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piazza S. Egidio - stampa di
Giuseppe Vasi (1710-1782) |
Trastevere
Trastevere è l’adattamento della locuzione
latina trans Tiberim (di là dal Tevere) ed è ritenuto il quartiere più
autenticamente romano, perché è quello che negli edifici storici, nella
sistemazione urbanistica, negli usi degli abitanti rimasti, conserva meglio
gli aspetti della tradizione e della storia di Roma.
Il tessuto urbano si sviluppa attraverso con
un vasto reticolo di vicoli intorno alla piazza principale di Santa Maria in
Trastevere; durante il giorno sembra quasi di essere in un borgo medievale
piuttosto che in città: botteghe artigiane, negozietti, mercati, e tanta
gente che si ferma volentieri a chiacchierare per strada. La sera il
quartiere si trasforma e Trastevere diventa una delle mete preferite di chi
ha il problema di come passare una serata.
Nell'antica Roma questa era la zona riservata
alla comunità siriaca e, più tardi, a quella ebraica e fu inclusa fra le
regiones urbane dall'imperatore Augusto. Dopo la caduta dell’impero, in modo
particolare durante l'alto Medioevo, la popolazione di Roma decrebbe
notevolmente; la comunità ebraica un po' alla volta si trasferì sul lato
orientale del fiume, più vicino al centro della città) e quest'area cominciò
ad essere abbandonata.
Infatti, quando verso la metà del XII secolo
gli amministratori di Roma concordarono i confini dei dodici nuovi rioni,
Trastevere non era incluso fra di essi; rientrò a far parte del contesto
urbano due secoli dopo, quando la sua superficie si era già estensivamente
ripopolata.
Il rione conservò nei secoli le
caratteristiche delle origini, cioè un aspetto e un carattere popolare che
lo distinguevano dal resto della città e che ne improntavano anche le
costruzioni e la struttura viaria: un ammasso disordinato di case e casupole
distribuite in un groviglio di vie e vicoli orientate sul Tevere e nel mezzo
le chiese di S. Maria in Trastevere e di S.Crisogono che svettavano su tutte
le altre costruzioni. Il rione si trasformò agli inizi del Cinquecento con
l'apertura, ad opera di Giulio II, di due grandi assi viari: uno
corrispondente alle attuali via della Lungara e via della Scala e l'altro a
via della Lungaretta; in pratica, un rettilineo che collegava il Vaticano da
Porta S. Spirito fino al cuore della città, il Campidoglio e il Palatino.
S. Maria in Trastevere, su cui convergevano le
due strade, divenne il cuore del rione e questo carattere si accentuò
ulteriormente un secolo dopo, quando Paolo V aprì un terzo asse viario per
congiungere la suddetta chiesa con quella di S. Francesco a Ripa.
Il rione mantenne questo carattere anche nei
secoli successivi: non vi risedettero cardinali, non vi sorsero chiese
sontuose né furono creati palazzi della grande aristocrazia papalina ma di
una più modesta nobiltà cittadina. Solo con l’unità d’Italia ebbe il via un
nuovo assetto urbanistico: l’'intervento più importante fu, nel 1886,
l'apertura del viale del Re, poi viale del Lavoro e infine viale Trastevere;
il rione uscì stravolto dalla costruzione di questo viale, che da solo
alterò l'intero orientamento della zona e la divise in due parti che non si
sarebbero mai più saldate: le due vie sopra menzionate della Lungaretta e di
S. Francesco a Ripa persero, con l'unità e la continuità, anche la
funzionalità per cui erano state concepite.
Il Museo di Roma in
Trastevere
Il Museo di Roma in Trastevere è una nuova
istituzione museale inaugurata nel 1977, nel restaurato convento carmelitano
di Sant’Egidio: in esso fu individuato all’epoca, nella sua denominazione,
Museo del Folklore e dei poeti romaneschi, uno specifico settore di
interesse. D’altro canto trasferire nella nuova sede di Trastevere i
materiali più strettamente attinenti alla documentazione della vita
quotidiana e delle tradizioni romane traeva le sue motivazioni dall’ ideale
e privilegiata connessione che era possibile instaurare fra museo e
territorio; Trastevere, infatti, per le sue peculiari caratteristiche poteva
essere considerato il rione romano dove era ancora possibile rintracciare
frammenti e stimoli della cultura popolare.
La particolare configurazione degli spazi,
articolati intorno al Chiostro, ha permesso di valorizzare l’esposizione
permanente delle cosiddette Scene Romane che, un tempo confinate a Palazzo
Braschi in ambienti poco felici, hanno trovato qui un’adeguata
valorizzazione.
A fare da complemento alle Scene, vi sono gli
acquerelli, dipinti ed incisioni che raccontano la città nei suoi costumi,
nelle sue feste e nelle sue tradizioni. Concorrono alla rievocazione della
“Roma sparita” gli acquerelli di Roesler Franz che per la loro delicatezza
possono essere esposti solo a rotazione. Le rive del Tevere, distrutte con
l’avvento dei muraglioni, i caratteristici angoli del ghetto o di
Trastevere, ormai scomparsi, rivivono nella facile e sciolta narrativa
dell’artista giocata sui toni dell’elegia e della documentazione pittoresca.
Alla fine degli anni novanta venne riproposta
una nuova e più aderente ai tempi sistemazione dei materiali dello Studio
Trilussa da tempo confluiti insieme al suo archivio al Museo costituendo una
preziosa testimonianza della produzione letteraria in dialetto romanesco e
di uno dei suoi più celebri interpreti.
L’offerta di esposizioni temporanee, di
convegni su temi e personalità strettamente legati alla vita della città,
con l’attenzione riservata al cinema, alla multimedialità e alla fotografia,
hanno fatto si che il Museo possa essere considerato come luogo vivo dove la
contemporaneità della cronaca possa assumere il significato della
documentazione storica e interagire dialetticamente con il passato.
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piazza S. Egidio |
Museo di Roma |
piazza S. Egidio
La piazza era originariamente dedicata a S.
Lorenzo in Trastevere, dal nome della chiesa indicata in una bolla del Papa
Callisto II (1119-1124) e soggetta alla basilica di S. Maria in Trastevere,
cui fu sostituita verso la fine del XII secolo da quella di S. Egidio.
Questa chiesa sorge nell’area dove vi erano
altre due chiese più antiche, San Lorenzo de Curtibus e quella di S. Biagio
poi dedicata ai ss. Crispino e Crispiniano ed un convento delle Carmelitane.
Nel 1630 le due chiesette furono demolite e sorse quella attuale di S.
Egidio, dedicata anche alla Madonna del Carmelo, come si può leggere ancora
sulla porta d’ingresso: “B.V. Mariae de Monte Carmelo dicatvm a. salutis
MDCXXX”.
L’interno della chiesa si presenta ad unica
navata. Di particolare interesse, il monumento funebre di Veronica Rondinini
Origo di Carlo Fontana e la tela raffigurante Sant'Egidio del Pomarancio.
Dell’ex convento delle Carmelitane, una parte
ospita il Museo di Roma, mentre un’altra parte è sede principale della
Comunità di Sant'Egidio.
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S. Egidio |
Madonna Assunta |
Nella piazza occupa un posto di rilievo
palazzo Velli-Orsini che risale alla fine del quattrocento ed è stato
realizzato ed abitato dalla famiglia Velli inglobando edifici preesistenti
del XIV secolo. L’attuale disposizione architettonica risulta dalle
ristrutturazioni del XVI secolo, al tempo della sua divisione in due
proprietà distinte contemporaneo alla estinzione del ramo trasteverino della
famiglia Velli. Il complesso del civico n° 7 fu venduto all'ospizio dei
Pellegrini e Convalescenti, come indica una tabella sopra l'architrave,
divenendo infine proprietà Orsini, il cui stemma campeggia sul portone
d'ingresso. Il complesso del civico n° 9 andò invece alla basilica di Santa
Maria in Trastevere che vi insediò il Conservatorio della Divina Clemenza,
detto anche "il Rifugio" per l'assistenza delle donne maltrattate dai mariti
o abbandonate o vedove povere.
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Palazzo Velli |
piazza S. Maria in
Trastevere
Da piazza S. Egidio si dipartono vie e vicoli
caratterizzati da un suggestivo susseguirsi di costruzioni che spaziano dal
medioevo al settecento: attraverso via della Paglia, che ricorda i magazzini
di foraggio per i quali un tempo era chiamata via dei Fienili, si arriva a
piazza S. Maria in Trastevere.
Piazza S. Maria in Trastevere è da considerare
il cuore del rione. Qui si trova l’omonima basilica di S. Maria in
Trastevere, uno dei gioielli medievali di Roma. Nella Cappella Altemps è
conservata la Madonna della Clemenza, del VI secolo, una delle più antiche
tra le immagini della Vergine pervenuteci.
La chiesa sarebbe sorta sulla Taberna
meritoria (un ospizio per soldati feriti), dove, nel 38 a. C., avvenne una
miracolosa eruzione di olio: gli ebrei lo interpretarono come una
premonizione divina dell’avvento del Messia ed i cristiani provenienti
dall’ebraismo, rinsaldarono la tradizione: l’olio, segno della misericordia
del Signore, annunciava la futura venuta di Gesù Cristo (Cristo in greco
significa “unto”).
La scritta “fons olei” (fonte dell’olio), a
destra della base del presbiterio, indica il punto dal quale sgorgò la fonte
miracolosa. Le stesse parole sono incise sullo stemma della chiesa. Per
questo i cristiani chiesero all'imperatore Alessandro Severo (III secolo) di
concedere loro la ‘taberna’ per costruirvi sopra la prima chiesa.
Sul luogo del prodigio fu edificata nel IV
secolo da papa Calisto I, anche se a Giulio I va il merito di avergli
conferito l'aspetto della basilica, ricostruendola in onore della Madonna.
Era la basilica prediletta dai pellegrini, che
giungevano a Roma in occasione dei giubilei, rispetto a S. Paolo, più
difficile da raggiungere soprattutto in epoche segnate da epidemie e
calamità. Nel IX secolo, per volere di Gregorio IV, fu aggiunta una cripta
che conserva le reliquie di alcuni santi.
L'aspetto odierno risale al XII secolo, quando
Innocenzo II la ristrutturò: a questo periodo risalgono, infatti, i celebri
mosaici che decorano l'abside, raffiguranti Cristo e Maria in trono
circondati dai santi. Di notevole rilevanza poi i mosaici di Pietro
Cavallini, in cui sono raffigurate scene della vita di Maria, realizzate nel
1291 all'altezza delle finestre.
Nella cappella Altemps è custodita la Madonna
della Clemenza, un'icona a grandezza naturale forse del VII secolo, molto
venerata perché considerata "acherotipa" cioè realizzata in modo prodigioso
non da mano umana.
La facciata fu modificata insieme al portico
nel 1702 da Carlo Fontana, il quale riuscì a non alterare la struttura
originaria, mantenendo il mosaico del XIII secolo raffigurante la Vergine in
trono. Il campanile a destra della facciata è della prima metà del secolo
XII e fu ristrutturato nel '600.
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piazza e basilica di S. Maria in
Trastevere |
La piazza ha come complemento del suo scenario
la fontana fatta erigere da Niccolò V nel 1450 ed alimentata dall’acqua
Paola. Alla costruzione e alle successive modifiche della fontana
contribuirono il Bramante e il Della Porta nel cinquecento, Girolamo
Rainaldi, Bernini e Carlo Fontana nel seicento.
Sulla vasca ottagonale vi sono gli stemmi di
Alessandro VII e quattro grandi conchiglie; al centro un getto d’acqua da un
catino con piedistallo, scende nella vasca sottostante.
A destra della basilica si trova la Casa dei
Canonici di S. Maria sul cui portale settecentesco vi è un timpano arcuato
ed una targa con la scritta “fons olei”; sulla sinistra invece si trova il
palazzo di S. Callisto, residenza dei cardinali titolari di S. Maria, la cui
origine risale al trecento, epoca in cui vi si tennero vari concistori, ma
nel corso dei secoli è stato oggetto di numerose ristrutturazioni, fino
all’ultimo restauro effettuato con Pio XI, quando il palazzo era divenuto
proprietà della Santa Sede.
Nella piazza vi sono anche i palazzi
Cavalieri, del cinquecento, che nell’ottocento ospitava la Pia Casa del
Rifugio di S. Maria per donne uscite di prigione, e palazzo Pizzirani, del
seicento, risultante dall’accorpamento di una pluralità di abitazioni e che
ha ospitato per un periodo le donne “pericolanti”, cioè quelle ragazze che
vagavano per le strade ed in pericolo di “cadere nel male”.
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campanile di S. Maria in
Trastevere |
S. Maria in
Trastevere dalla fontana |
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fontana di S. Maria in
Trastevere |
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palazzo S. Calisto |
palazzo Cavalieri |
piazza S. Calisto e via
dell'Arco di S. Calisto
Adiacente a piazza di S. Maria si trova piazza
di S. Calisto che prende il nome dal luogo in cui il santo subì il martirio.
La tradizione vuole che il santo fu gettato, con una pietra legata al collo,
in un pozzo, oggi visibile nel limitrofo ex convento annesso alla chiesa.
La chiesa fu edificata nel 741 da Gregorio III,
nel 1610 fu completamente ricostruita da Orazio Torrioni; all'interno, nella
cappella di destra, sono collocati due angeli, realizzati intorno al 1657
dal Bernini, sui quali è poggiata la pala di Pier Leone Ghezzi, che
raffigura S. Mauro abate.
Da piazza di S. Calisto si procede per via
dell’Arco si S. Calisto dove un tempo si trovava l’Osteria della Vedovella,
una donna che mandava avanti il locale con la sua bellezza, e alla quale gli
avventori facevano inutilmente la corte.
Qui si trova anche quella che è definita la
più piccola casa di Roma, a due piani con una scala esterna e con un’edicola
settecentesca della Madonna.
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arco di S. Calisto |
S. Calisto |
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"casetta piccola" e madonnella |
piazza di S. Rufina e
via della Lungaretta
In piazza di S. Rufina, all’angolo con
l’omonimo vicolo si trova la chiesa delle Ss. Rufina e Seconda edificata,
secondo la tradizione, sulla casa di Asterio, padre delle due martiri romane
Rufina e Seconda che l'avrebbero abitata nel III secolo dopo Cristo. L'anno
della trasformazione della casa e del giardino in chiesa ed abitazione per
il clero non è certa, ma la chiesa è presente in cataloghi ecclesiastici del
XII e XIII secolo. Nel 1611 la chiesa venne affidata da Paolo V Borghese
alle religiose orsoline che fecero costruire
l'annesso monastero. Nel XVIII secolo il monastero fu interessato da più
ristrutturazioni; nel 1917 l'edificio passò alle suore di Carità
dell'Immacolata Concezione d'Ivrea. Della chiesa incorporata nel monastero è
visibile all'esterno solo il portale sormontato da un timpano. La chiesa
come si presenta oggi, dopo l'ultimo restauro del 1974, poco conserva
dell'antica struttura: della chiesa medioevale rimangono soltanto le colonne
di spoglio di marmo antico che dividono tre navate della chiesa e il
campanile romanico.
Percorrendo via della Lungaretta, che riprende
il tracciato di un’antica via romana si giunge a piazza S. Apollonia che
prende il nome da una delle tre chiese una volta situate nella piazza.
Quella di S. Apollonia e di S. Cristoforo sono state demolite del XVII
secolo, mentre l’unica superstite è quella di S. Margherita, eretta nel 1288
durante il pontificato di Niccolò IV. Fu riedificata nel 1564, per opera di
donna Giulia Colonna, la quale fece costruire pure il contiguo monastero per
monache. Nel 1680 fu nuovamente rifatta dal cardinale Girolamo Gastaldi su
disegno di Carlo Fontana, che modificò l’orientamento della chiesa. Ebbe
anche il nome di Santa Margherita della Scala oppure di Santa Elisabetta.
La facciata è a due ordini; l’ordine superiore
è sovrastato da una croce con rami di palma, simbolo della vittoria della
croce. Sulla fronte della chiesa si legge la doppia dedica in onore di Santa
Margherita vergine e martire, e di Sant’Emidio vescovo e martire.
L’interno ha una sola navata e tre cappelle
laterali, con volta a botte e abside semicircolare. Sull’altare maggiore,
adorno di ricchi marmi, sta il quadro secentesco raffigurante Santa
Margherita in carcere, opera di Giacinto Brandi, mentre gli ovali nei lati
sono di Giuseppe Ghezzi. In una cappella a sinistra vi è l’opera del
Baciccia raffigurante l’Immacolata fra san Francesco e santa Chiara.
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SS. Rufina e Seconda |
S. Margherita |
via del Moro
Molti romani ancora oggi la chiamano “vicolo
del Moro”, perché è qui che è stato ambientato il dramma “Il fattaccio” di
Americo Giuliani, ispirato da un episodio qui realmente accaduto. Il
toponimo deriva dall’insegna di un’osteria esistente fin dal cinquecento e
che per questo era chiamata “taverna all’insegna del Moro": oggi vi si trova
l’Antico Caffè del Moro, un esercizio commerciale la cui fondazione risale
al secolo scorso. Secondo i documenti l’anno di apertura si situa tra il
1873 e il 1896. L’elemento caratteristico è proprio il pannello
dell’insegna, la seconda più antica in attività a Roma dopo quella del Caffè
Greco e appartiene al novero delle targhe inserite a buon diritto nella
memoria storica della città.
Via del Moro offre un susseguirsi di portoni
rinascimentali e palazzetti in stile barocco, in cui non mancano di
inserirsi costruzioni medievali come la casa Frascari; questo scenario
conferisce alla strada un’aspetto tra i più caratteristici del rione.
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Antico Caffè del Moro |
Via del Moro |
piazza Trilussa
In prossimità della sponda destra del Tevere, proprio di
fronte a ponte Sisto, volge al termine questa passeggiata. Qui si apre piazza Trilussa con la fontana
commissionata da Paolo V Borghese agli architetti Van Zanten (detto il
Vasanzio) e Giovanni Fontana: realizzata nel 1613, è la seconda mostra
dell'Acqua Paola, ossia dell'antico acquedotto Traiano, a seguito del
prolungamento della sua canalizzazione per alimentare, oltre ai rioni di
Trastevere e Borgo, anche quelli di Regola e Ponte. Infatti, originariamente
la fontana era situata dalla parte opposta del fiume, sullo sfondo di via
Giulia, addossata all'edificio denominato dei Centopreti, ossia l'Ospizio
dei Mendicanti fatto costruire da Sisto V. Il trasferimento risale al 1898,
in seguito alla costruzione dei muraglioni del Tevere.
Costruita in blocchi di travertino, ha al
centro una grande nicchia arcuata delimitata da due colonne lisce. Qui
l’acqua fuoriesce da più livelli, per poi andare a raccogliersi nella vasca
inferiore. I basamenti delle colonne sono ornati da draghi, simboli araldici
della famiglia Borghese, che gettano dalla bocca zampilli d’acqua.
A lato della fontana, è situato il monumento
commemorativo al poeta romanesco Trilussa (Carlo Alberto Salustri, Roma
1871-1950. La statua in bronzo fu realizzata dallo scultore Lorenzo Ferri e
l'inaugurazione avvenne il 21 dicembre 1954. Accanto alla sua immagine è
riportata una sua poesia, "All'ombra", scelta, probabilmente, perché più
delle altre rispecchia il moralismo, l'arguzia aperta e cordiale, che
nasconde un'ombra di disprezzo verso le vicende umane, di questo grande
personaggio.
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Fontanone già dei Centopreti |
monumento a Trilussa |
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monumento a Trilussa |
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Fontanone già dei Centopreti
- particolare |
Qui a piazza Trilussa termina questa breve
passeggiata di complemento alla visita al Museo di Roma in Trastevere:
una passeggiata che ha lasciato però un
profondo senso di amarezza. Il rione, la mattina della domenica, sembra
essere stato il campo di battaglia di tutti i maleducati protagonisti
della “movida” del sabato sera. Bottiglie, immondizia di ogni tipo,
portoni e insegne di storiche botteghe imbrattati dalla discutibile espressività dei writers, che di fatto
è solo una forma di gratuito
vandalismo: neanche i portali delle chiese sono risparmiati da questa
assoluta mancanza di rispetto per la città, per la sua storia, per
la sua cultura.
Chi ama Roma, chi la governa, non può
rimanere indifferente di fronte a questo degrado.
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