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Piazza della Repubblica
Già piazza delle Terme, dalle Terme di
Diocleziano, si chiamò per lungo tempo piazza dell’Esedra: l'antico nome
della piazza, ancora oggi molto comune, trae origine proprio dalla grande
esedra delle terme romane, il cui perimetro è ricalcato dal colonnato
semicircolare della piazza.
L’attuale piazza, realizzata fra il 1896 e il
1902 su progetto di Gaetano Koch, abbraccia tutto l'imbocco di via
Nazionale, coprendo anche una parte delle Terme di Diocleziano. Infatti, i
due grandi porticati, in perfetto stile piemontese, ripetono il perimetro
dell'antico Calidarium delle Terme.
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piazza della Repubblica |
Le Terme di Diocleziano
Le terme furono erette da Massimiano e
Diocleziano fra il 298 e il 306 d.C., oltre ad essere le più scenografiche
del mondo antico, erano le più grandi: occupavano, infatti, una superficie di
13 ettari e potevano ospitare fino a tremila persone contemporaneamente. Il
complesso comprendeva una struttura centrale con calidarium, tepidarium e
natatio (ambienti per bagni caldi o tiepidi e piscina di acqua fredda, in
parte conservati) disposti lungo l'asse minore, e palestre ai lati dell'asse
maggiore, con un ampio recinto circostante adibito a giardino.
Le terme in genere, dal I secolo d. C. in poi,
erano costruite con grandiosità: gli Imperatori vi profondevano grandi
risorse per lasciare segno tangibile del loro potere e il popolo romano
amava convenire alle terme non solo per le pratiche balneoterapiche, ma
anche per partecipare alla vita cittadina di cui una parte non indifferente
si svolgeva appunto nelle pubbliche Terme.
Qui si poteva assistere a conferenze e a
giochi ginnici nelle esedre e nelle palestre; negli affollati locali di
ritrovo, nei portici per il passeggio al coperto si poteva trovare la
conferma dell'ultima notizia; vi erano poi biblioteche, pinacoteche, sale
per audizioni di musica: tutto si svolgeva in un ambiente fastoso e
raffinato, dalla perfetta funzionalità e tecnica degli impianti, allo sfarzo
delle decorazioni.
Dal 1889 il complesso delle Terme è diventato
sede del Museo Nazionale di antichità romane e vi sono raccolte diverse
collezioni archeologiche. Nel chiostro michelangiolesco sono esposte circa
400 sculture di tutte le tipologie della produzione artistica romana
(statuaria, materiali architettonici, sarcofagi, are dedicatorie). Al museo
delle Terme appartengono anche l'Aula Ottagona, trasformata nel 1928 in un
Planetario di cui si conserva intatta la straordinaria cupola a ombrello e
le Olerarie Papali rinascimentali, dove in enormi olle veniva conservato
l’olio.
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Terme di Diocleziano |
Santa Maria degli
Angeli
La chiesa fu edificata a seguito delle
numerose iniziative di Antonio Lo Duca, un sacerdote siciliano devoto al
culto degli angeli, cui dedicò tutta la sua vita: fu Pio IV, Giovan Angelo
de’ Medici (1559-1565) che accolse il desiderio del sacerdote, che non era
riuscito a convincere i quattro papi cui si era rivolto e che avevano
preceduto Pio IV, a costruire una chiesa da dedicare agli Angeli.
Della costruzione fu incaricato Michelangelo,
ormai 86enne, che ne stese il progetto ed ebbe la felice intuizione di
utilizzare gli spazi all’interno delle Terme di Diocleziano, lasciando
intatte le antiche strutture dell’aula rettangolare delle Terme, includendo
nella nuova chiesa il tepidarium, compresi i vani angolari delle vasche (le
attuali due cappelle dopo l’aula rotonda e le altre due prima del
presbiterio) oltre i due ambienti attigui sui lati corti (aula rotonda e
parte della natatio poi trasformata in coro rettangolare con una volta a
botte).
Lasciò intatte anche le otto grandi colonne di
granito e aprì due porte all’estremità dell’aula, assegnando, come accesso
principale, quello che dava sull’attuale cappella Albergati, in modo che chi
entrasse avesse la splendida visione d’infilata dell’aula rettangolare,
lunga oltre 90 metri.
Alla morte di Michelangelo, nel febbraio 1564,
i lavori non erano ancora terminati ma furono continuati dal suo allievo,
Jacopo Del Duca; poi, nel
corso del 1700 intervenne sulla chiesa l’architetto Clemente Orlandi che
alterò il progetto michelangiolesco chiudendo le due entrate del transetto,
lasciando solo quella su piazza Esedra e riducendo i finestroni romani che
davano luce alla chiesa.
All’Orlandi successe Luigi Vanvitelli che
apportò altre modifiche rispetto al disegno di Michelangelo: scomparsi ormai
i vestiboli laterali trasformati in cappelle, chiusi tre dei quattro archi
dei vani delle vasche, il Vanvitelli riordinò l’aula rotonda con l’aggiunta
del cassettonato dipinto e di un lanternino sopra la cupola, aumentò la
navata longitudinale di otto colonne in muratura che dovevano fare riscontro
a quelle di granito del transetto e completò la trabeazione della chiesa
ripetendo le sagome dei tratti di quella romana. Ideò la nuova facciata su
Piazza Esedra, unica entrata rimasta per accedere alla chiesa.
Altri lavori furono compiuti nel XIX secolo
con il montaggio di un nuovo organo dietro l’altare maggiore nel presbiterio
e con l’installazione di un nuovo ciborio sempre sullo stesso altare. Sempre
in questo periodo, fu eretto l’altare della cappella di S. Brunone in
sostituzione di quello settecentesco in legno e nel 1896 furono eliminati i
gradini previsti dal Vanvitelli all’entrata dell’Esedra per raggiungere il
piano michelangiolesco dell’interno.
Infine nel 1911 fu demolita la facciata
vanvitelliana su Piazza Esedra e ciò per rimettere in vista la nicchia del
calidarium, con mattoncini romani recuperati, che rivelano comunque un
rifacimento moderno che non ha giovato alla visibilità della chiesa che può
essere scambiata dal passante distratto per un semplice rudere.
Il lanternino vanvitelliano dell’aula rotonda,
fu sostituito da altri non adatti che lasciavano filtrare l’acqua durante le
piogge, finché nel 2001 fu installato quello, moderno, in vetro istoriato,
ideato dall’artista italo-americano Narcissus Quagliata, allievo di De
Chirico.
Sul pavimento della crociera si vede la
Meridiana o Linea Clementina di Francesco Bianchini, costruita su base di
quella di Michelangelo, fu voluta da Clemente XI e inaugurata il 6 ottobre
del 1702. Lo scopo dell'installazione era di verificare dimostrativamente la
correttezza del Calendario Gregoriano e di determinare la data della Pasqua
nel modo più coerente possibile con i moti del Sole e della Luna; viene
ancora oggi considerato lo strumento scientifico della misurazione del tempo
più prezioso del mondo
Nel 1998, infine, viene donato dal Comune di
Roma, un nuovo monumentale organo che è stato sistemato nella cappella di S.
Brunone.
Una delle caratteristiche della basilica è
data dalla presenza degli Angeli, innumerevoli, nei dipinti, sull’orlo degli
stucchi, sui cornicioni, nascosti negli angoli. I più belli sono senz’altro
i due grandi Angeli della scuola del Bernini che si incontrano appena
oltrepassato l’atrio circolare. Sono disposti ai lati, l’uno di fronte
all’altro, col capo girato da una parte, simmetrici quasi a guardare
l’andirivieni di turisti o di fedeli che quotidianamente attraversa la
basilica.
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Santa Maria degli Angeli |
La fontana delle Naiadi
Al centro di piazza della Repubblica si trova
la Fontana delle Naiadi, sicuramente la più bella tra le fontane moderne di
Roma. Costruita nel 1888 su progetto di Alessandro Guerrieri che attorno
alla grande vasca circolare pose quattro leoni di gesso; questi vennero poi
sostituiti nel 1901 dai quattro gruppi di bronzo dello scultore Mario
Rutelli.
Le Naiadi erano le ninfe delle acque,
apportatrici di fecondità e di ristoro e protettrici del matrimonio; quelle rappresentate sono la
ninfa dei laghi, riconoscibile dal cigno che
tiene a sé, la ninfa dei fiumi, sdraiata su un mostro dei fiumi, la ninfa
degli oceani, in sella su un cavallo simbolo del mare, e la ninfa delle
acque sotterranee, poggiata sopra un drago misterioso. Al centro si trova il
gruppo del Glauco (1912), simboleggiante il dominio dell'uomo sulla forza
naturale. L'acqua proviene dalla fonte dell'acqua Marcia, fra le più famose
di Roma.
Prima che venisse scolpito il Glauco, il
Rutelli aveva collocato al centro della fontana tre tritoni con un delfino e
un grosso polipo. Tutto quel groviglio di pesce fu subito soprannominato,
dai romani, “fritto misto” e attualmente si trova in una fontana di Piazza
Vittorio, sul fianco del ninfeo dell’Acqua Giulia.
La fontana fu al centro di molte polemiche in
quanto le Naiadi da qualcuno erano ritenute offensive al pubblico pudore:
furono pertanto nascoste per un certo periodo da una staccionata in attesa
dell'inaugurazione ufficiale che tardava a giungere. Forse la vecchia Roma
papalina mal sopportava che di fronte alla basilica di S. Maria degli
Angeli, fossero mostrate queste bellezze femminili, cui avevano fatto da
modelle alcune ragazze di Anticoli Corrado, paesino vicino Roma, famoso per
l'avvenenza delle sue donne.
La sera del 10 febbraio 1901, incuriosita dalle discussioni capitoline e
dalle polemiche giornalistiche, una gran folla di gente si era andata
ammassando attorno allo steccato che il Comune non si decideva ancora ad
abbattere, nonostante che l’opera fosse compiuta da vari giorni. Stanchi di
curiosare attraverso le fessure, qualcuno cominciò a scavalcare, altri a
schiodare il tavolato, finché incoraggiandosi l’un l’altro, fra una
confusione generale lo steccato fu completamente abbattuto. In gran fretta,
intanto, si era andati a chiamare dal vicino albergo del Quirinale lo stesso
Rutelli (il quale è assai probabile non fosse estraneo a quella faccenda),
affinché presenziasse a quella improvvisata inaugurazione delle sue
“ciociare ubriache”.
Il giorno dopo il giornale “La Capitale”
scriveva: “Ma come suole avvenire nei casi in cui l’attesa è grande e certo
non corrispondente alla realtà delle cose, le sculture delle fontane non
fecero arrossire nessun viso, né eccitarono soverchiamente i sensi dei
chierichetti della basilica di fronte che onorarono di loro presenza la
singolarissima inaugurazione”.
Nei giorni successivi, tra i visitatori
illustri si registrò anche la regina Margherita: l'eco delle polemiche aveva
suscitato la sua curiosità. Giunta in carrozza ordinò al cocchiere di fare
il giro della fontana ben tre volte e ripartì mostrando un vivo
compiacimento.
Proprio per le polemiche suscitate, la fontana è entrata anche tra i temi trattati
negli stornelli del Sor Capanna, il popolare cantastorie romano del primo
novecento:
"C'è a piazza delle Terme un funtanone / che
uno scultore celebre ha guarnito / co' quattro donne ignude a pecorone / e
un omo in mezzo che fa da marito. / Quanto è bello quer gigante / Iì tra in
mezzo a tutte quante: / cor pesce in mano /annaffia a tutte quante er
deretano".
Fontana del Mosè, mostra dell'Acquedotto
Felice
La Fontana del Mosè, o Mostra dell'Acqua
Felice, fu così chiamata in onore di papa Sisto V, al secolo Felice Peretti:
intenzione del papa era di rifornire d’acqua i nuovi rioni nei colli
Viminale e Quirinale e in particolare la sua villa Montalto, che si
estendeva su entrambi i colli.
A tale scopo fu ripristinato l'acquedotto
Alessandrino, così detto dal nome dell'imperatore romano Alessandro Severo
sotto il cui regno era stato costruito, utilizzando l’acqua proveniente da
sorgenti che si trovavano nei pressi di Palestrina.
L’opera fu realizzata tra il 1585 e il1587 su
progetto di Giovanni Fontana con la forma di un arco trionfale a tre fornici
in travertino, marmo e stucco, scanditi da quattro colonne ioniche, in corrispondenza di quattro leoni
stilizzati all’egiziana. Le colonne reggono l'architrave su cui posa
l'attico sormontato da un'edicola contenente lo stemma papale sorretto da
due angeli e affiancato da due piccoli obelischi.
Gran parte del travertino proviene dalle
vicine Terme di Diocleziano; i leoni originali, due di porfido e due di
marmo chiaro, provenivano dal Pantheon e dall'ingresso centrale della
basilica di San Giovanni in Laterano, dove sostenevano le colonne a fianco
della porta.
Nelle nicchie laterali sono due altorilievi, a
sinistra Aronne guida il popolo ebreo all'acqua scaturita dal deserto, opera
di Giovan Battista Della Porta e a destra Giosuè che fa attraversare agli
Ebrei il Giordano asciutto di Flaminio Vacca.
Nel nicchione centrale è raffigurato Mosè che
indica le acque miracolosamente scaturite dalla roccia, opera di Leonardo
Sormani, con la collaborazione di Prospero Antichi, detto il Bresciano, al
quale fu a lungo attribuita l’esclusività dell’opera, con la falsa leggenda
che, a causa della vergogna da lui provata per bruttezza della statua,
sarebbe morto di crepacuore. Oltre l'anacronismo della presenza delle Tavole
della Legge, che Mosè non aveva ancora ricevuto all'epoca del miracolo delle
acque, la statua, per quanto intenda rifarsi a modelli michelangioleschi, si
presenta tozza ed enfatica, tanto da essere battezzata dai romani il "Mosè
ridicolo" ed essere spesso oggetto di pasquinate come questa:
È
buona l’acqua fresca e la fontana è bella
Con
quel mostro di sopra però non è più quella
O
tu, Sisto, che tanto tieni alla tua parola
Il
nuovo Michelangelo impicca per la gola
Fu la prima delle mostre d’acqua romane, ma la
sua imponenza non riscatta la disarmonia tra frontespizio e coronamento e,
naturalmente, l’infelice riuscita della statua del Mosè, che pure della
fontana doveva essere il principale riferimento artistico.
S. Maria della
Vittoria
Costruita dai Carmelitani scalzi fra il 1608 e
il 1620, sotto la direzione del Maderno, ed inizialmente dedicata a San
Paolo, deve il suo titolo attuale alla vittoria riportata dall'esercito
cattolico nella battaglia della Montagna Bianca presso Praga (8 novembre
1620) nella Guerra dei trent'anni, che vide una vittoria delle truppe
cattoliche su quelle protestanti. Questa vittoria fu attribuita , alla
protezione della Madonna più che al valore dei combattenti: infatti, nel
momento in cui si stava profilando la sconfitta dei cattolici, intervenne
nel combattimento Padre Domenico di Gesù e Maria, carmelitano scalzo, che
portava al collo una immagine sacra della Madonna da cui furono visti uscire
vivissimi raggi di luce che abbagliarono i nemici, costringendoli ad una
fuga disordinata. L'8 maggio 1622, l'immagine prodigiosa fu solennemente
trasportata in questa chiesa, che da allora si chiamò di S. Maria della
Vittoria o semplicemente "la Vittoria" .
La facciata è di Giovanni Battista Soria e si
richiama al vicino prospetto di S. Susanna: è su due ordini, con un
timpano triangolare alla sommità e un timpano arcuato al di sopra del
portale d'accesso. L'interno è costituito da un'unica navata coperta da
volta a botte ed è delimitata da tre cappelle per lato; il soffitto presenta
affreschi di Gian Domenico Cerrini (Trionfo di Maria sulle eresie e la
Caduta degli angeli ribelli). Sempre all'interno si possono ammirare tre
pale d'altare del Domenichino, una del Guercino ed un dipinto di Guido Reni.
L'attrazione principale della chiesa però, è
l'altare del transetto sinistro, con lo spettacolare gruppo scultoreo
dell'Estasi di Santa Teresa d'Avila, opera di Gian Lorenzo Bernini,
realizzata tra il 1644 e il 1652, durante il pontificato di papa Innocenzo
X. La cappella è costituita da un altare convesso che apre il suo retroscena
in uno spazio ovale, da cui la luce scende da una finestra sul soffitto,
invisibile dall'esterno, creando un effetto soprannaturale. Il gruppo
scultoreo con Santa Teresa d'Avila e l'Angelo che le trafigge il cuore con
un dardo sono illuminati da una luce che spiove così dall'alto, come guidata
dai raggi metallici dorati sullo sfondo.
L'intero complesso sembra così una sorta di
palco teatrale, e il paragone con il mondo scenico è esplicitato da Bernini
nei rilievi delle pareti laterali, con i personaggi che assistono alla scena
da due palchetti. Tutto l'insieme è decorato da una profusione di ori,
affreschi e marmi preziosi.
S. Susanna
Le origini di questa chiesa sono antichissime.
Nata come chiesa paleocristiana nel 280, divenne luogo di culto cristiano
nel 330. Fu edificata sulle case di Gabinio e Caio, rispettivamente padre e
zio della martire, oltre che cugini di Diocleziano, tanto che l'antico
appellativo della chiesa fu Santa Susanna “ad duas domos” (alle due case).
La tradizione vuole che Susanna, originaria di Salona, nella Dalmazia e figlia del sacerdote Gabinio,
essendosi votata alla verginità, avesse rifiutato di sposare Massimiano, il
figlio dell'imperatore Diocleziano. Per tale motivo venne condannata alla
decapitazione che fu eseguita nel 295 dinanzi alla propria abitazione. La
moglie dell'imperatore, Serena, che aveva segretamente abbracciato la fede
cristiana,
ne avrebbe posto la salma in un sarcofago, collocato nelle catacombe di San
Callisto. Suo zio Caio, divenuto papa, ordinò poi che la martire venisse
commemorata liturgicamente nella sua stessa abitazione. Quando poi
l'imperatore Costantino permise ai cristiani di avere i propri luoghi di
culto (le prime chiese ebbero origine nei luoghi in cui i primi cristiani si
incontravano in privato o in segreto), si trasformò in vera e propria chiesa
e molti furono i restauri susseguitisi
nei secoli.
Gli scavi condotti alla fine dell'Ottocento sotto l'altare della confessione (cioè l'altare
edificato sul luogo del martirio), portarono alla luce una casa romana del III secolo; tali scavi sono ora visibili attraverso la pavimentazione in
vetro della sacrestia. Nel 1475 Sisto IV la riedificò completamente e la
affidò all'ordine degli eremitani di Sant'Agostino e la elevò a titolo
cardinalizio; poi, dal 1587, papa Sisto V ne fece la sede della comunità
monastica cistercense femminile di San Bernardo.
Il complesso, espropriato con gran parte del
convento dallo Stato unitario dopo il 1870, ritornò gradualmente in possesso
del titolo cardinalizio ed è assegnato dal 1937 a cardinali americani e per
questa ragione è attualmente la chiesa nazionale dei cattolici statunitensi
a Roma, anche se è rimasta proprietà del monastero cistercense.
L’interno è ad una sola navata, con abside e
due cappelle laterali; le pareti dell’aula centrale sono affrescate con le
scene della vita di Santa Susanna, mentre il soffitto contiene un affresco
con al centro la Vergine, di particolare bellezza.
Anche l’abside è ricoperto da affreschi che
raffigurano scene della vita della santa, mentre l’altare maggiore ne
rappresenta la decapitazione. Nella sacrestia sono conservati gli affreschi
del VII secolo riferibili alla primitiva chiesa paleocristiana e ritrovati
durante uno scavo archeologico avvenuto nel 1990.
La facciata di Santa Susanna, opera di Carlo
Maderno del 1603. è definita il "primo esempio pienamente realizzato di
architettura barocca", costituisce un momento di straordinaria qualità nel
passaggio complesso dal tardo Manierismo romano all'inizio del Seicento.
Infatti, alcune intuizioni sembrano anticipare le ricerche barocche sul tema
della visione e del rapporto con il contesto urbano.
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S. Susanna |
S. Bernardo alle Terme
San Bernardo alle Terme fu edificata in
corrispondenza di uno dei quattro torrioni angolari del muro perimetrale
delle Terme di Diocleziano. La chiesa nasce infatti dall'adattamento,
effettuato negli anni tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento,
di una delle aule circolari delle Terme di Diocleziano: più precisamente fu
costruita all'interno di uno spheristerium (sala per i giochi con la palla)
delle Terme.
L'idea di trasformare la Torre delle Terme in
Chiesa fu della Contessa Caterina Sforza Cesarini, una nipote di papa Giulio
III, che ne ordinò l'edificazione nel 1598 e le cui spoglie riposano proprio
all'interno di questa chiesa. La Chiesa fu dedicata dalla Contessa Caterina
Sforza a San Bernardo da Chiaravalle, fondatore dei Cistercensi, al quale
era particolarmente devota. E' certamente singolare il suo aspetto, un
enorme corpo cilindrico, la cui smisurata ampiezza appare evidente dal fatto
che l'altro torrione superstite adesso ingloba la casa del Passeggero, su
via del Viminale.
La struttura di San Bernardo era
originariamente simile a quello del Pantheon: infatti anche San Bernardo ha
una forma cilindrica, con un diametro di 22 m e con una cupola con un
tamburo ottagonale e una piccola apertura in cima per illuminare l’interno,
tanto che è soprannominata " la chiesa senza finestre ".
L’interno è di forma ellittica e sul perimetro
del grande muro circolare che sostiene la cupola vi sono otto nicchie
ricavate nelle pareti occupate da statue di santi databili al 1600, scolpite
da Camillo Mariani. La struttura originale ha visto l'aggiunta della
cappella di san Francesco.
L’ingresso, originariamente separato dagli
scomparsi "caldarium" e bagni dal "tepidarium" delle terme, adesso è
diventato il vestibolo della basilica e qui si trova la più bella statua
della basilica, rappresentante S. Bruno, fondatore dell’Ordine monastico
Cartusiano.
La struttura è coronata da una volta il cui
interno è decorato con cassettoni ottagonali, che via via si riducono verso
l'oculo circolare al sommo della cupola, con un effetto complessivo che
ricorda appunto quello del Pantheon. L'oculo, che permette alla luce di
entrare nella basilica a diverse ore del giorno, veniva usato in passato
come meridiana.
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S. Bernardo |
Le Quattro Fontane
L'incrocio delle Quattro Fontane tra la via
Felice e la strada Pia (ora scomposta in via Quattro Fontane, via Agostino Depretis, Via del Quirinale
e via XX Settembre), si trova sul percorso che da
Trinità dei Monti porta a Santa Maria Maggiore ( la vecchia strada Felice)
voluto da papa Sisto V, che fece sistemare l’incrocio con le fontane dei
fiumi ai quattro angoli, con le prospettive dei tre obelischi (Esquilino,
Sallustiano e del Quirinale) e della michelangiolesca porta Pia, costituisce
uno degli insiemi più caratteristici della città.
Le fontane, costruite tra il 1588 e il 1593
rappresentano: il Tevere, l'Arno, Diana e Giunone. La prima è simbolo di
Roma, la seconda di Firenze, mentre quella di Diana e Giunone sono simbolo
rispettivamente della Fedeltà e della Fortezza.
Solo più tardi furono costruiti i palazzi
attuali, che hanno "inglobato" le quattro statue in quattro nicchie ai loro
angoli.
Le fontane del Tevere, dell'Arno e di Giunone
sono di Domenico Fontana, che aveva progettato la via; la quarta, quella di
Diana che volge le spalle a nord, è di Pietro da Cortona.
S, Carlo alle Quattro
Fontane
La chiesa, considerata uno dei capolavori
dell'architettura barocca, è dedicata a Carlo Borromeo, arcivescovo di
Milano, ed è soprannominata dai romani “San Carlino” per le sue ridotte
dimensioni, tanto da coprire con la sua area quella di uno solo dei quattro
pilastri che sorreggono la cupola della basilica di San Pietro in Vaticano.
La chiesa, il chiostro ed il convento
vennero realizzati tra il 1634 e il 1644 da Francesco Borromini, mentre la
facciata venne progettata e realizzata molto più tardi, a partire dal 1664;
dopo la morte dell'architetto nel 1667, i lavori vennero continuati dal 1670
al 1680 dal nipote Bernardo Borromini ed il campanile venne realizzato nel
1670.
La chiesa ed il complesso conventuale sono
caratterizzati dalle dimensioni sorprendentemente piccole e la semplicità
dei materiali, conformemente con la regola e la spiritualità dei frati di
origine spagnola dell'ordine dei Trinitari, all'epoca appena insediati a
Roma, ma anche con le convinzioni del Borromini.
La facciata, ultima opera borrominiana,
trasmette con forza la propria energia interna, suggerita dall'andamento
curvilineo, concavo ai lati, convesso al centro, del prospetto a due ordini.
L'interno ha uno sviluppo fortemente
verticale, che conduce gli sguardi verso la cupola ovale, a croci, ad
ottagoni, ed esagoni che vanno riducendosi di dimensioni verso il
lanternino, suggerendo l'idea di uno spazio maggiore che non in realtà,
soluzione derivata da monumenti a cupola della tarda antichità romana.
Di grande raffinatezza sono tutte le soluzioni
decorative, anch'esse minutamente dirette dal Borromini, unificate dalla
profusione di stucchi bianchi che danno alla chiesa una tonalità luminosa
particolarmente chiara.
Di notevole interesse anche l'architettura del
convento, che in alcune soluzioni sembra preludere a quella del settecento.
Lo scorcio migliore si ha da via Depretis, da dove è visibile anche il
campanile.
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S. Carlo alle Quattro Fontane |
Cupola |
Palazzo Barberini
Il palazzo fu costruito nel periodo 1625-1633
sulla villa campestre della famiglia Sforza su progetto Carlo Maderno,
coadiuvato da Francesco Borromini.
Il Palazzo, che è sicuramente uno dei
capolavori del Barocco romano e non solo, presenta una struttura ad H, con
un magnifico atrio a ninfeo, che si pone come diaframma tra il loggiato
dell'ingresso e il giardino retrostante.
Alla morte del Maderno, nel 1629, la direzione
dei lavori passò sotto Gian Lorenzo Bernini, sempre coadiuvato dal Borromini,
al quale si deve lo scalone elicoidale dell'ala ovest. Ad esso si
contrappone lo scalone a pianta quadrata dell'ala est, realizzato invece dal
Bernini.
Si deve a Pietro da Cortona il ciclo di
affreschi datati 1633-39, che orna il salone delle feste del piano nobile.
In esso è raffigurato Il Trionfo della Divina Provvidenza ed il compiersi
dei suoi fini sotto il Pontificato di Papa Urbano VIII Barberini. Pietro da
Cortina affrescò anche la cappella, mentre Andrea Sacchi e Francesco
Romanelli si occuparono della decorazione delle altre sale.
La facciata, ornata da colonne doriche nel
portico ad arcate, ioniche al primo piano e corinzie all'ultimo, è opera del
Bernini.
Il palazzo, acquistato dallo Stato italiano
nel 1949, ospita una parte della Galleria Nazionale d'Arte Antica. I 1500
dipinti e 2000 oggetti d'arte che la compongono, provengono dalle più
importanti collezioni romane. La Galleria contiene, tra le altre, opere di
Andrea del Sarto, Caravaggio, Filippino Lippi, Lorenzo Lotto, Perugino,
Poussin, Tiepolo, Tiziano,Tintoretto, Giulio Romano. Famosissimi sono i
dipinti della Fornarina, di Raffaello, ed il ritratto di Enrico VIII, di
Holbein. La più solenne sala di rappresentanza, che degnamente celebra il
fasto dei Barberini, è il grande salone affrescato da Pietro da Cortona,
capolavoro di pittura barocca.
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palazzo Barberini |
piazza Barberini
Situata a cavallo tra il colle Quirinale e gli
Horti Sallustiani, anticamente era il circo di Flora dove si celebravano i
Ludi Floreali in onore della primavera, prende il nome dal Palazzo Barberini
che vi si affaccia, anche se l'ingresso del palazzo, terminato di costruire
nel 1625 su commissione del cardinale Francesco Barberini, è posto in Via
delle Quattro Fontane.
Solo a partire da questo periodo la zona
assunse carattere di spazio urbano, in quanto i Barberini oltre ad aprire
una strada che portava al convento dei cappuccini, commissionarono al
Bernini anche le due fontane del Tritone e della Api.
Da questa piazza, partendo proprio dalla
fontana, quasi ogni giorno partiva un macabro corteo. Infatti, quando veniva
ritrovato un cadavere, il più delle volte sfigurato, lo si poneva su di un
carro e lo si trasportava in altri luoghi della città, mentre un banditore
invitava il popolo a riconoscerla salma. L’incarico fu poi affidato alla
Compagnia della Buona Morte fino alla fine del XVIII secolo, quando il
macabro uso venne a cessare.
La zona però rimase un’area prevalentemente
campestre fino alla seconda metà dell’ottocento, quando l’apertura di via
Veneto e di via Barberini ne modificò completamente l’assetto urbanistico.
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piazza Barberini |
Fontana del Tritone
Siamo davanti ad uno dei monumenti più
caratteristici di Roma, simbolo della vecchia e storica capitale, come le
classiche immagini che vanno dal Colosseo al Cupolone o da fontana di Trevi
a questa del Tritone. Inconfondibile capolavoro del Bernini, la fontana
riempie l'occhio nel suo disegno fantasioso ed originale, con il tritone che
soffiando in una grande conchiglia, invece di un suono ne fa uscire un forte
zampillo d'acqua. E' armonioso tutto l'insieme, dalla conchiglia aperta dove
sta seduto il tritone, ai quattro delfini che con le code ne sostengono il
peso, per poi arrivare alla vasca che, come in tutte le fontane del Bernini,
è molto bassa, per consentire la più ampia visione dell'acqua e di tutto
l'insieme.
Tra le code dei delfini sono visibili le api,
stemma di famiglia dei Barberini, e le chiavi, stemma dei pontefici, e
quindi di Urbano VIII committente dell'opera, realizzata tra il 1642 e il
1643 nell'ambito dei lavori complessivi di sistemazione di Palazzo Barberini
e della zona a cui questo palazzo si affacciava. Le piccole colonne che
circondano la fontana sono aggiunte ottocentesche, quando la piazza iniziava
ad essere trafficata.
Un tempo la fontana era nota tra i romani
anche come la fontana del Tritone sonante a causa dell'acuto sibilo che
emetteva l'altissimo zampillo che un tempo usciva dalla conchiglia.
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fontana del Tritone |
Fontana delle Api
La fontana delle Api, una delle fontane
storiche di Roma, si trova all'angolo di Piazza Barberini con Via Veneto.
Realizzata nel 1644 da Gian Lorenzo Bernini su richiesta di papa Urbano VIII,
Barberini, è una composizione incentrata sul tema dell’insetto simbolo
araldico della famiglia Barberini.
La fontana si presenta in forma di conchiglia
bivalve aperta: la valva inferiore funge da catino in cui si raccoglie
l'acqua, mentre la superiore serviva essenzialmente a far abbeverare i
cavalli.
La fontana era originariamente posta
all'angolo di via Sistina con piazza Barberini, ma fu tolta da lì nel 1867
per problemi di viabilità, scomposta e messa in un deposito comunale. Nel
1917, quando si decise di ricostruirla, la maggior parte dei pezzi non fu
più trovata e venne ricostruita in travertino.
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fontana delle Api |
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