Le mie passeggiate....la domenica mattina

Piazza Navona e dintorni

con Santina, Bruno e Maria Grazia,  Filippo e Carmelita,Marco e Aurora, Massimo e Paola, Mauro e Marcella,  Sandro e Paola, Angela, Pina, Vita, Donata 

20 gennaio 2008

Nata come stadio ai tempi dell’imperatore Domiziano, divenuta luogo di mercato e spazio ideale per feste, corse e giostre, Piazza Navona è un autentico salotto barocco. Con le sue fontane, l’obelisco, i palazzi e le chiese, rappresenta un complesso urbanistico così raffinato e scenografico da poter essere considerato, senza dubbio alcuno, una delle più belle piazze del mondo.

La scoperta di Piazza Navona costituisce la parte centrale di questa passeggiata, che non trascura comunque molte altre bellezze, in un percorso che dal Lungotevere attraversa  le diverse età della storia della città antica, medievale, rinascimentale e barocca.

La storia

La passeggiata

I Palazzi

Le Fontane

le Chiese

I personaggi

i colori di piazza Navona

 

La storia

Piazza Navona occupa la pista dell'antico Stadio di Domiziano, o Circus Agonalis, del quale ha conservato perfettamente la forma rettangolare allungata dell'arena, con uno dei lati minori, quello settentrionale, curvo, mentre gli edifici circostanti occupano il luogo delle gradinate della cavea.

Lo Stadio fu fatto costruire da Domiziano prima dell'86 d.C. ed era utilizzato per gare ginniche e, insieme a un vicino Odeon destinato a gare e prestazioni musicali, costituiva un vero e proprio complesso sportivo-culturale.  L'edificio misurava 275 metri in lunghezza per 106 di larghezza e poteva contenere fino a 30.000 spettatori; era era riccamente decorato con statue, una delle quali è quella di Pasquino (forse una copia di un gruppo ellenistico che si presume rappresentante Menelao che sorregge il corpo di Patroclo), ora nell'omonima piazza a fianco di piazza Navona. Le camere sotterranee, chiamate “Lupanari”, furono usate come prostriboli, così come lo furono quelle del Circo Massimo.

Poiché era uno stadio e non un circo, non c'erano i cancelli da cui uscivano i cavalli da corsa, e la spina intorno a cui correvano i cavalli, come ad esempio nel circo Massimo, ma era tutto libero ed utilizzato per le gare degli atleti. L'obelisco che ora sta al centro della piazza sulla fontana berniniana dei Fiumi, proviene dal circo di Massenzio sulla via Appia e le iscrizioni geroglifiche che menzionano Domiziano sono relative ad una precedente sistemazione.

Due ingressi principali si aprivano al centro dei lati lunghi, mentre un altro era al centro del lato curvo. Esternamente la facciata era costituita da due ordini di arcate poggianti su pilastri di travertino e dietro le arcate, al pianterreno, erano situati tre ambulacri paralleli tra i quali vi erano pilastri e muri radiali che sostenevano la cavea ed ambienti  intercalati da scale che portavano ai due settori sovrapposti delle gradinate. Il livello attuale della piazza è sopraelevato di circa 6 metri rispetto a quello originario.

Il nome della piazza era originariamente "in agone", con riferimento ai combattimenti navali (agones) che vi si tenevano e per i quali lo stadio veniva appositamente allagato: si trattava di simulazioni di battaglie effettivamente combattute che richiamavano un grande pubblico, ed il ricordo sopravvive anche nella denominazione di alcune strade che conducono alla piazza (ad esempio, la Corsia Agonale). Il toponimo della piazza  deriva proprio dal termine agones che per corruzione da "agone" divenne "in agone", "innagone", "navone" e quindi "Navona".

Nel medioevo nello stadio furono costruite case e torri e dei suoi ambulacri si fecero magazzini e stalle; contemporaneamente cominciarono le asportazioni di marmi ed il luogo si ridusse ad un gigantesco rudere. Intorno all'anno mille, lo stadio era ancora interamente chiuso, con una sola via che correva lungo le attuali vie di Pasquino e dei Canestrari, mentre la piazza si presentava divisa in piccoli orticelli con qualche casupola e la piccola, primitiva, chiesa di S. Agnese.

A partire dal Quattrocento la zona intorno alla piazza cominciò a svilupparsi, con la costruzione di chiese, ospedali, ospizi e palazzi nobiliari. Le case e le torri medioevali, edificate sulle gradinate dello stadio romano fin dal XIII secolo, iniziarono ad essere sostituite e trasformate negli edifici rinascimentali e poi in quelli barocchi, in un continuo processo di stratificazione che ha conferito alla piazza l'inconfondibile aspetto attuale.

La svolta per  la vita della piazza iniziò nella seconda metà del XV secolo, allorché venne qui trasferito il mercato che prima si teneva sulla piazza del Mercato ai piedi dell'Aracoeli, divenendo un punto fisso di vendita di ortaggi, carni e merci varie. Luogo di mercato e d'incontro, la piazza divenne anche il luogo delle feste e delle processioni, tanto più che era stata regolarizzata e "mattonata" nel 1485 (anche se la vera e propria selciatura avverrà soltanto nel 1488); il Duca Valentino nel 1500 vi celebrò il proprio trionfo in veste di Cesare e gli Spagnoli introdussero, nel 1579, la tradizione della processione del mattino di Pasqua con lo sparo dei mortaretti e qui si rinnovarono quelle feste carnevalesche del Maggio romanesco che avevano già reso famosi Testaccio ed altri luoghi della città.

Alla fine del XVI secolo, Piazza Navona prese quindi a configurarsi come il vero baricentro della città ed iniziarono ad essere intraprese iniziative di riassetto urbano. 

Essenziali furono, per la miglioria e l'ornamento della piazza, gli interventi promossi da papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-85), che fece portare ben tre fontane, compreso un abbeveratoio, al servizio del mercato e degli animali da trasporto che vi affluivano. La forma attuale della piazza, con le fontane, la chiesa di Sant'Agnese, il palazzo Pamphilj e il resto degli edifici che la circondano si definì tra il 1600 e il 1700. Praticamente nulla è cambiato da allora, e in ciò consiste, probabilmente, gran parte del fascino di questo luogo. La definitiva risistemazione urbana venne decisa nel 1630, quando il cardinale Giovanni Battista Pamphilj, poi divenuto papa nel 1644 con il nome di Innocenzo X, fece costruire un edificio in forme tardo cinquecentesche sull'area di alcune case già di proprietà della sua famiglia. La piazza doveva celebrare la grandezza del casato dei Pamphilj (in una sorta di competizione con i Barberini ed i Farnese) ed Innocenzo X volle che vi si erigesse il palazzo omonimo e che la piazza fosse ornata con opere di ingente valore. Per il riassetto dell'area si ricorse perciò alla demolizione di alcuni isolati, mentre la gara per l'aggiudicazione delle commesse fu combattuta senza esclusione di espedienti fra i principali architetti del tempo; un ruolo di rilievo nella scelta degli artisti fu giocato anche dalla potente Donna Olimpia Maidalchini, influente e disinvolta cognata del papa, della quale si diceva che Bernini avesse donato, per essere favorito, un modello in argento del suo progetto della fontana, come,  secondo altri fu sempre lei a scegliere Borromini per sostituire il Rainaldi nel completamento della chiesa.

Una grande manifestazione che rese famosa piazza Navona fu inaugurata il 23 giugno 1652 sempre da papa Innocenzo X e da sua cognata: furono chiusi gli scarichi delle tre fontane, lasciando così debordare l'acqua fino a coprire la parte centrale della piazza, che era concava. Nobili e popolino vi si divertivano: i primi, attraversando la piazza a cavallo o in carrozza, i secondi sguazzandoci sopra oppure spingendo in acqua i carretti a mano. Il "lago di piazza Navona" divenne una consuetudine estiva e per quasi due secoli, il sabato e la domenica del mese di agosto, la piazza si allagava, finché, nel 1866, sotto Pio IX, il divertimento venne sospeso. Tra il 1810 ed il 1839 nella piazza si tennero le corse al fantino, ossia corse di cavalli che però non avevano parentela con le più famose corse dei barberi di via del Corso.

Dopo il 1870, con Roma capitale d'Italia, piazza Navona venne pavimentata con i "sampietrini", ma soprattutto venne costruito il marciapiede centrale a schiena d'asino: ciò significa che la piazza divenne convessa anziché concava, rendendo impossibile, quindi, un eventuale ripristino del "lago". Ciò non ha eliminato il carattere di centro di animazione alla piazza, che, pur se acquistando un carattere ludico-fieristico, rinasceva sempre durante il periodo natalizio: la piazza infatti iniziò ad ospitare in questo periodo un mercato che nel tempo è divenuto tradizionale per la città. Nel tempo, anche in ragione della sempre più marcata destinazione turistica dei luoghi, il mercato fu pian piano riversato sul già esistente vicino mercato di Campo de' Fiori e limitato in questa piazza al solo periodo delle festività natalizie; forse anche per la limitazione temporale, il valore tradizionale di questo mercato ha assunto più denso spessore, raggiungendo l'apice con la ricorrenza dell'Epifania e rendendo la "Befana di piazza Navona" uno dei momenti più diffusamente sentiti della cittadinanza. Fin dal dopoguerra, inoltre, piazza Navona ha preso ad ospitare pittori e artisti che eseguono ritratti e caricature estemporanee e, soprattutto negli ultimi tempi e nelle ore serali, le ormai caratteristiche performance degli artisti "di strada".

La Passeggiata

Da via Zanardelli ci si immette in piazza di Tor Sanguigna. Sia la piazza che via di Tor Sanguigna prendono il nome dalla torre del XIII secolo della famiglia dei Sanguigni, e i mattoni rossastri con cui era costruita confermavano il suo nome presso il popolo. Di rilievo anche l’immagine del settecento della Madonna Assunta, collocata in una cornice contornata da angeli.

A largo Febo, un angolo della città dove il tempo sembra essersi fermato,  si trova la chiesa di S. Nicola dei Lorenesi, costruita nel seicento su una preesistente chiesetta medievale costruita sui fornici dello stadio di Domiziano; affidata da Gregorio XV ai Lorenesi, ne divenne la chiesa nazionale.  

Tor Sanguigna

Madonna Assunta

Largo Febo

S. Nicola dei Lorenesi

Da qui si entra in via S. Maria dell’Anima, parallela a piazza Navona: il nome è derivato dalla chiesa omonima costruita qui nel XV secolo, mentre prima era chiamata via dei Millini, per la presenza di questa famiglia nel complesso conosciuto come Tor Millina.

S. Maria dell'Anima è la chiesa nazionale tedesca e sorse su tre case che erano adibite ad ospizio per l'accoglienza dei poveri e dei pellegrini germanici. Durante i lavori di costruzione dell'oratorio avvenuti alla fine del Quattrocento fu rinvenuto un affresco raffigurante Maria tra due anime del purgatorio e per questo motivo la chiesa fu intitolata a S. Maria dell’Anima. La facciata, attribuita a Giuliano da Sangallo, è divisa in tre ordini orizzontali da cornicioni, scanditi da lesene in travertino sormontate da capitelli in stile corinzio. Sul timpano del portale centrale, affiancato da colonne in marmo si trova il gruppo della Madonna con le anime oranti di Andrea Sansovino; ai lati di quello centrale vi sono altri due portali di dimensioni minori. Tre grandi vetrate, arcuate superiormente, occupano quasi per intero il secondo ordine mentre al terzo vi è un grande occhio centrale affiancato da lesene e dagli stemmi di papa Adriano VI, qui sepolto. La chiesa ha un elegante campanile con la sommità ricoperta di mattonelle policrome.

All’incrocio con via di Tor Millina si trova la quattrocentesca Torre Millina, che fa parte del palazzo dei Millini, antica famiglia romana estinta nel settecento; la torre, coronata da beccatelli e merli guelfi ancora oggi conserva i segni dell’antica potenza della famiglia, in modo particolare nella scritta “Millina”, ancora ben leggibile.

Al civico 55 di via S. Maria dell'Anima si trova palazzo Maculani. Il luogo su cui sorge questo palazzo era un tempo occupato da costruzioni appartenute alla famiglia Millini; nelle forme attuali risale alla fine del Cinquecento.

via S. Maria dell'Anima

S. Maria dell'Anima

Tor Millina

Palazzo Maculani

Alla fine di via S. Maria dell’Anima si apre piazza Pasquino che un tempo si chiamava di Parione, dal nome del Rione, ed era frequentata da librai e scrittori, e per questo motivo veniva spesso utilizzata per mostre di libri. L’attuale nome deriva da “Pasquino” la più famosa “statua parlante" di Roma, addossata ad un lato di palazzo Braschi. La statua è un frammento di un antico gruppo statuario ellenistico, raffigurante Menelao che sorregge il corpo di Patroclo e venne alla luce quasi per caso nel 1501 durante i lavori di sistemazione della piazzetta. Sull'origine del nome Pasquino vi sono diverse interpretazioni: chi lo vuole riferito ad un oste, chi ad un barbiere, chi ad un maestro di scuola e chi ancora ad un ciabattino, tutti, logicamente, di nome Pasquino. Probabilmente, iniziò per caso ad essere utilizzato per esporre pungenti satire anonime verso chicchessia, ma con il tempo si "specializzò" in feroci satire politiche, perlopiù indirizzate verso il pontefice o, comunque, verso i personaggi in vista dell'epoca, tanto che questo genere di "messaggistica" fu detta "pasquinata". Di fronte alla statua di Pasquino si trova la chiesa della Natività di Gesù, risalente alla fine del seicento, dove la tradizione vuole si conservino le fasce che avvolsero Gesù. La chiesa viene anche ricordata in quanto, solitamente, nell’imminenza dell’esecuzione di una condanna a morte, veniva esposto il Santissimo e si concedeva l’indulgenza plenaria per sé e per il condannato a chi adempiva ai sacramenti.

Attraverso via di S. Pantaleo si giunge nell’omonima piazza che prende il nome dalla chiesa che qui si affaccia. Sulla piazza si affaccia soprattutto Palazzo Braschi, realizzato dall'architetto Cosimo Morelli alla fine del XVIII secolo per conto della famiglia di papa Pio VI Braschi. A seguito di alterne vicende economiche della originaria famiglia proprietaria, il palazzo passò prima ai Silvestrelli e poi, nel 1871, allo Stato Italiano che vi insediò la Presidenza del Consiglio d'Italia  e il Ministero degli Interni. Oggi il palazzo ospita il Museo di Roma. La facciata presenta un basamento in travertino e le finestre al pianterreno sono adorne di una testa di leone che regge nella bocca una pigna, mentre quelle al primo piano hanno un timpano curvilineo con festoni di foglie di quercia poggianti su dadi con stelle. Il portale si presenta affiancato da due colonne che sorreggono un lungo balcone.

Al civico 34 di via S. Pantaleo troviamo il palazzo Bonadies-Lancellotti che venne eretto intorno alla fine del Cinquecento per conto della famiglia Bonadies, originaria della Lombardia. L'edificio passò ai Lancellotti in seguito all'estinzione della famiglia, avvenuta presumibilmente prima del Settecento. La facciata si presenta a due piani con due ammezzati. Al piano terreno si apre un solenne portale decorato con un mascherone e festoni ed è fiancheggiato ai lati da due coppie di botteghe. Passando per via e vicolo della Cuccagna, dove sono presenti edifici medievali, si giunge a piazza dei Massimi dove si trova la facciata posteriore di Palazzo Massimo alle Colonne, complesso edilizio costruito su progetto di Baldassarre Peruzzi sui resti dell'Odeon di Agrippa: proviene da lì la colonna monolitica posta al centro della piazzetta. Il palazzo è detto anche di Pirro in quanto il suo nome deriva da una statua del dio Marte ritrovata negli scavi di fondazione ed erroneamente ritenuta una raffigurazione del condottiero Pirro. Danneggiato dai Lanzichenecchi durante il Sacco di Roma del 1527, il palazzo venne ricostruito nel 1530 da un allievo di Antonio da Sangallo, e istoriato da Daniele da Volterra.

statua di Pasquino

Natività di Gesù

via di S. Pantaleo

Palazzo Braschi

Palazzo Braschi

Palazzo Bonadies Lancellotti

vicolo della Cuccagna

Palazzo Massimo Istoriato

Attraverso via della Posta Vecchia, come per incanto ci si immerge in Piazza Navona, l’autentico salotto di Roma, splendido, luminoso, arioso. Vista nell’insieme delle sue componenti la piazza rivela immediatamente una grande armonia tra chiese, fontane, palazzi, e ha una caratterizzazione particolare, quella di conservare la forma dello stadio di Domiziano, sopravvissuta per l’esigenza di utilizzare le fondamenta originarie per le nuove costruzioni.

La piazza è quasi chiusa a sud da due palazzi: il Braschi, il cui ingresso è in piazza San Pantaleo, e Lancellotti De Torres. Questo sorse nel XVI secolo, inglobando varie case preesistenti, per volere dell’arcivescovo spagnolo di Salerno, Ludovico de Torres e per opera di Pirro Ligorio. La facciata , regolare nelle linee, ha un tono severo ma equilibrato ed un solenne portale; il cornicione è decorato con busti leonini, dentelli e rosoni e da un’altana seicentesca.

Superando via dei Canestrari (che prende il nome dai fabbricanti di canestri che qui lavoravano), il primo palazzo che si affaccia sulla piazza è quello costituito dal complesso di proprietà degli Stabilimenti Spagnoli, con la facciata caratterizzata da balconi su mensole ed un portone che ha nell’arco una conchiglia detta “dei pellegrini” in quanto il complesso, unitamente alla vicina chiesa, fungeva da ospizio dei pellegrini spagnoli.

Segue la chiesa di S. Giacomo degli Spagnoli, ora Nostra Signora del Sacro Cuore, che risale al 1450 ed è stata più volte restaurata con lo spostamento della porta d’ingresso (ora sulla piazza, ora su corso Rinascimento). La facciata ha un portale quattrocentesco con due angeli dentro il timpano che sorreggono lo stemma di Castiglia e Leon. Dal settecento in poi, conseguentemente alle vicende politiche e religiose della Spagna, la chiesa subì un lento decadimento e nell’ottocento fu venduta ai missionari francesi del sacro Cuore.

Seguono altre case di proprietà degli Stabilimenti Spagnoli trasformate nel settecento e ottocento, unite da un unico cornicione sempre decorato dalle conchiglie; le facciate sono vivacizzate da balconi e da portali nella cui lunetta ricorre lo stemma di Castiglia. Segue un palazzo del Pio Istituto Santo Spirito e palazzo Serafini Scaretti eretto nel seicento e modificato nel settecento, caratterizzato dalla presenza di un unico lungo balcone.

Di seguito si trova ancora un palazzo seicentesco del Pio Istituto Santo Spirito con pregevoli portoni, il palazzo dei Giovannola ed un edificio del comune di Roma. Subito dopo il passetto delle Cinque Lune, già vicolo dei Calderai, troviamo un insieme di case, frutto di ricostruzioni del novecento, con graziosi balconcini in ferro. Non poteva mancare in piazza Navona una edicola sacra. Si trova al centro dell’insieme di edifici che chiudono la piazza dal lato nord: in essa vi è un dipinto seicentesco della Vergine "Advocata Nostra",  entro una cornice protetta da un baldacchino.

Subito dopo, all’interno dello stabile al n° 48 si trova un cortile su cui si affaccia il palazzetto del Vignola, con un elegante portico, finestre decorate ed un cornicione con mensole e rosoni.

Il palazzetto che segue al n° 43 ha cinque balconi ed un portale con stemma; superata via de’ Lorenesi si affaccia palazzo De Cupis: edificato nel quattrocento e ingrandito il secolo successivo, fu sede dell’ambasciatore di Spagna e di cardinali e nelle botteghe al suo interno lavoravano stampatori e librai, nel settecento fu anche sede del teatro Ornani la cui attività si protrasse fino alla fine dell’ottocento.

A questo punto si incontra l’insieme di edifici dovuti al Borromini: il Collegio Innocenziano, la chiesa di S. Agnese in Agone e il palazzo Pamphilj.

La facciata del Collegio Innocenziano, istituto in cui si preparavano al sacerdozio i figli dei sudditi dei Pamphilj, è dominata da una serliana e l’interno ha un cortile con colonne che formano un’altra serliana e affreschi seicenteschi.

A fianco vi è la chiesa di S. Agnese, edificata nel luogo del suo martirio, sulla preesistente piccola chiesa, per iniziativa di papa Innocenzo X per opera del Borromini, del Baratta, di Del Grande e del Rainaldi: la grande cupola, la facciata concava e i due campanili ai lati costituiscono un’opera di meravigliosa ed universale bellezza.

Unito alla chiesa c’è Palazzo Pamphilj, costruito nel 1650 ad opera del Rainaldi. La facciata con la sua ricca ornamentazione, ha un aspetto monumentale e le finestre hanno nel timpano la colomba, stemma dei Pamphilj. In questo palazzo dominò donna Olimpia Maidalchini, cognata di papa Innocenzo X ma soprattutto sua principale confidente e consigliera; tutta la piazza rievoca questa donna, soprannominata dal popolo “Pimpaccia”: fu praticamente il suo salotto. L'interno, che oggi ospita l'ambasciata del Brasile, è arricchito dalla celebre Galleria Cortona, con gli affreschi di Pietro da Cortona.

La monumentalità di piazza Navona è completata dalle tre fontane collocate alle due estremità e al centro  della piazza.

La Fontana del Moro è la fontana posta al lato sud della piazza: eseguita nel 1574 su progetto di Giacomo Della Porta durante il pontificato di Gregorio XIII Boncompagni, fu completamente rinnovata nel 1653, ed il papa Innocenzo X Pamphilj affidò al Bernini l'incarico. Nel restauro del 1874 i quattro tritoni e le quattro maschere vennero sostituite da copie eseguite da Luigi Amici (gli originali si trovano in un deposito comunale). La scultura centrale disegnata dal Bernini ed eseguita da Giannantonio Mari nel 1655, è erroneamente chiamata il Moro per i suoi tratti somatici, ma in realtà si tratta di un tritone che trattiene un delfino.

La Fontana dei Fiumi fu edificata per dare una degna sistemazione nella piazza Navona all'obelisco proveniente dal Circo di Massenzio e al progetto del Bernini, il pontefice Innocenzo X Pamphilj autorizzò i lavori e si inaugurò la stupenda opera il 12 giugno 1651. Attorno al monolite furono posizionate quattro statue di marmo bianco alte cinque metri che rappresentano i fiumi. La prima realizzata da Claude Poussin è dedicata al Gange e simboleggia l'Asia; il Nilo per l'Africa è di Giacomo Antonio Fancelli ed ha il capo velato perché all'epoca non si conoscevano le sorgenti; Antonio Raggi ha scolpito il Danubio per l'Europa ed infine il Rio de la Plata, simbolo dell'America, è di Francesco Baratta.

La Fontana del Nettuno, sistemata nella parte settentrionale della piazza, detta dei Calderai, fu creata sempre dal Bernini ma per trecento anni rimase priva di statue ed ornamenti. Nel 1873 venne bandito un concorso vinto dallo scultore Antonio Della Bitta a cui fu affidata l'esecuzione del Nettuno, mentre lo scultore Gregorio Zappalà eseguì i gruppi attorno al bacino: cavalli marini, sirene e putti che giocano con i delfini. I lavori finirono nel 1878.

Palazzo Lancellotti De Torres

Ns. Signora del Sacro Cuore

Complesso ex Stabilimenti Spagnoli

Palazzo Serafini Scaretti

Palazzetto Giovannola

Madonna Advocata Nostra

Palazzetto del Vignola

Palazzo De Cupis

Collegio Innocenziano

S. Agnese in Agone

S. Agnese in Agone

Palazzo Pamphilj

Fontana del Moro

Fontana dei Fiumi

Fontana dei Fiumi

Fontana del Nettuno

Lasciando piazza Navona da via delle Cinque Lune,  si giunge alla omonima piazza e attraverso l'arco di S. Agostino ci si immette a piazza S. Agostino  dove domina la facciata della basilica preceduta da una scalinata. È una delle prime chiese romane costruite nel Rinascimento ed ospita la Madonna di Loreto, detta anche Madonna dei Pellegrini, un capolavoro di Caravaggio. La facciata a due ordini con timpano triangolare, progettata da Leon Battista Alberti e fu costruita nel 1483 da Giacomo di Pietrasanta, utilizzando marmo proveniente dal Colosseo. Oltre al quadro di Caravaggio, la chiesa ospita il famoso affresco del Profeta Isaia di Raffaello e la Madonna del Parto di Jacopo Sansovino, che secondo la tradizione popolare è miracolosa.

L’interno è a tre navate con volta a crociera e cinque cappelle per parte; la chiesa ospita anche la tomba di Santa Monica, madre di S. Agostino.

Attraverso via dei Pianellari ci si immette in piazza S. Apollinare che prende il nome dalla chiesa di S. Apollinare, anche se è Palazzo Altemps quello che dà maggior lustro a questo luogo.  La chiesa di S. Apollinare fondata da Adriano I nel 780 e riedificata dalle fondamenta da Benedetto XIV per opera di Ferdinando Fuga. È dedicata al santo che si dice accompagnò S. Pietro da Antiochia fino a Roma e che divenne in seguito il primo vescovo di Ravenna. Accanto alla chiesa sorge il quattrocentesco palazzo di S. Apollinare, restaurato e sopraelevato dal Fuga nel 1748, contestualmente alla riedificazione della chiesa.

Palazzo Altemps, costruito alla fine del 1480, per il nipote di Sisto IV, Girolamo Riario, si presenta con una facciata semplice a tre piani. A metà circa del Cinquecento il palazzo passò al cardinale di Volterra Francesco Soderini e nel 1568 fu acquistato dal cardinale Marco Sittico Altemps, nipote di Pio IV e figlio del conte Wolfango Altemps. Fu allora che il palazzo venne completato e rinnovato ad opera di Martino Longhi il Vecchio, che vi aggiunse una grande altana con arcate fra lesene binate, ornata da quattro piccoli obelischi e da un araldico marmoreo ariete rampante sopra una piccola cupola.

Il cortile, tra i più belli di Roma, è ad arcate in travertino e rifinite stucco, recanti gli emblemi degli Altemps e degli Orsini, adorno di sculture e reperti classici. Notevole è la fontana con decorazioni in pasta vitrea che poggia su un lato del cortile.

Ai primi del Seicento gli Altemps dettero grande prestigio al casato e al palazzo, impegnandosi nella raccolta di grandi opere d'arte e all’allestimento di una ricca biblioteca; poi, passata l'epoca d'oro, fu grazie alle varie accademie che qui si insediarono, come l'Arcadia o la Tiberina, se il palazzo continuò ad essere ben conservato e mantenere alta la sua fama nel mondo della cultura. Nel 1887 l'edificio fu acquistato dalla S. Sede e nel 1981 dal Ministero dei Beni Culturali. Oggi è sede del Museo Nazionale Romano e vi sono custodite alcune tra le più importanti collezioni di sculture classiche presenti a Roma.

Da piazza S. Apollinare e attraversando via del Giglio d’oro, in cui sono presenti palazzi settecenteschi, si incrocia via dell’Orso. La via, anticamente, aveva altri nomi, ma dal 1517 si chiamò via dell'Orso prendendo il nome secondo alcuni dall'albergo la cui insegna era caratterizzata da due orsi, secondo altri da uno dei proprietari, Baccio dell'Orso. Un'altra ipotesi sostiene che il nome le derivò da un rilievo marmoreo murato all'angolo con via dei Soldati, tuttora esistente, rappresentante un leone, ma scambiato per un orso, che assale un cinghiale. Nel 1517 l'edificio risulta proprietà dei Piccioni e furono loro a trasformarlo da abitazione ad albergo, uno dei migliori della città a quel tempo, tanto da aver ospitato personaggi come Rabelais, Montaigne, Gogol, Goethe e altri viaggiatori illustri dell'epoca. Questo fino al 1630, dopodichè l'albergo subì un declassamento tanto che vi alloggiavano vetturali, postiglioni e servi di stalla, per il fatto che la locanda serviva da stazione di posta per viaggi pubblici e privati.

Salendo su via di Monte Brianzo arriviamo sul Lungotevere: qui terminiamo la nostra passeggiata in cui abbiamo percorso la Roma antica, medievale, rinascimentale e barocca. Epoche diverse, ma tutte comunque nel segno della universalità di questa città.

Piazza e arco di S. Agostino

S. Agostino

S. Apollinare

Palazzo Altemps

Via del Giglio d'oro

via dell'Orso - bassorilievo

Albergo dell'Orso

Lungotevere

 

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