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La valle e il parco
della Caffarella
Esteso poco più di 190 ettari il Parco
della Caffarella deve la sua importanza storico-culturale alla sua
ubicazione a ridosso delle Mura Aureliane e tra due principali vie della antichità: la via Appia Antica e
la via Latina. Il suo nome alla famiglia Caffarelli che ne
divenne proprietaria alla metà del ‘500, creando un’estesa tenuta
agricola dopo aver riunificato e bonificato vari appezzamenti.
Interamente attraversata dal fiume Almone, ritenuto sacro in quanto
legato alle origini mitiche di Roma (Almone è il primo eroe italico che
nell’Eneide cade nella guerra tra Italici e Troiani di Enea), nella
valle sono abbondanti le sorgenti d’acqua utilizzate fin dall’antichità
con un’estesa rete di canali, per alimentare impianti termali e fontane
monumentali. Dall’età repubblicana e per tutta l’età imperiale, la valle
fu densamente occupata da grandi ville, tempietti, sepolcri e colombari,
di cui si conservano ancora oggi notevoli testimonianze.
Le notizie più antiche risalgono al III secolo a.C. quando
parte della Caffarella era posseduta dalla famiglia di Attilio Regolo.
Nel II secolo d.C. fu proprietà della famiglia di Annia Regilla, che lo
portò in dote al facoltoso e potente marito Erode Attico. Alla morte di
questo, dal III secolo d.C., la tenuta entrò nel Demanio imperiale. Fu
allora che Massenzio vi edificò il suo palazzo, il circo e la tomba del
figlio Romolo. Con la caduta dell’impero tutta l’area fu
progressivamente abbandonata e incorporata nel patrimonio ecclesiastico.
Nel Medioevo la zona divenne strategicamente importante e furono
costruite numerose torri fortificate. In questo periodo la valle
appariva coperta di marmi di antichi edifici e veniva usata come cava.
Fu nel XVI secolo che la valle assunse il nome definitivo: i Caffarelli,
nuovi proprietari, ricondussero il complesso ad una funzionale azienda
agricola, al centro della quale edificarono il casale della Vaccareccia.
Il fondo passò poi nel 1695 ai Pallavicini, e da questi nel 1816 ai
Torlonia che completarono l’impianto idrico. Nel secolo scorso la
Caffarella era sfruttata anche come cava di pozzolana, utilizzata negli
edifici della Roma umbertina.
A partire dal secondo dopoguerra
l’inarrestabile crescita della città rischiò di mettere fine a questa
millenaria storia, trasformando la valle in una colata di cemento.
Grazie alla battaglia di comitati di cittadini, urbanisti, intellettuali
e ambientalisti, la valle ha subito poche ferite, essendo stata inserita nel più ampio
sistema del Parco Regionale dell’Appia Antica, e risanata nella parte
acquisita dal Comune di Roma (132 ettari) alla fine degli anni ’90,
è ora godibile da tutti. Oggi, una passeggiata nella Caffarella, è un
avventura emozionante in un contesto unico, tra segni della storia
romana, pecore al pascolo e una natura rigogliosa, il tutto a due passi
dal centro storico di Roma.
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pianta del Parco della
Caffarella |
Sepolcro di Annia
Regilla/Tempio del Dio Redicolo
A metà di via della Caffarella, sul lato
sinistro, si conserva un suggestivo sepolcro costruito in opera laterizia di
due colori, giallo per le parti strutturali e rosso per i particolari
decorativi, che per la sua forma a tempietto è stato erroneamente
interpretato dagli studiosi ottocenteschi come “Tempio del Dio Redicolo”, il
dio del ritorno che i Romani salutavano all’inizio e alla fine di ogni
viaggio. Non è certo neppure che si tratti del cenotafio di Annia Regilla,
moglie del filosofo e uomo politico greco Erode Attico, morta nel 161 d.C. e
sepolta in Grecia.
Il monumento, databile alla metà del II secolo
d.C., è ben conservato ed è di grande interesse sia per la tipologia
architettonica, che segna un'evoluzione nella tipologia sepolcrale romana,
sia per la qualità artistica della decorazione in cotto.
L’edificio è un sepolcro “a tempietto”
su due piani, nel laterizio policromo in voga nella metà del II secolo d.C.:
al piano inferiore era situata la cella funeraria, mentre in quello
superiore si svolgevano le cerimonie funebri in onore dei defunti. La
decorazione più ricca è visibile sul lato meridionale: la parete è scandita
da due semicolonne a fusto ottagonale con capitelli corinzi, profondamente
incassate nella muratura, e da due lesene angolari che inquadrano una
finestra con architrave aggettante; la parete è
poi delimitata orizzontalmente da una fascia a meandro. I lati nord e ovest
riprendono, in maniera più semplice, lo schema decorativo delle facciate
principali, con quattro lesene in laterizio rosso che ripartiscono la
parete, in cui si aprono tre finestre rettangolari con architrave. Davanti
alla facciata sul lato est era in origine collocato un portico a quattro
colonne, che delimitava la gradinata di accesso al piano superiore, oggi non
più conservato. Un disegno di Carlo Labruzzi della fine del XVIII secolo
documenta che l’edificio era usato come fienile e accanto ad esso erano
stati aggiunti un casale ed una torre. In prossimità del sepolcro è infatti
tuttora localizzato un antico casale che ingloba i resti di un mulino,
precedentemente usato come valca (torre che faceva parte di un sistema di
mulini ad acqua utilizzati per la lavorazione e il lavaggio di panni), e di una torre che faceva parte del
sistema difensivo della valle della Caffarella.
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Sepolcro di Annia Regilla -
tempio del dio Redicolo |
Ninfeo di Egeria
Ricavato artificialmente nel fianco della
collina è il monumento noto anche come “Grotta di Egeria”: un suggestivo
ninfeo rettangolare, con ampia nicchia sul fondo e tre nicchie minori sui
lati, in cui erano collocate statue di divinità fluviali, da cui scaturiva
acqua minerale, proveniente da una sorgente posta al di sotto di via Appia
Pignatelli; oggi si conserva nella nicchia di fondo una statua maschile
semisdraiata da cui sgorga acqua, raffigurante forse il dio Almone.
La
grotta presenta inoltre un avancorpo con due vani laterali, anch’essi ornati
da nicchie. Le pareti dell’ambiente erano originariamente rivestite di
lastre di marmo bianco e verde e di mosaico di pasta vitrea di vari colori,
mentre la volta a botte di copertura, rivestita di pietra pomice, simulava
l’interno di una grotta naturale. Il ninfeo si affacciava originariamente
sul fiume con un quadriportico, oggi non più conservato, che delimitava una
piscina rettangolare di raccolta, che a sua volta si immetteva in un più
vasto bacino lacustre, da identificare forse nel “Lacus Salutaris” noto
dalle fonti antiche, in cui confluivano le acque del fiume Almone.
Il
ninfeo, costruito in “opera mista” di reticolato e laterizio, è databile
alla metà del II secolo d.C. e faceva probabilmente parte della villa di
Erode Attico; recentissimi scavi hanno individuato però anche una fase di
ristrutturazione del monumento, da riferire all’età di Massenzio (inizi del
IV secolo d.C.).
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Ninfeo di Egeria |
Tempio di Cerere e
Faustina - S. Urbano
Si tratta di un tempio antico, costruito in
posizione dominante la valle della Caffarella, trasformato nel IX secolo in
chiesa dedicata a S. Urbano, vescovo martirizzato al tempo di Marco Aurelio.
L’aspetto attuale dell’edificio si deve ad un radicale intervento di
restauro eseguito nel 1634, sotto papa Urbano VIII, che, per motivi di
staticità, fece aggiungere un muro in mattoni tra le colonne del porticato
anteriore. La forma originaria dell’edificio è quella di un tempietto su
alto podio, quest’ultimo non visibile perché interrato, interamente
costruito in laterizio, ad eccezione delle quattro colonne sulla fronte e
dell’ architrave, realizzati invece in marmo pentelico, le cui cave,
localizzate dei pressi di Atene, erano di proprietà di Erode Attico. Il
tempio va probabilmente identificato con quello dedicato da Erode Attico a
Cerere, divinità legata alla vegetazione e alle messi, e a Faustina, la
defunta cugina della moglie di Erode e moglie, divinizzata, dell’imperatore Antonino Pio: una delle
“iscrizioni triopee”, rinvenuta davanti a S. Sebastiano, cita tale tempio,
all’interno del quale era conservata la statua di Annia Regilla. La cella, a
pianta quadrangolare, ha le pareti interne divise in tre fasce orizzontali,
la centrale delle quali è scandita da riquadri delimitati da piccole lesene
in laterizio con capitelli corinzi di peperino; la copertura è costituita da
una volta a botte decorata di stucco: un fregio con trofei di armi alla base
e una serie di partizioni di forma ottagonale nella parte superiore;
nell’ottagono conservato al centro si individuano una figura maschile e una
femminile, nell’atto di avanzare in processione, con offerte votive alla
divinità: è probabile che si tratti di Erode Attico e della moglie Annia
Regilla, a conferma dell’identificazione del tempio.
Nel VI secolo d.C. il tempio fu trasformato in
chiesa e gli fu dato il nome di Urbano dal vescovo il cui corpo è sepolto al
IV miglio della Via Appia Antica.
All’interno del vano, nell’XI secolo, furono
dipinti i 34 affreschi che riempiono le fasce delle pareti della cella e che
raffigurano scene della vita di S. Cecilia e di S. Urbano ed altri episodi
del Vangelo. Del X secolo, o anche anteriore, è
invece una Madonna col Bambino fra S. Giovanni e S. Urbano, presente nella
cripta al di sotto dell’altare.
Per vedere questa chiesa occorre certo essere
provvisti di tanta buona volontà, date le difficoltà di accesso: nel corso
della nostra passeggiata non è stato possibile visitarla e le foto qui
presentate sono state tratte dall'Archivio Cederna.
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S. Urbano (foto tratte
dall'archivio Cederna) |
Bosco Sacro
Di fronte alla chiesa di S. Urbano su un
poggetto si conservano tre lecci: è ciò che resta di un famoso bosco di
lecci secolari, identificato erroneamente fin dal Rinascimento con il “Bosco
sacro di Egeria”, in cui, secondo l’antica tradizione romana, il re Numa
Pompilio avrebbe incontrato la ninfa Egeria, da cui traeva ispirazione per
la composizione delle leggi sacre di Roma; tale bosco sacro va, invece,
probabilmente identificato con il lago e il bosco delle Camene, localizzato
all’interno delle mura Aureliane, nella zona dell’attuale passeggiata
Archeologica.
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bosco sacro |
Torre Valca
Proseguendo oltre il Ninfeo di Egeria, in
direzione di via dell’Almone, si incontra una torre costruita in età
medievale per il controllo di un ponte sul fiume Almone (attualmente si
conserva un ponticello di legno); la tecnica edilizia in blocchetti
parallelepipedi di tufo e peperino consente di datarla al XII-XIII secolo,
ma la struttura è stata interessata da numerose ristrutturazioni. La torre,
che era difesa da un antemurale (primo muro di difesa) e fornita di ponte
levatoio che conduceva direttamente al primo piano, in una fase successiva
alla costruzione originaria fu probabilmente sede di una valca, ossia un
mulino ad acqua che veniva usato per la lavorazione della lana.
Cisterna
Questa cisterna risale ai primi anni
dell'impero ed era in origine interrata e raccoglieva l’acqua piovana poi
utilizzata per l’irrigazione delle colture agricole. Probabilmente, durante
la costruzione del Circo di Massenzio, rimase scoperta a seguito del
prelievo di materiali effettuato per la costruzione della pista.
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Cisterna |
Colombario
Il
c.d. colombario erroneamente detto di Costantino è in realtà un sepolcro a tempietto del II
secolo d.C., nel fondovalle della Caffarella: si tratta di un sepolcro collettivo in cui venivano deposte all’interno
delle nicchie, sulle pareti, le urne con le ceneri dei defunti.
Il monumento ha la forma di un tempio in
antis, cioè con due colonne davanti all’entrata principale: anche se oggi le
colonne sono scomparse, rimangono i due muri laterali sporgenti. E' a
pianta rettangolare, su due piani, con portico anteriore, costruito in mattoni gialli
per le parti strutturali e rossi per i particolari decorativi. L’edificio è
diviso in due piani: in quello
inferiore era localizzata la camera funeraria, a cui si accedeva da una
porta sul lato lungo a nord-est, in cui venivano deposti i sarcofagi, mentre
al piano superiore, come di consueto, si svolgevano le cerimonie funebri e
le feste in onore dei defunti.
Durante il Medioevo l’edificio fu trasformato in mulino: un canale d’acqua
regolato da una chiusa entrava nella costruzione facendo girare una macina
orizzontale.
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Colombario |
Casale della
Vaccareccia
Al centro della tenuta realizzata dalla
famiglia Caffarelli, che bonificò la valle dell’Almone unificando tutta
l’area in un’unica azienda agricola, è situato il Casale della Vaccareccia. Edificato nel corso del XVI secolo, compare già nella Carta del
Lazio di Eufrosino della Volpaia del 1547; ingloba una preesistente torre
del XIII secolo, in blocchetti di tufo e scaglie di marmo, che emerge con la
sua parte superiore dalla copertura del casale, con tetto a falda unica: era
in origine molto più alta, per controllare tutta la tenuta fino alla via
Latina.
La Vaccareccia, nella parte superiore,
presenta una grande ala con un bel portico su colonne antiche; di lì si può
entrare nella casa dei contadini, col tetto a spiovente, la loggia del '500
e il fienile, in unico corpo rinforzato da robusti muri di sostegno. Nel
1695 i Caffarelli vendettero il fondo ai Pallavicini, i quali, nel 1816,
cedettero la proprietà ai Torlonia, che ristrutturarono la Vaccareccia,
aggiungendo la grande stalla lungo uno dei lati dell'aia, e bonificarono il
fondovalle per l'ultima volta. Ancora oggi è abitata da contadini che
producono formaggi e ricotte ricavati da pecore lasciate al pascolo nella
valle.
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Casale della Vaccareccia |
Altri sono ancora i monumenti presenti nella
valle della Caffarella, ma difficilmente visibili perché nascosti dietro le
recinzioni e la vegetazione delle proprietà private.
Il fatto che meno del 50% della valle sia di
proprietà pubblica, limita in modo decisivo la possibilità di definire un
percorso lineare e con le necessarie indicazioni segnaletiche di cui si
sente veramente la mancanza. Forse però con il tempo si riuscirà a colmare
questa lacuna che nulla toglie alla bellezza del posto.
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particolari di una giornata di fine
primavera |
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vista verso l'Appia Antica e Mausoleo
di Cecilia Metella
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vista verso i Castelli romani |
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