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La storia
In epoca
romana, quest’area corrispondeva al Campo Marzio
meridionale: qui si trovavano gli arsenali per le navi,
i navalia lungo il fiume e, in vicinanza, il tempio di
Nettuno, mentre più a nord, nei pressi del ponte neroniano, si estendeva un luogo dedicato ai culti delle
divinità degli inferi. In questa zona si organizzavano
le corse dei carri nel Trigarium, dal latino triga,
ovvero carro a tre cavalli. Oltre ai giochi e gare in
questa parte del Campo Marzio si svolgeva il transito
del grano che passava attraverso porte secondarie delle
mura dove era sottoposto a dazio.
Dopo la
caduta dell’impero l’area cambiò progressivamente
aspetto e funzioni; la zona rimase quasi interamente
paludosa fino alla fine del Medioevo quando venne
bonificata; in questo periodo tutta la zona lungo il
Tevere si popolò di mulini galleggianti, magazzini di
frumento e attività legate alla vendita dei prodotti
agricoli che, via fiume, arrivavano in città. La strada
che attraversava la zona fu chiamata, proprio per la
presenza di attività mercantili, “mercatoria”.
La
mancanza di resti di edifici medievali è da attribuire
all’intensa attività edilizia avvenuta iniziata intorno
al 1100, per cui le case furono costruite con il
materiale di ciò che era preesistente.
Nel 1456,
Papa Callisto III fece lastricare la zona e
successivamente sotto Adriano VI si procedette alla
sistemazione di tutte le strade intorno a Campo de’
Fiori. Questo rinnovamento fece sì che molti palazzi
importanti fossero costruiti in zona: in particolare
palazzo Orsini, che dava proprio su Campo de' Fiori, e
per questo motivo la piazza divenne un luogo di
passaggio obbligato per personalità di spicco quali
ambasciatori e cardinali. Ciò portò un certo benessere
nella zona: Campo de' Fiori divenne il luogo di maggior
traffico, il centro della città specie quando anche il
maggior mercato cittadino si spostò dalle pendici del
Campidoglio a piazza Navona. Campo de’ Fiori divenne in
particolare sede di un fiorente mercato dei cavalli che
si teneva due volte la settimana, e nei dintorni della
piazza sorsero molti alberghi, locande e botteghe di
artigiani e come spesso capitava
nelle zone a maggior traffico e di afflusso di
commercianti e di pellegrini, vi abitarono numerose e
famose cortigiane.
Con il
piano di riorganizzazione della città di Sisto IV della
Rovere, nel 1478, la via mercatoria assunse notevole
importanza perché collegava la zona “finanziaria “
gravitante intorno a piazza di Ponte S. Angelo, con i
mercati di Campo de' Fiori e di piazza Navona.
Un altro
papa, Giulio II della Rovere pensò ad un piano di
sistemazione del tessuto urbano con lo scopo di
evidenziare l’aspetto di Roma, centro della cristianità
ed espressione del potere politico della Chiesa. Così
nel 1508 Giulio II, considerando che importanti edifici
come la Cancelleria Apostolica, la Zecca e la
Cancelleria Vecchia si trovano nella zona, fa progettare
dal Bramante la costruzione di un Palazzo dei Tribunali
che doveva riunire tutte le corti giudiziarie proprio
nella via che diventerà la “strada Julia” dal suo nome e
oltre ad essere la prima e la più lunga strada di Roma,
circa un chilometro (tanto che fu chiamata anche "via
Recta"), doveva diventare il centro di attività
finanziarie e commerciali. Anche se il progetto
originario non venne mai portato a termine, lungo via
Giulia si allinearono i "blasoni" più importanti
dell'epoca, dai Sacchetti ai Ricci e ai Chigi, a
testimonianza della notevole importanza della via; poi
gli interessi del nuovo pontefice, papa Leone X Medici,
si focalizzano verso il potenziamento di tutta la zona
abitata dalla florida colonia fiorentina e toscana,
situata ad una delle estremità di via Giulia, intorno a
piazza dell'Oro, dove sorgerà la chiesa di San Giovanni
dei Fiorentini. Inoltre, sul piano strettamente
urbanistico, l'apertura di via Ripetta, iniziata nel
1518, si evidenzia come alternativa allo sviluppo urbano
ipotizzato da Giulio II.
Sotto il
pontificato di Leone X vengono emessi diversi
provvedimenti per incentivare ulteriormente la crescita
edilizia, soprattutto nella parte settentrionale
dell’area: il Capitolo di San Pietro, proprietario di
numerosi terreni in questa zona insieme alle
confraternite religiose, inizia ad attuare una precisa
politica tesa a sviluppare il tessuto urbano dell'intera
area. Intorno alle sedi delle diverse confraternite (San
Girolamo della Carità, oratorio del Gonfalone, San
Giovanni dei Fiorentini) si costruiscono abitazioni la
cui morfologia strutturale si assesta intorno ad alcuni
standard ben precisi, e sostanzialmente non molto
diversi da quelli caratteristici della nuova edilizia
romana del Cinquecento. Tutta la zona nelle immediate
vicinanze della zona dei Banchi e di ponte Sant'Angelo,
che costituiva nei primi decenni del XVI secolo una
sorta di "city" romana, viene sottoposta ad
un'importante spinta di sviluppo edilizio che perdura
fino alla seconda metà del Cinquecento. L’area si popolò
di giardini, appartenenti ai Palazzi delle famiglie
patrizie e borghesi sorti in conseguenza dell'apertura
di Via Giulia, che digradavano verso il Tevere per
raggiungere i moli privati. Un ruolo importante ebbe la
vicinanza della Basilica di San Pietro, che comportò la
costruzione di ricoveri per pellegrini. La zona tende a
divenire anche una sorta di via Margutta “ante litteram”,
dato che cominciò ad essere zona di residenza tra le
preferite dagli artisti, tra i quali Raffaello , Cellini
e più tardi Borromini.
Dopo il
Sacco del 1527, l'attività edilizia che interessa la
zona viene lentamente ripresa, grazie soprattutto ai
progetti del Sangallo, che in un certo qual modo fa sua
l'idea di qualificare la zona intorno alla chiesa dei
Fiorentini come un settore di artisti e di borghesia
"emergente".
Mentre le
residenze dell'aristocrazia tendono a situarsi su via
Monserrato, l'area dei fiorentini viene invece a
connotarsi come l'area degli "emergenti" e degli
artigiani specializzati, in stretto contatto con la zona
dei Banchi. Al contrario, la parte più meridionale è
caratterizzata da edilizia povera, osterie, case di
tolleranza e luoghi di malaffare.
Nel
frattempo viene a delinearsi, in questo giro di anni, un
programma architettonico-urbanistico ben definito, che
si contrappone idealmente alla crescita casuale del
tratto fiorentino dell’area: quello promosso dalla
famiglia Farnese, che trova nella costruzione della
grandiosa residenza il proprio punto d'appoggio. È
indubbio che fin dalla fondazione del palazzo, voluta
dal cardinale Alessandro Farnese tra la fine del XV e
l'inizio del XVI secolo, ci fosse da parte della
famiglia l'intenzione di creare un sistema urbanistico
che costituisse, in qualche modo, un'alternativa al
piano di Giulio II. Già nelle prime descrizioni dei
lavori, datate entro il secondo decennio del
Cinquecento, appare chiaro che l'edificio si affaccerà
non verso il Tevere, bensì verso la zona commerciale ed
il mercato di Campo dei Fiori, con cui sarà collegato
mediante una "via recta", perpendicolare a via Giulia. E
nel 1549, alla morte di papa Paolo III, il piano si
trova ormai ad essere definitivamente strutturato,
grazie alla creazione di una vasta piazza antistante la
"mole farnesiana", arricchita dalla presenza delle due
fontane laterali.
Il palazzo
dei Farnese si trova quindi al centro di un percorso
urbanistico che attraversa la città, ma il progetto,
stando alle indicazioni del Vasari, era ancora più
esteso: Michelangelo pensava addirittura ad un ponte che
oltrepassato il Tevere permettesse di congiungersi con
la villa suburbana della Farnesina, su via della Lungara.
La struttura "organizzata" del sistema farnesiano viene
quindi a sovrapporsi a quella dell'asse viario
incentrato su via Giulia, sviluppandosi, a differenza di
quest'ultimo, in maniera organica e perfettamente
pianificata.
All'ombra
della spettacolare residenza, a partire dal 1540,
cominciano a sorgere, sia su via Giulia che su via
Monserrato, le case di persone e di famiglie legate
all'impresa farnesiana: lo scultore Guglielmo Della
Porta acquista ed amplia due edifici (i futuri palazzi
Cisterna e Baldoca), i Farnese duchi di Latera
acquistano un immobile vicino alla chiesa di S. Maria
dell’Orazione e Morte (poi palazzo Falconieri), e così
via.
Questa
zona, raccolse in un breve spazio gli elementi più
rappresentativi della società rinascimentale romana,
divenendo di fatto una città nella città. Infatti vi
sorgevano, affiancati, palazzi di ambasciatori, di
nobili, di ricchi borghesi a cui facevano contrasto le
abitazioni delle prostitute di lusso, gli ospizi per i
pellegrini stranieri e per i poveri, gli istituti
assistenziali per ragazzi e zitelle, le carceri, le
chiese di varie nazioni.
Nel secolo
successivo, altri importanti interventi architettonici
contribuiscono a definire ulteriormente le
caratteristiche urbanistiche e monumentali della sua
immagine: il completamento della chiesa dei Fiorentini,
la costruzione delle Carceri Nuove, I'ampliamento e la
ristrutturazione di palazzo Falconieri ed infine la
realizzazione di S.
Maria del Suffragio.
La
fisionomia urbanistica assunta tra la fine del
Cinquecento e tutto il Seicento si stabilizza in maniera
definitiva nel XVIII secolo: gli interventi realizzati a
cavallo tra Seicento e Settecento contribuiscono appunto
a tale assetto, aggiungendovi ormai poche novità, per lo
più riguardante le strutture religiose.
Anche
nella prima metà dell’Ottocento, pur se in scala
ridotta, continuano i restauri e i rifacimenti,
sostanzialmente però nessuno di questi interventi
modifica il carattere funzionale della zona. Le cose
cambiano nella seconda metà dell’ottocento, dopo la
proclamazione di Roma capitale: per far fronte ai disagi
causati dalle frequenti inondazioni del Tevere, nel 1875
avvenne la costruzione dei muraglioni che stravolse
soprattutto quelle che erano le specificità dell’area ed
in modo particolare di via Giulia: sparirono le case
lungo il fiume, molti palazzi vennero ridimensionati o
addirittura eliminati.
Nonostante
gli sconvolgimenti causati dalla costruzione dei
muraglioni sul Tevere, la zona conserva ancora intatto
tutto il suo fascino: le strade seguono infatti lo
stesso percorso del cinquecento e i palazzi conservano
ancora memoria delle decorazioni che ne abbellivano le
facciate.
La passeggiata
Piazza
dell’Oro prende il nome dalle proprietà che qui aveva la
famiglia dell’Oro. Questo è il luogo dove in epoca
romana si trovava il Tarentum, uno degli ingressi al
mondo degli inferi. Alla confluenza con via degli
Acciaioli si trovano la sede dell’Arciconfraternita dei
Fiorentini e la chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini
dedicata al santo protettore di Firenze, S. Giovanni
Battista. Di fronte, sempre a piazza dell’Oro, si
affacciano le case quattrocentesche appartenute a
famiglie fiorentine, stabilitesi a Roma.
Imboccando
via Giulia, al n° 82 si trova un edificio del
cinquecento concesso da papa Giulio II
all’arciconfraternita dei Fiorentini in cambio di alcuni
beni espropriati in occasione dei lavori relativi al
progetto di via Giulia. Accanto, al civico 79, troviamo il
cinquecentesco palazzo Medici Clarelli, opera di Antonio
da Sangallo il Giovane: l’edificio presenta una bella
fila di finestre al piano nobile , raccordate dalla
cornice che unisce i davanzali.
Attribuita
alla proprietà di Raffaello è la casa al n° 85,
caratterizzata da un ricco cornicione con elementi
araldici. Al n° 66 è situato palazzo Sacchetti, fatto
costruire da Antonio da Sangallo il giovane, che vi
abitò fino all’anno della sua morte nel 1546. Attraverso
vari passaggi di proprietà fu venduto infine nel 1648
alla famiglia di origine fiorentina dei Sacchetti. Di
rilievo il portone, sottolineato da una cornice di marmo
che si apre al di sotto di un balcone, attraverso il
quale si entra in un cortile porticato su pilastri.
Al n° 93
ancora una casa con pregevoli stucchi e lo stemma di
papa Paolo III e ai civici 97-98 il palazzo seicentesco
Ricci Donarelli, che ha inglobato alcune case a schiera
del quattrocento.
All’altezza del civico n° 64 si trova la chiesa di S.
Biagio della Pagnotta, sorta sui resti di un tempio di
Nettuno e così chiamata perché il 3 febbraio, festa del
santo, vengono distribuiti ai fedeli piccoli pani
benedetti. Non se ne conosce la data di costruzione, ma
la chiesa ebbe sicuramente un rifacimento nel 1072 e una
seconda ricostruzione nel settecento; dal 1832 la chiesa
e l’annesso convento sono stati affidati agli Armeni.
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S. Giovanni dei Fiorentini |
Arciconfraternita dei
Fiorentini |
Palazzo Medici Clarelli |
Casa di Raffaello |
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Palazzo Sacchetti |
Palazzo di Paolo III |
Palazzo Ricci Donarelli |
S. Biagio della Pagnotta |
Tra vicolo
del Cefalo e via dei Bresciani, si trova un edificio
apparentemente stravagante, in quanto caratterizzato da
alcuni filari di grandi pietre e da sedili rivolti verso
la strada e noti a Roma come “i sofà di via Giulia”: si
tratta dei resti dell’incompiuto palazzo dei Tribunali
della Curia, progettato dal Bramante.
Al civico
59 si trova la chiesa di S. Maria del Suffragio, sede
dell’omonima compagnia fondata nel 1592; la chiesa
iniziata nel 1662 su progetto del Rainaldi si distingue
per la sobria facciata e per il piccolo campanile a
vela.
Prima di
arrivare all’incrocio con vicolo della Scimia, che segna
il confine tra i rioni Ponte e Regola, troviamo il
carcere minorile voluto da papa Leone XII: questo
carcere, progettato dal Valadier, dal 1931 ospita il
Museo criminale. Questa parte di via Giulia è dominata
dal massiccio edificio delle Carceri Nuove che presenta
finestroni muniti di robuste inferriate, appena
ingentilite da una cornice in travertino. L’ingresso
principale è al civico n° 52 ed attualmente l’edificio
ospita strutture del Ministero di Grazia e Giustizia.
Di fronte,
pochi passi più avanti, si trova la chiesa dedicata a S.
Filippo Neri, praticamente la sola cosa che rimane dello
sfacelo, intervenuto nel corso dei secoli e mai
fermatosi, dell’intero edificio.
Nell’ambito del liceo Virgilio, al civico 64, vi è ciò
che resta del palazzo Ghislieri, collegio in funzione
fino al 1928 e ospitante giovani di famiglie nobili
decadute. Subito dopo al civico n° 65 si trova la chiesa
dello Spirito Santo dei Napoletani, così chiamata per la
comunità che abitualmente la frequentava; la sua
costruzione risale agli inizi del seicento, ma subì
parecchie ristrutturazioni nei secoli successivi. Al
civico 146 c’è la parte posteriore di palazzo Ricci, che
da questo lato presenta un bellissimo cortile in cui si
apprezzano grandi archi al primo piano, un cippo romano
ed una fontana con lo stemma dei Ricci.
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i Sofà di via Giulia |
S. Maria del Suffragio |
Carcere minorile |
Carceri Nuove |
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S. Filippo Neri a Regola |
Collegio Ghislieri |
Spirito Santo dei Napoletani |
Palazzo Ricci (retro) |
Di fronte
al civico 151 siamo alle spalle degli stabilimenti
spagnoli, un ex complesso ospedaliero voluto dalla
corona spagnola per i pellegrini che cadevano malati nel
corso del loro pellegrinaggio a Roma.
Subito
dopo, vi è la chiesa della comunità senese a Roma, S.
Caterina da Siena, costruita nel 1526 su disegno di
Baldassarre Peruzzi e rifatta nel 1760 su progetto di
Paolo Posi; è a due ordini con alto portale con lo
stemma di Siena e, ai lati del finestrone centrale,
Romolo e Remo con la lupa, altro simbolo di Siena,
perché questa città, secondo la leggenda, fu fondata da
Remo.
Di fronte
si estende Palazzo Falconieri, realizzato nel
Cinquecento per la famiglia Ceci ma poi venduto alla
famiglia Odescalchi. Nel 1606 fu acquistato dai Farnese
e poi ceduto ad Orazio Falconieri, che ne affidò il
restauro a Francesco Borromini nel 1650. Questi ampliò
l'edificio sviluppando la facciata da otto a undici
finestre e aggiunse un secondo portale, uguale a quello
già esistente sulla sinistra, sovrastato da un balcone
che ha nella chiave dell'arco una testa di falco,
emblema dei Falconieri. Suggestiva è la fontana situata
sullo sfondo del cortile, anche questa presunta opera
del Borromini: è costituita da una nicchia a conchiglia
al centro della quale, da una vasca a fior di terra, si
fronteggiano due delfini con le code attorcigliate e in
atto di sostenere una tazza semicircolare, la quale
riceve l'acqua che esce dalla bocca di un sovrastante
mascherone. Alla fine dell'Ottocento fu venduto ai
Medici del Vascello, i quali lo cedettero a loro volta nel 1927 al
governo ungherese che ne fece la sede dell’accademia di
Ungheria.
Accanto a
palazzo Falconieri vi è la chiesa di S. Maria
dell’Orazione e Morte, dove una targa ricorda "Hodie
mihi, cras tibi", cioè "Oggi a me, domani a te". La
chiesa fu commissionata da una confraternita fondata per
raccogliere i corpi di sconosciuti e provvedere loro con
cristiana sepoltura. Costruita nel 1575, fu
ristrutturata ed ampliata da Ferdinando Fuga nel 1737.
Le porte e le finestre della facciata barocca sono
decorate con teschi alati. Nei sotterranei esisteva il
cimitero, demolito per la costruzione dei muraglioni del
Tevere, composto
di stanzoni decorati con le ossa. In esso furono inumate
in tre secoli circa 8600 salme. L’arco dei Farnese con i
suoi rampicanti e la vicina fontana del Mascherone,
costituiscono un angolo idilliaco di via Giulia. L’arco
Farnese scavalca via Giulia e secondo il progetto di
Michelangelo, avrebbe dovuto congiungere palazzo Farnese
e i suoi giardini alla Villa Farnesina, sull'altra
sponda del Tevere.
La fontana
del Mascherone, della quale è ignoto l'autore, fu
realizzata per volontà dei Farnese ed è costituita da
una vasca rettangolare proveniente da terme romane, al
di sopra della quale si innalza un prospetto marmoreo
nel mezzo del quale è posto un Mascherone in marmo
bianco, anch'esso di età romana, che getta l'acqua dalla
bocca che si raccoglie in un sottostante semi-catino a
forma di conchiglia: il tutto è sormontato dal giglio
araldico farnesiano.
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S. Caterina da Siena |
Palazzo Falconieri |
S. Maria dell'Orazione e Morte |
Arco Farnese |
Imboccando
via del Polverone si giunge a piazza Capodiferro: questa
piazza prende il nome dal palazzo fatto costruire dal
cardinale Gerolamo Capodiferro nel 1540 dall'architetto
Giulio Merisi da Caravaggio. Dopo la morte del cardinale
il palazzo fu acquistato dal cardinale Bernardino Spada
(infatti è più conosciuto come palazzo Spada) che lo
trasformò in una vera reggia. Il Borromini fu incaricato
del restauro e a lui si deve il colonnato tanto famoso
dove le pareti convergono, il pavimento sale, il
soffitto si inclina, gli intervalli fra i pilastri
diminuiscono: il tutto fa apparire la galleria lunga
almeno 50 metri quando ne misura solo 8. Nel palazzo è
raccolta una notevole collezione di dipinti, sculture ed
arredamenti che rappresentano una delle raccolte private
più ricche tra le esistenti. Nel 1927 lo Stato italiano
ha acquistato l'edificio, oggi sede del Consiglio di
Stato.
Immediatamente adiacente a piazza Capodiferro, è Piazza
della Quercia con la quale costituisce praticamente un
tutt'uno. Qui troviamo la piccola chiesa di S. Maria
della che fu concessa nel 1507 da papa Giulio II, alla
colonia dei Viterbesi che abitavano in gran numero la
zona ed il nome di S. Maria della Quercia, deriva
dall’omonimo santuario di Viterbo. Nel 1532 la chiesa fu
affidata da Clemente VII alla corporazione dei macellai.
L'interno è a croce greca con cupola e tre cappelle:
sull'altare maggiore si trova una riproduzione della
Madonna della Quercia, con una cornice ornata dai
simboli dell'Università dei Macellai.
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Fontana del Mascherone |
Palazzo Spada |
Palazzo Spada |
S. Maria della Quercia |
Attraverso
vicolo dei Balestrari si giunge a Campo de’ Fiori.
Questa piazza deve il suo nome alle margherite, ai
papaveri, ai fiori di prato che un tempo
caratterizzavano la piazza, chiusa da un lato da una
fila di palazzetti appartenenti alla famiglia Orsini e
dall'altro digradante verso il fiume. Quando nel 1478 il
mercato del Campidoglio venne spostato a piazza Navona,
investendo, così, tutta la zona circostante, Campo de'
Fiori compresa, questa divenne un importante centro di
affari. Vi sorsero numerosi alberghi, osterie e locande
rimasti famose nel tempo. Nel 1869 il mercato si spostò
definitivamente da piazza Navona a Campo de' Fiori. Ma
la piazza non fu soltanto luogo di affari o di piacere,
ma anche luogo di esecuzioni capitali. Al centro della
piazza si erge la statua del filosofo Giordano Bruno,
messo al rogo per eresia nel 1600 proprio in questo
punto: la statua, opera di Ettore Ferrari, venne
inaugurata il 9 giugno 1889. Dove oggi si erge la
memoria dedicata a Giordano Bruno, vi era in passato,
una fontana, decorata da delfini bronzei, costituita da
una tazza ovale di marmo bianco e chiusa da un coperchio
ricurvo, con al centro una palla, somigliantissima ad
una zuppiera, tanto che fu battezzata "la Terrina".
Questa, nel 1924, venne spostata in piazza della Chiesa
Nuova: quella odierna, situata all'estremità meridionale
della piazza, ripete in parte la forma dell'antica ma
senza il coperchio.
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Campo de Fiori |
Monumento a Giordano Bruno |
Fontana di Campo de Fiori |
Da Campo
de’ Fiori ci immettiamo in via del Pellegrino, prima via
Florea, poi via degli Orafi perché vi si istallarono
orafi e incisori a seguito di un editto che obbligava
questi artigiani ad avere casa e bottega nella via;
infine prese l’attuale nome da una osteria chiamata "del
Pellegrino", in quanto la via, essendo sulla direttrice
per S. Pietro venendo da Campo de' Fiori, era percorsa
continuamente da pellegrini. Nel XV secolo ebbe anche la
denominazione di Merzariorum, forse in riferimento alla
"mercatoria": infatti il lato destro, fiancheggiato dal
Palazzo della Cancelleria in passato era completamente
pieno di botteghe. Si possono ancora notare, lungo
questa via, antiche colonne inserite nei muri agli
angoli delle vie: servivano a proteggere i muri degli
edifici dai continui urti e sfregamenti provocati da
carrozze, carri e carretti. All’angolo con Campo de’
Fiori si affaccia la casa di Matteo Corvino, re
d’Ungheria e vincitore dei Turchi, il cui ritratto,
opera del Mantegna, era dipinto sulla facciata.
Lungo la
via si affaccia un arco: si tratta dell'Arco degli
Acetari, che funge da cavalcavia tra due palazzi
adiacenti e che prende il nome dal termine Acetosari,
ossia dai rivenditori di Acqua Acetosa che qui dovevano
avere i loro depositi, vista anche la vicinanza con il
mercato di Campo de' Fiori. Passando tra botteghe di
artigiani e di antiquari, si entra in una stradina
stretta e buia, quasi un androne, che ci immette
imprevedibilmente in uno scenario di altri tempi:
casette con scale esterne tipiche dei borghi medievali,
compongono una piazzetta “da presepio” situata allo
sbocco dell’Arco degli Acetari.
Proseguendo troviamo una stradina chiamata dell’Arco di
S. Margherita, che costituisce anch’esso una curiosità
per l’ambiente medievale, purtroppo in gran parte
perduto. Qui si può ammirare un tabernacolo del
settecento, tipico esempi del Rococo romano, considerato
tra le edicole sacre più belle di Roma.
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Arco degli Acetari |
piazzetta Arco degli Acetari |
Arco di S. Margherita |
Tabernacolo settecentesco |
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Prendendo
via del Cappellari, che deve il suo nome ai fabbricanti
di cappelli che qui avevano dimora, e poi vicolo del
Gallo, ci si immette in piazza Farnese.
Piazza
Farnese è una piazza austera che sembra mettere in
soggezione, per quanto è dominata da Palazzo Farnese, ed
in netto contrasto con la vicina Campo de’ Fiori, piena
di colori e di animazione. La piazza prende il nome
proprio da palazzo Farnese, costruito per il cardinale
Alessandro Farnese dai più grandi artisti dell'epoca,
quali Antonio da Sangallo, Michelangelo Buonarroti, il
Vignola e Giacomo Della Porta. Il palazzo fu iniziato a
costruire nel 1514 su disegni di Antonio da Sangallo il
Giovane, ma poi, sia per l'elezione del cardinale a
pontefice (Paolo III) nel 1534 sia in seguito alla morte
del Sangallo (1546), i lavori furono continuati da
Michelangelo, che definì l'assetto dei primi due piani,
eresse il terzo ed abbellì la facciata con il balcone
centrale ed il cornicione. Nel 1635 i Farnese,
concessero ai Francesi di ospitare nel palazzo la loro
sede diplomatica; confiscato dal governo italiano dopo
la caduta dello Stato della Chiesa, palazzo Farnese
tornò ai Francesi quale sede dell'ambasciata di Francia
sin dal 1874. Nella piazza, ai lati del palazzo, sono
poste due fontane costituite da due vasche di granito
egizio provenienti dalle Terme di Caracalla. Decorate
con protomi leonine e con anelli a rilievo e poggianti
su altrettante piscine di travertino, presentano al
centro due tazze che sostengono i gigli farnesiani dai
quali si innalzano zampilli d'acqua. La piazza fu a
lungo usata quale spazio adibito all'organizzazione di
tornei, corride e feste popolari: fu qui che, per la
prima volta nella Roma moderna, si diede seguito al
festoso e rinfrescante allagamento estivo, divenuto
successivamente una peculiare attrattiva di piazza
Navona. Sul lato destro della piazza, nel medesimo luogo
dove S. Brigida aveva aperto un ospizio per i suoi
connazionali e dove poi morì nel 1373, sorge la chiesa
di S. Brigida, eretta nel 1391, allorché la santa
svedese venne canonizzata. Di rilievo anche il palazzo
Del Gallo di Roccagiovine, iniziato da Baldassarre
Peruzzi nel 1520 per conto di Ugo da Spina e completato
sette anni dopo; attraverso diversi passaggi di
proprietà, alla fine del Cinquecento l'edificio passò
alla famiglia Pighini, che lo mantenne per più di due
secoli e lo fecero ristrutturare nel 1720
dall'architetto Alessandro Specchi, al quale va il
merito del magnifico scalone situato nel cortile.
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piazza
Farnese |
palazzo
Farnese |
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palazzo Farnese - particolare |
fontana di piazza Farnese |
S. Brigida |
Palazzo del Gallo di Roccagiovine |
Da Piazza
Farnese ci si immette direttamente su via di Monserrato;
questa via conserva praticamente integro il
caratteristico stile rinascimentale, dilungandosi con
eleganza tra antichi palazzi, botteghe di artigiani e
antiquari e vivacizzata dalla presenza di due slarghi
rappresentati da piazza S. Caterina della Rota e piazza
de’ Ricci. La via fece parte, in passato, della via "recta
papalis" percorsa dai cortei pontefici. Per breve tempo
la via si chiamò anche "via Arenula" o "Regola" finché
assunse il nome di "Corte Savella" o "Curia dei Savelli"
perchè i Savelli, nominati Marescialli di Santa Romana
Chiesa esercitarono qui la giurisdizione criminale
trasformando un palazzo di loro proprietà in tribunale e
carcere. Poi la via prese il nome attuale dalla chiesa
ivi costruita e dedicata alla Vergine del celebre
santuario spagnolo di Monserrat. La via ospitò, a fianco
di chiese e nobili palazzi, anche case di cortigiane che
ben poco avevano da invidiare ai primi, come quella
della celeberrima Imperia, situata all'angolo con via
del Pellegrino, una delle abitazioni più sontuose di
Roma, dove ogni minimo particolare era opera di un
artista.
Al civico
61 si trova il cinquecentesco palazzo Fioravanti che
presenta un bel portale con un ricco cornicione, ed
immediatamente adiacente, la chiesa di S. Girolamo della
Carità, sorta, secondo la tradizione, sulla casa dove
nel 382 dimorò il santo. La chiesa fu concessa allora da
Clemente VII ad una Confraternita di nobili fiorentini
all'insegna della carità, titolo poi rimasto alla
chiesa. Nel convento accanto alla chiesa visse per oltre
30 anni S. Filippo Neri.
Qui si
incontra piazza S. Caterina della Rota con la chiesa
omonima della fine del cinquecento e restaurata più
volte successivamente; la casa natale di S. Caterina è
riprodotta invece al civico 112 di via Monserrato
nell’insieme di un edificio che appartiene
all’arciconfraternita di S. Caterina.
Ai civici
43 e 45 due portali ed un grande cortile caratterizzano
l’edificio, con diciotto finestre per piano, del
Collegio Inglese; nel palazzo sono inclusi i resti della
Corte Savella, carcere in funzione dal 1430 al 1654. In
principio fu riservato agli ebrei ma più tardi passò a
ricevere anche i rei comuni: tra i carcerati famosi qui
rinchiusi si ricorda Beatrice Cenci e la matrigna
Lucrezia, le quali da qui, come riportato su
un'iscrizione del palazzo del Collegio Inglese, mossero
verso il patibolo l'11 settembre 1599. Quando nel 1655
furono istituite le Carceri Nuove, la Corte Savella fu
soppressa e l'edificio venne acquistato dal Collegio
Inglese ed il complesso fu così collegato all'adiacente
chiesa di S. Tommaso di Canterbury.
Questa
chiesa, già Trinità degli Scozzesi, è stata rifatta nel
1575 e successivamente nel 1864 presenta un grande
portale romanico-bizantino.
Al civico
105, caratterizzato da un portale e colonne e un balcone
con porta finestra, vi è il palazzetto Giangiacomo,
costruito nella seconda metà del Cinquecento per la
nobile famiglia romana dei Giangiacomo e in seguito
acquistato dai Brechi, come ricordato dalla scritta
latina sotto il balcone.
Di seguito
la chiesa di S. Maria di Monserrato, costruita nel 1518
ma di origini ben più antiche. Eretta su disegni di
Antonio da Sangallo il Vecchio, ha la facciata opera di
Francesco da Volterra e sull'architrave un gruppo della
Vergine col Bambino che sega il monte (Monserrat
significa, infatti, monte segato). L'interno è a navata
unica con cappelle laterali, vasta abside e volta a
botte; vi sono sepolti i due papi di casa Borgia,
Alessandro VI e Callisto III.
Ai civici
116 e 117 vi sono due portali gemelli della casa
cinquecentesca di Lorenzo Mocari nel quale sembra abbia
abitato Tina Baroncella, una delle più note cortigiane
del cinquecento. Un bel tabernacolo barocco del XVIII
secolo con una effigie di Madonna con il Bambino si
trova sul prospetto della casa al civico 125 già di
proprietà Ricci. Al civico 25 si trova palazzo Rocci
Pallavicini, costruito su progetto di Carlo Maderno nei
primi del Seicento per la famiglia Rocci: nel cortile vi
è una bella fontana e una graziosa loggetta.
Si giunge
a piazza de’ Ricci dove domina l’omonimo palazzo con la
facciata decorata da Polidoro da Caravaggio nel 1525.
Riprendendo via di Monserrato, al civico 149 si trova
palazzo D’Aste-Sterbini, con due portali con protomi
leonine e all’interno un cortile con statue e una
fontana.
Al civico
20 è situato il palazzo Podocatari, risalente alla fine
del Quattrocento e di fronte a questo sorge un altro
palazzo del primo Cinquecento, palazzo Incoronati,
costruito per la famiglia degli Incoronati de Planca,
originari della Spagna e stabilitisi a Roma nel
Quattrocento.
All’angolo
con vicolo della Moretta, al civico 154, si trova
palazzo Bossi Ceselli, edificato sull’area di una
preesistente casa quattrocentesca, con un portale
barocco a cornice mistilinea e con due volte sull’arco.
Quasi alla confluenza con via del Pellegrino, si trova
la casa quattrocentesca di Pietro Paolo Francisci detto
della Zecca in quanto sovraintendente alla coniazione
delle monete: presenta una facciata a tre piani con
finestre poggiate su cornici marcapiano.
Da vicolo
della Moretta passando per via S. Filippo Neri, ci si
immette in Lungotevere Sangallo.
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Palazzo Massa Fioravanti |
S. Girolamo della Carità |
S. Caterina della Rota |
Collegio Inglese-Corte Savella |
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Casa di S. Caterina |
S. Maria in Monserrato |
Palazzo Mocari |
Madonna con il bambino |
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Palazzo Ricci |
Palazzo D'Aste Sterbini |
Palazzo di Pietro Paolo della
Zecca |
Lungotevere |
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