|
 |
 |
|
Roma vecchia-incisioni di
Luigi Rossini (1839) |
la storia
La Villa si estende tra l’Appia Antica e
l’Appia Nuova all’altezza del V miglio della "Regina Viarum", proprio dove
gli antichi ritenevano fosse avvenuto, al tempo del re Tullo Ostilio, il
leggendario scontro fra gli Orazi e i Curiazi che valse a Roma la supremazia
su Alba Longa.
Era così grande e le rovine così estese, che
nei secoli scorsi si pensava che qui fosse esistita addirittura una città,
alla quale si dava il nome di "Roma Vecchia". Il complesso era poi stato
chiamato fin dal quindicesimo secolo anche "Statuario", a causa delle statue
che tornavano alla luce in grande quantità, ma soltanto nel 1828, dopo il
ritrovamento di fistule plumbee con scritto: “Quintilii Condianus et Maximus”,
fu appurato che il complesso era stata la proprietà dei fratelli Quintilii,
appartenenti ad una famiglia senatoria di antica tradizione e vissuti alla
fine del II sec. d.C.. I Quintili ricoprirono il consolato nel 151, sotto
Antonino Pio, ed ebbero importanti incarichi in Grecia ed Asia sia al tempo
di Antonino Pio che di Marco Aurelio. L’imperatore Commodo, avido delle loro
proprietà, nel 182 li accusò di aver congiurato contro di lui e li mandò a
morte, confiscando così tutti i loro beni, compresa la Villa sull’Appia. Qui
l’imperatore amò soggiornare a lungo e fece eseguire numerosi lavori di
ampliamento, trasformando la la villa in una vera reggia di campagna.
Lo scrittore greco Olimpiodoro scrisse che "la
villa conteneva tutto ciò che una città media può avere, compresi un
ippodromo, fori, fontane e terme".
Per Commodo la villa dell’Appia dovette
certamente rappresentare il concretizzarsi delle sue passioni, con il
maestoso complesso termale e l’arena personale.
Alla morte di Commodo la struttura passò ai
Severi e quindi ai Gordiani, che nel III sec d.C., modificano alcune
strutture come si deduce dall'analisi dei bolli laterizi. La grande
proprietà mantenne la funzione di villa imperiale, stando alla datazione dei
restauri e ad iscrizioni e citazioni fino a tutto il III secolo. Il
complesso rimase poi parzialmente in uso fino al VI secolo (sono stati
ritrovati bolli laterizi dell'epoca di Teodorico), dopo di che andò
progressivamente in rovina.
Come per tutte le antiche proprietà imperiali,
anche il fundus dei Quintili passò nei secoli in proprietà di varie
istituzioni ecclesiastiche: nel X secolo lo troviamo citato nel patrimonio
del monastero di Sant'Erasmo al Celio, poi, dal XII, in quello di Santa
Maria Nova (oggi Santa Francesca romana). La tenuta passò poi (alla fine del
Settecento) in proprietà dell'Ospedale del Santissimo Salvatore ad Sancta
Santorum (oggi Ospedale di San Giovanni), e nel 1797 fu venduta dal Monte di
Pietà, che gestiva i beni dell'Ospedale, a Giovanni Raimondo Torlonia.
 |
|
vista dall'ingresso su via
Appia Nuova |
Gli scavi
Fino alla fine del Settecento, quando questi
terreni facevano parte del patrimonio immobiliare ecclesiastico, erano i
monasteri insediati nel luogo o, più tardi, direttamente la Camera
Apostolica, ad autorizzare l'uso dei materiali disponibili o ritrovati in
loco e gli eventuali scavi. In questo contesto è facile immaginare come
l’area possa essere stata oggetto di spoliazione incessante, tanto che
all’antico toponimo di “Roma Vecchia”, si sostituì quello di “Statuario”.
Di scavi finalizzati al ritrovamento di opere
d'arte, autorizzati dalla Camera Apostolica, si ha notizia a partire da papa
Clemente XIII (cioè da metà del Settecento): l'interesse principale
dell'amministrazione pontificia per questi reperti era ancora di natura
prevalentemente commerciale, per arricchire le collezioni private delle
diverse autorità.
Diverse campagne di scavo furono intraprese
tra il 1783 e il 1792 per volontà di Pio VI, allo scopo di arricchire il
Museo Pio-Clementino, fondato dal suo predecessore Clemente XIV. Tra le
sculture più note rinvenute in questo periodo, attualmente conservate tra i
Musei Vaticani, la Gliptoteca di Monaco, il Louvre e collezioni private,
emergono in modo particolare la cosiddetta Venere Braschi, l'Apollo citaredo
e due esecuzioni del Fanciullo con l'oca.
Con il passaggio della tenuta ai Torlonia, nel
1797, furono ripresi scavi sistematici e tutti i ritrovamenti andarono ad
arricchire la collezione privata della famiglia. Tra il 1828 e il 1829 gli
scavi furono condotti da Antonio Nibby, concentrandoli attorno ai ruderi più
evidenti, tra gli impianti termali e il cosiddetto Teatro marittimo. In
occasione di questi scavi furono ritrovate le fistule di piombo con il nome
dei Quintili, che permisero di attribuire con certezza la proprietà della
villa.
L'unità d'Italia diede nuovo impulso alla
valorizzazione degli aspetti storico-archeologici dell’antica Roma. In
questo contesto si procedette fra l'altro al ripristino del Ninfeo della
Villa prospiciente l'Appia Antica, nell'aspetto che oggi presenta,
attraverso le campagne di rilevamento condotte da Thomas Ashby tra il 1899 e
il 1906.
Durante gli anni Venti del Novecento furono
fatte nuove scoperte, del tutto casuali: le grandi statue acefale di Apollo
citaredo e di Artemide, oggi al Museo nazionale romano a Palazzo Massimo.
Infine, dopo l’acquisto nel 1986 da parte
dello Stato italiano, sono stati effettuati scavi più scientifici e moderni;
attualmente la villa è attrezzata per le visite per un'estensione di circa
24 ettari, che comunque costituisce solo una parte dell'estensione
originaria, visto che sono stati trovati dei nuclei anche nelle proprietà
private confinanti con questa. La Soprintendenza Archeologica di Roma
effettua scavi sistematici, che consentono di “leggere” la Villa in modo
sempre più dettagliato e fruibile all’interesse dei visitatori. In un casale
ai confini della Villa la soprintendenza ha aperto un Antiquarium che
raccoglie reperti di grande interesse.
 |
 |
|
Ingresso |
Casale ed Antiquarium |
La visita
Il complesso appare alquanto articolato, con
molti ambienti di varia destinazione: era dotato del corredo caratteristico
delle maggiori ville romane dell’epoca; poi un articolato sistema di
condotti e cisterne garantiva l’approvvigionamento idrico dall’acquedotto
principale agli ambienti della Villa, residenziali e termali, permettendo
così anche il riscaldamento.
Esaminando i resti attuali della villa, vi si
notano due fasi costruttive: una, in opera laterizia, relativa al periodo in
cui appartenne ai Quintili, cioè intorno al 150 e, l'altra, in opera listata,
relativa al periodo dei rifacimenti e aggiunte operate da Commodo quando
divenne la sua residenza imperiale. Nel complesso è possibile distinguere
cinque nuclei diversi, estesi su un terreno ondulato di circa 1000 mq
compreso tra l’Appia Antica e l'Appia Nuova: partendo dall’ingresso
principale sull’Appia Nuova (da sottolineare che l’ingresso principale
originario era situato sull’Appia Antica) due ambienti termali, un nucleo
residenziale, uno stadio, un giardino ad ippodromo ed un grande ninfeo a
ridosso dell’Appia Antica.
L'Area delle Terme
Al di là del giardino, verso nord, alcuni
grandiosi ambienti facevano parte del complesso delle terme: un'aula
rettangolare, con pareti aperte da finestroni su due piani e una piscina al
centro, originariamente rivestita di marmo; una grande sala rotonda
probabilmente scoperta ed adibita a piscina.
Il complesso termale era costituito da
ambienti disposti su due livelli, di cui facevano parte due grandi aule di
cui i recenti scavi hanno rivelato la destinazione. In una era sistemato il
calidario, occupato quasi interamente dalla vasca per i bagni caldi, nella
quale si entrava per una completa immersione dai gradini disposti su tre
lati. Si conservano i vani dove l’acqua veniva scaldata e da cui partiva un
sistema di rialzamento della pavimentazione con file di mattoncini, per
permettere all’aria calda di circolare nell’intercapedine così ottenuta.
Nell’altro ambiente era sistemato il frigidario, composto da una grande sala
centrale alla quale si allineavano, sui lati corti, due vasche per i bagni
freddi, che mostrano ancora il sistema di immissione e scarico delle acque.
E’ l’ambiente più riccamente decorato, quello da cui provengono statue e
rilievi oggi conservati in vari musei, ma principalmente nella Collezione
Torlonia. Conserva ancora il pregiato pavimento in lastre di marmi policromi
orientali, che giaceva nascosto sotto oltre 80 metri cubi di terra.
Sempre nel contesto delle terme si trova il
cosiddetto "Teatro marittimo", a pianta ellittica, che mostra una certa
somiglianza con l’omonimo ambiente della Villa Adriana a Tivoli: costituiva
un un luogo tranquillo dove riposarsi dopo i bagni nelle terme. Lo spazio
interno infatti forse ospitava un piccolo giardino e qui probabilmente sotto
un colonnato si passeggiava godendo della vista verso Roma ed i colli
Albani.
Le residenze
La zona residenziale si affacciava su un
grande cortile rettangolare, pavimentato con lastre di marmi colorati così
come anche le pareti e i pavimenti, mentre pitture e stucchi decoravano le
volte e la parte superiore degli ambienti. Tutte le stanze del complesso
erano dotate di un vero e proprio sistema di riscaldamento tramite tubi di
terracotta, inseriti nelle pareti, all'interno dei quali veniva fatta
passare l'aria preriscaldata. Gli ospiti erano accolti in un’ampia sala
ottagonale per i banchetti, dove si possono ancora riconoscere parte del
sistema di riscaldamento pavimentale, un monumentale ninfeo ed un
criptoportico.
Gli appartamenti padronali sono divisi in una
parte privata con le stanze da letto (i cubicola) e in una parte più di
rappresentanza, dove si tenevano i festini con gli ospiti. Questa parte
della villa dovrebbe risalire alla prima metà del II sec. d.C. (I fase
edilizia).
 |
 |
|
area residenze |
La cisterna, lo stadio, il
giardino ad ippodromo
Nel lato volto ad occidente si trova una
cisterna circolare, a due piani, sulla quale fu edificato nel Medioevo il
Casale di Santa Maria Nuova, seguito da un massiccio nucleo cementizio di un
sepolcro a forma di piramide che, per la ricchezza dei frammenti di sculture
ed elementi di decorazione architettonica rinvenuti, viene attribuito
proprio ai due fratelli Quintili.
Sul versante orientale, si estendeva un
secondo giardino a forma di circo, lungo circa 400 m e largo tra i 90 e i
115 m.; uno stadio-arena che sembra fosse nata, come testimoniano anche gli
scavi intrapresi, proprio per volontà di Commodo, imperatore amante degli
spettacoli gladiatori e solo successivamente trasformata dopo la sua morte.
Il grande spazio che arriva fino
all’Appia Antica vi è un prato che doveva essere un ippodromo, di forma
analoga a quella del Circo Massimo destinato a rallegrare, con animate gare,
la vita degli abitanti della Villa. In realtà non doveva trattarsi di un
vero e proprio ippodromo ma più che altro di un giardino a forma di
ippodromo che doveva avere sui lati probabilmente le statue, sistemato a
viali alberati con fontane.
Il ninfeo
Il grande ninfeo a due piani costituiva
l’ingresso vero e proprio della villa: da qui attraverso il portone situato
tra due colonne si entrava nel parco dove attraverso diversi viali si
arrivava alla villa in senso stretto.
Era formato da un'ampia esedra semicircolare,
con una nicchia sul fondo e una grande fontana al centro. Il pavimento, di
cui restano tracce, era in mosaico bianco a grosse tessere.
Il ninfeo era fiancheggiato da due sale
termali con zampilli d'acqua e marmi pregiati, nicchie e colonnato.
Davanti alcune colonne formavano un
"propileo", di cui rimane la colonna accanto all'ingresso attuale e un
pilastrino; quindi l'ingresso era costituito da tre passaggi monumentali che
portavano al ninfeo; il tutto era rivestito di marmi, con statue e
decorazioni varie.
Tra terme e ninfeo la villa aveva proprio
bisogno di tanta acqua ed infatti era alimentata da un acquedotto privato le
cui arcate si vedono bene percorrendo l'Appia Nuova subito prima del Grande
Raccordo Anulare. L'acqua era derivata dall'Acquedotto Marcio, e delle
grandi cisterne dentro la villa formavano una riserva.
|
 |
 |
|
il Ninfeo |
vista dal Ninfeo |
L'Antiquarium
In un ampio locale precedentemente adibito a
stalla, situato in un casale accanto all'attuale ingresso della villa sulla
via Appia Nuova, è stato allestito un Antiquarium, dove vi sono conservati i
reperti ritrovati a partire dall’inizio del Novecento, quando la proprietà
apparteneva ai Torlonia (che l’avevano acquistata nel 1797), e quelli
rinvenuti alla fine degli anni Novanta, quando la villa era divenuta
proprietà dello Stato (il passaggio è avvenuto nel 1985). La sala è dominata
da una imponente statua di Zeus seduto su una roccia, risalente alla prima
metà del II secolo d.C. e circondata da vetrine in cui sono esposte
statuette provenienti dall'area di un santuario dedicato a divinità
orientali e a Zeus Bronton (tuonante). Statue di Ercole, Niobe e ritratti,
erme, rilievi, monete, frammenti di affreschi parietali e decorazioni
architettoniche completano la piccola esposizione. E’ conservata anche una
lastra di alabastro, evidentemente riutilizzata in epoca cristiana, che reca
incisa la scritta IXTOYC. Le singole lettere che compongono questa parola,
che in greco significa pesce, erano lette dai cristiani come le iniziali
della frase”Gesù Cristo figlio di Dio, Salvatore”. La parte superiore della
lastra, ora dispersa, conservava la scritta “liorum” ,interpretata
nell’Ottocento come parte del nome dei Quintili. Nei secoli passati questo
ritrovamento ha fatto erroneamente ritenere che i Quintili fossero cristiani
e che per questo sarebbero stati uccisi da Commodo.
Il resto dei ritrovamenti sono nei Musei
Vaticani oppure sparsi in varie collezioni pubbliche e private, come quella
della famiglia Torlonia.
 |
 |
|
statua di Zeus |
Statua di Niobe |
 |
 |
|
statua acefala di Ercole |
statua di Ercole |
|
 |
|
Villa dei Quintili al tramonto |
|