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premessa
Il fatto
di essere stata realizzata in larga parte durante il
Rinascimento, ha conferito alla zona del
percorso di questa passeggiata la tradizionale vocazione
di buona accoglienza nei confronti degli stranieri e
degli artisti, in particolare, che qui trovavano
l’ambiente adatto per vivere e lavorare. L’area divenne,
dalla fine del cinquecento fino a buona parte
dell’ottocento, il punto d’incontro della elite culturale
europea. Assetto urbanistico appropriato, presenza di
vaste aree verdi movimentate da colli panoramici,
presenza di giardini e reperti storici,
completavano il quadro, fornendo sfondo, luce ed
ispirazione.
Dalla fine del cinquecento ma in modo particolare nel
secolo successivo, molti artisti, soprattutto pittori,
in gran parte incentivati dal mecenatismo di nobili
famiglie e di alti prelati, iniziarono a risiedere
stabilmente a Roma. Agli inizi dell’Ottocento un
contributo determinante fu dato dalle Accademie
straniere, soprattutto con il trasferimento a Villa
Medici dell’Accademia di Francia nel 1803 e poi, nel
1821, con la fondazione dell’Accademia Britannica.
Ancora oggi è vivo il ricordo lasciato dal soggiorno di Keats e Shelley, di Canova e dei suoi allievi, dei
Valadier padre e figlio, , solo per citare alcuni tra i
letterati ed artisti che qui soggiornarono.
Piazza del Popolo
Lo
sviluppo della zona di piazza del Popolo è legato alla
lunga storia dei pellegrinaggi, in modo particolare dopo il
1300 con l'istituzione dell'Anno Santo, quando intorno a
tutte le Basiliche sorsero locande, botteghe, scuderie.
Porta Flaminia, l'ingresso nord della città, era un
passaggio obbligato per la maggioranza dei pellegrini.
All'epoca passare una porta non era semplice: bisognava
fare la fila, presentare i documenti, contrattare i
dazi. Una volta dentro si desiderava sostare e riposare.
Così nel tempo intorno a porta Flaminia sorse un
quartiere "turistico" e l'area, che costituisce l'ultima
splendida realizzazione voluta dalla Roma dei Papi,
fu in qualche modo ideata per impressionare il visitatore, anticipandogli
lo splendore della città, in un contesto sacro.
L'odierna
fisionomia scenografica si è delineata nell'arco di tre
secoli e mezzo, dalla ricostruzione di S. Maria del
Popolo, passando per l’elevazione dell’obelisco e la
costruzione delle chiese gemelle, fino al riassetto
urbanistico neoclassico del Valadier, che progettò
all'inizio dell'800 i due grandi emicicli e le rampe che
salgono al Pincio. La soluzione ideata rileggeva i
canoni barocchi alla luce dei parametri illuministi,
legati alla funzionalità e all'utilità sociale,
integrando armonicamente l'architettura e la natura,
recuperando, nel caso specifico, preesistenze
monumentali e creando il primo parco pubblico della
città.
La porta,
attraverso la quale si accede a questo "salotto", è
l'antica Porta Flaminia, facente parte delle Mura
Aureliane: da qui iniziava (ed inizia ancora oggi) la
via Flaminia che si dirigeva al ponte Milvio. L’odierna
porta del Popolo fu commissionata da Pio IV a
Michelangelo, ma l’artista, ormai molto anziano, preferì
passare l'incarico ad un suo allievo, Nanni di Baccio
Bigio, che lo completò tra il 1562 e il 1565 ricalcando
il modello dell'arco di trionfo di Tito. All'esterno le
statue di San Pietro e San Paolo fiancheggiano l'arco,
mentre lo stemma dei Medici le sovrasta. La facciata
interna, invece, fu opera del Bernini e fu eseguita in
occasione dell'arrivo a Roma, nel 1665, di Cristina di
Svezia.
Lo
splendore e la maestosità della porta rappresentava il
preludio delle bellezze che il visitatore proveniente
dal nord avrebbe trovato nella capitale: infatti
oltrepassata la porta si accede ad una anticamera urbana
tra le più belle del mondo, posta al vertice di un
triangolo di vie noto come il Tridente (via del Babuino-via del Corso-via di Ripetta), che costituisce
un eccezionale accesso al cuore di Roma.
Sull'origine del toponimo della piazza vi sono diverse
teorie: anticamente si diceva che il nome derivasse dai
numerosi pioppi (in latino populus) che dall'Augusteo si
estendevano fin qui, ma probabilmente il toponimo è
legato alle antiche origini di S. Maria del Popolo. Nel
Medioevo sorse una leggenda secondo la quale, in quel
luogo sorgeva il sepolcro familiare dei Domizi, dove era
sepolto Nerone, il cui fantasma infestava la zona. Papa
Pasquale II, stufo delle voci sul fantasma, per
celebrare la liberazione del Santo Sepolcro a opera dei
crociati nel 1099, in quel luogo edificò una chiesa
dedicata alla Vergine. Poiché tale chiesa fu costruita a
spese del popolo romano, ebbe la denominazione di "S.
Maria o Madonna del Popolo", toponimo che passò, poi,
alla piazza. Nel 1472 la chiesa fu riedificata da papa
Sisto IV Della Rovere, con disegno di Baccio Pontelli e
successivamente abbellita al tempo di Alessandro VII, ad
opera del Bernini e di Bramante. All'interno lavorarono
alle decorazioni numerosi artisti quali Pinturicchio e
Raffaello, ma la chiesa è celebre soprattutto
per i due capolavori del Caravaggio qui custoditi: "la
Crocifissione di San Pietro" e la "Conversione di San
Paolo". La facciata in travertino, a due ordini,
inquadrata da lesene e coronata dal timpano, fu
rielaborata dal Bernini. Accanto alla cupola su tamburo
ottagonale s'innalza il campanile in laterizio; la
pianta interna è a croce latina suddivisa in tre navate
con volta a crociera e altrettante cappelle per lato.
Al centro della piazza si
innalza l'obelisco detto "Flaminio", alto oltre 23 metri. Fu il primo
obelisco ad essere trasferito a Roma, al tempo di Augusto, per celebrare
la conquista dell'Egitto: inizialmente collocato nel Circo Massimo,
venne innalzato in piazza del Popolo, per ordine di Sisto V, nel 1589.
Ai suoi piedi si trovava la fontana del Trullo, opera di Giacomo Della
Porta, oggi in piazza Nicosia: lo spostamento avvenne, nel XIX secolo,
quando la piazza fu trasformata dal Valadier, che le conferì l’attuale
scenografia con la forma ovale tra i due vasti emicicli, rivestì S.
Maria del Popolo di una struttura neoclassica per adattare la sua
facciata al resto della piazza e sostituì la precedente fontana del
Trullo con le quattro attuali vasche rotonde di travertino, sormontate
da altrettanti leoni di marmo bianco e di stile egizio, dalle cui bocche
esce l'acqua a ventaglio. Negli emicicli due esedre ornate da sfingi e,
agli estremi, dalle statue delle Stagioni: nel mezzo delle esedre due
fontane, una posta sotto il Pincio e costituita dalla Dea Roma
attorniata dal Tevere, dall'Aniene e dalla lupa, l'altra, sul lato
opposto della piazza, composta da Nettuno fra due Tritoni, entrambe
opere di Giovanni Ceccarini. Sul lato sud della piazza, quasi a
sentinelle del Tridente, sorgono le due chiese gemelle di S. Maria in
Montesanto e di S. Maria dei Miracoli, iniziate dal Rainaldi e terminate
dal Bernini e da Carlo Fontana nel 1675 la prima, nel 1678 la seconda.
Le facciate delle due
chiese rappresentano la testata monumentale del tridente rinascimentale
costituito dalla tre vie del Babuino, del Corso e di Ripetta,
convergenti sull'obelisco ed indirizzate verso il centro di Roma.
L'esigenza urbanistica di realizzare le due chiese fu promossa da
Alessandro VII, come sfondo per l'obelisco e scenario teatrale di via
del Corso.
Apparentemente gemelle, le
due chiese si differenziano notevolmente l'una dall'altra. Furono
progettate con lo scopo di creare un punto focale su piazza del Popolo,
quindi simmetriche tra loro, ma lo spazio disponibile sul lato sinistro
era minore. Rainaldi risolse il problema dotando S. Maria dei Miracoli
di una cupola ottagonale e S. Maria in Montesanto di una cupola
dodecagonale, schiacciando abilmente quest'ultima nello spazio
disponibile. L'illusione ottica, l'ingannevole apparente identità, è
data dall'uguale dimensione delle facce dei tamburi di ciascuna cupola,
rivolte in direzione della piazza. Anche gli interni risultano diversi,
ellittico quello di S. Maria in Montesanto, circolare quello di S. Maria
dei Miracoli, eppure le due chiese, viste dalla piazza, per un puro
effetto ottico, risultano praticamente uguali.
S. Maria dei Miracoli deve
il suo nome alla miracolosa immagine della Madonna, un tempo posta fuori
la porta del Popolo ed alla quale il popolo attribuiva il salvataggio di
un bimbo travolto dal Tevere. L'altra chiesa, S. Maria in Montesanto
prende il nome invece dalla precedente chiesa dei Carmelitani di Monte
Santo, in Sicilia, sul luogo della quale fu costruita: è nota anche per
essere la "chiesa degli artisti", legata da tempo al mondo artistico di
via del Babuino e via Margutta, e, per esteso, a tutti gli artisti,
attori, registi, letterati ecc. di Roma, i funerali dei quali vengono
spesso qui celebrati.
Via del Babuino
Costituisce un rettilineo
di oltre mezzo chilometro destinato ad unire Piazza del Popolo a piazza
di Spagna. Originariamente il suo nome non era via del Babuino. Nel
Quattrocento la strada era suddivisa in due denominazioni: un tratto si
chiamava via dell'Orto di Napoli, perché vi risiedeva una colonia di
napoletani; un secondo tratto era chiamato via del Cavalletto, perché
qui si applicava ai condannati l’omonimo strumento di tortura. Nell'anno
1525 papa Clemente VII diede un volto unitario alla strada che fu detta
via Clementina; in seguito, dopo i lavori effettuati da Paolo III
intorno al 1540, la strada divenne via Paolina. Nel 1571 fu realizzata
una fontana ad uso pubblico sulla cui vasca venne posta una statua
raffigurante un Sileno. I Sileni, geni delle sorgenti e delle fontane,
erano raffigurati, nell'arte ellenistica, vecchi, obesi, pelosi e così
la statua fu battezzata dai romani "er babuino" perché la giudicarono
così brutta da paragonarla ad una scimmia. Il Sileno non sarebbe
diventato così famoso se il cardinale Dezza, che abitava presso la
fontana, non avesse preso l'abitudine, ogni volta che vi passava
davanti, di riverire e inchinarsi devotamente. Forse un pò carente di
vista, lo aveva scambiato nientemeno che per una statua di S. Girolamo
provato dalle penitenze: la statua del babuino divenne oggetto di
manifestazioni satiriche ed un simbolo non solo per la strada a cui
diede il nome, ma anche per la stessa città in quanto nel tempo entrò a
far parte del gruppo delle "statue parlanti", Pasquino, Madama Lucrezia,
Marforio, il Facchino e l'Abate Luigi, cioè le statue utilizzate per
esporre messaggi anonimi contenenti satire politiche rivolte al
pontefice o ad altri personaggi in vista del momento.
Lo spirito cosmopolita
della strada è tra l’altro testimoniato dalla chiesa di S. Atanasio,
situata vicino all'angolo con via dei Greci, costruita tra il 1580 e il
1583 da Giacomo Della Porta, su volontà di papa Gregorio XIII, che
voleva donare una chiesa alla comunità greca presente a Roma. Esempio
di eleganza ed armonia con i suoi due campanili gemelli e la facciata a
due ordini (dorico e ionico) completata da Martino Longhi il Vecchio, la
chiesa, dedicata al santo di Alessandria d'Egitto, presenta all'interno
una navata unica molto corta con due cappelle laterali, mentre le tre
absidi a trifoglio ripropongono le linee delle tipiche chiese greche.
Altra testimonianza dell’internazionalità della via, è la chiesa
evangelica inglese di All Saints, costruita nel 1882 sul luogo dove un
tempo era il convento di Gesù e Maria.
Via del Babuino divenne
subito un’ arteria di grande importanza, al punto che vi si insediarono
alberghi, ambasciate e residenze di lusso, mentre dal lato della collina
grandi famiglie costruirono tra il seicento ed il settecento le loro
ville suburbane. Tra gli alberghi famosi erano l’Hotel de Russie (oggi
ripristinato) e l’albergo America, che ospitarono teste coronate di
tutta Europa e nei loro saloni e giardini alle pendici del Pincio si
tennero sontuose feste rimaste nelle cronache dei tempi.
Via del Babuino è
soprattutto la strada degli antiquari e dei restauratori d’arte, degli
studi degli artisti di successo, insomma una via aristocratica dove in
circa seicento metri si annoverano importanti librerie, una trentina di
antiquari ed almeno cinque palazzi signorili, incastonati in un tessuto
urbano preciso, compatto che ha mantenuto praticamente inalterate le sue
originarie peculiarità.

Palazzo seicentesco |

Palazzo Boncompagni Cerasi |

Palazzo Emiliani |

Palazzo Boncompagni Sterbini |

Fontana del Babuino |

S. Atanasio dei Greci |
Via Margutta
Prendendo
via dell’Orto di Napoli, ci si immette in via Margutta.
Il fascino di questa strada a ridosso delle pendici del
Pincio, è legata ai pittori e agli artisti che qui, per
cinque secoli, hanno avuto i loro studi. Via Margutta,
all'origine, era soltanto il retro dei palazzi di via
del Babuino, dove si posteggiavano le carrozze e i
carretti e dove si trovavano i magazzini e le scuderie,
mentre sul lato delle pendici della collina, sorgevano
per lo più piccole case di stallieri, cocchieri e
botteghe di artigiani. Nella seconda metà del
Cinquecento iniziò una sostanziosa migrazione di artisti
soprattutto stranieri, artisti romantici innamorati
dell'Italia, giovani che chiudevano la loro formazione
con il viaggio a Roma, culla della classicità, che
sostituirono case e giardini a baracche e stalle.
L’etimologia della denominazione della strada è
abbastanza controversa: infatti alcuni sostengono derivi
dall’eufemistico Maris gutia, cioè goccia di Mare, con
cui veniva chiamato un ruscelletto formato da acqua di
scarico che dal Pincio scendeva verso il Tevere, ma
probabilmente deriva da un tale Luigi Marguti, detto
Margutte, un barbiere che esercitava il suo lavoro nella
via intorno alla prima metà del 500.
È
certamente una strada particolare, e sin dal suo
delinearsi, mostra un aspetto particolare e per questo
tanto amata dagli artisti, pittori, scultori, antiquari,
anche se oggi molti di questi studi sono divenuti
abitazioni private. Qui si svolge ogni anno, in tarda
primavera, la mostra dei "cento pittori di via Margutta".
Lungo la via è situata anche la Fontana delle Arti,
dall’originale base triangolare, con vertici arrotondati
e sormontati da un secchio di pennelli (in relazione
alla vita artistica che si svolge in questa via sin dal
XVII secolo), realizzata nel 1927 su progetto
dell'architetto Pietro Lombardi.
Piazza di Spagna
Tornando su via del
Babuino, percorrendo un breve tratto si giunge all’inizio di piazza di
Spagna. All'inizio del '500 questa zona era considerata suburbana: la
piazza fu a lungo il luogo di arrivo e di sosta delle vetture a cavalli
che, entrando dalla Porta del Popolo, punto di accesso dal nord fin
dall'antichità, portavano gli stranieri a Roma. La caratteristica forma
a farfalla, con due triangoli dal vertice in comune, identifica una
delle piazze più conosciute al mondo, che ha mantenuto inalterato
l'aspetto sei- settecentesco, nonostante gli interventi strutturali
successivi, che sopraelevarono gli edifici nell'800 e nel 900.
Piazza di Spagna è uno
degli ambienti più celebri e suggestivi di Roma.
Il nome della piazza
deriva dal palazzo sede dell'Ambasciata di Spagna presso lo Stato
Pontificio e, dopo il 1870, presso la Santa Sede, situato sul lato sud
della piazza e risalente al 1647 (la parte nord, verso il Babuino, era
detta piazza di Francia, per la presenza delle proprietà francesi nella
zona, come il terreno della Trinità dei Monti).
Nel XVI secolo
rappresentò il fulcro della vita culturale e turistica della città. Gli
artisti e i letterati che soggiornavano a Roma amavano trascorrervi
parte del loro tempo. Nel tempo vi sorsero alberghi, locande, negozi di
antiquari e di stampe d'autore. L’animazione della piazza era accresciuta dal
fatto che essa godeva dell’extraterritorialità, concessa alla Spagna per
antico privilegio.
L’interesse della piazza
si accentra sulla scenografica Scalinata che la collega a piazza Trinità
dei Monti. La scalinata, costruita nel 1726, rappresentò una soluzione
al forte dislivello della piazza, prendendo il posto di sentieri
alberati. Essa si snoda, con effetto spaziale, in una successione di
dodici rampe e di terrazzi, che si allargano e si restringono con
andamento ora rettilineo, ora poligonale, ora concavo, ora convesso. Gli
edifici che la fiancheggiano hanno la funzione di incorniciarla come
quinte di un palcoscenico. Oggi la scalinata è sempre colma di turisti
che qui siedono per un momento di riposo ma anche per godersi questo
luogo così affascinante e romantico, quasi a volerne assorbire
l'atmosfera magica.
Ai piedi della scalinata
vi è la fontana detta "Barcaccia" scolpita da Pietro Bernini, padre di
Gian Lorenzo, al quale appartengono le decorazioni laterali, le api e i
soli, simboli araldici della famiglia di Urbano VIII Barberini, che
commissionò e finanziò l'opera. Il nome, solo apparentemente
dispregiativo deriva dalle barcacce che, nel vicino porto di Ripetta,
venivano utilizzate per il trasporto del vino.
Ai lati della scalinata di
Trinità dei Monti si trovano due palazzetti gemelli: quello sul lato
destro della scalinata, chiamato "Casina Rossa", era nell’ottocento una
sorta di albergo dove venivano affittate camere ai turisti in visita a
Roma; il più illustre fu senz’altro il poeta Keats, che qui trascorse
gli ultimi giorni della sua vita. La "Casina Rossa" fu acquistata dalla
Keats-Shelley Memorial House nel 1906 con l'intenzione di creare un
piccolo tempio letterario in onore dei poeti romantici inglesi.
Sull'altro lato della scalinata, sorge il palazzetto gemello che ripete
fedelmente gli elementi strutturali e decorativi della Casina Rossa. Al
piano terreno ospita la sala da the Babington's, fondata nel 1893 da due
intraprendenti signore inglesi, Miss Babington e Miss Cargill, che
riuscirono ad avviare il locale che più di ogni altro diffuse l'uso del
the a Roma.
Dinanzi al palazzo, che
mantiene ancora oggi la sua funzione di residenza ed uffici
dell'Ambasciatore di Spagna presso la S. Sede, si erge la Colonna
dell'Immacolata Concezione, che Pio IX volle erigere nel 1857 a memoria
del dogma dell'Immacolata Concezione, definito tre anni prima. L'opera è
dell'architetto Luigi Poletti, che progettò un monumento complesso: un
grande basamento in marmi policromi, movimentato da scalini, sedili,
quattro statue raffiguranti Mosè, David, Isaia ed Ezechiele, quattro
bassorilievi raffiguranti La definizione del dogma, Il sogno di S.
Giuseppe, l'Incoronazione di Maria in Cielo e l'Annunciazione; la
colonna di cipollino rosso, alta più di 11 metri al cui culmine è posta
la statua della Vergine Immacolata. Il tutto è alto più di 29 metri:
l'inaugurazione ufficiale avvenne l'8 dicembre 1857. L'altro palazzo
originario nella piazza è quello del Collegio di Propaganda Fide, eretto
dal Bernini e terminato dal Borromini. Annesso al palazzo vi è
l'Oratorio dei Re Magi, costruito originariamente dal Bernini nel 1633,
ma poi demolito e ricostruito nelle forme attuali dal Borromini.
Trinità dei Monti
Piazza Mignanelli, situata
tra piazza di Spagna e la rampa Mignanelli che conduce a Trinità de'
Monti, prende il nome dal palazzo Mignanelli che qui sorge e che fa da
sfondo alla piazza. L'edificio fu costruito a fine Cinquecento
dall'architetto Moschetti per la famiglia Gabrielli e solo in seguito al
matrimonio tra Maria Gabrielli e Giovanni Mignanelli nel 1615 passò ai
Mignanelli, una famiglia originaria di Siena. Il palazzo sorge sulla
zona dove erano gli antichi Horti Luculliani, i giardini fatti costruire
dopo il 63 a.C. da Lucio Licinio Lucullo, costituiti da una serie di
terrazzamenti e rampe e conclusi da un emiciclo porticato corrispondente
proprio a piazza Mignanelli. Originariamente il palazzo si componeva di
due piani, e così rimase fino al 1887 quando l'architetto Andrea Busiri
Vici, che su incarico della Sacra Congregazione di Propaganda Fide,
nuova proprietaria dell'edificio, provvide al rinnovamento della
facciata e ad un ampliamento dell'edificio stesso. Oggi palazzo
Mignanelli
ospita la casa di alta moda dello stilista Valentino.
Attraverso la
rampa Mignanelli si giunge a piazza Trinità dei Monti.
Una grande villa sorgeva
nel punto dove l'Acqua Vergine usciva dal condotto sotterraneo per
attraversare su arcate il Campo Marzio: era la villa di Lucullo, che
occupava l'area dove oggi si erge la Ss.Trinità dei Monti. La chiesa,
che anticamente era detta "Trinità del Monte" (riferendosi al Pincio),
fu iniziata nel 1502 per volere di Luigi XII, re di Francia e
proprietario del terreno, con l'intenzione di concederla ai religiosi di
nazionalità francese dell'Ordine di S. Francesco da Paola. I lavori si
protrassero per tutto il XVI secolo, con una sosta di ben 60 anni, dal
1527 al 1587, a causa dei gravi danni causati
dal Sacco di Roma. Gli autori della fabbrica, tradizionalmente
attribuita a Giacomo Della Porta, furono gli architetti Annibale Lippi e
Gregorio Caronica e la chiesa fu consacrata nel 1585 dal pontefice Sisto
V. Tra il 1585 e il 1586 papa Sisto V incaricò Domenico Fontana di
aprire una strada che collegasse il Pincio con la basilica di S. Maria
Maggiore, che dal nome di battesimo del pontefice stesso, ossia Felice
Peretti, fu denominata strada Felice". Al termine dei lavori, però, il
piano stradale era decisamente inferiore rispetto all'ingresso del
convento e della chiesa. Per ovviare al problema l'architetto progettò e
costruì la scalinata a due rampe convergenti che conduce alla chiesa; la
facciata è opera di Carlo Maderno e risulta proiettata verso l'alto
grazie ai due campanili simmetrici con cupolino ottagonale. L'interno è
composto da un'unica grande navata sulla quale si aprono sei cappelle
laterali ornate da pregevoli opere d'arte, come la celebre Deposizione
di Daniele da Volterra, che, nell'altra sua opera conservata sempre
all'interno della chiesa, l'Assunzione, ha dipinto il ritratto del suo
maestro Michelangelo. Nella chiesa vi si venera una immagine miracolosa
della Vergine, alla quale, da un'esclamazione di Pio IX, è stato dato il titolo
di mater Admirabilis. Nel 1530 gli edifici, danneggiati tre anni prima
durante il devastante Sacco di Roma, vennero restaurati: in questa
occasione si decise anche la costruzione del convento e del chiostro,
ultimati poi nel 1570. Tra il XVI e il XVII secolo il convento divenne
un florido centro di cultura, rinomato per gli studi scientifici e per
la ricca biblioteca. Nel 1624 il fabbricato del convento venne
completamente ricostruito nelle forme attuali dall'architetto
Bartolomeo Breccioli. Nel 1798 il convento fu occupato dalle truppe
francesi e subì gravi danni, anche per la confisca dei libri della
biblioteca e dei tesori artistici, ma dopo la caduta di Napoleone tutto
il complesso fu restaurato nel 1816 per volere dello stesso re di
Francia, Luigi XVIII, che volle così ripagare l'oltraggio napoleonico.
Dinanzi alla chiesa è collocato l'obelisco Sallustiano, portato a Roma
quasi certamente da Aureliano e da questi fatto collocare all'interno
degli Horti Sallustiani (dai quali prende il nome). L'obelisco, alto
13,91 metri, di granito rosso, è egizio-romano perché fu inciso
anticamente a Roma con iscrizioni ricopiate dal monolite di piazza del
Popolo.
Villa
Medici
La villa sorge sul
versante occidentale del colle del Pincio, sul luogo dell'antica villa
romana, degli Acilii, alimentata dall'acquedotto del Vergine, portato a
Roma nella fine del I secolo a.C. Nel 1564 Giulio e Giovanni Ricci
acquistarono i giardini e la vigna con una casa dai Crescenzi, dando
l’incarico all’architetto Giovanni Lippi detto Nanni di Baccio Bigio di
costruire un nuovo a grandioso palazzo, a due piani con una torre a
nord.
Alla morte di Giovanni nel
1568, subentrò il figlio Annibale. Nel 1576 la villa venne acquistata
dal cardinale Ferdinando de’ Medici, che di lì a qualche anno avrebbe
abbandonato il porporato per divenire Granduca di Toscana e sposare
Cristina di Lorena; questi fece fare interventi di
trasformazione della parte centrale della villa: l'Ammannati, il nuovo
architetto, realizzò il portale con portafinestra d’ingresso, gli
scaloni, la facciata verso il giardino con il portico, la torre sud
detta “torre dei venti”.
La facciata interna fu
realizzata secondo il gusto antiquario dell’epoca, seguendo un modello
di museo-giardino già imposto in quegli anni da Pirro Logorio. Vi furono
inseriti bassorilievi e statue nelle nicchie, tra le quali spiccano due
bei riquadri a motivi vegetali provenienti dallo scavo dell'Ara Pacis
nel Campo Marzio. Nei giardini furono collocati alcuni dei pezzi della
collezione dei Medici, disposti secondo particolari criteri di
raggruppamento, tra i quali il gruppo della Niobe, poi trasportato agli
Uffizi di Firenze ed oggi sostituito con una replica. Quando il
cardinale lasciò Roma parte di questa collezione fu portata a Firenze e
la villa rimase incompiuta. Iniziò per la villa un periodo di decadenza
e dopo il 1780 la spoliazione della villa divenne sistematica. Nel 1804
passò alla Repubblica Francese che vi installò la sede dell’Accademia di
pittura e scultura, fondata da Colbert nel 1648 ed ospitando da
quel momento in poi i vincitori del Prix de Rome.
Lo stato di conservazione
dei giardini e degli interni è perfetto, grazie ai metodologici restauri
operati dall'Accademia di Francia.
Davanti alla villa, nella
piazza antistante, è situata la fontana a tazza, realizzata nel 1587
dallo stesso architetto della villa, Annibale Lippi, denominata Fontana
della Palla di Cannone, nella cui vasca, da cui sgorga l'acqua
dell'acquedotto Felice, si trova la palla di cannone, che secondo la
leggenda proviene da Castel Sant'Angelo da dove fu esplosa da Cristina
di Svezia, ubriaca, in una notte di baldoria. Il Lippi pensò bene di
utilizzare il proiettile per decorare la sua fontana.
Il Pincio
Da Trinità dei Monti
l’omonimo viale ci porta al Pincio, parco pubblico disegnato dal
Valadier agli inizi del 1800 ma soprattutto una delle più belle e
spettacolari terrazze di Roma.
Le pendici del Pincio
cominciarono a popolarsi di ville verso la fine dell'età repubblicana.
La più importante fu sicuramente di Lucullo, costruita subito dopo il
trionfo nel 63 a.C. su Mitridate, con le immense ricchezze tratte dal
bottino. Gli Horti Luculliani occupavano le pendici della collina, con
una serie di terrazze alle quali si accedeva tramite scalee monumentali:
la parte più alta, alla quale si perveniva da una scalinata trasversale
a due rampe, era conclusa da una grande esedra, al di sopra della quale
vi era un edificio circolare, identificato come un tempio dedicato alla
Fortuna. Della villa di Lucullo i pochi resti ancora visibili si
trovano nei sotterranei del convento del Sacro Cuore e sotto villa
Medici. Nel II e III secolo gli horti erano in proprietà alla Gens
Acilia, anche se la loro villa, e quelle più tarde degli Anicii e dei
Pincii (che diedero il nome al colle), dovettero occupare la parte più
settentrionale della collina. Un resto delle loro costruzioni è il Muro
Torto, databile alla fine dell'età repubblicana e che fu poi incluso
nella cinta delle Mura Aureliane. La sistemazione del Pincio,
anticamente chiamato anche Collis Hortulorum, il Colle degli Orti, per
il gran numero di orti e vigne che ospitava, fu compiuta radicalmente
nel 1811 da Pio VII, su progetto di Giuseppe Valadier: gli ampi viali
fiancheggiati da pini domestici, palme e querce sempreverdi divennero
ben presto un posto alla moda per passeggiare.
Sul viale del Belvedere si
incontra il casino Valadier, edificio neoclassico costruito da
Giuseppe Valadier tra il 1813 e il 1817 nel contesto della
ristrutturazione del Pincio, trasformando una palazzina già del
cardinale della Rota. L'edificio è situato sopra una cisterna romana
appartenente al complesso degli Horti Aciliani. Il casino divenne un
locale alla moda e fu un luogo di ritrovo caratteristico, frequentato da
artisti e politici.
A poca distanza si trova
uno dei reperti più importanti del parco del Pincio: l'obelisco egizio
conosciuto come obelisco Pinciano ma più correttamente deve dirsi di
Antinoo, in quanto il monolite, realizzato per volere di Adriano, fu
collocato sul monumento funebre di Antinoo; l’obelisco venne trasferito
poi da Eliogabalo nel Circo Variano dove fu ritrovato nel XVI secolo:
nel 1633 Urbano VIII lo fece trasportare nei giardini di palazzo
Barberini dove vi rimase fino al 1773, quando Cornelia Barberini lo donò
a Clemente XIV che lo depositò nel cortile della Pigna in Vaticano. Fu
per volontà di Pio VII che l'obelisco, alto m 9,25, fu trasportato ed
innalzato nella posizione attuale il 22 agosto 1822 dall'architetto
Giuseppe Marini. Dalla grande terrazza di piazzale Napoleone I, così
denominata in ricordo dell'imperatore francese che diede l'impulso per
l'abbellimento del Pincio, è possibile ammirare uno dei panorami più
belli e famosi di Roma. Le sottostanti sostruzioni della terrazza
ospitano la scenografica fontana-mostra dell'Acqua Vergine, costituita
da una costruzione a due piani. Il piano inferiore presenta una parete
con tre nicchie poco profonde, alle cui basi vi sono altrettante
vaschette con uno zampillo centrale. Il piano superiore è formato invece
da una loggia a tre archi preceduta da un colonnato: quattro colonne
corinzie sono poste rispettivamente alle estremità della costruzione ed
a ridosso dei due pilastri centrali di sostegno, mentre l'acqua sgorga
da ampi zampilli all'interno delle tre arcate.
Da viale Gabriele
D’Annunzio, attraverso una discesa che scende a zig zag dalla collina,
continuando ad ammirare gli ultimi scorci di un panorama di cupole e di
tetti si torna a piazza del Popolo, dove questa passeggiata era
iniziata.

vista sul Quirinale |

vista sul Vittoriano |

vista su cupole e tetti |

vista su cupole e tetti |

vista su piazza del Popolo |

vista su S. Maria del Popolo |
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