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Olimpia Maidalchini Pamphilj

 

Donna Olimpia Maidalchini (Viterbo, 26 maggio 1594 – 26 settembre 1657) fu una delle protagoniste della storia di Roma nel XVII secolo; detta "la Pimpaccia di piazza Navona" è colei per la quale venne creato il famoso detto popolare: "chi dice donna dice danno".

Figlia di un appaltatore viterbese, il capitano Sforza Maidalchini, e di Vittoria Gualterio, patrizia di Orvieto, patrizia romana e nobile di Viterbo, era destinata fin dall’infanzia al convento, ma riuscì con un'abile stratagemma a sottrarsi al suo destino accusando il suo confessore di molestie sessuali. A dire il vero quell'accusa si rivelò poi infondata tanto che il frate venne riabilitato, ma l'episodio bastò perché Donna Olimpia potesse evitare la tonaca e sposare un personaggio locale, Paolo Pini, ricco e facoltoso pur se anziano, che la lasciò vedova, ricca e libera dopo soli tre anni.

Donna Olimpia, sicuramente di natura ambiziosa e anche avida, scelse come secondo marito un romano di famiglia nobile ma impoverita più vecchio di lei di 31 anni, Pamphilio Pamphilj, che sposò nel 1612. Questi la introdusse nella società romana e, soprattutto, la imparentò con suo fratello Giovanni Battista, brillante avvocato di curia e futuro papa Innocenzo X.

La presenza di Olimpia accompagnò la carriera del cognato Giovanni Battista Pamphilj fino al conclave ed oltre il soglio di Pietro, e non fu una presenza discreta: tutta Roma (a cominciare da Pasquino) parlava e sparlava di come Donna Olimpia apparisse molto più legata al cognato che al marito, di come chiunque volesse arrivare all'ecclesiastico Pamphilj dovesse passare attraverso la cognata, e di come costassero cari i suoi favori. Il popolo mormorava inoltre che fra i due non ci fosse solo quel rapporto spirituale e platonico ostentato in pubblico ma una vera e propria relazione intima. Di sicuro tra i due si sviluppò un rapporto di intensa e affettuosa familiarità, tanto che Olimpia era solita rivolgersi a lui chiamandolo col suo vero nome, Giovanni Battista.

Rimasta vedova nel 1639 di Pamphilio (voce di popolo voleva fosse morto avvelenato), ricevette dal cognato papa il titolo di principessa di San Martino (di Viterbo) nel 1645.

È certo che, così come era stata la principale artefice dell'elezione a papa del cognato, quando questa fu conclusa Olimpia divenne la dominatrice indiscussa e assoluta della corte papale e di tutta Roma.

Diventò, infatti, il consigliere più ascoltato dal papa, quasi la sua ombra: il Papa si fidava praticamente solo di lei, e proprio per questo, nel giro di pochi anni, divenne la donna più temuta, e più odiata, di Roma. Tutti quelli che volevano avere un contatto con il papa dovevano prima avere il suo appoggio: è inutile dire che molti cercarono di ottenerlo per mezzo di regali e denaro e del resto, tutti sapevano che prima di prendere decisioni importanti Innocenzo X si consultava sempre con lei.

Donna astuta, intrigante, ambiziosissima, e non certo morigerata, Olimpia animò con le sue gesta, non proprio edificanti, le cronache scandalistiche romane seicentesche.

Il soprannome di Pimpaccia deriva da una pasquinata, cioè uno scritto satirico lasciato sulla più celebre "statua parlante" di Roma, Pasquino.

In questo scritto Olimpia è definita "Olim-pia, nunc impia". Si tratta di un gioco di parole: in latino olim = una volta e pia =religiosa; nunc = adesso e impia (empia, piena di peccati). Quindi il senso della frase è: Una volta brava e religiosa, ora corrotta e peccatrice.

Il popolo romano fece proprie le accuse di arroganza e avidità che le venivano mosse dalla corte papale e le volgarizzò chiamandola "la papessa". Tra le pasquinate rimaste celebri sul suo conto:

Chi dice donna, dice danno - chi dice femmina, dice malanno - chi dice Olimpia Maidalchina, dice donna, danno e rovina.

Ma forse la definizione più divertente di Donna Olimpia è questa: "Fu un maschio vestito da donna per la città di Roma e una donna vestita da maschio per la Chiesa Romana".

L'aspetto più interessante della figura di donna Olimpia è che gli eccessi che le furono attribuiti erano soprattutto relativi ad un'ossessiva avidità di denaro e di potere, tipica degli uomini ma non frequentissima, in maniera così esplicita e prevalente, nelle donne del tempo.

Si disse che la sua beneficenza fosse sempre interessata: che la protezione assicurata alle cortigiane mascherasse una vera e propria organizzazione del traffico della prostituzione; che i comitati caritatevoli per l'assistenza ai pellegrini del Giubileo del 1650 fossero organizzati a scopo di lucro; che il Bernini, allora in disgrazia, avesse ottenuto la commessa per la fontana dei Fiumi di Piazza Navona solo per aver fatto omaggio alla Pimpaccia di un modello in argento alto un metro e mezzo del lavoro che voleva eseguire.

L'Anno Santo del 1650, che insieme a un enorme afflusso di pellegrini conobbe pure un grande concorso di prostitute, grazie anche ai buoni uffici di donna Olimpia Maidalchini. Donna Olimpia già da qualche anno elargiva la sua interessata protezione alle "cortigiane" romane, permettendo loro di muoversi in carrozza nelle solennità maggiori, in barba al divieto papale. Ora, in occasione del giubileo, non solo si gettò avidamente a lucrare sull'assistenza ai pellegrini sotto il pretesto di organizzare comitati di caritatevoli dame, ma continuò imperterrita a esercitare il suo patronato sulle prostitute, ricevendone regali in gran quantità. Di rilievo inoltre il fatto che tra le tante concessioni fatte dal cognato-papa Innocenzo X ci fu la suntuosa Villa Pamphilj.

Le mediocri condizioni di salute portarono Innocenzo X alla tomba il 7 gennaio 1655. Donna Olimpia asportò dalla stanza di lui tutto ciò che trovò e nulla volle dare per la sepoltura.

Si dice che subito dopo la morte di Innocenzo X, trasse di sotto il letto papale due casse piene d'oro, se le portò via, e a quanti le chiedevano di partecipare alle spese del funerale del papa rispondeva: "Che cosa può fare una povera vedova?"

E così per l'avarizia dei parenti, il cadavere del pontefice rimase momentaneamente senza sepoltura, e solo grazie alla generosità del suo maggiordomo Scotti, che fece costruire una povera cassa, e del canonico Segni, che intervenne finanziariamente per sostenere le spese, Innocenzo X potè essere sepolto nella chiesa, da lui commissionata, di sant'Agnese in piazza Navona, dalla quale, si dice, benedice chi non lo vede: difatti, la tomba è posizionata sopra l'ingresso, dalla parte interna, per cui ben pochi sono coloro che si voltano per ammirare il busto del pontefice.

Allontanata da Roma dopo la morte di papa Innocenzo nel 1655 dal successore Alessandro VII, Donna Olimpia morì di peste nelle sue tenute viterbesi di San Martino al Cimino nel 1657, lasciando in eredità 2 milioni di scudi.

Secondo la tradizione popolare la Pimpaccia, continuò ad imperversare anche post mortem, animando Roma con le sue scorribande notturne.

Una leggenda vuole che il 7 aprile, giorno anniversario della morte di Innocenzo X, la Pimpaccia corresse ancora per le strade del centro di Roma su una carrozza fiammeggiante, dal palazzo di Piazza Navona, passando il Tevere a Ponte Sisto, per recarsi a fare i bagni in un palazzo a Trastevere, terrorizzando i passanti e facendo dispetti a chi gli capita sotto mano.

Alcuni toponimi di strade romane ancora oggi la ricordano: Via e Piazza di Donna Olimpia . Fino al 1914 esisteva, fuori Porta San Pancrazio nei pressi di villa Pamphilj, anche una Via Tiradiavoli, così denominata perché si diceva che lo stesso carro di fuoco la percorresse di gran carriera per portare la Pimpaccia alla villa papale, e che i diavoli vi avessero aperto una voragine per riportarsi all'inferno la Pimpaccia, il carro e tutti i tesori da lei accumulati in vita.

 

 

Innocenzo X

 

Giovanni Battista Pamphilj nacque a Roma il 7 maggio 1574 da Camillo Pamphilj e Maria Cancellieri del Bufalo. Studiò sotto la supervisione dello zio, il cardinale Girolamo Pamphilj, presso il Collegio Romano, dove si laureò in giurisprudenza nel 1594. Questo dottorato fu il suo trampolino di lancio per entrare in Curia, dove ricoprì, tra il 1604 ed il 1629 vari incarichi prestigiosi. Il 25 gennaio 1627, nella Cappella Sistina, fu consacrato vescovo. Creato cardinale dal 1629 e rientrato a Roma, ottenne la carica di prefetto della S. Congregazione per il Concilio.

Quando Papa Urbano VIII morì il 29 luglio 1644, nel conclave che ne seguì ascendeva al soglio pontificio all’età di 70 anni ed assumeva il nome di Innocenzo X.

Alla sua incoronazione venne illuminata la cupola della Basilica di San Pietro per la prima volta, mentre le varie delegazioni nazionali organizzarono spettacolari luminarie in Piazza Navona, vicino al Palazzo Pamphilj.

Il suo pontificato fu caratterizzato dall'ingerenza dei parenti, in particolare della cognata Olimpia Maidalchini, al punto da portare alla crisi definitiva il nepotismo come sistema di governo e favorire la nascita di una nuova figura nel governo della curia, il segretario di Stato.

Intensa fu l'attività in campo religioso: Innocenzo X fu il papa che indisse il XIV Giubileo, fu lui stesso ad aprire la Porta Santa la vigilia di Natale nel 1650. Promosse la riforma degli ordini religiosi, lo sviluppo delle missioni in Africa ed Oriente.

Da punto di vista del patrimonio artistico, il nome di Innocenzo X è legato al rifacimento dell’interno e della Loggia delle Benedizioni della basilica di S. Giovanni, la realizzazione della grande villa sull'Aurelia, l'attuale villa Doria Pamphili, e, soprattutto, alla sistemazione di piazza Navona con la costruzione di Palazzo Pamphilj, la chiesa di famiglia di S. Agnese in Agone, la costruzione della Fontana dei Fiumi e la modifica della fontana del Moro.

Innocenzo X morì il 7 gennaio 1655. Donna Olimpia fece sparire dai suoi appartamenti tutto ciò che trovò e non volle dare nulla per la sepoltura. Per l'avarizia dei parenti, il cadavere del pontefice rimase per un giorno insepolto e, solo grazie alla generosità del maggiordomo Scotti e del canonico Segni, il Papa poté essere inumato nella basilica patriarcale del Vaticano. In seguito, i suoi resti vennero traslati nella tomba fatta costruire dal nipote Camillo e dal pronipote Giovanni Battista nella chiesa di Sant'Agnese in Agone.

 

 

 

Gian Lorenzo Bernini

 

Gian Lorenzo Bernini nasce a Napoli il 7 dicembre 1598 dove il padre Pietro, scultore, e la madre Angelica Galante si erano da poco trasferiti. Nel 1606 la famiglia fa ritorno a Roma: Gian Lorenzo si forma alla bottega del padre e con lui realizza i suoi primi lavori. Tra le sue opere principali di questo periodo vi sono il "Ratto di Proserpina" (1620-23), il "David” (1623-1624) e "Apollo e Dafne" (1624-25).

E' ancora giovanissimo quando papa Urbano VIII Barberini, con il quale l'artista stabilirà un durevole e proficuo rapporto di lavoro, gli commissiona il "Baldacchino di S. Pietro" (1624-1633). Nel 1629 Papa Urbano VIII nomina Bernini architetto sovrintendente alla Fabbrica di S. Pietro. Le fontane sono un prodotto tipico del gusto barocco; Bernini inaugura una nuova tipologia, quella a vasca ribassata: sempre per il papa esegue la "Fontana del Tritone" in Piazza Barberini e la "Fontana della Barcaccia" in Piazza di Spagna, a Roma.

Tra il 1628 ed il 1647 realizza la "Tomba di Urbano VIII" nella Basilica di San Pietro.

Sempre in questo periodo realizza due dei suoi busti ritratto più famosi: quelli di Scipione Borghese e Costanza Buonarelli, visi senza segreti che si mostrano in tutte le loro sfumature caratteriali.

Nel 1644 muore papa Urbano VIII e si scatenarono le gelosie rivali tra Bernini e Borromini, con il quale ci ebbe ripetuti attacchi e polemiche in occasione dei lavori per la facciata di Palazzo Barberini, sin dal 1630.

In seguito Gian Lorenzo Bernini trova l'appoggio di Papa Innocenzo X per il quale esegue la decorazione del braccio lungo di S. Pietro e realizza la "Fontana dei Fiumi" (1644) a Piazza Navona a Roma. In seguito realizza la "Verità", l'Estasi di Santa Teresa nella cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria, i busti di Innocenzo X Pamphili e il busto di Francesco I D'Este.

Durante il pontificato di Alessandro VII Chigi, Bernini ottiene l'incarico di dare una configurazione confacente per significati e funzioni, alla piazza antistante la Basilica di San Pietro; così nel 1656 progetta il colonnato di San Pietro, compiuto nel 1665 con le novantasei statue del coronamento.

Sempre nel 1665 si reca in Francia per eseguire il busto di Luigi XIV. Pur destando ammirazione a Versailles, la fama di Bernini genera nell'ambiente accademico un clima di diffidenza che fa naufragare ogni sua aspettativa, compreso il grandioso progetto per il Louvre di Parigi.

Rientrato in Italia porta a compimento i lavori in San Pietro e si dedica, tra altre attività, al Monumento funebre di Alessandro VII.

Nel 1667 ad Alessandro VII Chigi succedette Clemente IX Rospigliosi che gli affidò la sistemazione del ponte davanti Castel Sant'Angelo: Bernini eseguì due dei dieci angeli previsti per le balaustre che furono giudicati troppo belli per essere esposti alle intemperie e quindi collocati nella chiesa di San'Andrea delle Fratte.

Dopo una lunghissima vita dedicata all'arte, dopo aver imposto il suo stile a tutta un'epoca, Gian Lorenzo Bernini muore a Roma il 28 novembre 1680, all'età di 82 anni, nel suo palazzo di Via della Mercede. 

 

 

 

Francesco Borromini

 

Francesco Castelli, più conosciuto come Borromini, nacque a Bissone, sul lago di Lugano, nel 1599. Imparò il mestiere da suo padre, Giovanni Domenico Castelli ma fin da giovane si trasferì a Milano per continuare a perfezionare l’arte della scultura e lavorò per la Fabbrica del Duomo.

Si trasferì in seguito a Roma, dove partecipò alla Fabbrica di S. Pietro fin dal 1619, guidata all'epoca da Carlo Maderno. Qui ebbe modo di studiare le opere antiche e quelle di Michelangelo, da allora grande modello dell'artista.

Alla morte di Maderno Francesco Borromini iniziò a lavorare nello studio del Bernini sotto la cui guida guadagnò molta esperienza prima come disegnatore e poi come progettista e scultore ma presto entrò in contrasto con il suo maestro, per la profonda diversità di temperamento, gusto e cultura. Non potendo trovare una via di compromesso, al termine della costruzione di Palazzo Barberini, le strade dei due scultori si separarono, ma pur lavorando autonomamente, la loro rivalità continuò per il resto della loro vita.

Nel 1634 il Borromini iniziò a lavorare come un indipendente architetto, iniziando la sua attività con la realizzazione del progetto per la chiesa e il chiostro di San Carlo alle Quattro Fontane detta il San Carlino.

Negli stessi anni eseguì i lavori di ammodernamento di Palazzo Spada e Palazzo Falconieri e la ricostruzione del Monastero e della Chiesa di San Carlo Borromeo.

Nel 1637 iniziò la costruzione dell'Oratorio e del Convento dei Padri Filippini che terminò nel 1649. Tra il 1642 e il 1660 Borromini realizzò invece la chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza ed in quest'ultima costruzione Borromini dimostrò tutto il suo ingegno e le sue capacità suggestive.

Nel 1644 salì al pontificato Innocenzo X Pamphilj e il Borromini ricevette le prime commissioni papali.

Nel 1646 ricevette da Innocenzo X l'incarico di trasformare la basilica di S. Giovanni in Laterano e riuscì a conciliare l'esigenza di conservazione dell'antica basilica, con i problemi di carattere statico che si erano venuti a creare. Nel 1657 Innocenzo X decise di esonerare l'architetto dai suoi incarichi per i dissapori nati per la costruzione della chiesa di Sant'Agnese in piazza Navona e da questo momento, cominciarono anni di crisi che non terminarono nemmeno con la realizzazione del Collegio di Propaganda Fide.

Borromini ci viene descritto come una persona solitaria, impulsiva, melanconica e dal carattere molto irascibile. In vita, sofferse molto della rivalità col Bernini, più solare e predisposto ai rapporti umani, anche se, sul piano della carriera e della considerazione, Borromini riuscì pur sempre a godere del mecenatismo di papa Innocenzo X.

Ma il suo carattere depressivo, e la crescente frustrazione che gli derivava dai successi del rivale, oltre ad una serie di eventi negativi, come appunto i dissapori con Innocenzo X, lo spinsero al suicidio. Fu infatti trovato morto a Roma nel 1667, dopo essersi gettato contro una spada.

 

 

Pasquino

 

Pasquino è la più celebre statua parlante di Roma, divenuta figura caratteristica della città fra il secolo XVI ed il XIX.

Ai piedi della statua, ma più spesso al collo, si appendevano fogli contenenti satira in versi diretta a pungere anonimamente i personaggi pubblici più importanti, papi compresi. Erano le cosiddette "pasquinate", dalle quali emergeva, non senza un certo spirito di sfida, il malumore popolare nei confronti del potere e l'avversione alla corruzione ed all'arroganza dei suoi rappresentanti.

La statua è un frammento di un'opera di stile ellenistico, risalente forse al III secolo a.C., forse dello scultore Antigonos, raffigurante "Menelao che sorregge il corpo di Patroclo morente". Reperita a poca distanza da piazza, si ritiene che sia stata impiegata per l'ornamento dello Stadio di Domiziano, oggi coperto dalla piazza.

Fu ritrovata nel 1501 durante gli scavi per la pavimentazione stradale e la ristrutturazione del Palazzo Orsini (oggi Palazzo Braschi), proprio nella piazza dove oggi ancora si trova (allora detta piazza di Parione ed oggi piazza di Pasquino).

Sul perché la statua abbia proprio questo nome, familiare ed affettuoso, non si hanno che una nutrita serie di ipotesi. Si vuole, da alcuni, che Pasquino fosse un personaggio del rione noto per i suoi versi satirici: chi dice che fosse il nome di un maestro, chi di un sarto, chi di un fabbro chi di un calzolaio.

Le Pasquinate colpirono molti personaggi, la maggior parte dei quali noti per aver preso parte all'esercizio del potere temporale del papato e furono numerosissime, "editate" a distanza di brevi periodi di tempo e di recente ne sono state pubblicate antologie a seguito del ritrovamento di rari originali e varie copie conservate in archivi storici o trascritte in relazioni diplomatiche, lettere private, diari e cronache dell'epoca.

I cartelli e manifesti satirici venivano preferibilmente appesi al collo di alcune statue (Pasquino è appunto la più conosciuta) posizionate in luoghi frequentati della città, durante la notte, in modo che al mattino successivo potessero essere visti e letti da chiunque, prima che la polizia dell'epoca li asportasse.

Le pasquinate non erano soltanto espressione di un malcontento popolare. In molti casi quegli stessi rappresentanti del potere che erano normalmente, almeno come categoria, oggetto di lazzi e frecciate, le usarono a fini propagandistici contro avversari scomodi. L’occasione più ghiotta per spargere maldicenze contro concorrenti scomodi nel tentativo di ottenere il favore, almeno popolare, era l'elezione di un nuovo pontefice, che diventava una campagna elettorale che si combatteva a colpi di invettive propagandistiche. Non si trattava, in queste situazioni, della classica opposizione al potere, ma solo di favorire qualcuno per la scalata a quel potere.

Pasquino, come comprensibile, in breve tempo divenne fonte di preoccupazione, e parallelamente di irritazione, per i potenti presi di mira dalle pasquinate, primi fra tutti i papi. Diversi furono del resto i tentativi di eliminare la statua come quello messo in atto da Adriano VI, durante il suo breve pontificato (1522-1523), che stava per riuscire a disfarsene, avendo dato ordine di gettarla nel Tevere. Fu distolto quasi in extremis dagli smaliziati cardinali della curia, che intravidero il pericolo e la possibile portata di un simile "attacco" alla congenita inclinazione alla satira del popolino romano. Ma anche Sisto V (1585-1590) e Clemente VIII (1592-1605) tentarono invano di eliminare la scomoda statua.

Quando altri, successivamente, lo fecero vigilare notte e giorno da guardie, le pasquinate apparvero infatti ancora più numerose ai piedi di altre statue: l'idea era stata di Benedetto XIII, che emanò anche un editto che garantiva la pena di morte, la confisca e l'infamia a chi si fosse reso colpevole di pasquinate.

Pasquino era di fatto asceso ad un rango di specialissimo antagonista della figura papale, simboleggiando il popolo di Roma che punteggiava coi suoi commenti gli eccessi di un sistema col quale conviveva con sorniona sufficienza. Pasquino era l’emblema di una Roma che sapeva valutare e giudicare le figure che rappresentavano il potere religioso e quello politico, riuscendo a scorgere nei suoi protagonisti le eventuali umane modestie, a rimarcarne velleità e malefatte. Come tale, era fisiologicamente un punctum dolens dei vescovi di Roma, ma proprio perchè tale la sua "produzione" si estinse con la fine del potere temporale, con la breccia di Porta Pia, che metteva il popolo romano di fronte a nuovi tipi di sovrano, ad nuovo tipo di stato.

Di fogli appesi non se ne videro praticamente più: tornarono solo saltuariamente. Durante il fascismo, in occasione dei preparativi per la visita di Hitler a Roma, Pasquino riemerse dal lunghissimo silenzio per notare la vuota pomposità degli allestimenti scenografici, che avevano messo la città sottosopra per settimane:

"Povera Roma mia de travertino! T'hanno vestita tutta de cartone, pè fatte rimirà da 'n'imbianchino..."

In tempi più recenti, in occasione della visita di Mikail Gorbaciov a Roma, Pasquino diede voce al disturbo che certe misure di sicurezza arrecavano ai romani:

"La Perestrojka nun se magna, da du' giorni ce manni a pedagna, sarebbe er caso de smammà, ce cominceno a girà."

 

Ecco alcune tra le pasquinate più famose:

Dedicata a Urbano VIII Barberini (1623-1644), il papa che aveva permesso di usare le decorazioni in bronzo del Pantheon per fare il Baldacchino di San Pietro in Vaticano.

“Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”.

 Per la morte di papa Alessandro VI Borgia (1492-1503), accusato con tutta la sua famiglia di violenza, lussuria e crudeltà.

Qui giace Alessandro sesto. È sepolto con lui  quanto venerò: il lusso, la discordia, l’inganno,  la violenza, il delitto.

 Per la morte di papa Leone X Medici (1513-1520), famoso perché prometteva il Paradiso in cambio di soldi ("vendita delle indulgenze"):

Gli ultimi istanti per Leon venuti,  egli non poté avere i sacramenti. Perdio, li avea venduti!

 Dopo la morte di papa Clemente VII de' Medici (1523-1534), provocata forse dalla scarsa bravura del suo medico, sulla statua viene messo il ritratto del medico con la scritta: Ecce qui tollit peccata mundi .

 Per la morte di Paolo III Farnese (1534-1549), papa grandissimo ma accusato di "nepotismo":

In questa tomba giace un avvoltoio cupido e rapace.  Ei fu Paolo Farnese, che mai nulla donò, che tutto prese. Fate per lui orazione: poveretto, morì d'indigestione.

 Contro Donna Olimpia Pamphilj, la cognata di Papa Innocenzo X Pamphilj (1644-1655):

Per chi vuol qualche grazia dal sovrano, aspra e lunga è la via del Vaticano. Ma se è persona accorta  corre da Donna Olimpia a mani piene e ciò che vuole ottiene. È la strada più larga e la più corta.

Chi dice donna, dice danno, chi dice femmina, dice malanno, chi dice Olimpia Maidalchina, dice donna, danno e rovina.

 Famosa la pasquinata contro Napoleone Bonaparte, che era solito far razzia delle opere d'arte nei paesi conquistati e portarle in Francia. Si tratta di un colloquio con Marforio:

Marforio: È vero che i francesi sono tutti ladri? - Pasquino: Tutti no, ma BonaParte! 

 

Negli ultimi anni le questioni politiche italiane sembrano aver dato nuova ispirazione alle pasquinate: ecco quella appesa ai piedi della statua nel momento della Passeggiata Romana.

 

 

 

 

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