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piazza di Aracoeli
La passeggiata inizia da
piazza di Aracoeli: questa piazza ci appare oggi priva
del carattere raccolto che possedeva un tempo. Mancante
di un lato a causa delle demolizioni compiute prima per
la costruzione del Monumento a Vittorio Emanuele II,
iniziata nel 1885, e poi, negli anni trenta del secolo
scorso, per l’isolamento dell’area del Campidoglio, la
piazza fu in passato Piazza del Mercato.
Le demolizioni di cui è stata oggetto la
piazza d’Aracoeli, se da un lato hanno sostanzialmente mutato la scenografia
che Michelangelo aveva utilizzato per la sistemazione del Campidoglio, hanno
nel contempo aperto una visuale suggestiva su uno scenario d’eccezione. Da
qui si possono ammirare con un unico colpo d’occhio il Campidoglio, il Foro
di Traiano con la sua colonna e la retrostante Torre delle Milizie, le due
chiese di Santa Maria di Loreto e del Santissimo Nome di Maria e Palazzo
Venezia.
La fontana di
Sisto V, eseguita nel 1589 da Andrea Brasca, Pietreo Gucci e
Pace Naldini su disegno di Giacomo Della Porta, sorgeva un tempo su due
gradini che ripetevano le linee della vasca inferiore e aveva intorno un
canaletto per la raccolta dell’acqua che fuoriusciva. Nel corso di un
restauro ottocentesco i gradini furono tolti e sostituiti da piccole
colonne. Composta di due vasche di forme diverse, la seconda, più piccola,
sorregge un gruppo di putti che versano acqua da altrettante anfore che
reggono in mano.
Al civico 3 si trova
Palazzo Fani, oggi Pecci-Blunt, opera del rinnovamento di
Giacomo della Porta nella seconda metà del cinquecento. Distribuito su tre
piani, è ornato da un fregio a motivi floreali che corre sotto il
cornicione. Alla fine del cinquecento il palazzo fu affittato a prelati (nel
1601 vi abitò il cardinale Federico Borromeo). Nella prima metà del XVII
secolo il palazzo venne acquistato dagli Spada e venduto poi ai Ruspoli;
poi, agli inizi del XVIII secolo il palazzo passò alla famiglia Malatesta e,
infine, ai conti Pecci Blunt, attuali proprietari.
Palazzo Massimo di
Rignano, poi Colonna è invece al civico 1; opera di Carlo
Fontana con un portale a motivi vegetali, presenta quattro piani, un attico
moderno e una torretta-osservatorio merlata. L’angolo sinistro del palazzo
venne tagliato nel 1939 in seguito all'apertura dell’attuale via del Teatro
di Marcello.
La Cordonata
è la scalinata ideata da Michelangelo che conduce a piazza del Campidoglio.
Nel 1578 vennero apportate delle modifiche da
Giacomo della Porta. In basso, alla base della scalinata, sono posti due
leoni egizi in basalto nero di Numidia. Nel 1587, quando l'Acqua Felice
venne portata sul colle capitolino, rimasto privo di acqua corrente dopo la
interruzione dell'acquedotto Marcio, i due leoni vennero modificati e
adattati a fontane. In almeno due occasioni, per l'elezione di papa
Innocenzo X Pamphili (1644-1655) e di papa Clemente X Altieri (1670-1676)
dalle cannelle di queste fontane anziché acqua venne fatto sgorgare vino
bianco e vino rosso. In cima alla monumentale scalea, sulla balaustra, sono
posti i Dioscuri e si apre piazza del Campidoglio.
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Fontana di Sisto V |
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palazzo Massimo di Rignano |
palazzo Pecci Blunt |
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Piazza del Campidoglio
A guardia della scalinata michelangiolesca che
sale a piazza del Campidoglio sono poste le statue dei Dioscuri, Castore e
Polluce; questo colle rappresenta, sin dai primi insediamenti dell'età
romana, uno dei luoghi più significativi della storia dell'Impero, dal punto
di vista sociale, politico e religioso. Strategica roccaforte, per la sua
posizione sopraelevata sul Tevere dominante sulla città, divenne sede di
importanti uffici pubblici. Dopo la caduta dell’impero, fu progressivamente
abbandonato e nel medioevo divenne un pascolo, prendendo il nome di Monte
Caprino. Poi, dal XII secolo nel Campidoglio si concentrarono le attività
commerciali e divenne sede del governo della capitale, riunendo sul posto le
magistrature cittadine più importanti, insieme alle corporazioni delle arti
e dei mestieri, finchè nel XVI secolo fu affidato a Michelangelo il compito
di riprogettare l'area.
Piazza del Campidoglio rappresenta il primo
esempio di piazza monumentale della Roma moderna e la Statua equestre di
Marco Aurelio è senz'altro il
cuore dell'intero complesso. La statua rimase fino al 1981 sul piedistallo
originale, poi dopo il restauro del 1990, è stato sostituita da una copia,
mentre l'originale è custodito nel Museo Capitolino, all'interno di Palazzo
Nuovo.
Nel 1563 Michelangelo cominciò la
ricostruzione di Palazzo dei Conservatori,
sede della Magistratura elettiva di Roma, mentre Guidetto Guidetti e Giacomo
della Porta lavorarono fino al 1568 alla risistemazione dell'edificio, dalla
facciata, alla scala, fino al portico sul cortile, proseguendo l'opera
iniziata dal maestro. Nel 1619 fu inserita una fontana, successivamente
(1665-1667) una campana voluta da Alessandro VII e infine nel 1720
Alessandro Specchi realizzò un altro portico.
Nel cortile interno si trovano resti di archi
gotici e nel lato destro è posta la famosa Testa di Costantino e di altre
parti della statua, alta dodici metri ed originariamente collocata
nell'abside della basilica di Massenzio.
Il Palazzo
Senatorio venne edificato sui resti del Tabularium,
l'archivio di Stato di Roma antica del I secolo a.C., dove si conservavano
leggi e testi ufficiali, incise sulle Tabulae bronzee, e nel quale si
riunivano i magistrati.
Nel 1299 fu restaurato e fino al XVI secolo
l'edificio mantenne le sembianze della fortezza medievale, di cui
Michelangelo conservò le mura, ideandone una nuova facciata, realizzata tra
1582 e 1605 da Giacomo della Porta e Girolamo Rainaldi, che riadattarono i
disegni dell'artista, preservando soltanto la scala esterna a due rampe
convergenti (1547-1554).
La Statua di Minerva Seduta, posta nella
nicchia, è affiancata dalle statue distese del Tevere e del Nilo realizzate
per le terme di Costantino e spostate in Campidoglio dal 1518. La Torre
Municipale fu eretta tra il 1578 ed il 1582 da Mariano Longhi il Vecchio,
che sostituì la preesistente, di epoca medievale. Nel Palazzo Senatorio
ancora oggi si riunisce il Consiglio Comunale di Roma, nel salone maggiore
dell'edificio, l'Aula Consiliare, dove si trova una statua di Giulio Cesare.
L'altro palazzo della piazza
capitolina fu denominato "Palazzo Nuovo"
perché edificato più tardi rispetto al Palazzo Senatorio e al Palazzo dei
Conservatori. Inserito fin dall'inizio nel generale progetto di
Michelangelo, fu costruito da Girolamo e Carlo Rainaldi nel 1655 e
completato in più fasi, nell'arco di quasi due secoli. Il palazzo è noto
anche come Museo Capitolino anche se in realtà sia Palazzo Nuovo che quello
dei Conservatori, ospitano il complesso museale.
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i leoni egizi |
i dioscuri |
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Palazzo Senatorio |
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Palazzo dei Conservatori e
Marco Aurelio |
Palazzo Nuovo |
Piazzale Caffarelli
Percorrendo via Caffarelli si giunge a
piazzale Caffarelli dominato da palazzo
Caffarelli. La costruzione, iniziata da Ascanio Caffarelli
nel 1538 sulle proprietà della famiglia nelle immediate adiacenze del
Palazzo dei Conservatori, fu completata dopo il 1680.
Si affacciava sul Cortile del Palazzo dei
Conservatori ed includeva al suo interno due giardini (il Giardino
Caffarelli e quello poi denominato Giardino Romano); il grande portale su
Via delle Tre Pile costituiva l'ingresso monumentale alla proprietà.
Il palazzo ha subito nel corso dei secoli
molte trasformazioni, che ne hanno alterato la conformazione originaria.
Alcune parti superstiti delle volte affrescate sono conservate nel Museo di
Roma.
Dall'inizio dell'Ottocento alla fine della
prima guerra mondiale l'edificio fu occupato dall'ambasciata di Prussia. Nel
1918 fu recuperato dal Comune di Roma e parzialmente demolito: al posto dei
piani alti dell'ala orientale fu ricavata una grande terrazza (Terrazza
Caffarelli), mentre al piano terreno, in parte smantellato per gli scavi del
tempio di Giove Capitolino, fu allestito un nuovo settore museale (Museo
Mussolini, poi Museo Nuovo).
Dalla terrazza antistante si gode di uno dei
panorami più belli di Roma.
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Portale Villa Caffarelli |
Palazzo Caffarelli |
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Via del Teatro
Marcello
Scendendo dalla rampa Caffarelli e per via di
Monte Caprino si arriva a via del Teatro Marcello che prende il nome
dall’omonimo monumento, ma prima del 1870 si chiamava Catena di Pescheria e
prima ancora contrada della Pescina, con chiari riferimenti alla pescheria
del Portico d’Ottavia.
La Torre dei Pierleoni
è un complesso medioevale costituito dalla torre e dalla casa adiacente.
Risale al XII secolo e viene tradizionalmente attribuito ai Pierleoni,
probabilmente soltanto perchè la ricca famiglia aveva numerose proprietà,
come la Casa dei Pierleoni, la torre sull'Isola Tiberina o le stesse
fortificazioni sull'antistante Teatro di Marcello. Sulla facciata della
torre vi è un’edicola mariana qui collocata nel 1964. La torre è il poco che
rimane della struttura edilizia medioevale un tempo situata lungo l'attuale
via del Teatro di Marcello, prima che con gli sventramenti attuati per
realizzazione della via del Mare, fossero sacrificati tutti gli isolati di
via di Tor de' Specchi, della scomparsa Piazza Montanara e di via della
Bocca della Verità, prevedendo la salvaguardia solo di alcuni edifici, tra
cui appunto la Torre. Nella ricostruzione furono utilizzati sia i resti
della casa stessa ma anche di altri elementi, quali le finestre, provenienti
da un edificio immediatamente adiacente che invece fu distrutto.
La via è comunque dominata dal
Teatro di Marcello. Precursore del
Colosseo, era un edificio di divertimento voluto da Cesare ed ultimato
nell'11 d.C. da Augusto, che lo dedicò al figlio di sua sorella Ottavia,
Marcello appunto, morto prematuramente nel 23 a.C.. In epoca medioevale
venne occupato da piccole costruzioni e si trasformò in un castello
fortificato, inizialmente di proprietà dei Pierleoni e poi passato ai Faffo
e quindi, dal XIII secolo, ai Savelli, che fecero edificare da Baldassarre
Peruzzi il palazzo tuttora esistente sopra le arcate della facciata. Nel
XVIII secolo ne divennero proprietari gli Orsini, fino a quando, tra il 1926
ed il 1932, l'originario edificio fu riportato alla luce e restaurato
riproducendo fedelmente la struttura iniziale.
Sulle rovine del vicino Foro Olitorio, il
mercato dei legumi e delle verdure dell'antica Roma, e sui resti di tre
templi, attribuiti rispettivamente a Giunone, Giano e Speranza, sorge la
chiesa di S. Nicola in carcere.
Risalente probabilmente al VII secolo, è dedicata a S. Nicola per il fatto
che nell'area viveva la comunità greca, che venerava particolarmente questo
santo. Ricevette il nome "in carcere" da una prigione lì presente, risalente
all'epoca bizantina.
Ricostruita nel 1128 fu, nel corso dei secoli,
restaurata più volte. La facciata risale al 1599, realizzata da Giacomo
della Porta, che riutilizzò due colonne del Tempio di Giunone Sopita, mentre
ai lati dell'edificio sono inserite le sei colonne del tempio di Giano e
parte di quelle del Tempio della Speranza.
L’interno presenta una pianta basilicale a tre
navate divise da sette colonne per lato, con transetto non sporgente e
abside fiancheggiata da cappelle. Nel 1808 la chiesa fu restaurata da
Giuseppe Valadier.
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Torre dei Pierleoni |
S. Nicola in carcere |
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Teatro di Marcello |
Ponte Palatino, Ponte Rotto e
ponte Cestio
Giungendo a lungotevere dei Pierleoni
si attraversa ponte Palatino.
Realizzato tra il 1886 e il 1890, fu detto Palatino dalla sua ubicazione
in prossimità dello storico colle. Fu realizzato per sostituire il ponte
Emilio, oggi chiamato ponte Rotto, ancora posizionato nella sue
adiacenze. Ha due arcate in muratura, una larghezza di 18 metri ed una
lunghezza di 155 metri: in merito a ciò, è il ponte più lungo di Roma.
In prossimità della testata sinistra si trova lo sbocco della Cloaca
Maxima. Da ponte Palatino si può ammirare
ponte Rotto, ovvero
l'antico "Pons Aemilius", il primo costruito in pietra, realizzato tra
il 181 ed il 142 a.C. da Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore.
Più volte ricostruito a causa dei crolli provocati dal Tevere, che in
questo tratto del suo corso era particolarmente agitato. Nel 1575 per
iniziativa di Papa Gregorio XIII fu ricostruito di nuovo, ma crollò
ancora. Oggi rimane visibile una sola arcata, un rudere dove compare
l'immagine di un drago, lo stemma del papa che volle riedificarlo.
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Palazzo Orsini |
Ponte Palatino |
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Ponte Rotto |
Ponte Cestio |
Raggiunto lungotevere degli Alberteschi lo si
percorre fino a ponte Cestio:
Il ponte, nato per collegare l'isola al quartiere di Trastevere, fu
costruito nel nel 46 a.C. dal console Lucio Sestio. Originariamente aveva
una sola arcata centrale, ma intorno al 370 d.C . fu ricostruito interamente
a tre arcate dagli imperatori Valente, Valentiniano e Graziano, come
evidenzia l'iscrizione reinserita nella spalletta destra del ponte. Nel
Quattrocento fu denominato anche ponte S. Bartolomeo, dalla chiesa che sorge
sull'isola, mentre nel Seicento fu detto anche Ponte Ferrato, dalla gran
quantità di catene di ferro dei molini presenti nel fiume. Durante la
costruzione dei muraglioni si rese necessario aumentare la distanza tra
l'isola e la riva con la conseguente demolizione dell'antica arcata
principale, il cui materiale fu tuttavia riutilizzato nella ristrutturazione
del ponte.
Isola Tiberina
La sua forma grossolanamente simile a quella
di un grande barcone, è legata, secondo una leggenda, all'affondamento di
una nave, mentre secondo un'altra leggenda, la sua origine era dovuta
all'accumularsi del fango sul grano dei Tarquini gettato nel fiume dal
popolo dopo la loro cacciata.
L'isola era sacra al culto di Esculapio, dio
della medicina, a cui fu dedicato nel 289 a.C. un tempio in occasione di
un'epidemia di peste. Il sito venne indicato, si narra, dal Dio stesso che,
trasformatosi in serpente, saltò giù dalla nave trovando rifugio sull'isola,
diventata poi una sorta di nave-ospedale, visto che annesso al tempio fu
edificata una struttura utilizzata per l’assistenza agli ammalati.
Nell'antichità il luogo fu indicato con
diversi toponimi, a partire dal più antico "Isola Lycaonia", per la
probabile esistenza di una statua antropomorfa sul ponte Cestio fino ad
"Isola di San Bartolomeo" e "Isola dei due ponti", per la presenza
rispettivamente della basilica di San Bartolomeo, del Ponte Cestio e del
Ponte Fabricio.
Con l'espansione di Roma, l'Isola Tiberina
vide ben presto sostituire le varie strutture e l'intera area divenne centro
dedicato alla medicina, come per altro è ancora oggi per la presenza
dell'Ospedale Fatebenefratelli.
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S. Bartolomeo |
S. Giovanni Calibita |
L'ospedale
Fatebenefratelli risale al 1584, fondato dalla congregazione
di S. Giovanni di Dio, la cui denominazione ricorda la frase che i religiosi
ripetevano chiedendo l'elemosina, "fate bene fratelli" appunto.
La vocazione dell'isola, di natura
prevalentemente terapeutica, fu ribadita nel 1656, quando in occasione
dell'ennesima epidemia di peste, che afflisse la popolazione capitolina,
tutta l'area circostante l'ospedale fu trasformata in un lazzaretto e la
struttura inglobò anche la chiesa di S. Giovanni Calibita.
Su piazza S. Bartolomeo troviamo la chiesa di
S. Bartolomeo all'isola, fatta
edificare nel X secolo da Ottone II, sulle rovine del preesistente tempio di
Esculapio, questa chiesa è collocata sulla piazza principale dell'isola. La
facciata è di stampo barocco ed il campanile romanico, risalente al XII
secolo, spicca ben visibile dalle rive del Tevere. Le numerose esondazioni
del fiume hanno spesso compromesso questo luogo di culto, più volte
rimaneggiato.
Sotto Pasquale II (1113) furono compiuti
cospicui interventi, tra cui il campanile, ma i lavori proseguirono almeno
sino al tempo di Alessandro III (1159-1181): a questa epoca dovrebbe
risalire il mosaico di facciata. L'aspetto attuale si deve agli interventi
del del 1583, del 1624 e del 1720-39. L'interno basilicale a tre navate si
presenta nell'aspetto barocco. Le quattordici colonne di varia foggia
appartengono anch'esse alla costruzione originaria: sono di spoglio e
provengono forse dal Tempio di Esculapio. Al di sotto dell’altare maggiore è
posta una vasca in porfido, in cui vengono conservate le spoglie di S.
Bartolomeo, apostolo e martire, che dedicò la sua vita all'opera di
evangelizzazione, nel corso della quale gli vennero attribuite numerose
guarigioni.
Nella piazza antistante, il 24 agosto, veniva
affisso su una colonna, sostituita nell´Ottocento dall’attuale monumento,
l´elenco di coloro che non avevano ottemperato all´obbligo del precetto
pasquale; la mancata osservanza dei precetti pasquali poteva poi esser
punita molto severamente dalle autorità religiose: oltre alla scomunica, si
applicava la pena dell' 'interdetto', ossia la proibizione di entrare in
chiesa e, morendo, la privazione della sepoltura religiosa. Se scomunicati e
interdetti volevano tornare in grazia di Dio, dovevano partecipare ad una
funzione pubblica nel corso della quale erano frustati sulle spalle.
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Madonna della lampada |
Torre Pierleoni Caetani |
Imboccando via Ponte dei Quattro Capi si si
trova la chiesa di S. Giovanni Calibita,
che, seppur ricordata nel XIV secolo col nome di Sancti Ioannis de insula,
ed anche Sancti Ioannis Cantofiume, è invece di antichissime origini, in
quanto sorta nell'area del tempio di Iuppiter Iurarius. La chiesa fu
distrutta dai soldati di Genserico e riedificata nel 464 da Pietro, vescovo
di Porto, sotto la cui giurisdizione era appunto l’isola Tiberina. La chiesa
attuale fu costruita alla fine del XVI secolo sulle rovine di quella antica,
di cui non resta più nulla: fu in questa occasione che sotto l'altare
maggiore si scoprirono i resti del corpo di san Giovanni Calibita. La chiesa
venne poi rinnovata nel 1640; la facciata ideata da Luigi Barattoli fu
ultimata poi da Romano Catapecchia nel 1711. Il ricco apparato decorativo
interno è di Corrado Giaquinto e fu completato nel 1742, mentre il campanile
è attribuito al Bazzani. Lo spazio interno della chiesa si sviluppa in
un'unica navata. Nella chiesa si conserva l'immagine della
Madonna della
lampada, risalente al XIII secolo: una tradizione popolare racconta che
quest'immagine, un tempo posta in riva al fiume con una lampada votiva
accesa, nel 1557 venne sommersa da una esondazione del fiume; malgrado ciò
la lampada continuò ad ardere, suscitando così lo stupore del popolo e la
pubblica devozione.
Prima di ponte Fabricio incontrano la
torre e palazzo Pierleoni Caetani.
La torre viene menzionata per la prima volta nel 1192 come proprietà dei
Pierleoni che presumibilmente si insediarono nel Rione Ripa già nel secolo
XI. La torre è quanto rimane di un complesso di edifici costruiti nell'arco
di quattro secoli a ridosso del primo elemento architettonico che è appunto
la torre eretta dai Pierleoni nel X secolo. Il palazzo fu residenza della
famiglia Pierleoni fino al XII secolo, quando passò ai Caetani che ne fecero
la loro residenza dopo averci costruito intorno diversi palazzetti ed aver
inglobato nel complesso anche la chiesa di S. Bartolomeo. La famiglia
risiedette qui fino al 1470, sottoponendo tutti gli edifici a frequenti
restauri, ma il complesso era continuamente eroso dalle intemperie e dalle
piene del Tevere. Nel 1638 quanto rimaneva del complesso fu rilevato dal
cardinale Barberini che lo fece restaurare e lo destinò specificatamente all’assistenza ai
malati. Dal 1656, in occasione di una terribile pestilenza, l’edificio
iniziò ad essere chiamato “Lazzaretto brutto”.
La torre è nota anche come "torre della
pulzella", per la piccola testa marmorea raffigurante una giovinetta
inserita nel paramento di mattoni.
Ponte Fabricio
collega l'Isola Tiberina alla sponda sinistra del Tevere, al rione Ripa e S.
Angelo. È il ponte più antico di Roma e sostituì, probabilmente, uno
preesistente in legno; l'attuale fu fatto edificare nel 62 a.C. dal console
Lucio Fabricio, come ricordano le iscrizioni a grandi lettere incise sulle
arcate. Il ponte ha mantenuto, nel corso di quasi duemila anni, la sua
primitiva struttura. E' anche detto "ponte dei quattro capi" per le due
erme, i mezzi busti su pilastro quadrifronti che ornano i parapetti, nonché
"Pons Judaeorum",, perché qui passavano infatti gli ebrei per raggiungere il
ghetto, nel quale erano confinati.
Il nucleo è composto da blocchi di tufo e
peperino; le due grandi arcate poggiano su un pilone centrale, nel quale si
apre un piccolo arco, destinato a diminuire la pressione delle acque sulla
struttura durante le piene.
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Erme di Ponte Fabricio |
Ponte Fabricio |
Monte Savello
Alla fine del ponte ci si trova a lungotevere
dei Cenci e nello slargo di piazza Monte Savello, dominato da
palazzo Orsini. Monte Savello
nacque dai ruderi della scena e della cavea, l'insieme delle gradinate che
accoglievano gli spettatori, appartenenti al Teatro di Marcello. Su questo
rilievo, nel periodo medievale, fu edificata una fortezza dalla famiglia
Pierleoni, poi passata ai Savelli ed infine dal 1716 di proprietà degli
Orsini, da cui deriva la denominazione odierna del palazzo. I simboli
araldici della casata, gli orsi appunto, fiancheggiano l'ingresso che si
apre su via di Monte Savello.
In direzione del Tevere sorgono i corpi di
fabbrica realizzati nell'ottocento, mentre la parte originaria fu edificata
tra il 1523 ed il 1527 su progetto di Baldassarre Peruzzi, commissionata
dalla famiglia Savelli che volle dare un nuovo ordine alla struttura
preesistente.
Nel settecento l’edificio fu fatto trasformare
dagli Orsini ed è costituito da tre corpi di fabbrica rettangolari disposti
intorno ad un cortile quadrato trasformato in giardino con una fontana. Il
primo edificio, accoglieva il teatro della famiglia e l’abitazione della
servitù e degli ospiti; il secondo più in lato, presenta un porticato al
pian terreno a tre arcate sovrastato da una terrazza, con una galleria
affrescata nel Settecento dove venivano conservate le sculture antiche poi
passate ai Torlonia, e collegato nel retro con un corpo di fabbrica due
piani di finestre cinquecentesche, opera del Peruzzi, inserite nel
semiperimetro del Teatro di Marcello; il terzo fabbricato ha una pianta a U
con due ordini di finestre architravate e incorniciate, con una parte sulla
destra che risvolta nella piazza sottostante con sei piani di finestre.
Degna di visita è la chiesa di
S. Gregorio della Divina pietà:
la tradizione vuole che questo luogo di culto, risalente al XII secolo,
fosse stato edificato sulla casa natale di San Gregorio Magno, vissuto tra
il 540 ed il 604.
L'aspetto attuale è di epoca successiva: nel
1727 infatti Benedetto XIII la fece ricostruire, commissionando l'opera a
Filippo Bariglioni e la donò alla congregazione degli operai della Divina
Pietà, sorta per aiutare le nobili famiglie, ridotte in miseria.
Sul portale è collocato un ovale affrescato
raffigurante la crocifissione, mentre un cartiglio, il motivo ornamentale
dalla forma di un rotolo di carta in parte svolto, cita in ebraico e latino
un passo della Bibbia, come monito alla perseveranza degli ebrei nel proprio
credo. La chiesa si trovava vicino ad uno degli ingressi del ghetto: per
questo motivo accoglieva, insieme a Sant'Angelo in Pescheria, gli
appartenenti alla comunità ebraica che erano costretti a subire la pratica
delle prediche coatte, cioè i sermoni cristiani che gli ebrei venivano
obbligati ad ascoltare.
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Palazzo Orsini |
S. Gregorio della Divina
pietà |
Via del Portico di Ottavia
Prende il nome dal
portico fatto costruire da Augusto come più comodo accesso per il Teatro di
Marcello e dedicato a sua sorella Ottavia. Con i lavori di liberazione e
restauro del Teatro di Marcello e dell'area circostante vennero alla luce i
resti della Casa dei Vailati, una
casa medioevale che deve il proprio nome all'omonima famiglia, i cui membri
erano rappresentanti della nobiltà mercantile. Il palazzetto è costituito da
due parti di epoca diversa, una duecentesca (verso il Teatro) e l'altra
cinquecentesca. Le strutture del XIII secolo, in blocchetti di tufo, furono
costruite scavando nel terreno di riporto accumulatosi intorno al Teatro,
fino ad arrivare al piano originario in travertino dell'area compresa fra
esso e il Portico di Ottavia, sul quale poggiano direttamente. La parte
cinquecentesca risulta invece incastonata nella parte preesistente quando
questa, probabilmente, era in parte crollata o demolita. La casa oggi è
occupata da uffici della Sovraintendenza Comunale, al pari del vicino
Albergo della Catena.
L'Albergo della
Catena prende da una catena retta da colonnotti che un tempo
sbarrava via della Catena di Pescheria. L'edificio occupa una parte del
podio del Tempio di Apollo Sosiano ed è composto da tre diverse unità
edilizie. L'unità più vicina al chiostro di S. Maria di Campitelli sarebbe
stata costruita sui resti di una torre altomedioevale. L'unità centrale
presenta i resti di un archetto che si poneva a cavallo del vicolo tra
l'Albergo e i fabbricati immediatamente adiacenti. Nell’ultima unità di
rilievo la facciata con due ghiere in laterizio del XIII secolo. Attualmente
l'Albergo della Catena è sede della Sovraintendenza Comunale.
Da via del Portico di Ottavia a piazza delle
Cinque Scole si erigeva il muro perimetrale del Portico d’Ottavia. Il
Portico d'Ottavia era una
costruzione, fra le più monumentali dei tempi di Augusto, dedicata da
Augusto stesso alla sorella Ottavia: ospitava luoghi di cultura, sale per
spettacoli, concerti, biblioteche e occupava uno spazio compreso fra i 119
metri di lunghezza e i 132 metri di larghezza, cinto da doppi portici.
Su ciò che resta del Portico di Ottavia è
stata eretta intorno al 1200 la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, sede
delle prediche forzate durante il periodo del Ghetto. Il nome "in Pescheria"
si riferisce al mercato del pesce, fiorente in questa zona fin
dall'antichità.
Alla destra della Chiesa di Sant'Angelo in
Pescheria uno scenario di vecchie case costruite in età completamente
diverse: sono case che delimitano l'antico tracciato del ghetto e sono
strutture abitative costruite con materiali di reimpiego provenienti da
materiale romano da costruzione (risalgono al periodo medievale) e si
presentano molto malandate; è questa una zona in cui le altezze, le
proporzioni, gli stili sono mischiati: terrazzini, balconi, tetti del 400,
del '700, creano una continua varietà. All'esterno si riconoscono alcuni
degli elementi tipici quattrocenteschi: nel piano terra vi erano le botteghe
che i proprietari affittavano per avere il ricavato da destinare alla
manutenzione dell'intero immobile.
Lo slargo davanti al Portico è il punto dove,
la mattina del 16 ottobre 1943, i nazisti disposero i camion con cui furono
deportati gli ebrei catturati durante la razzia. Dei 1024 portati nei campi
di sterminio, ne tornarono solo 16: nessuno degli oltre 200 bambini
rastrellati è sopravvissuto. Una lapide ricorda e ammonisce senza parole di
vendetta.
Addossata al propileo del Portico di Ottavia,
è una casa medioevale detta torre Fornicata dei
Grassi, dal nome della famiglia che la acquistò dagli Orsini
nel 1369. Nel secolo XV la casa fu acquistata da un rivenditore di pesce,
tal Renzo Perticappa e, infine, dall'Ospedale della Consolazione nel 1481.
Sulla facciata principale, che si apre su via del Portico di Ottavia, vi
sono alcuni frammenti di architravi romani incastonati sulla porta di
accesso, sovrastati da una piattabanda di mattoni interi, secondo una
caratteristica costruttiva del XII-XIII secolo.
Tribuna di Campitelli e piazza Campitelli
Senza entrare nel cuore del ghetto, già
oggetto di passeggiata dedicata, ci immettiamo in via della Tribuna di
Campitelli dove sopravvive un interessante esempio di casa medievale con
portici terreni ad archi di mattoni, colonne antiche di spoglio con
capitelli ionici del secolo XIII e basi di epoca classica. Quasi dirimpetto,
si erge il resto di un altro edificio medioevale, forse da identificare con
la Torre Stroncaria,
di cui sappiamo che fu di proprietà, nel secolo XIV, della famiglia Vallati
e che doveva trovarsi giusto nella zona di via di S. Angelo in Pescheria.
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case medievali |
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Di seguito si apre piazza in Campitelli che
fino al 1871 la piazza si chiamava S. Maria in Campitelli, dall’omonima
chiesa, ma già nell’XI secolo era conosciuto il toponimo “contrada
Campitelli”.
Numerosi i palazzi storici presenti nella
piazza, ma soprattutto la chiesa di S. Maria in Campitelli, autentico
gioiello del barocco romano.
Palazzo Cavaletti
venne realizzato per la famiglia de Rossi e nel XVII secolo passò ai
Cavalletti che lo tennero per più di tre secoli. Con il passaggio ai De
Rossi nel seicento, il palazzo venne sostanzialmente modificato e abbellito.
Come gli altri due palazzi, Albertoni e Capizzucchi, che insieme a questo
compongono la quinta urbana su piazza Campitelli, anche palazzo Cavalletti
ha l'androne d'ingresso obliquo rispetto al filo della facciata.
Di antichissima origine,
Santa Maria in Campitelli fu ricostruita nel XVII
secolo su commissione di papa Alessandro VII, per custodirvi l'immagine di
S. Maria in Portico, per adempiere al voto promesso in seguito alla
liberazione dalla peste del 1656 che colpì Roma. Iniziata nel 1662 da Carlo
Rainaldi fu consacrata nel 1728. La chiesa riunì infatti due titoli, Santa
Maria in Campitelli, qui collocata dall'alto medioevo, e Santa Maria in
Portico, dove era conservata l'immagine miracolosa.
La facciata barocca, in travertino a edicole
sovrapposte, è resa plastica dalla disposizione delle colonne. L'interno, a
pianta rettangolare con volta a botte, presenta un primo corpo a croce greca
ed un secondo più ristretto, con cupola ed abside. L'altare maggiore,
disegnato da Rainaldi, fu realizzato da Antonio De Rossi, Ercole Ferrata e
Giovanni Paolo Schor. Al centro è custodita l'immagine di S. Maria in
Portico Campitelli, opera in lamina e smalti del XI secolo. Nelle cappelle
laterali sono collocate tele di Luca Giordano, Sebastiano Conca e del
Baciccia.
Palazzo Albertoni
Spinola, venne costruito originariamente per la famiglia
Albertoni, i quali avevano altre proprietà sulla piazza, alcune delle quali,
vennero abbattute per far posto alla chiesa di S. Maria in Campitelli. Il
palazzo passò poi agli Altieri e quindi agli Spinola. L'edificio venne
costruito tra il 1575 e i primi del seicento da Giacomo Della Porta,
architetto a cui risale l'impianto originale e venne completato
successivamente da Girolamo Rainaldi. A quest'ultimo è da attribuire con
certezza l'ornato della facciata, il portale, il cornicione decorato con
simboli araldici e la sistemazione interna di alcune sale.
Palazzo Capizucchi
sorge su preesistenti proprietà della famiglia Capizucchi, che decisero di
"rimodernare" la proprietà immobiliare di famiglia, che sorgeva dai primi
decenni del XIII secolo sul luogo del Circo Flaminio. E' una probabile opera
di Giacomo Della Porta, che in quegli anni a Roma lavorava moltissimo,
iniziata nel 1580, oltre a rielaborare un precedente progetto affidato al
Vignola. A seguito di ulteriori acquisizioni di case confinanti con il
palazzo, si ebbero notevoli interventi nel 1672-74 ad opera probabilmente di
Mattia de Rossi, che rielaborò i nuovi prospetti esterni e quelli del
cortile.
Nella piazza non si può trascurare la piccola
fontana di piazza Campitelli ,
ideata da Giacomo della Porta nel 1589 e realizzata dallo scalpellino
Pompilio de Benedetti. In origine la fontana era situata al centro della
piazza, ma nel 1679 in seguito all'ampiamento della chiesa di santa Maria in
Campitelli venne spostata nella posizione attuale. Il monumento, di
travertino, è formato da un basamento ottagonale i cui lati rettilinei sono
alternati ad altri concavi, su cui si innalza una vasca pure ottagonale,
decorata con gli stemmi della quattro famiglie preminenti nella zona (Albertoni,
Capizucchi, Muti e Ricci che si accollarono l'onere dei lavori) e da due
mascheroni che versano acqua. Sopra la vasca, sorretto da un balaustro di
marmo a forma di calice, trova posto un catino circolare al centro del quale
si innalza un getto d'acqua.
Infine, degno di nota il
Palazzetto Flaminio Ponzio, un
edificio che era stato costruito nel 1600 sulla via Alessandrina, nel rione
Monti ed abbattuto nel 1933 in occasione delle demolizioni per l'apertura di
via dei Fori Imperiali. Gli elementi architettonici originari del prospetto
sono stati smontati e recuperati nel corso delle demolizioni, e dopo poco
più di un ventennio furono rimontati in piazza Campitelli, su un’area
precedentemente occupata da edifici soggetti anche essi a demolizione.
Via
Montanara
Via Montanara è quanto rimane dell’omonima
piazza, scomparsa con l’apertura di via del Mare, (ora via del Teatro
Marcello e via Luigi Petroselli), che prendeva il nome dalle proprietà
che la famiglia Montanari, poi estintasi nei Cesarini, qui aveva.
Proprio in questa piazza spesso veniva raffigurata la "Roma sparita"
degli acquerelli ottocenteschi di Roesler Franz, caratterizzata dalle
case medioevali, pullulante di gente, botteghe, mercati e osterie.
Era una piazza pittoresca movimentata da
andirivieni di “burini” in cerca di lavoro, venditori ambulanti,
strozzini. Molti scrivani pubblici, unica possibilità di comunicazione
epistolare per i molti analfabeti, avevano eletto qui domicilio, come
pure i barbieri, tra i quali il famoso barbiere della "meluccia" che
usava mettere in bocca ai clienti una piccola mela: usava sempre la
stessa, per tendere le guance alla rasatura, e l'ultimo dei clienti
aveva il diritto di mangiarsela. Erano botteghe itineranti ed
estemporanee, fatte di uno sgabello e qualche attrezzo di mestiere.
Numerose le osterie: tra le più note, la locanda detta "der Bujaccaro",
che distribuiva a pochi centesimi un minestrone fumante ai contadini che
affollavano la piazza in attesa di occasioni di lavoro.
La chiesa di
Santa Rita da Cascia in Campitelli, è una chiesa
sconsacrata che non si trova nella sua posizione originaria; infatti
fino al 1928 essa si trovava ai piedi della scalinata di Santa Maria in
Aracoeli. In seguito alla demolizione della zona per la costruzione
della Via del Mare, la chiesa venne “smontata” pezzo per pezzo, messa in
deposito con l’intento di ricostruirla nello stesso posto; ciò avvenne
nel 1940 quando la chiesa fu ricostruita invece nella posizione attuale.
La chiesa in origine sorgeva sulla
preesistente San Biagio, ma venne ricostruita nel 1643 da Carlo Fontana
ed affidata da Papa Alessandro VII alla Confraternita della Santissima
Spina della Croce di Gesù. cui poi si aggiunse il nome di S. Rita da
Cascia. Nel 1952 l'edificio fu affidato alla congregazione della Piccola
Opera della Divina Provvidenza fondata da Don Orione, ed infine, nel
1990, tornò nel patrimonio disponibile del Comune di Roma; sottoposto
intorno al 2000 ad un restauro complessivo, è attualmente utilizzato
come spazio polifunzionale ed espositivo per iniziative culturali ed
istituzionali.
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S. Rita |
Via e Piazza di Tor
Margana
Dopo aver percorso vicolo e piazza
Capizzucchi si giunge all'area di Tor Margana. Come l’omonima via e il
vicolo, prende il nome dai Margani, fra le più potenti famiglie della
Roma medievale, che qui ebbero le loro case, la cui impronta permane con
la torre del XIV secolo al n.40 dell’omonima via, incorporata in una
costruzione, più o meno della stessa altezza e in parte della stessa
epoca.
Tutta la zona, compresa via di Tor Margana,
è caratterizzata da un’edilizia che spazia tra il XIII e il XVIII secolo
in una specie di incastro di stili, nel quale si inseriscono anche
frammenti di secoli più antichi, in modo da costituire un suggestivo
percorso architettonico.
Il complesso edilizio costituito da un
corpo di fabbrica intorno ad una torre mozza si è venuto sviluppando tra
il Trecento e il Cinquecento ed apparteneva alla potente famiglia
baronale dei Margani. Questo complesso ha la sua parte più antica nella
torre in laterizio,
originaria del XIV secolo, anche se con aggiunte posteriori, che si erge
su una base che ingloba resti di un porticato romano. La torre,
suddivisa all’interno in tre piani, ha perduto buona parte della sua
consistenza originaria a seguito di un crollo avvenuto nel XIV secolo.
Fra la porta d'ingresso e la finestra del primo piano sono inseriti nel
muro due frammenti romani, uno raffigurante un'aquila e l'altro un
motivo floreale. Il cortile a destra della torre presenta una loggia,
aggiunta nel Quattrocento, con archi chiusi successivamente. Il restante
complesso situato sulla sinistra della torre è invece cinquecentesco.
Alla torre è unito il muro di cinta della
corte oggi coperta, sul quale si apre un portale adorno di frammenti di
cornici romane di epoca tarda mentre sull'architrave è presente uno
stemma dei Margani del Quattrocento.
Al n. 19 della piazza si erge il
seicentesco Palazzo Maccarani,
poi Odescalchi, con al piano terra sei finestre architravate e portale
non in asse; mentre sette si aprono al piano successivo e al terzo. Il
cortile, adornato da iscrizioni e frammenti antichi, racchiude un
ninfeo.
Di fronte, al n. 32, il
Palazzetto Capocci con porta
ad arco bugnato e cinque finestre; all’interno atrio a colonne e scala
del cinquecento. Ai numeri 34-36 il
Palazzetto Albertoni,
a due piani di sei finestre architravate di travertino, con un
portoncino architravato del quattrocento con sovrastante finestrella
dove si trova lo stemma degli Albertoni.
Al termine di via Margana si torna su
piazza dell'Aracoeli, dove la passeggiata era iniziata.
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Casa dei
Margani |
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Torre dei
Margani |
case in
piazza Margana |
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