazza Pasquino, fa bella mostra di se il gruppo di
Enea che sorregge Patroclo, rinvenuto nel 1498 dal cardinale Oliviero Carafa
sotto le sue proprietà, e da questi posto all'angolo del distrutto palazzo
Orsini- del monte.
Pasquino è la
più celebre statua parlante di Roma, divenuta figura caratteristica della
città fra il XVI ed il XIX secolo. Ai piedi della statua, ma più spesso al
collo, si appendevano nella notte fogli contenenti satire in versi, dirette
a pungere anonimamente i personaggi pubblici più importanti. Erano le
cosiddette "pasquinate", dalle quali emergeva, non senza un certo spirito di
sfida, il malumore popolare nei confronti del potere e l'avversione alla
corruzione ed all'arroganza dei suoi rappresentanti. Quando si costruì
palazzo Braschi, il Papa, per non provocare tumulti popolari, fu costretto a
lasciare la scultura al suo posto.
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Palazzo Braschi |
Pasquino |
I nomi di certe strade
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Passando per via del Governo Vecchio (prese
questo nome quando il Governatorato di Roma fu trasferito a Palazzo Madama
nel 1741) si giunge in via di Parione dove si trova la chiesa di S.
Tommaso in Parione che, benché di aspetto e dimensioni modeste, è in realtà
ricca di storia ma la si
ricorda soprattutto perché è qui San Filippo Neri venne
ordinato sacerdote il 23 maggio 1551. Intorno al 1582, la chiesa fu
ricostruita ad opera di Francesco da Volterra; l’interno, a tre navate, ha
perso quasi tutte le opere d’arte che ancora possedeva nell’Ottocento. È chiesa
nazionale d'Etiopia ed è officiata in rito etiope.
Piazza e vicolo del Fico prendono il nome da
un albero di fico che si trovava in questa contrada: stessa cosa avvenne
anche per una popolare osteria che qui si trovava.
Sia la piazza che il
vicolo ebbero anche altri nomi, tra cui quello del termine romanesco che
indica il sesso femminile: la cosa è spiegata dal fatto che nel vicolo
abitavano numerose cortigiane. Con lo stesso motivo si spiegano i toponimi
di via delle Vacche e di via della Vetrina che si trovano nelle vicinanze.
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San Tommaso in Parione |
Nella roccaforte degli
Orsini
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Passando da
vicolo Orsini si incrocia via di Montegiordano dove il livello stradale si
solleva piuttosto bruscamente a formare un piccolo colle. Qui sorge un
edificio del XV secolo, Palazzo Taverna, costruito sulle rovine di una
fortezza medievale appartenuta a Giordano Orsini, esponente di una delle più
potenti famiglie romane. Quando la fortezza, ricordata anche da Dante nella
Divina Commedia, fu completamente distrutta, il cumulo di rovine, che formò
un vero e proprio monte, venne chiamato Monte Giordano. Palazzo Orsini
Taverna costituisce l'antico complesso edilizio degli Orsini sin dal 1286,
una vera roccaforte irta di torri ed edifici suddivisi fra i vari rami della
famiglia: i duchi di Bracciano, i conti di Pitigliano, i signori di Marino e
di Monterotondo. Nel
1549 il palazzo fu abitato dal cardinale Ippolito d'Este che lo utilizzò
come luogo di incontri mondani e culturali, ospitando un letterato come
Torquato Tasso. Nel 1688 Flavio Orsini, ultimo duca di Bracciano, fu
costretto a vendere il complesso ai fratelli Gabrielli, di antica nobiltà
romana, marchesi: questi vi apportarono importanti modifiche dandogli
l'aspetto attuale e lo tennero fino al 1888. L'ultimo cambiamento di
proprietà avvenne a favore dei Taverna, che ne sono ancora proprietari. Dal
grande ingresso a volta si può intravedere la fontana costruita da Antonio
Casoni nel 1618 e situata all'imbocco della cordonata che porta ai cortili
del palazzo. Questa fontana, costituita da quattro vasche successive e
concentriche e contornata da una fitta esedra di alloro, fu modificata nel
Settecento dai Gabrielli, perchè in precedenza due orsi, simboli araldici
degli Orsini, erano posti in cima a due muri un tempo posti ai lati della
fontana e dalla bocca dei quali partiva uno zampillo che faceva giungere
l'acqua all'interno della seconda vasca. |
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Palazzo Taverna |
Piazza dell'Orologio
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Il nome della
piazza deriva dall'orologio posto sulla torre del convento dei Filippini che
qui si affaccia. La torre, costruita dal Borromini nel 1648, è sormontata da
un castello che sostiene le campane ed è fiancheggiata da due cippi con
stelle araldiche. Sotto il quadrante dell'orologio, è inserito un mosaico su
disegno di Pietro da Cortona rappresentante la Madonna della Vallicella.
Sulla piazza, in passato chiamata anche piazza dei Rigattieri per la
presenza di un vivace commercio di oggetti usati, si affaccia il palazzo del
Banco di S. Spirito, costruito per volere di monsignor Virginio Spada, per
destinarlo a sede del banco, nonostante il parere contrario dei ministri
dell'istituto bancario, che ritenevano la zona troppo lontana dal centro
degli affari. I lavori iniziarono nel 1660 ma, alla morte di
Virginio Spada, i ministri del banco decisero che la nuova sede sarebbe
stato l'edificio che ancora oggi viene denominato come palazzo del Banco di
S. Spirito: fu così che il marchese Orazio Spada fu costretto ad acquistare
l'edificio, oltretutto incompiuto, per una ingente somma e a far ultimare i
lavori, sempre a sue spese, dal Borromini. Il palazzo
odierno è il risultato dei lavori di ristrutturazione di fine Ottocento ad
opera dell'architetto Gaetano Koch, il quale trasformò completamente l'opera
seicentesca per volontà dei nuovi proprietari, i conti Bennicelli. In questa
casa nacque e visse per un certo periodo il più famoso dei Bennicelli,
Adriano, più noto come Conte Tacchia, celebre per il suo modo di vivere, per
il comportamento scanzonato, abbinato ad un modo di vestire sempre
eccentrico.
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Piazza e Torre dell'Orologio |
Santa Maria in
Vallicella
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Santa Maria in
Vallicella, conosciuta anche la Chiesa Nuova, è sicuramente uno dei più
importanti centri religiosi della città, La chiesa è storicamente legata
alla figura di San Filippo Neri (1515-1595) "Apostolo di Roma", canonizzato
nel 1622. Era chiamato dal popolo "Pippo bbono" e aveva fondato la
Confraternita dei Pellegrini e dei Convalescenti allo scopo di assistere i
pellegrini bisognosi che si recavano a Roma, ma si prodigò in modo
particolare per l'educazione cristiana ed il miglioramento della condizione
dei fanciulli poveri e abbandonati della città, oltre ad un’infinità di
altre opere di apostolato e di carità, che posero la sua figura al centro
delle vicende religiose e sociali della Roma del tempo. In segno di
riconoscimento per l’opera svolta, Gregorio XIII gli fece dono della chiesa
di Santa Maria in Vallicella, la cui esistenza era già documentata dal XII
secolo. La chiesa fu consacrata nel 1599 mentre la facciata fu completata ai
primi del ‘600. L'interno è progettato dall'architetto Martino Longhi, con
la collaborazione di Giacomo della Porta. La piazza prende il nome
dall'omonima chiesa, che, pur avendo ormai quasi quattro secoli di vita,
rimane tuttavia la "Chiesa Nuova". Questo appellativo le deriva dal fatto
che la chiesa venne eretta al posto di una vecchia chiesa medioevale, Santa
Maria in Vallicella, incorporandone, in verità, anche altre due, Santa
Elisabetta a Pozzo Bianco e Santa Cecilia a Monte Giordano. La chiesa
medioevale, ricordata fin dal XII secolo, era detta "in Vallicella" perché
il terreno circostante formava un piccolo avvallamento. Iniziata nel 1575 da
Pietro Bartolini di Città di Castello, che utilizzò il modello della navata
unica con quattro cappelle per lato. Dal 1586 al 1590 subentrò nella
direzione dei lavori Martino Longhi il Vecchio, che aggiunse una quinta
cappella destra e sinistra, ed eresse l'abside, il transetto e la cupola. La
facciata in travertino, inquadrata da lesene, fu eretta tra il 1594 e il
1606 su disegno di Fausto Rughesi; il portale maggiore spicca su quelli laterali, oltre che per le dimensioni
anche per la presenza delle colonne binate che sostengono l’architrave e la
lunetta dove è collocata la Madonna Vallicelliana, opera scolpita da
Giovanni Antonio Paracca, autore anche delle statue nelle nicchie
dell’ordine superiore (San Gregorio Magno a sinistra e San Girolamo a
destra). La cupola, che Martino Longhi aveva realizzato priva di tamburo nel
1590, fu modificata da Pietro da Cortona nel 1650 con l’aggiunta di una
lanterna e cupolino per una migliore illuminazione interna. L'interno è
distribuito su croce latina. La chiesa conserva molte e preziose opere
d’arte, soprattutto dipinti, ma anche affreschi, stucchi, sculture in marmo
ed in bronzo. Fra i numerosi artisti che qui hanno lasciato loro opere,
basterà ricordare Pietro da Cortona, Cavalier d’Arpino, Pietro Paolo Rubens,
Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio, Carlo Rainaldi, Carlo Maratta.
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S. Maria in Vallicella |
Fontana della "Terrina" |
Oratorio dei Filippini
- Piazza della Chiesa Nuova
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A fianco della
chiesa vi è l'Oratorio dei Filippini, i membri dell'Ordine di San Filippo
Neri, costruito nel 1575. La facciata, realizzata da Borromini tra il 1637
ed il 1643, è leggermente concava e riccamente ornata, la volta piana ed i
giochi prospettici all'interno. Il termine "oratorio" si riferisce alla
funzione svolta dal luogo, dove San Filippo faceva eseguire composizioni
musicali. Dopo il 1870 parte del convento e l'oratorio furono espropriati
dallo Stato italiano e destinati a sede della Corte d'Assise: l'aula
borrominiana divenne così un'aula di tribunale, mentre i piani superiori
divennero la sede degli uffici giudiziari. Tutto ciò provocò lo sdegno di
quanti ricordavano il rispetto in cui era tenuto il luogo sacro, denso di
memorie di San Filippo: difatti, per quanto si cercasse di tramutare il sacro
in profano, non fu possibile rimuovere il pulpito di legno destinato "per li
sermoni" e neppure la statua di San Filippo, che rimase al suo posto. Nel 1911
il convento fu restituito ai Filippini, mentre l'oratorio rimase allo Stato:
in particolare qui, al secondo piano dello stabile, risiede la Biblioteca
Vallicelliana, appartenente al Ministero per i Beni e le Attività Culturali,
dove sono conservate, tra le altre cose, raccolte riguardanti la storia
della Chiesa, in particolare Riforma e Controriforma, e testi inerenti la
cultura e la storia di Roma e del Lazio, presenti soprattutto nei fondi
della Società Romana di Storia Patria, consultabili presso la Biblioteca. La consapevolezza di dover
affrontare il problema della formazione cristiana degli uomini del suo tempo
aveva portato San Filippo a dar vita agli incontri che chiamerà “l'oratorio”,
incentrati su di una educazione alla fede cristiana, attraverso la
conoscenza e la meditazione delle vite dei santi alternata ad orazioni e
canti, dando a tutti i partecipanti la possibilità di intervenire e di
dibattere su questioni di varia natura. L'Oratorio divenne sede della
riforma musicale, avvenuta proprio in questo luogo. Lentamente, infatti, le
laudi monodiche si trasformarono in composizioni a più voci ad “Oratorio”;
il più noto compositore, amico di Filippo Neri, è Giovanni Animuccia. L'interno è concepito
in funzione della grande sala dell'Oratorio, dove, nelle pareti ad intonaco,
vengono ripetute le tipologie esterne e con l'utilizzazione della pianta
ellittica si viene a creare una nuova concezione di sala dove tutti
potessero vedersi mentre pregano, cantano o parlano.
A decorare la piazza fu sistemata, nei primi
anni del '900, la statua in marmo di Pietro Trapassi, meglio conosciuto con
il nome grecizzato di Metastasio
(1698-1782. La statua, firmata dal fiorentino Emilio Gallori, proveniva
dalla piazza di S. Silvestro, dove fu inaugurata nel 1886 e da dove
traslocò, probabilmente per motivi di intralcio al traffico. Nel 1924 la
piazza della Chiesa Nuova venne ornata da una fontana che, in passato, era
situata a Campo de' Fiori. Sulla fontana, eseguita su disegno di Giacomo
Della Porta nel 1581, nel 1622 papa Gregorio XV fece apporre sopra la
fontana un coperchio di travertino, con al centro una palla, molto
probabilmente per evitare che la fontana continuasse ad essere un
ricettacolo di immondizia. Il risultato fu che la fontana risultò talmente
somigliante ad una zuppiera che i romani la battezzarono "la Terrina". |
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Oratorio dei Filippini |
Quante strade e vicoli che abbiamo
attraversato in questa passeggiata hanno ancora viva, dopo tanti secoli,
la memoria di "Pippo Bbono"; la sua lezione ha lasciato un segno indelebile
nella Chiesa nata dalla Riforma. "Apostolo di Roma" lo definirono
immediatamente i Pontefici ed il popolo Romano, attribuendogli il titolo
riservato a Pietro e Paolo, titolo che Roma non diede a nessun altro dei pur
grandissimi santi che, contemporaneamente a Filippo, aveva vissuto ed
operato tra le mura della Città Eterna. E' stato un santo che andava incontro ai
più deboli e più fragili: non amava le ingiustizie, l'inquisizione, i
complotti del potere, la fede imposta con la paura. San Filippo Neri è stato
il Santo del buon umore, della gratuità e della semplicità.
Ma tutta Roma, oggi, ha ancora bisogno
di questa memoria viva: che essa dai vecchi vicoli che hanno ormai perso la
vivacità della vita popolare, prenda la strada delle grandi periferie
dove tanti ragazzi di Lui avrebbero tanto bisogno.
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foto di gruppo di Bruno Brunelli |
“Bisogna
desiderare di fare cose grandi per servizio di Dio e non contentarsi di una
bontà mediocre” (San Filippo Neri)
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