|
|
S. Giovanni dei Fiorentini |
S.
Giovanni dei Fiorentini, situata all'estremo di via
Giulia, tra via dell'Oro e il lungotevere dei
Fiorentini, fu costruita per la numerosa comunità
fiorentina che viveva in questa zona, Nel 1508 fu deciso
di erigere alla testata nord della nuovissima via Giulia
un tempio dedicato a S. Giovanni Battista, patrono di
Firenze, che viene da subito concepito con caratteri di
particolare
imponenza. Nel 1519, sotto papa Leone X Medici, viene
indetto un concorso cui partecipano tutti i più grandi
architetti del momento. Fra i disegni presentati, tra
gli altri, da Michelangelo, da Raffaello e dal Peruzzi,
il pontefice scelse quello di Jacopo Sansovino, che
iniziò la costruzione ai primi del 1500. La chiesa
richiese un secolo per essere completata e fu
continuata, infatti, da Antonio da Sangallo il Giovane,
da Giacomo Della Porta e da Carlo Maderno, al quale si
deve la caratteristica cupola (1614) di forma
allungata, per cui i romani la battezzarono "il confetto
succhiato". Sul campanile venne posta un'antica campana
con la scritta in inglese "Maria is my name" che si
vuole provenga dalla cattedrale di S.Paolo di Londra. La
facciata della chiesa, in travertino, fu eretta soltanto
nel 1734 dall'architetto fiorentino Alessandro Galilei.
L’interno,
assai maestoso, è a tre navate, con cinque cappelle per
lato e volta a botte, il pavimento è stato rifatto nel
1845. La chiesa fu decorata principalmente da artisti
toscani, eccezion fatta per la statuetta, per lungo
tempo attribuita a Raffaello, ma opera del siciliano
Mino Del Reame, collocata in una nicchia sopra la porta
della sacrestia. Il gruppo marmoreo di Antonio Raggi,
"Battesimo di Gesù", si trova al centro del grandioso
altare del Borromini, qui sepolto, come avverte
un'iscrizione murata sul terzo pilastro di sinistra
della navata centrale, insieme a Carlo Maderno. Da
segnalare la prima cappella a destra dell'ingresso, dove
una lapide latina indica il sepolcro dei Marchesi del
Grillo: qui sono sepolti, infatti, Cosma (1711) e
Bernardo (1757) del Grillo.
Sopra la
porta maggiore ricchissimo organo dorato del Seicento.
La testata nord di via Giulia è stata resa quasi
irriconoscibile dalle demolizioni deI 1938-1939 per
l’apertura di via Acciaioli e soprattutto dalle mancate
ricostruzioni, che hanno lasciato uno slargo informe,
dove un tempo era lo sbocco su via Giulia di via Paola e
dove, a destra della facciata della chiesa, si trovava
l’ospedale dei Fiorentini, costruito nel 1606 dal
Maderno, ora parzialmente sostituito dal moderno
edificio sede dell’omonima Arciconfraternita.
|
 |
 |
|
In occasione della Passeggiata, S. Giovanni
dei Fiorentini era soggetta ad interventi di
restauro conservativo: pertanto le foto
sono di archivio. |
|
S. Maria dell'Orazione e Morte |
La chiesa
sorse intorno al 1538 su iniziativa della compagnia, poi
arciconfraternita, dallo stesso nome, che aveva come
scopo dare sepoltura ai "poveri morti", trovati in
campagna o annegati nel Tevere, senza identità o
comunque che non potevano ricevere le esequie da parte
dei familiari. Originariamente una chiesa assai
semplice, con annesso oratorio e un vasto cimitero,
parte sotterraneo e parte sulle rive del Tevere,
cimitero che fu quasi completamente distrutto nel 1886
in concomitanza con la costruzione dei muraglioni del
Tevere.
L'Arciconfraternita crebbe nel tempo di importanza e
fama, e la chiesa troppo angusta fu demolita per
ricostruirla su progetto di Ferdinando Fuga nel 1733-37,
ricostruzione che comportò anche la demolizione del
vicino Romitorio del cardinale Odoardo Farnese, portando
entro la chiesa gli affreschi di Giovanni Lanfranco che
vi si trovavano. L'ultimo intervento fu la costruzione
nel 1910 sul retrostante lungotevere dei Tebaldi del
nuovo edificio dell'arciconfraternita.
La
facciata della chiesa è ricca di colonne e pilastri su
due ordini, ciascuno con timpano curvo, spezzato
l'inferiore, racchiuso in un secondo triangolo quello
superiore, che danno un carattere assai plastico e mosso
alla costruzione. Sulla facciata i teschi che fanno da
elementi dei capitelli alludono alla funzione della
chiesa.
L'interno
della chiesa costituisce un ovale longitudinale scandito
da colonne con quattro altari ai lati, con alternanza di
elementi concavi e convessi e cupola ovale. la coerenza
della decorazione interna, che ne fa uno splendido
insieme di arte settecentesca, si manifesta anche nei
continui riferimenti "macabri" della decorazione, che
comunque rimandano sempre alla vita post mortem.
Da un vano
a sinistra dell'altar maggiore si accede ad un
sotterraneo che è quanto rimane del cimitero
dell'arciconfraternita. Pur nelle ridotte dimensioni
attuali costituisce una singolare creazione artistica,
con le sue decorazioni, sculture e lampadari, costituite
da ossa e scheletri. Complessivamente nell'arco di tre
secoli vi furono inumate circa 8.600 salme, con una
media di oltre 25 l'anno. L'ossario è composto secondo
motivi ornamentali barocchi e nell'ottocento serviva da
scenografia per le sacre rappresentazioni che si
avvalevano anche di pupazzi a grandezza naturale ed in
cera.
Questa
chiesa sorge in via di Monserrato, all'angolo con piazza
S. Caterina della Rota, dove si affacciano anche la
chiesa omonima e quella dedicata a S. Tommaso di
Canterbury.
Secondo la
tradizione, fu edificata sulla casa di S. Paolo che vi
ospitò nel 382 S. Girolamo chiamato a Roma da papa
Damaso. La chiesa originariamente a pianta basilicale a
tre navate, ospitò a partire dal 1524
l'Arciconfraternita della Carità, che la fece
ricostruire tra il 1654 ed il 1660 ad opera di Domenico
Castelli, mentre la facciata viene attribuita a Carlo
Rainaldi. L'interno, a navata unica, ha un ricco
soffitto ligneo a cassettoni. La prima cappella a
destra, della famiglia Spada, è opera di Francesco
Borromini, che vi lavorò nei suoi ultimi anni: è
completamente rivestita di marmi policromi, caso unico
tra le opere dell'artista. I marmi simulano un
rivestimento di stoffe sopra le quali sono disegnati
medaglioni sorretti da nastri e funi, oltre alla
presenza di fiori sparsi sul pavimento di marmo nero,
che rendono l'idea del tappeto. Anche la balaustra
simula un drappo di tessuto sorretto da due angeli,
mentre in realtà è di diaspro, gli angeli sono di marmo,
ma uno ha un'ala di legno, che, ruotando, permette
l'accesso all'altare.
A sinistra
dell'altare maggiore si trova la cappella Antamoro,
dedicata a S. Filippo Neri, unica opera certa in Roma di
Filippo Juvarra (1708), ricchissima di stucchi.
Dalla
sagrestia si può accedere alle stanze di S. Filippo
Neri, che vi abitò dal 1551 al 1583. Esse sono
scaglionate su due piani e testimoniano con numerosi
dipinti episodi e miracoli avvenuti durante la vita del
santo.
|