|
premessa
Dal Foro Boario al
Campidoglio, dalle vestigia del Foro Romano al Palatino,
questa passeggiata si svolge nel cuore antico di Roma.
Si attraversa in massima parte il Rione Campitelli il
cui nome trae origine probabilmente da una una
corruzione di "Capitolium", ma regge anche l’ipotesi che
fa derivare il nome da "campus telluris" (campo
sterrato). Campitelli è sicuramente quello più ricco di
antichità tra i rioni, ma anche il meno abitato, per la
presenza dei siti archeologici che messi insieme coprono
il 60% della superficie.
Prima dei grandi sventramenti urbanistici,la
zona era caratterizzata dalla presenza di case medioevali, pullulante di
gente, botteghe, mercati e osterie. Molti scrivani pubblici, unica
possibilità di comunicazione epistolare per i molti analfabeti, avevano
eletto qui domicilio, come pure i barbieri, tra i quali il famoso barbiere
della "meluccia" che usava mettere in bocca ai clienti una piccola mela:
usava sempre la stessa, per tendere le guance alla rasatura, e l'ultimo dei
clienti aveva il diritto di mangiarsela. Erano botteghe itineranti ed
estemporanee, fatte di uno sgabello e qualche attrezzo di mestiere. Numerose
le osterie: tra le più note, la locanda detta "der Bujaccaro", che
distribuiva a pochi centesimi un minestrone fumante ai contadini che
affollavano la piazza per il "mercato delle opere" (nell'800 le "opere"
erano i lavori dei campi). Se un romano del 1870 si trovasse oggi nell’area
della nostra passeggiata avrebbe l'impressione di trovarsi in un altro
mondo. Tutto il vecchio quartiere che occupava piazza Venezia e via dei Fori
Imperiali è stato stravolto prima per far posto al Vittoriano, iniziato nel
1885, poi con l’assetto attuale dell’area, realizzato negli anni venti e
trenta del novecento dall’architetto Antonio Munoz fu distrutto
l’agglomerato medievale di case e viuzze che gravitavano intorno a
piazza Montanara, al Velabro,
alla via Alessandrina e a piazza delle Carrette per valorizzare gli edifici
antichi, mentre la collinetta della Velia venne completamente rasa al suolo
per far posto alla via dell'Impero, oggi via dei Fori Imperiali.
Piazza Bocca della
Verità
Originariamente
frequentavano la piazza mercanti, cambiavalute e
marinai. Nei Fori Boario e Olitorio si commerciavano
animali, olio e verdure e nel porto fluviale, davanti
alla piazza, approdavano le navi che venivano
dall'Oriente. Con la caduta dell'Impero romano la piazza
diviene il luogo preferito dai greci: la loro colonia
arricchisce d'influenze bizantine tutta la zona e la
Chiesa di Santa Maria in Cosmedin ne è un esempio.
Entrando in Piazza della Bocca della Verità ci
si imbatte in una piccola "oasi" di verde, in cui trovano posto due gioielli
della Roma antica, il Tempio di Vesta ed il Tempio della Fortuna Virile,
completati dalla Fontana barocca, del 1700,
con al centro due tritoni che sorreggono una
conchiglia.
Il grande medaglione di pietra, denominato
Bocca della Verità, posto sulla
sinistra del portico di Santa Maria in Cosmedin, è il protagonista di una
popolare leggenda della Roma medioevale. Sembra, infatti, che la Bocca
divorasse la mano di chiunque raccontasse bugie. In realtà il disco di
pietra rappresenta una divinità marina, forse l'oceano, raffigurato con le
corna di toro, quale simbolo della forza impetuosa e violenta delle acque.
La funzione per la quale era nato era di tutt'altra natura: serviva,
infatti, da chiusino di scolo, probabilmente nel preesistente Tempio di
Ercole, che si trovava nell'area limitrofa. Ritrovato nel medioevo e
trasferito su un capitello nel portico di Santa Maria in Cosmedin, il
chiusino è divenuto un simbolo, ieri, oggetto superstizione, oggi, di
curiosità.
La chiesa di
Santa Maria in Cosmedin fu eretta nel secolo VI sopra una
grande aula porticata di età flavia, di cui restano varie colonne
incorporate nell'edificio, che sorgeva presso due templi consacrati a Ercole
Invitto e a Cerere. Ingrandita da Adriano I nel secolo VIII fu affidata ai
Greci che, fuggiti alla persecuzioni degli iconoclasti d'Oriente, si erano
stabiliti nei quartieri presso il Tevere. I greci la chiamarono "Schola
Graeca", ma l'abbellirono a tal punto da farle meritare l'appellativo di
Kosmidion (parola greca significante ornamento) da cui Cosmedin. Dedicata
poi a Maria prese il nome di Santa Maria in Cosmedin.
Rimaneggiata nel corso dei secoli, la chiesa
venne riportata alle forme attuali a partire dal 1890. L’interno è
costituito da tre navate, il pavimento il tabernacolo, l’altare ed il coro
risalgono al XIII secolo.
Nella cappella di destra si trova una Madonna
con il Bambino attribuita a Cimabue, anche se alcuni storici ritengono
risalga addirittura al V secolo. Il campanile, a sette piani di bifore e
trifore, è fra i più belli tra quelli di tipo romanico.
La Fontana dei
Tritoni, opera del 1715 del perugino Carlo Bizzaccheri, fu
commissionata da papa Clemente XI durante i lavori di sistemazione per
livellare Piazza della Bocca della Verità, che si trovava due metri sopra il
piano attuale della chiesa di Santa Maria in Cosmedin. La fontana è
costituita da una larga vasca ottagonale ed al centro, su un grande
scoglio, vi sono sue tritoni con le code intrecciate che, volgendosi le
spalle, sorreggono una grossa conchiglia sul cui bordo esterno sono scolpiti
due stemmi di Clemente XI. È evidente il riferimento alla berniniana
fontana del Tritone; la fontana è una pennellata barocca in un ambiente
severo che, all'epoca, era anche abbandonato e disabitato.
Edificato sulle rovine di un tempio
preesistente, di cui ha conservato inalterate le caratteristiche, quello
comunemente chiamato tempio di Vesta
ma che in realtà è il Tempio di Ercole Vincitore, risale al IV secolo d.C..
E’ composto da una cella rotonda circondata da un portico con venti colonne
di ordine corinzio e costituisce un esempio di luogo di culto tra i più
raffinati del Foro. E' il più antico edificio in marmo ad essere giunto fino ad oggi;
nel medioevo fu trasformato in chiesa dedicata a Santo
Stefano delle Carrozze, ma poi, nel 1560, fu ritrovata nel Tevere
un'immagine della Madonna che avrebbe mandato un raggio di sole: tale evento
fu ritenuto un prodigio ed il Tempio fu dedicato a Santa Maria del Sole.
Nell’interno è conservato un’affresco della fine del quattrocento con una
Madonna col Bambino.
Situato sul terrapieno costruito agli inizi
del II secolo a.C. per sopraelevare l'area del Foro Boario, il
tempio detto della Fortuna Virile
è stato riconosciuto come il tempio di Portuno, un antica divinità del fiume
e dei porti, il cui aspetto oggi è dovuto a una ricostruzione databile alla
seconda metà del II secolo a.C. seguita poi da un rifacimento nel I secolo
a.C.. Ciò evidenzia la grande importanza che a Roma aveva il commercio
fluviale ed in particolare il suo antico porto fluviale, il porto Tiberino,
originariamente situato a pochi metri dal tempio. Si tratta di uno dei pochi
templi dell'età repubblicana arrivati integri ai nostri anni, in particolare
grazie alla sua trasformazione in chiesa nel IX° secolo, una scelta che lo
salvò dalla consuetudine medioevale di attingere materiale edilizio e di
spoglio dalle rovine romane.
 |
|
Santa Maria in Cosmedin |
 |
 |
|
Bocca della Verità |
Fontana dei Tritoni |
 |
 |
|
Tempio di Vesta (Ercole
Vincitore) |
Tempio della Fortuna Virile |
Via del Velabro
San Giorgio in
Velabro sorge nell'area chiamata anticamente Velabrum, la
palude tra Campidoglio e Aventino, spesso sommersa per le piene del Tevere. La piccola chiesa sorse nel VII secolo, poi
tra gli anni 827 e 844 fu riedificata ed ampliata da Gregorio IV. Del XII
secolo sono la semplice facciata, ed il campanile romanico, progettato a
cinque piani, con cornici e trifore. Nel secolo scorso un'accurata opera di
restauro ha conferito a San Giorgio la veste romanica che le apparteneva in
origine, con la sua facciata priva di fronzoli e l'interno suddiviso da
antiche colonne, di provenienza diversa.
Situato sul lato sinistro della chiesa di San
Giorgio in Velabro, l'Arco degli Argentari
eretta nel 204 d.C. in onore di Settimio Severo da parte dei
cambiavalute (argentarii) e dei mercanti (negotiantes) del luogo, era una
porta che dava accesso al Foro Boario. Il monumento è formato da due
pilastri in muratura rivestiti di marmo travertino che sostengono un
architrave sopra il quale erano poste delle statue. I
pilastri sono decorati con pannelli in rilievo e sormontati da capitelli
compositi con fregi rappresentanti aquile e Vittorie. Nella parte inferiore
dei pilastri è presente un fregio con scene di un sacrificio di tori,
sormontato da una fascia con strumenti sacrificali.
Situato all'inizio di via del Velabro, l’Arco di Giano è un
arco quadrifronte fatto costruire da Costanzo II nel IV secolo d.C. ai
margini orientali del Foro Boario. L'arco è formato da quattro piloni in
opera a sacco rivestiti di lastre marmoree che sostengono al centro una
volta a crociera, ornati sui lati esterni, al di sopra dell'alto zoccolo, da
due file di tre nicchie semicircolari con calottine a conchiglia.
Sui blocchi di chiave degli archi sono
riprodotto le figure di Giunone e Roma (le figure sedute) e Minerva e Cerere
(in piedi). Non rimane più nulla dell'attico, il cui nucleo in mattoni venne
demolito nel 1830, e del coronamento finale, mentre nella chiesa di San
Giorgio al Velabro sono conservati i resti di quella che doveva essere
l'iscrizione dedicatoria.
 |
 |
 |
|
San Giorgio al Velabro |
Arco degli Argentari |
Arco di Giano |
Via di San Teodoro
Lungo via di San Teodoro si trova la
piccola chiesa di San Teodoro,
costruita intorno alla metà del VI secolo, a pianta centrale, con
l'abside decorata da mosaici raffiguranti Cristo tra i Santi. Il Santo a
cui è dedicata, San Teodoro di Euchaita che morì nel 306, è uno dei
martiri più celebrati d'Oriente, e proteggeva soldati ed eserciti. La
scelta di commemorare questa figura evidenzia la forte influenza
bizantina nell'epoca in cui fu realizzata la chiesa, ascendenza legata a
vari aspetti, sia artistici che religiosi.
Durante il pontificato di Nicolò V (1453-54)
la chiesa fu completamente rimodellata. Di grande pregio la cupola in stile
rinascimentale fiorentino. Successivamente, tra il 1703 ed il 1705 fu
realizzato il sagrato antistante di forma rettangolare e la scala a due
rampe.
 |
 |
|
San Teodoro |
vista sul Foro |
Via del Foro Romano
Quello che per secoli fu il centro della vita
pubblica di Roma antica, il Foro Romano,
era in origine una valle paludosa, compresa tra i colli Capitolino,
Palatino, Viminale e Quirinale e occupata da una delle più antiche necropoli
dell’abitato. Il prosciugamento di questa zona, avvenuto verso il 600 a.C.
grazie alla costruzione della Cloaca Massima, diede il via, in epoca
repubblicana, alla sua trasformazione in cuore commerciale, giuridico,
religioso e politico della città. Raggiunse la sistemazione definitiva sotto
Cesare ed Augusto e mantenne a lungo le funzioni di luogo di rappresentanza.
Il Foro era collegato al Palatino e al
Campidoglio tramite la via Sacra; uomini politici ed imperatori lo
sottoposero ripetutamente a trasformazioni: veniva infatti spesso arricchito
con la realizzazione di opere e la ristrutturazione di edifici e monumenti.
Il Foro costituisce, dunque, il più grande
complesso di monumenti dell’antica Roma a noi pervenuto. Dopo la caduta
dell’impero, rimase coperto per secoli sotto uno spesso strato di terreno,
per lo più adibito a pascolo, conosciuto come Campo Vaccino. L'intensa
attività edilizia che si aprì con il ritorno della sede papale in Roma, dopo
l'esilio avignonese, provocò lo sfruttamento intensivo dei materiali
antichi: l'ampia area del Foro si trasformò in una gigantesca e quasi
inesauribile cava di marmi e pietre, distruggendo monumenti che si erano
conservati nei secoli, protetti da una spessa coltre di terra. Questa
pratica vandalica finì nel XVII secolo, ma la liberazione sistematica delle
rovine iniziò soltanto nel XIX secolo, anche se occorrerà attendere la fine
del secolo stesso per liberare praticamente tutta l'area oggi visibile.
I monumenti che costituiscono il foro romano
sono: la Via Sacra, la basilica Emilia, la Curia, l’arco di Settimio Severo,
i rostri, il tempio di Saturno, il tempio della Concordia, la piazza del
foro, la basilica Giulia, il tempio di Cesare, il tempio di Vesta, il
tempio dei Dioscuri, la
Regia, il tempio di Antonino e Faustina, il tempio di Romolo, la basilica di
Massenzio, l’Antiquarium Forense e l’Arco di Tito.
 |
 |
|
dettagli del Foro Romano |
Piazza della
Consolazione e via della Consolazione
Ai piedi della Rupe Tarpea, dove avvenivano le
esecuzioni dei traditori, sorge Santa Maria
della Consolazione, nata, secondo una cronaca del XIV secolo,
in seguito al desiderio espresso da un
nobile giustiziato lì, che pentitosi prima di morire, pagò due fiorini perché nel luogo
del suo supplizio fosse posta l'immagine della Vergine a conforto dei
condannati alla pena capitale durante i loro ultimi momenti.
Il nome della chiesa ha origine proprio da
questa storia e nel 1470, dopo numerosi miracoli attribuiti alla immagine,
venne edificata la prima volta. All'inizio del XVI secolo fu aggiunto un
ospedale e tra il 1583 e il 1600 fu riprogettata da Martino Longhi il
Vecchio, che ideò anche le facciata, nello stile dell'età della
controriforma. L'edificio comprende 11 cappelle laterali e la celebre
immagine della Vergine Maria è posta nel presbiterio.
Fino al 1936, alle spalle della chiesa, rimase
l'ospedale della Consolazione
edificato nel XVI secolo, dove si trovavano i migliori medici specializzati
in traumatologia, affiancati da benefattori e santi, quali San Luigi Gonzaga,
che sacrificò la sua vita nel 1591 assistendo i malati di colera.
Il Campidoglio
Salendo da via di Monte Caprino e via del Tempio di Giove si giunge al
Campidoglio: questo colle
rappresenta, sin dai primi insediamenti dell'età romana, il luogo più
significativo ed emblematico della storia dell'Impero, dal punto di vista
sociale, politico e religioso. Strategica roccaforte, per la sua posizione
sopraelevata sul Tevere dominante sulla città, divenne sede di importanti
uffici pubblici. Dal VI secolo a.C. ospitò il tempio di Giove Capitolino,
svolgendo, per tutta l'età classica, la funzione di Tempio per le
celebrazioni ufficiali, dalle investiture dei consoli alle commemorazioni
dei trionfi militari.
Il
colle, dopo la caduta dell’impero, fu progressivamente abbandonato e nel
medioevo divenne un pascolo, prendendo il nome di Monte Caprino. Poi, dal XII secolo nel Campidoglio si concentrarono le attività commerciali e
divenne sede del governo della capitale, riunendo sul posto le magistrature
cittadine più importanti, insieme alle corporazioni delle arti e dei
mestieri, finchè nel XVI secolo fu affidato a Michelangelo il compito di
riprogettare l'area.
Piazza del Campidoglio rappresenta il primo esempio di piazza monumentale
della Roma moderna e la Statua equestre di Marco Aurelio è senz'altro il
cuore dell'intero complesso. La statua rimase fino al 1981 sul piedistallo
originale, poi dopo il restauro del 1990, è stato sostituita da una copia,
mentre l'originale è custodito nel Museo Capitolino, all'interno di Palazzo
Nuovo.
Nel
1563 Michelangelo cominciò la ricostruzione di
Palazzo dei Conservatori, sede della Magistratura elettiva di
Roma, risalente probabilmente al XII secolo e poi ricostruito nuovamente nel
1400.
Guidetto Guidetti e Giacomo della Porta lavorarono fino al 1568 alla
risistemazione dell'edificio, dalla facciata, alla scala, fino al portico
sul cortile, proseguendo l'opera iniziata dal maestro. Nel 1619 fu inserita
una fontana, successivamente (1665-1667) una campana voluta da Alessandro
VII e infine nel 1720 Alessandro Specchi realizzò un altro portico.
Nel
cortile interno si trovano resti di archi gotici e nel lato destro è posta
la famosa Testa di Costantino e di altre parti della statua (braccio, gamba,
mano e piedi) che ritraeva l'imperatore seduto, era alta dodici metri ed
originariamente era collocata nell'abside della basilica di Massenzio.
Il
Palazzo Senatorio venne edificato
sui resti del Tabularium, l'archivio di Stato di Roma antica del I secolo
a.C., dove si conservavano leggi e testi ufficiali, incise sulle Tabulae
bronzee, e nel quale si riunivano i magistrati.
Nel
1299 fu restaurato e fino al XVI secolo l'edificio mantenne le sembianze
della fortezza medievale, di cui Michelangelo conservò le mura, ideandone
una nuova facciata, realizzata tra 1582 e 1605 da Giacomo della Porta e
Girolamo Rainaldi, che riadattarono i disegni dell'artista, preservando
soltanto la scala esterna a due rampe convergenti (1547-1554).
La
Statua di Minerva Seduta, posta nella nicchia, è affiancata dalle statue
distese del Tevere e del Nilo realizzate per le terme di Costantino e
spostate in Campidoglio dal 1518. La Torre Municipale fu eretta tra il 1578
ed il 1582 da Mariano Longhi il Vecchio, che sostituì la preesistente, di
epoca medievale. Nel Palazzo Senatorio ancora oggi si riunisce il Consiglio
Comunale di Roma, nel salone maggiore dell'edificio, l'Aula Consiliare, dove
si trova una statua di Giulio Cesare.
II
palazzo posto a sinistra della piazza capitolina fu denominato "Palazzo
Nuovo" perché edificato più tardi rispetto al Palazzo
Senatorio e al Palazzo dei Conservatori. Inserito fin dall'inizio nel
generale progetto di Michelangelo, fu costruito da Girolamo e
Carlo Rainaldi nel 1655 e completato in più fasi, nell'arco di quasi due
secoli. Il palazzo è noto anche come Museo Capitolino anche
se in realtà sia Palazzo Nuovo che quello dei Conservatori, ospitano il
complesso museale.
Via di S. Pietro in Carcere -
Clivo Argentarium – Via del Tulliano
Si scende per via S. Pietro in Carcere ed il
Clivo Argentario che originariamente univa il Foro Romano con la via
Flaminia. Il nome gli deriva dalle botteghe dei banchieri di allora
((argentarii)e dalla basilica del Foro di Cesare da essi frequentata e detta
appunto Argentaria. Il clivo passa accanto ad una serie di tabernae che si
affacciano sulla strada e che hanno il lato posteriore sul sottostante Foro
di Cesare.
Alle falde del Campidoglio, vi è la chiesa di
San Giuseppe dei Falegnami, che
sorge sopra una delle più antiche memorie cristiane di Roma: l’antico
carcere Tulliano. Situata sul carcere la chiesa fu edificata nel 1598 per la
corporazione dei Falegnami, iniziata da Gian Battista Montano, proseguita da Giovan Battista Soria dopo il 1621 e terminata nel 1663 da Antonio Del
Grande. Venne restaurata nel 1880 da Antonio Parisi e nel 1932 staccata
dagli edifici circostanti. L'interno presenta un'unica navata, ai lati della
quale sono state realizzate due cappelle per parte, ed un'abside del 1880.
Tra il pavimento della chiesa ed il soffitto della prigione si trova la
Cappella del Crocifisso, che custodisce un prezioso e venerato Crocifisso
ligneo cinquecentesco.
Il Carcere
Mamertino, facente parte dell'area del complesso del Foro
Romano dove si amministrava la giustizia, è l'antica prigione di massima
sicurezza dello Stato Romano, che in epoca romana veniva chiamata Carcer
Tullianum per la presenza di una sorgente (tullus). L'edificio si trova sotto la Chiesa di San
Giuseppe dei Falegnami: l’interno era costituito da un ambiente trapezoidale
chiamato carcer che comunicava, tramite un foro circolare nel pavimento, con
quello sottostante, chiamato Tullianum e realizzato nel VII secolo a.C..
L'ambiente circolare inferiore, che si suppone originariamente una cisterna
od un grande pozzo d'acqua, era il luogo dove venivano gettati e strangolati
i malfattori e i prigionieri di guerra condannati a morte. In questo luogo
vennero imprigionati anche San Paolo e San Pietro: quest'ultimo secondo la
tradizione fece scaturire acqua dai massi per dissetare i prigionieri e per
battezzare quelli convertiti al cristianesimo, per questo nel Medioevo il
carcere venne consacrato e prese il nome di San Pietro in Carcere.
Nel Foro Romano nel VI secolo fu eretta la
chiesa dedicata a Santa Martina, in luogo della preesistente sala degli
Archivi del Senato e nel 1588 fu consacrata anche a San Luca. Nel 1634,
durante i lavori di restauro, si recuperarono in un sarcofago i resti di
Santa Martina, così Urbano VIII e suo nipote il Cardinale Francesco
Barberini commissionarono a Pietro da Cortona la realizzazione di un nuovo
edificio, la chiesa dei Santi Luca e Martina
che divenne il suo capolavoro e uno degli esempi più significativi del
periodo barocco nella Capitale. La facciata, caratterizzata dalla marcata
verticalità, crea l'illusione di uno spazio compresso, come se l'interno spingesse sul prospetto. Le api simbolo della Famiglia Barberini si ritrovano sparse ovunque nella chiesa, con l'emblema del Papa
sulla facciata, a ricordare chi finanziò l'opera.
 |
 |
|
San Giuseppe dei Falegnami e
Carcere Mamertino |
Santi Luca e Martina |
|
|
|
|
|
 |
| vista
sul Foro |
Via
della Salara Vecchia - Via dei Fori Imperiali - Largo Romolo e
Remo - Via in Miranda
Lungo via della Salara Vecchia, via della
Curia e via dei Fori Imperiali si costeggia il muro di cinta da cui si può
ammirare uno dei più bei panorami del Foro Romano.
La Basilica dei
S.S. Cosma e Damiano nasce dalla fusione di due edifici
classici, il Tempio di Romolo, sulla via Sacra, voluto dall'Imperatore
Massenzio in onore di suo figlio, e l'antica biblioteca del Foro della Pace.
Il Tempio di Romolo costituisce il vestibolo
della chiesa, una sorta di atrio circolare in mattoni, coperto da una
cupola, con due sale rettangolari laterali ed un portico rientrante, che
introduce nella chiesa vera e propria, ricavata appunto in una sala del Foro
di Vespasiano. La chiesa fu consacrata nel 526 ai due fratelli, Cosma e
Damiano, medici e martiri di origine araba; nel 1632 Urbano VIII ordinò il
radicale rifacimento della basilica, lasciando però inalterati i mosaici
dell'abside, risalenti al VI e VII secolo, che ritraggono Cristo tra Pietro
e Paolo, mentre presentano i due fratelli martiri.
Molto diversa dalle basiliche Emilia e Giulia,
la Basilica di Massenzio è
l'ultima edificata a Roma. Realizzata nel 305, presenta una struttura, a
pianta rettangolare, i cui resti danno l'idea della grandiosità
dell'insieme.
Quando Costantino sconfisse Massenzio, a Ponte
Milvio nel 312, la basilica fu ultimata dal vincitore, che vi apportò dalle
modifiche: l'entrata fu trasferita sulla via Sacra e venne creato un portico
a quattro colonne in porfido per introdurre alla basilica. Sull'opposto lato
lungo fu ideata un'abside.
Statue colossali arricchivano l'edificio,
quella di Costantino, per esempio, campeggiava originariamente nell'abside
ovest: oggi i frammenti che ne rimangono sono custoditi nel cortile del
Palazzo dei Conservatori sul Campidoglio.
Come le altre basiliche romane, anche questa
fu pensata per svolgere funzioni diverse, dall'amministrazione della
giustizia a piazza d'affari. Il tetto della Basilica era ricoperto di lastre
di bronzo dorate, che nel VII secolo furono asportate da Onorio I e
riutilizzate per la copertura dell'antica basilica di San Pietro.
 |
 |
|
Santi Cosma e Damiano |
Basilica di Massenzio |
Via dei Fori Imperiali - Clivo di
Venere Felice – Piazza S. Francesca Romana
Giunti all’angolo con il podio del Tempio
di Venere e Roma, si prende la strada che lo costeggia, il clivo di
Venere Felice e si giunge alla chiesa di
Santa Francesca Romana. La chiesa di Santa Maria Nova,
oggi Santa Francesca Romana, fu eretta nel IX secolo sul preesistente
oratorio, dedicato ai S.S. Pietro e Paolo, voluto da Paolo I. Nella
seconda metà del X secolo fu ulteriormente ingrandita e prese il nome di
Nova per distinguerla da Santa Maria Antiqua, antecedente, posta nel
vicino Foro Romano.
Nel XII secolo fu restaurata ed a quest'epoca
risalgono il campanile e le decorazioni dell'abside che ritraggono la
Madonna col Bambino e Santi. Nel XV secolo fu consacrata alla Santa di
cui porta il nome, che fondò il monastero di Tor de' Specchi, il cui
ordine si dedica ai poveri e agli infermi. Nella sacrestia è custodita
una preziosa immagine del V secolo, un'icona che ritrae la Vergine, ed
altri dipinti del XVI e XVII secolo.
 |
 |
|
Santa Francesca Romana |
Il tempio di Venere e Roma, progettato
dall'imperatore Adriano stesso, fu eretto tra il 121 e il 136 e
costituisce il tempio più grande costruito a Roma. Il tempio occupa lo
spazio in cui sorgeva il vestibolo della Domus Aurea neroniana,
contornato da colonne, oggi in parte ricollocate, ed era costituito da
due celle con abside contrapposte, una sul lato del Colosseo, con la
statua di Venere, l'altra ospitava la statua di Roma, orientata verso il
Foro, la personificazione della città.
L'Arco di
Costantino, posto all'inizio dell'antica via dei Trionfi,
percorsa dai condottieri vittoriosi, generali ed imperatori, è quello
più imponente ed in condizioni migliori. Fu fatto erigere nel 315 dal
popolo e dal senato per commemorare la vittoria su Massenzio del 312 e
festeggiare i 10 anni di governo dell'Imperatore.
Inglobato durante il Medioevo nelle
fortificazioni dei Frangipane, sul Colosseo, venne restaurato e poi
liberato nel XVIII secolo.
L'arco è un esempio di reimpiego di
materiali antichi, data la difficoltà di reperire già in epoca
costantiniana a Roma materiali originali: nelle decorazioni si ritrovano
infatti rilievi e sculture provenienti da altri monumenti, dal foro di
Traiano fino ai fregi di Marco Aurelio. Si tratta di una usanza che si
protrasse poi per tutto il Medioevo.
Il Colosseo,
simbolo di Roma e del potere che l'Urbe esercitò sul mondo allora
conosciuto, fu realizzato nel 72 d.C. da Vespasiano, in luogo del lago
artificiale preesistente attiguo alla Domus Aurea neroniana. Il suo nome
deriva probabilmente dalla gigantesca statua di Nerone, il Colosseum,
posta nelle vicinanze.
Il monumentale anfiteatro Flavio, dalle
forme eleganti ed estremamente razionali, nacque come sede di giochi
spettacolari, di varia natura, dai combattimenti fra i gladiatori alle
cacce di animali feroci. I duelli dei gladiatori vennero vietati nel 404
dall'imperatore Onorio e solo successivamente, dal VII secolo, tramontò
anche l’usanza dei combattimenti tra belve feroci.
Progressivamente l'anfiteatro fu
abbandonato e lasciato cadere in rovina, al punto da diventare una sorta
di cava, da cui attingere materie prime per ricostruire la Roma dei
papi. In controtendenza si mosse il Bernini che propose per il Giubileo
del 1675 la risistemazione dell'anfiteatro, idea rimasta sulla carta ma
che portò però a decretare la sacralità del luogo e ad intraprendere una
serie di interventi di restauro, consolidamento e ripristino.
Via di San Gregorio - Via dei Cerchi
Lungo via di San Gregorio e via dei Cerchi
si costeggia il Palatino: la
leggenda racconta che la culla di Romolo e Remo, dopo essere stata
lasciata sulle rive del Tevere, fu condotta da una piena alle pendici
del Palatino,
dove i gemelli vennero allattati da una lupa in una grotta; sarà poi il
pastore Faustolo a trovarli e a portarli con sé per crescerli. Quando,
Romolo decide di fondare Roma, tracciò il solco della nuova città
proprio sul colle Palatino, per delimitare i confini di quella che
sarebbe diventata la Caput Mundi. A confermare il mito sono stati
comunque ritrovati in quest'area reperti risalenti al X secolo a.C.,
resti di insediamenti all'età del ferro.
Qui vissero nell'arco dei secoli i
cittadini più celebri dell'Impero, da Augusto, primo Imperatore, e sua
moglie, Livia, a i suoi successori, Tiberio, Caligola e Domiziano.
Quando la sede imperiale divenne Costantinopoli le cose cambiarono e
pian piano il colle fu abbandonato. Nel XI e XII secolo il colle fu
fortificato, torri e fortezze resero Roma una città dall'aspetto
medievale. Nel Rinascimento famiglie patrizie realizzarono ville e
giardini tra i quali gli Orti Farnesiani,
grandiosa villa fatta edificare dal cardinale Alessandro Farnese a metà
del XVI secolo.
Il toponimo via dei Cerchi deriva dalla
corruzione della parola “circo” e quindi “cerchio” ed infine “cerchi”,
il che non può non essere in rapporto con il prospiciente
Circo Massimo lungo il quale
la via corre parallela.
Tra il Palatino e l'Aventino, nel grande
avvallamento oggi ricoperto d'erba, sorgeva il più grande impianto
sportivo dell'antica Roma, in grado di ospitare fino a 300.000 persone,
tanto erano popolari le corse dei cavalli e delle bighe. In quel periodo
gli spettatori, infatti, si affollavano sulle gradinate per assistere
alle diverse competizioni che vi si svolgevano, tifando e scommettendo
animatamente.
Il primo ad intraprendere la realizzazione
dello stadio fu Tarquinio Prisco e per alcuni secoli le strutture del
circo rimasero in legno; le prime opere in muratura vennero avviate
dopo il II secolo a.C. quando, nel 174, furono costruiti delle strutture
(carceres) da dove partivano i carri da corsa, sul lato corto
occidentale, e furono collocate sulla spina le sette uova di pietra che
servivano al conteggio dei giri. L’assetto definitivo del circo lo si
ebbe nel 46 a.C., per l’intervento di Cesare, mentre, nel 33 a.C.,
Agrippa, aggiunse sette delfini di bronzo aventi la stessa funzione
delle uova. Augusto fece costruire, dalla parte del Palatino, il
cosiddetto "palco imperiale" e fece innalzare sulla spina l'obelisco di
Ramsete II, proveniente dalla città egiziana di Heliopolis (questo
obelisco è oggi visibile a Piazza del Popolo, portato lì e innalzato nel
1589). Il circo venne restaurato da Caligola e da Claudio ma venne poi
completamente distrutto dal grande incendio neroniano del 64 d.C.. Il
circo venne in seguito restaurato e poi completamente ricostruito da
Traiano al principio del II secolo d.C..
Ampliato da Caracalla e poi restaurato da
Costantino, Costanzo II, nel 357, fece portare l’obelisco di Thutmosis
III, il più alto di tutti quelli esistenti, proveniente da Tebe (oggi
visibile nella piazza di San Giovanni in Laterano, dove venne portato e
rialzato nel 1588 per ordine di Sisto V). Il circo rimase in funzione al
tempo di Teodorico e nel 549 furono svolte le ultime gare per ordine di
Totila, il re dei Goti.
Oggi gli unici avanzi visibili del circo
sono quelli del lato curvo, a fianco della piccola torre medievale detta
della Moletta appartenente ai Frangipane, situata tra via dei Cerchi e
piazza di Porta Capena; sono visibili fornici, scale per i piani
superiori e gradinate in laterizi, tutto databile alla ricostruzione
avvenuta sotto Traiano.
 |
|
Circo Massimo |
Piazza Santa Anastasia
Alle pendici del Palatino
Santa Anastasia fu costruita nel
IV secolo per commemorare la martire romana vissuta nel III secolo. L'opera
fu probabilmente commissionata da una sorella di Costantino, profondamente
devota alla Santa, e divenne luogo di culto ufficiale dei dignitari
dell'Impero d'Oriente residenti sul Colle Palatino.
Fu più volte ristrutturata nell'arco di più
secoli, prima da Teodorico tra VIII ed il IX secolo, poi da Sisto IV ed
infine da Urbano VIII, che alla fine del XVII secolo, incaricò Luigi
Arrigucci del totale restauro dell'edificio, dopo che un ciclone nel 1634
aveva spazzato via la facciata porticata. L'interno, a tre navate,
intervallate da colonne antiche appoggiate a pilastri, fu interamente
decorato nel XVIII secolo.
 |
|
Sant'Anastasia |
|