|
Porta del Popolo
La struttura urbanistica della zona di
piazza del Popolo è legata alla storia dei pellegrinaggi, in modo
particolare a quelli legati alle celebrazioni dell’Anno Santo. Porta
Flaminia, l'ingresso nord della città, era un passaggio obbligato per la
maggioranza dei pellegrini: così, nel tempo, intorno a questa porta
sorse un ambito urbano in qualche modo ideato per impressionare il
visitatore come ad anticipargli lo splendore della città. L'odierna
fisionomia scenografica si è delineata nell'arco di tre secoli e mezzo,
dalla ricostruzione di Santa Maria del Popolo, passando per l’elevazione
dell’obelisco e la costruzione delle chiese gemelle, fino al riassetto
neoclassico del Valadier, che progettò all'inizio dell'800 i due grandi
emicicli e le rampe che salgono al Pincio. L’accesso a questo "salotto",
è proprio l'antica Porta Flaminia, l’odierna porta del Popolo,
commissionata da Pio IV a Michelangelo, che però, ormai molto anziano,
preferì passare l'incarico ad un suo allievo, Nanni di Baccio Bigio, che
la completò tra il 1562 e il 1565 ricalcando il modello dell'arco di
Tito. All'esterno le statue di San Pietro e San Paolo fiancheggiano
l'arco, mentre lo stemma dei Medici le sovrasta. La facciata interna,
invece, fu opera del Bernini e fu eseguita in occasione dell'arrivo a
Roma, nel 1665, di Cristina di Svezia. Lo splendore e la maestosità
della porta rappresentava il preludio delle bellezze che il visitatore
proveniente dal nord avrebbe trovato nella capitale: infatti
oltrepassata la porta, oggi come allora, si accede ad una anticamera
urbana tra le più belle del mondo, posta al vertice di un triangolo di
vie noto come il Tridente (via del Babuino-via del Corso-via di Ripetta),
che costituisce un eccezionale accesso al cuore di Roma.
 |
|
Porta del Popolo |
 |
|
Piazza del Popolo |
Piazza del Popolo
Sull'origine del toponimo della piazza vi sono
diverse teorie: anticamente si diceva che il nome derivasse dai numerosi
pioppi (in latino populus) che dall'Augusteo si estendevano fin qui, ma
probabilmente il toponimo è legato alle antiche origini di Santa Maria del
Popolo. Nel Medioevo era in voga una leggenda secondo la quale, in quel luogo
fosse sepolto Nerone, il cui fantasma infestava la zona. Papa Pasquale II,
stufo delle voci sul fantasma, per celebrare la liberazione del Santo
Sepolcro ad opera dei crociati nel 1099, in quel luogo fece edificare una
cappella dedicata alla Vergine. Poiché tale cappella fu costruita a spese
del popolo romano, ebbe la denominazione di "Santa Maria o Madonna del
Popolo", toponimo che passò, poi, alla piazza. Al centro della piazza si
innalza l'obelisco detto "Flaminio", alto oltre 23 metri, che fu il primo
obelisco ad essere trasferito a Roma, al tempo di Augusto, per celebrare la
conquista dell'Egitto: inizialmente collocato nel Circo Massimo, venne
innalzato in piazza del Popolo, nel 1589. Ai suoi piedi originariamente si
trovava la fontana del Trullo, opera di Giacomo Della Porta, oggi in piazza
Nicosia: lo spostamento avvenne, nel XIX secolo, quando la piazza fu
trasformata dal Valadier, che le conferì l’attuale scenografia con la forma
ovale tra i due vasti emicicli, e sostituì la precedente fontana del Trullo
con le quattro attuali vasche rotonde di travertino, sormontate da
altrettanti leoni di marmo bianco e di stile egizio, dalle cui bocche esce
l'acqua a ventaglio. Negli emicicli due esedre ornate da sfingi e, agli
estremi, dalle statue delle Stagioni: nel mezzo delle esedre due fontane,
una posta sotto il Pincio e costituita dalla Dea Roma attorniata dal Tevere,
dall'Aniene e dalla lupa, l'altra, sul lato opposto della piazza, composta
da Nettuno fra due Tritoni, entrambe opere di Giovanni Ceccarini. Sul lato
sud della piazza, quasi a sentinelle del Tridente, sorgono le due chiese
gemelle di Santa Maria in Montesanto e di Santa Maria dei Miracoli, iniziate
dal Rainaldi e terminate dal Bernini e da Carlo Fontana nel 1675 la prima,
nel 1678 la seconda. L'esigenza urbanistica di realizzare le due chiese fu
promossa da Alessandro VII, come sfondo per l'obelisco e scenario teatrale
di via del Corso; le facciate delle due chiese rappresentano infatti la
testata monumentale del tridente rinascimentale costituito dalla tre vie del
Babuino, del Corso e di Ripetta, convergenti sull'obelisco ed indirizzate
verso il centro di Roma.
 |
 |
|
Leoni egizi della fontana di
piazza del Popolo |
Santa Maria del Popolo
Nel 1472 l’originaria cappella fu soppiantata
da una nuova chiesa su iniziativa di papa Sisto IV Della Rovere, con disegno
di Baccio Pontelli e successivamente abbellita al tempo di Alessandro VII.
All'interno lavorarono alle decorazioni numerosi artisti: Bramante realizzò
il coro, Raffaello è l’autore della Cappella Chigi mentre Carlo Fontana lo è
della Cappella Cybo; affreschi della volta e di alcune cappelle sono opera
del Pinturicchio ed infine Bernini ha dato la sua impronta a gran parte
della struttura e dell'arredo. La facciata in travertino fu rielaborata dal
Bernini e accanto alla cupola e s'innalza il campanile in laterizio; la
pianta interna è a croce latina suddivisa in tre navate con volta a crociera
e altrettante cappelle per lato. La chiesa è però conosciuta soprattutto per
i due capolavori del Caravaggio, che lavorò a Santa Maria del Popolo tra il
1600 e il 1601, custoditi nella cappella Cerasi: la "Conversione di Saulo" e
"la Crocifissione di San Pietro".
 |
|
Santa Maria del Popolo |
Nella “Conversione di Saulo” la scena ritrae il momento
culminante della conversione di Paolo: quello in cui a Saulo, sulla via di
Damasco, appare Gesù Cristo in una luce accecante che gli ordina di
desistere dal perseguitarlo e di diventare suo «ministro e testimone». Sono
presenti nella scena un vecchio e un cavallo, il quale, grazie
all'intervento divino, alza lo zoccolo per non calpestare Paolo. La luce
proveniente dall'angolo in alto a destra, scivola sul corpo del cavallo e
abbaglia la figura del santo, caduto a terra. E' il momento preciso in cui
Dio si manifesta: Dio non è presente, ma si dà nella luce, simbolo della
Grazia Divina che redime chi accoglie la salvezza. Il vecchio non vede e non
si accorge di nulla come l'umanità che non vuole riporre la propria speranza
e la propria fede in Dio. Il realismo del Caravaggio, che scaturisce dal
profondo contrasto tra chiaro e scuro, tra luce e ombra, si mescola al
simbolismo religioso che la luce (il Bene) assume nella lotta contro il male
e l'oscurità.
Lo stesso tema della luce torna nella Crocifissione di
Pietro: la luce investe la croce e il santo, entrambi simbolo della
fondazione e della costruzione della Chiesa, attraverso il martirio del suo
fondatore. Pietro, che si fa crocifiggere a testa in giù per umiltà nei
confronti di Cristo, illuminato dalla Grazia soffre ma sa che dal suo
martirio verrà la salvezza; tutt'intorno è buio e i tre carnefici qui
raffigurati non come aguzzini che agiscono in maniera brutalmente gratuita,
ma come uomini semplici, costretti ad un lavoro faticoso, rappresentano
l'umanità accecata dal peccato che vive nella tenebra ed è privata della
luce illuminante e ridotta a meccanismo senz'anima che funziona di sola
logica ottusa, senza vera comprensione.
 |
 |
|
La conversione di Saulo |
La crocifissione di Pietro |
Santa Maria in
Montesanto e Santa Maria dei Miracoli
Apparentemente gemelle, le due chiese si differenziano notevolmente l'una
dall'altra. Furono progettate con lo scopo di creare un punto focale su
piazza del Popolo, quindi simmetriche tra loro, ma lo spazio disponibile sul
lato sinistro era minore. Rainaldi risolse il problema dotando Santa Maria
dei Miracoli di una cupola ottagonale e Santa Maria in Montesanto di una
cupola dodecagonale, schiacciando quest'ultima nello spazio disponibile.
L'illusione ottica di una apparente identità, è data dall'uguale dimensione
delle facce dei tamburi di ciascuna cupola, rivolte in direzione della
piazza. Anche gli interni risultano diversi, ellittico quello di Santa Maria
in Montesanto, circolare quello di Santa Maria dei Miracoli.
Santa Maria dei Miracoli deve il suo nome alla miracolosa immagine della
Madonna, un tempo posta fuori la porta del Popolo ed alla quale il popolo
attribuiva il salvataggio di un bimbo travolto dal Tevere.
Santa Maria in Montesanto prende il nome invece dalla precedente chiesa dei
Carmelitani di Monte Santo, in Sicilia, sul luogo della quale fu costruita:
è nota anche per essere la "chiesa degli artisti", legata da tempo al mondo
artistico di via del Babuino e via Margutta, e, per esteso, a tutti gli
artisti, letterati e personaggi del mondo dello spettacolo di Roma, i
funerali dei quali vengono spesso qui celebrati.
 |
|
Santa Maria in Montesanto e
Santa Maria dei Miracoli |
via di Ripetta -
Lungotevere - Porto di Ripetta
La via ricalca
il tracciato di un'antica strada romana, il cui percorso era parallelo al
corso del Tevere ed originariamente era nota come Via Leonina, perché Leone
X nel 1518 la fece risistemare, sembra con i proventi provenienti da una
tassa sui lupanari.
Con la
sistemazione del lungotevere, che sacrificò purtroppo il porto di Ripetta,
uno degli esempi più significativi dell'architettura settecentesca
capitolina, la via assunse l'attuale denominazione con il conseguente
isolamento del mausoleo di Augusto.
Su via di
Ripetta, si trovano alcune memorie architettoniche e di arredo della Roma di
una volta: l’edificio a ferro di cavallo, che fu sede della prima Accademia
del nudo in Roma, già a fine '700, e poi sede del Liceo artistico romano,
opera neoclassica ora dimenticata. Fra il lungotevere e la piazza di Ripetta
vi sono solo i ricordi di quello che fu l’elegante Porto di Ripetta, opera
degli stessi architetti di Trinità de’ Monti, Francesco De Santis ed
Alessandro Specchi. Il porto, costruito sotto il pontificato di Clemente XI
Albani, sorgeva elegantemente dal Tevere, ad ondate di gradini
curvati ad esedra semi-ovale.
Sul fiume era una sorta di balconcino con una
fontana ed una lanterna, accesa la sera, per segnalare l’approdo ai
naviganti: questa c’è ancora, spostata su un lato della piazza e rialzato.
Purtroppo il
porto di Ripetta fu demolito a fine
ottocento per costruire i “muraglioni” del
Lungotevere, e rimane oggi soltanto nelle stampe del Piranesi o in quelle di
“Roma sparita”. Restano le chiese di San Rocco e di San Girolamo degli
Schiavoni, che fronteggiavano la scalea e la banchina d’approdo. Fino agli
anni ‘80 dell''ottocento qui sbarcavano merce i navigli piccoli che potevano
passare sotto i ponti: al porto di Ripetta sbarcavano i prodotti alimentari
provenienti dalla Sabina, ma anche molte mercanzie provenienti dal nord
Italia, in modo particolare stoffe e articoli destinati ai negozi intorno a
Trinità dei Monti.
 |
|
Il Porto di Ripetta in una
incisione di Giovan Battista Piranesi del |
Ara Pacis
L'Ara Pacis,
l'Altare della Pace, rappresenta uno dei massimi capolavori dell'antica Roma
giunti fino ai giorni nostri e una delle più significative testimonianze
dell'arte augustea.
Voluta dal
senato ed inaugurata il 9 a.C. per celebrare la pace raggiunta nel
Mediterraneo e a Roma per merito di Augusto che, dopo le vittorie in Gallia
ed in Spagna, pose fine alla la guerra civile che durava da circa venti
anni.
Il monumento è
costituito da un altare posto all'interno di un recinto rettangolare in
marmo, le cui superfici sono decorate con preziosi fregi e rilievi in marmo
di Carrara, probabilmente eseguiti da artisti greci.
Eppure dopo la
caduta dell’impero, per più di un millennio il silenzio calò sull'Ara Pacis,
facendo perdere persino la memoria del monumento.
Il recupero
dell'Ara Pacis, iniziò nel XVI secolo attraverso sia ritrovamenti fortuiti
che scavi mirati, ma solo nel 1879 fu identificato come l’altare augusteo
della pace e la completa ricomposizione si attuò solo nel 1938, quando il
monumento fu protetto da un involucro di cemento e vetro e collocato
nell’attuale sito. Nel 2006 è stata inaugurata la nuova struttura progettata
dall’architetto Richard Meyer la cui costruzione ha suscitato tante
polemiche.
Mausoleo di Augusto
Edificato tra il
28 ed il 23 a.C. il Mausoleo, uno dei più rappresentativi del passato,
ricalca il modello delle tombe etrusche a tumolo, realizzato su una
collinetta, luogo prescelto per le sepolture importanti, con basamento
cilindrico coronato da un massiccio tumolo, piantato a cipressi.
Nella parte più
alta del monumento era posta una statua in bronzo dell'imperatore, mentre
l'entrata era fiancheggiata da due obelischi, ora spostati uno in piazza
dell'Esquilino e l'altro in piazza del Quirinale.
La camera
mortuaria destinata all'Imperatore fu sistemata al centro del mausoleo, ed
intorno furono realizzate una serie di celle per la sepoltura dei componenti
della famiglia Giulio-Claudia.
Nel corso dei
secoli subì molteplici rimaneggiamenti: nel medioevo divenne la fortezza
della famiglia Colonna, fu usata come cava di travertino, si trasformò
quindi in giardino pensile e nel XVIII secolo fu auditorium e teatro.
Nel 1936,
contemporaneamente all'apertura di piazza Augusto Imperatore, il mausoleo fu
parzialmente recuperato, chiudendo la sala da concerto che vi veniva
ospitata.
 |
|
Mausoleo di Augusto |
San Rocco
E' una delle due chiese che si affacciano su via di Ripetta, davanti all'Ara
Pacis, dopo le demolizioni che tra il 1934 ed il 1938 hanno cancellato
interamente il quartiere che sorgeva attorno al Mausoleo di Augusto. La
chiesa è menzionata fin dall'XI secolo, come dedicata a San Martino, e fu
ricostruita in forme barocche da Giovanni Antonio de Rossi tra il 1645 ed il
1680. La facciata è opera di Giuseppe Valadier (1834), che sembra si sia
ispirarato, più che allo stile neoclassico, alla tipologia delle chiese
veneziane del Palladio.
L'interno è a navata unica, e a destra del presbiterio, si trova la cappella
della Madonna delle Grazie, del Del Rossi, dove è venerata l'omonima
immagine mariana.
Sulla sinistra della chiesa sorgeva un tempo un ospedale nel quale venivano
curati gli appestati ma
successivamente
fu aggiunta anche un'ala destinata alle mogli dei barcaioli per evitare che
queste partorissero sulle barche, in condizioni malsane ed anche una sezione
per le partorienti nubili che qui venivano accolte con il volto coperto, in
totale anonimato; unica eccezione all'anonimato era consentita al medico ed
all'ostetrica che aiutavano le donne a mettere al mondo i piccoli, i quali
poi venivano inviati alla Casa degli Esposti, presso l'Ospedale di Santo
Spirito: per questo motivo il complesso venne soprannominato l'Ospedale
delle Celate. L'istituzione venne soppressa dal nuovo governo italiano nel
1892 e l'ospedale delle Celate fu poi definitivamente demolito tra il 1934 e
il 1940 in occasione dei lavori di sistemazione di tutta la zona intorno al
Mausoleo di Augusto.
San Girolamo degli
Schiavoni
San Girolamo a Ripetta è la chiesa nazionale dei croati a Roma ed è anche
nota con i nomi antichi di San Girolamo degli Illirici e San Girolamo degli
Schiavoni. Nella zona, prospiciente il porto di Ripetta, si era insediata
fin dal XIV secolo una comunità di profughi sfuggiti ai Turchi dall'Illiria
e dalla Schiavonia, ai quali papa Niccolò V concesse nel 1453 l'istituzione
di una Congregazione di San Girolamo degli Schiavoni, dotata di un ospizio,
di un ospedale, e di una piccola chiesa dell'XI secolo, originariamente
chiamata Santa Marina de Posterula, da intitolare al loro santo nazionale
San Girolamo.
Nel secolo successivo papa Sisto V, discendente di una famiglia croata
originaria della Dalmazia e già titolare della chiesa, la fece ricostruire
interamente da Martino Longhi il Vecchio tra il 1588 e il 1589, dotandola di
un campanile e di ricchi arredi. Nel XIX secolo fu massicciamente restaurata
da papa Pio IX.
 |
|
San Rocco e San Girolamo degli
Schiavoni |
Fontana della
Botticella
La demolizione del porto di Ripetta, a seguito della sistemazione degli
argini del Tevere e lo sventramento degli anni trenta del Novecento,
conseguente alla sistemazione dell'area intorno al Mausoleo di Augusto e
all'erezione del complesso dell'Ara Pacis, hanno isolato le due chiese di
San Rocco e di San Girolamo, ora connesse da un camminamento sopraelevato ai
cui piedi si trova incassata la fontana della Botticella, del 1774,
proveniente dal vicino demolito palazzo Valdambrini.
Nel porto di
Ripetta, attraccavano le navi cariche di mercanzia; per tale ragione la
confraternita degli osti volle erigere una fontana ristoratrice raffigurante
un facchino simbolico per tutti i portatori di legna, vino, acqua, verdura,
di tutte le merci che arrivavano a Roma per via fluviale.
La scelta del
portatore di vino non fu casuale: il perché si ritrova nelle abitudini e
consuetudini del porto, dove fra tutte le merci in arrivo la più ambita e
desiderata era senz’altro il vino. Tutte le partite di questa merce
provenienti dall’alto Lazio trovavano qui i primi diretti estimatori e
ovviamente assaggiatori: erano i portatori che compivano il rito della
degustazione, accompagnato naturalmente da momenti di festa popolare.
Fontana Clementina o
dei Navigatori
Nel
1704 papa Clemente XI Albani fece costruire sulla sponda del Tevere, presso
il porto di Ripetta, una fontana a cui potessero dissetarsi i facchini
addetti allo scarico di legna da ardere e vino. Il progettista, Alessandro
Specchi, è costituita da una vasca ovale a un'estremità della quale
inserisce una scogliera su cui appoggia una conchiglia che ha ai lati due
delfini. L'acqua che sgorga dall'alto della scogliera e dalle bocche dei
delfini si raccoglie nel bacino sottostante.
A metà Settecento in cima alla scogliera venne posta una lanterna allo scopo
di facilitare l'approdo notturno delle imbarcazioni.
 |
 |
|
Fontana della Botticella |
Fontana dei Navigatori |
Sant'Antonio dei
Portoghesi
Fu fatta
costruire nel 1445 dal cardinale Antonio Martínez de Chaves sul luogo dove
sorgeva un ospizio per i pellegrini portoghesi e divenne chiesa nazionale
dei Portoghesi che la intitolarono al santo di Lisbona e, nel 1695, la
ampliarono fino alle attuali dimensioni. Ha una ricca e monumentale facciata
barocca iniziata da Martino Longhi il Giovane e continuata prima da Carlo
Rainaldi e quindi da Cristoforo Schor. Molto ornato è anche l'interno, che
riesce a dare un'impressione di ricchezza e sfarzo nonostante le piccole
dimensioni. Al suo interno conserva una tavola a fondo oro di Antoniazzo
Romano, le tele del pittore pergolese Antonio Concioli Adorazione dei Magi,
Natività e Riposo durante la fuga in Egitto (entrambe datate 1782) e il
Monumento De Souza di Antonio Canova (1808). Il transetto fu decorato da
Luigi Vanvitelli. Nel 2008 è stato installato un grandioso organo dotato di
4 tastiere e 47 registri.
La Torre della Scimmia
In via dei
Portoghesi, all'angolo tra via dell'Orso, la Torre della Scimmia ricorda una
commovente leggenda che le ha conferito questo nome. La torre medievale,
eretta in origine dai Frangipane, passò poi agli Scapucci che la
restaurarono e la possedettero fino al XVI secolo. La torre è a forma
quadrangolare composta di quattro piani, situata alla sommità del palazzo
Scapucci.
Ma più che per
la sua importanza, la sua notorietà si deve proprio alla leggenda legata
alla scimmia.
Si narra che
nella torre vivesse un nobile, con una scimmia e un unico figlio ancora in
fasce. Un giorno la scimmia avrebbe afferrato il neonato e, salita sulla
sommità della torre, urlando e saltellando come un diavolo, ne avrebbe messo
a repentaglio la vita, facendolo penzolare nel vuoto. L’uomo, rientrando a
casa, avrebbe trovato in strada un gruppo di persone accorse, raccolte in
preghiera a supplicare la Madonna per la salvezza del piccolo. Egli stesso
avrebbe fatto voto a Maria, di dedicarle un tabernacolo perpetuo in cima
alla torre, qualora il bambino si fosse salvato. Finalmente la scimmia
sarebbe tornata giù, riconducendo con sé il bimbo e deponendolo nelle
braccia del padre. Da allora, per volere del nobile, davanti a una statua
della Madonna, posta sulla sommità della torre, è sempre accesa la luce di
una lampada.
 |
 |
|
Sant'Antonio dei Portoghesi |
Torre della Scimmia |
Sant'Agostino
Primo esempio
rinascimentale nella capitale, la chiesa di Sant’Agostino fu realizzata nel
1420, successivamente ampliata tra il 1479 ed il 1483 da Giacomo da
Pietrasanta e Sebastiano Fiorentino.
Luigi Vanvitelli
è invece l'autore dell'interno, modificato tra il 1756 ed il 1761, e
dell’attuale cupola.
La facciata, a due ordini con timpano triangolare, progettata da Leon
Battista Alberti è preceduta da una scalinata e la sua peculiarità consiste
nel fatto che per la costruzione fu utilizzato il travertino proveniente dal
Colosseo. L’interno è a tre navate con volta a crociera e cinque cappelle
per parte.
La chiesa conserva illustri monumenti e pitture, tra cui la Madonna del
Parto, a lungo ritenuta una statua romana di Agrippina con il piccolo Nerone
in braccio, mentre è opera di Jacopo Tatti detto il Sansovino: è sicuramente
una delle più venerate Madonne romane, come si può dedurre dal gran numero
di ex voto che la circondano.
In un sarcofago di verde antico riposa Santa Monica, madre di Sant’Agostino,
morta ad Ostia nel 387 e qui trasportata: l'opera viene attribuita ad Isaia
da Pisa. L'altare maggiore è del Bernini ed ospita una Madonna bizantina.
Un'altra statua che in passato fu celeberrima fuori e dentro Roma è il
gruppo marmoreo di Andrea Sansovino rappresentante Sant’Anna che unisce in
un unico abbraccio la Vergine Maria ed il Bambino. A questo gruppo
scultoreo è collegato l’affresco del profeta Isaia, dipinto da Raffaello. Il
capolavoro della chiesa è comunque la Madonna dei Pellegrini del Caravaggio,
che la tradizione vuole dipinto dal tormentato pittore quando si rifugiò
nella chiesa per sfuggire all'arresto ed alla condanna perché aveva ucciso
il padre di una ragazza da lui sedotta.
Nella chiesa, oltre a quella di Santa Monica già accennata, vi sono altre
sepolture illustri, ma è curioso che insieme alle spoglie di santi e
cardinali vi giacessero anche le salme di famose cortigiane di alto bordo,
come Fiammetta, amante preferita di Cesare Borgia.
D’altronde Sant’Agostino era la chiesa dove si tenevano le prediche alle
cortigiane: per favorirne il ritorno alla vita onesta, cui si dava carattere
e importanza di conversione, esse furono obbligate ad assistere,
specialmente nel periodo quaresimale, ad apposite prediche: le signore
venivano sistemate nelle prime file, non tanto per tenerle vicine al
Signore, quanto perché il resto dei fedeli non si distraesse nel corso delle
funzioni religiose.
 |
|
Sant'Agostino |
La Madonna di Loreto o dei Pellegrini, eseguita tra la fine del 1603 e gli
inizi del 1606, rappresenta un altro ribaltamento dei tradizionali canoni
rappresentativi delle Storie Sacre operati da Caravaggio. L’opera
rappresenta infatti il tema della Madonna di Loreto non secondo
l’iconografia tradizionale della Santa Casa trasportata in volo dagli
angeli, ma secondo un’immagine viva e reale La Madonna è raffigurata sulla
soglia della casa, quasi ad accogliere i due pellegrini inginocchiati. La
bellezza della Madonna, in contrasto con la ruvidezza e la semplicità dei
due devoti, indica la grandiosità della donna che con il Bambino rivolge uno
sguardo pieno di compassione verso l'umanità: è la rappresentazione della
Chiesa-Maria che accoglie chi a Lei si rivolge. La figura della Madonna
appare quasi in movimento in contrapposizione alla statica devozione dei
personaggi inginocchiati illuminati da un fascio di luce, elemento
inconfondibile della pittura di Caravaggio che offre in questo caso, in modo
sobrio ed essenziale, la rivisitazione di un gesto di religiosità
tradizionale come il pellegrinaggio.
.jpg) |
|
La Madonna di Loreto o dei
Pellegrini |
Via della Scrofa
La strada prende nome dal piccolo simulacro di cui già si faceva cenno in
alcuni documenti del 1445, probabilmente un frammento di un bassorilievo
marmoreo; perduta o distrutta la rimanente parte della composizione, la
scrofa venne applicata sul muro del convento degli Agostiniani, poi
trasformata in fontanella per volontà di Gregorio XIII intorno al 1580.
Un’altra tradizione vuole che sulla via fosse presente una “taverna della
scrofa” che poi avrebbe dato il nome alla strada.
San Luigi dei Francesi
Acquistato alla
fine del '400 dalla colonia francese che risiedeva nella capitale,
l'edificio fu ultimato soltanto nel 1589, ben 70 anni erano passati dal 1518
quando Giulio de' Medici, poi diventato Clemente VII, aveva cominciato a
farlo costruire.
Il progetto fu
di Giacomo Della Porta, in parte realizzato poi da Domenico Fontana. La
facciata in travertino contiene statue raffiguranti personaggi francesi:
nelle nicchie inferiori si ritrovano Carlo Magno e San Luigi, il re di
Francia Luigi IX che nel 1270 perse la vita partecipando alle crociate.
Nell'ordine
superiore troviamo Santa Clotilde, regina dei Francesi intorno al V secolo,
considerata la protettrice delle donne, e Santa Giovanna di Valois, figlia
di Luigi XI, che nel 1500 istituì l'ordine delle monache dell'Annunziata.
In San Luigi dei
Francesi sono custoditi tre dipinti del Caravaggio, la "vocazione di San
Matteo", il "Martirio di San Matteo" e "San Matteo e L'Angelo", considerati
i primi capolavori di carattere religioso dell'artista, in cui si manifesta
l'innovativa concezione della pittura sacra, rapportata alla quotidianità,
attraverso l’uso inconsueto e drammatico della luce.
 |
|
San Luigi dei Francesi |
Queste tele furono eseguite da Caravaggio in contemporanea
con i dipinti di Santa Maria del Popolo, tra il 1599 e il 1602.
La “Vocazione di San Matteo” s'imposta sul tema della luce
che, entrando dall'angolo destro in alto, rende visibile la scena collocata
nel chiuso ambiente in penombra. Una striscia di luce accompagna il gesto
del Cristo, che chiama a sé Matteo il quale, stupito, ripete lo stesso gesto
di Gesù con l'indice: la luce è simbolo della Grazia Divina che salva chi
vuole intraprendere la retta via e che non tocca chi, come il gabelliere a
sinistra, che continua a contare i denari, condanna se stesso alla pena
eterna.
Nel “Martirio di San Matteo” il sicario ha appena trafitto
San Matteo che, sanguinante, al limite tra vita e morte, cerca verso l'alto
la salvezza, accogliendo la palma del martirio che l'angelo viene ad
offrirgli; vi sono persone che assistono attonite alla scena mentre altre
fuggono come il ragazzo urlante che volge indietro lo sguardo terrorizzato.
All'ordinata composizione della Vocazione, si contrappone
questa del Martirio, dove l'orrore della morte si confonde con la gioia
della salvezza e della rivelazione.
Il “San Matteo e l’angelo” è la seconda versione di
Caravaggio sullo stesso oggetto. Nella prima versione San Matteo è
raffigurato come un contadino analfabeta la cui mano è direttamente guidata
dall'angelo che non solo gli detta, ma sembra proprio il vero autore del
testo evangelico. Giudicata questa opera poco decoroso, il pittore ne
realizzò nel 1602 la seconda versione dove il rapporto diretto tra umanità
ignorante e divinità che istruisce viene eliminato, spostando l'angelo in
volo in alto e, soprattutto, conferendo al santo l'aspetto del dotto saggio
che, stavolta, è in grado di scrivere da solo le parole che l'angelo gli
detta. Un effetto straordinario è dato dall'incontro degli sguardi dei due
personaggi.
 |
|
La vocazione di San Matteo |
 |
|
Il martirio di San Matteo |
 |
|
San Matteo e l'Angelo |
Piazza della Rotonda e
Pantheon
Il grandioso monumento caratterizza la piazza a tal punto che molti romani
non ne conoscono neppure il nome: la chiamano semplicemente "la piazza del
Pantheon".
Il Pantheon è senza dubbio uno tra i monumenti più belli dell'antichità
romana: fatto costruire da Marco Vipsanio Agrippa in onore di tutti gli dei,
fu fatto restaurare da Domiziano dopo l'incendio dell'80 e ricostruito da
Adriano nel 110, giungendo ai tempi nostri quasi integro. Di particolare
interesse la sua cupola, capolavoro della tecnica e dell'architettura romana
per essere anche la più grande mai costruita all'epoca: è alta 43 metri e
dal diametro di base uguale a quella di San Pietro, 42,56 metri. Nel 609
Bonifacio IV lo consacrò alla Madonna e a tutti i Martiri. Nel medioevo
divenne una fortezza e nel 1625 per volere di Urbano VIII fu asportato il
rivestimento bronzeo delle travi del portico con il quale il Bernini
realizzò i cannoni di Castel Sant'Angelo ed il baldacchino di San Pietro. Il
gesto del pontefice ispirò la pungente pasquinata: "quod non fecerunt
barbari, fecerunt Barberini".
All'esterno l'edificio presenta un pronao largo 33 metri e profondo 16, con
16 colonne in granito grigio e rosa. Dal portale con battenti in bronzo si
accede all'interno a pianta circolare con sette grandi nicchie che si
alternano a otto edicole con colonnine. Si conservano le tombe dei reali
d’Italia oltre a quella di Raffaello.
Al centro della piazza, caratterizzata dalle facciate settecentesche degli
edifici che vi si affacciano, si innalza l’obelisco egiziano, collocato nel
1711 su commissione di papa Clemente XI e decorato con delfini e stemmi
eseguiti dallo scultore Vincenzo Felici. La fontana in marmo alla base
dell’obelisco fu progettata da Giacomo Della Porta nel 1575 e realizzata da
Leonardo Sormani, dapprima composta da una conca mistilinea alzata da tre
gradini e da quattro gruppi di delfini e di maschere con, al centro, una
tazza con acqua zampillante; nel 1711 l'architetto Filippo Barigoni sostituì
il catino con una scogliera, sulla quale fu posto l'obelisco.
 |
|
Piazza della Rotonda e Pantheon |
Piazza Capranica e
Santa Maria in Aquiro
La piazza prende nome dal palazzo fatto costruire nel 1450 dal cardinale
Domenico Capranica per ospitarvi il Collegio per l'educazione degli
ecclesiastici, il primo seminario aperto a Roma. Alla sua morte il fratello
cardinale Angelo volle creare qui anche la residenza di famiglia e fu così
che fece costruire l'edificio sulla sinistra, al quale destinò il collegio,
riservando la parte più antica alla famiglia. La piazza ebbe anche altri
nomi, quale "piazza degli Orfanelli" per l'ospizio fondato nella chiesa di
Santa Maria in Aquiro e, in seguito, anche "piazza di Santa Maria in Aquiro",
dal nome della chiesa. Questa chiesa è di antichissima origine e il termine
“Aquiro” è una corruzione di quello originario "a Cyro", derivante dal
termine "inquiro", cioè palude, acquitrino, in conseguenza della natura
paludosa che la zona aveva originariamente. Nel 1389 assunse la
denominazione di Santa Maria della Visitazione per volere di Urbano VI, che
volle commemorare così l'episodio del vangelo in cui Maria fece visita ad
Elisabetta. La chiesa venne poi affidata da Paolo III, nel 1540, alla
Confraternita degli Orfani, che trovò nella casa annessa al tempio una sede
per i suoi assistiti, per risolvere il grave problema degli orfanelli
(conseguenza del Sacco di Roma del 1527), affidando loro un'educazione ed
un'assistenza sanitaria.
Attualmente la chiesa si presenta nell’aspetto voluto dal cardinale Salviati,
che nel 1590 ne fece iniziare la ricostruzione ad opera di Francesco da
Volterra, completata parzialmente dopo il 1602, con l’intervento di Filippo
Breccioli e di Carlo Maderno. La facciata fu completata nella parte
superiore da Pietro Camporese il Vecchio solo nel 1774, con una
rielaborazione del progetto del Braccioli. L’interno è a tre navate divise
da otto pilastri e precedute da un atrio, transetto con cupola e abside, con
tre cappelle per parte. All'interno sono conservati affreschi del '600 e del
'800, di notevole pregio è un affresco della "Madonna col Bambino e Santo
Stefano", nell'edicola dell'abside, risalente al XIV secolo.
 |
 |
|
Palazzo Capranica |
Santa Maria in Aquiro |
Piazza e Palazzo
Montecitorio
La disposizione
della Piazza fu decisa da Clemente XII Corsini (1730-1740), con la finalità
di predisporre uno spazio urbano sul quale si potesse affacciare l'omonimo
palazzo.
Nel 1792 Pio VI
vi fece erigere l'obelisco egizio del VI secolo a.C., trasferito da
Heliopolis sotto Augusto nel 10 a.C., il quale lo volle a Campo Marzio per
usarlo come Gnomone dell'orologio solare, l'asta la cui ombra indicava
l'ora.
Dopo il IX
secolo, a causa della sua caduta, fu restaurato e portato in piazza
Montecitorio ad opera di Giovanni Antinori (1792), che ne ripristinò la
funzione iniziale: la cava sfera bronzea, con il simbolo papale, era
attraversata dal raggio del sole, a cui corrispondeva contemporaneamente
sulla piazza l'ora, contrassegnata da appositi listelli inseriti nella
pavimentazione.
La storia del
palazzo è alquanto travagliata. Anche il nome è di origine incerta: c'è chi
ritiene che in epoca romana vi si svolgessero le assemblee elettorali (da
cui"mons citatorius"); per altri il nome del luogo deriva dal fatto che vi
venivano scaricati i materiali di risulta della bonifica del vicino Campo
Marzio ("mons acceptorius"). L'attuale palazzo, che prese il posto di un
preesistente gruppo di casupole, fu commissionato da papa Innocenzo X al
Bernini come futura dimora della famiglia Ludovisi.
L'architetto,
uno dei maggiori interpreti del Barocco romano, realizzò un edificio che,
sia nella struttura che nelle decorazioni, si adattava alla morfologia del
territorio. La facciata del palazzo, lievemente curva, segue l'andamento
della collina artificiale e gli elementi di pietra appena sbozzata, dai
quali fuoriescono foglie e rametti spezzati, simulano un edificio costruito
nella viva roccia.
Morto Innocenzo
X nel 1655, i lavori furono interrotti per mancanza di fondi e non furono
ripresi se non oltre trent'anni dopo per volontà di un altro pontefice dallo
stesso nome (Innocenzo XII), che dapprima intendeva destinare il palazzo a
ospizio per i poveri e poi decise di installarvi la Curia apostolica (i
tribunali pontifici).
Il triplice
portale è sormontato da una vela con l'orologio, corredata di tre campane,
la più grande delle quali, che ora suona solo in occasione dell'elezione del
Presidente della Repubblica, dava il segno dell'inizio delle udienze e la
sua precisione nel battere le ore divenne proverbiale a Roma. Tutti i sabati
poi il popolo romano accorreva nella piazza per assistere all'estrazione dei
numeri del lotto che venivano gridati dal balcone.
Dopo l'unità
d'Italia e l'annessione nel 1870 dello Stato pontificio, il trasferimento
della capitale a Roma comportò la scelta di sedi adeguate per i massimi
organi del Regno. Per la Camera dei deputati, scartate altre soluzioni, fra
le quali il Campidoglio e palazzo Venezia, la scelta cadde su Montecitorio e
furono avviati con grande rapidità i lavori per adattare il vecchio palazzo
alle nuove esigenze e fu ampliato nel 1919 con l'aggiunta del nuovo edificio
verso Piazza del Parlamento.
 |
 |
|
piazza e palazzo Montecitorio |
Piazza Colonna e
Palazzo Chigi
Il nome deriva
dalla colonna di Marco Aurelio che svetta in posizione centrale.
Cuore della
città pontificia fino all'800, deve il fiorire di monumenti alla sua
posizione nevralgica, quale crocevia di due strade percorse da pellegrini e
visitatori, una che congiungeva porta Salaria a ponte Sant’ Angelo e l'altra
che univa porta del Popolo al Campidoglio.
Alla fine del
'500 per volere di Sisto V furono sostituite le preesistenti abitazioni con
palazzi nobiliari, alcuni dei quali assunsero successivamente funzioni
statali, come l'ottocentesco Palazzo Wedekind, sede della direzione delle
poste pontificie.
Sulla piazza
vennero aperti numerosi caffè, sempre affollati, e si tennero concerti,
tanto da far diventare lo slargo uno dei luoghi di svago della capitale.
Il piano
regolatore del 1873 comportò delle modifiche all'aspetto urbanistico,
previste per l'ampliamento del Corso: palazzo Boncompagni Piombino fu
sostituito tra il 1915 ed il 1922 dalla Galleria Colonna, realizzata sul
modello ottocentesco di quelle similari di Milano e Napoli.
Sede della
Presidenza del Consiglio dei Ministri dal 1961, fu costruito nell'arco di
più di un secolo.
Progettato nel
1562 da Giacomo della Porta nel rispetto dei rigidi canoni controriformisti
ed ultimato nel 1630 nel periodo barocco.
Il palazzo fu
iniziato dalla famiglia Aldobrandini ed ampliato dai Chigi, nuovi
proprietari, che vi aggiunsero il cortile e lo scalone nel secolo seguente,
sotto il pontificato di Alessandro VII Chigi.
Nel settecento
furono realizzati nuovi interventi: il portale che si apriva su piazza
Colonna, la decorazione degli ambienti interni e la fontana nel cortile con
lo stemma della famiglia Chigi Della Rovere, che vi abitò fino al 1917,
quando il palazzo fu acquistato dallo Stato per il Ministero delle Colonie.
 |
 |
|
piazza Colonna |
palazzo Chigi |
 |
|
foto del gruppo a cura di Filippo
Santurro |
 |
|
foto del gruppo a cura di Filippo
Santurro |
|