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Olimpia Maidalchini Pamphilj |
Donna
Olimpia Maidalchini (Viterbo, 26 maggio 1594 – 26
settembre 1657) fu una delle protagoniste della storia
di Roma nel XVII secolo; detta "la Pimpaccia di piazza
Navona" è colei per la quale venne creato il famoso
detto popolare: "chi dice donna dice danno".
Figlia di
un appaltatore viterbese, il capitano Sforza Maidalchini,
e di Vittoria Gualterio, patrizia di Orvieto, patrizia
romana e nobile di Viterbo, era destinata fin
dall’infanzia al convento, ma riuscì con un'abile
stratagemma a sottrarsi al suo destino accusando il suo
confessore di molestie sessuali. A dire il vero quell'accusa
si rivelò poi infondata tanto che il frate venne
riabilitato, ma l'episodio bastò perché Donna Olimpia
potesse evitare la tonaca e sposare un personaggio
locale, Paolo Pini, ricco e facoltoso pur se anziano,
che la lasciò vedova, ricca e libera dopo soli tre anni.
Donna
Olimpia, sicuramente di natura ambiziosa e anche avida,
scelse come secondo marito un romano di famiglia nobile
ma impoverita più vecchio di lei di 31 anni, Pamphilio
Pamphilj, che sposò nel 1612. Questi la introdusse nella
società romana e, soprattutto, la imparentò con suo
fratello Giovanni Battista, brillante avvocato di curia
e futuro papa Innocenzo X.
La
presenza di Olimpia accompagnò la carriera del cognato
Giovanni Battista Pamphilj fino al conclave ed oltre il
soglio di Pietro, e non fu una presenza discreta: tutta
Roma (a cominciare da Pasquino) parlava e sparlava di
come Donna Olimpia apparisse molto più legata al cognato
che al marito, di come chiunque volesse arrivare
all'ecclesiastico Pamphilj dovesse passare attraverso la
cognata, e di come costassero cari i suoi favori. Il
popolo mormorava inoltre che fra i due non ci fosse solo
quel rapporto spirituale e platonico ostentato in
pubblico ma una vera e propria relazione intima. Di
sicuro tra i due si sviluppò un rapporto di intensa e
affettuosa familiarità, tanto che Olimpia era solita
rivolgersi a lui chiamandolo col suo vero nome, Giovanni
Battista.
Rimasta
vedova nel 1639 di Pamphilio (voce di popolo voleva
fosse morto avvelenato), ricevette dal cognato papa il
titolo di principessa di San Martino (di Viterbo) nel
1645.
È certo
che, così come era stata la principale artefice
dell'elezione a papa del cognato, quando questa fu
conclusa Olimpia divenne la dominatrice indiscussa e
assoluta della corte papale e di tutta Roma.
Diventò,
infatti, il consigliere più ascoltato dal papa, quasi la
sua ombra: il Papa si fidava praticamente solo di lei, e
proprio per questo, nel giro di pochi anni, divenne la
donna più temuta, e più odiata, di Roma. Tutti quelli
che volevano avere un contatto con il papa dovevano
prima avere il suo appoggio: è inutile dire che molti
cercarono di ottenerlo per mezzo di regali e denaro e
del resto, tutti sapevano che prima di prendere
decisioni importanti Innocenzo X si consultava sempre
con lei.
Donna
astuta, intrigante, ambiziosissima, e non certo
morigerata, Olimpia animò con le sue gesta, non proprio
edificanti, le cronache scandalistiche romane
seicentesche.
Il
soprannome di Pimpaccia deriva da una pasquinata, cioè
uno scritto satirico lasciato sulla più celebre "statua
parlante" di Roma, Pasquino.
In questo
scritto Olimpia è definita "Olim-pia, nunc impia". Si
tratta di un gioco di parole: in latino olim = una volta
e pia =religiosa; nunc = adesso e impia (empia, piena di
peccati). Quindi il senso della frase è: Una volta brava
e religiosa, ora corrotta e peccatrice.
Il popolo
romano fece proprie le accuse di arroganza e avidità che
le venivano mosse dalla corte papale e le volgarizzò
chiamandola "la papessa". Tra le pasquinate rimaste
celebri sul suo conto:
Chi dice
donna, dice danno - chi dice femmina, dice malanno - chi
dice Olimpia Maidalchina, dice donna, danno e rovina.
Ma forse
la definizione più divertente di Donna Olimpia è questa:
"Fu un maschio vestito da donna per la città di Roma e
una donna vestita da maschio per la Chiesa Romana".
L'aspetto
più interessante della figura di donna Olimpia è che gli
eccessi che le furono attribuiti erano soprattutto
relativi ad un'ossessiva avidità di denaro e di potere,
tipica degli uomini ma non frequentissima, in maniera
così esplicita e prevalente, nelle donne del tempo.
Si disse
che la sua beneficenza fosse sempre interessata: che la
protezione assicurata alle cortigiane mascherasse una
vera e propria organizzazione del traffico della
prostituzione; che i comitati caritatevoli per
l'assistenza ai pellegrini del Giubileo del 1650 fossero
organizzati a scopo di lucro; che il Bernini, allora in
disgrazia, avesse ottenuto la commessa per la fontana
dei Fiumi di Piazza Navona solo per aver fatto omaggio
alla Pimpaccia di un modello in argento alto un metro e
mezzo del lavoro che voleva eseguire.
L'Anno
Santo del 1650, che insieme a un enorme afflusso di
pellegrini conobbe pure un grande concorso di
prostitute, grazie anche ai buoni uffici di donna
Olimpia Maidalchini. Donna Olimpia già da qualche anno
elargiva la sua interessata protezione alle "cortigiane"
romane, permettendo loro di muoversi in carrozza nelle
solennità maggiori, in barba al divieto papale. Ora, in
occasione del giubileo, non solo si gettò avidamente a
lucrare sull'assistenza ai pellegrini sotto il pretesto
di organizzare comitati di caritatevoli dame, ma
continuò imperterrita a esercitare il suo patronato
sulle prostitute, ricevendone regali in gran quantità.
Di rilievo inoltre il fatto che tra le tante concessioni
fatte dal cognato-papa Innocenzo X ci fu la suntuosa
Villa Pamphilj.
Le
mediocri condizioni di salute portarono Innocenzo X alla
tomba il 7 gennaio 1655. Donna Olimpia asportò dalla
stanza di lui tutto ciò che trovò e nulla volle dare per
la sepoltura.
Si dice
che subito dopo la morte di Innocenzo X, trasse di sotto
il letto papale due casse piene d'oro, se le portò via,
e a quanti le chiedevano di partecipare alle spese del
funerale del papa rispondeva: "Che cosa può fare una
povera vedova?"
E così per
l'avarizia dei parenti, il cadavere del pontefice rimase
momentaneamente senza sepoltura, e solo grazie alla
generosità del suo maggiordomo Scotti, che fece
costruire una povera cassa, e del canonico Segni, che
intervenne finanziariamente per sostenere le spese,
Innocenzo X potè essere sepolto nella chiesa, da lui
commissionata, di sant'Agnese in piazza Navona, dalla
quale, si dice, benedice chi non lo vede: difatti, la
tomba è posizionata sopra l'ingresso, dalla parte
interna, per cui ben pochi sono coloro che si voltano
per ammirare il busto del pontefice.
Allontanata da Roma dopo la morte di papa Innocenzo nel
1655 dal successore Alessandro VII, Donna Olimpia morì
di peste nelle sue tenute viterbesi di San Martino al
Cimino nel 1657, lasciando in eredità 2 milioni di
scudi.
Secondo la
tradizione popolare la Pimpaccia, continuò ad
imperversare anche post mortem, animando Roma con le sue
scorribande notturne.
Una
leggenda vuole che il 7 aprile, giorno anniversario
della morte di Innocenzo X, la Pimpaccia corresse ancora
per le strade del centro di Roma su una carrozza
fiammeggiante, dal palazzo di Piazza Navona, passando il
Tevere a Ponte Sisto, per recarsi a fare i bagni in un
palazzo a Trastevere, terrorizzando i passanti e facendo
dispetti a chi gli capita sotto mano.
Alcuni
toponimi di strade romane ancora oggi la ricordano: Via
e Piazza di Donna Olimpia . Fino al 1914 esisteva, fuori
Porta San Pancrazio nei pressi di villa Pamphilj, anche
una Via Tiradiavoli, così denominata perché si diceva
che lo stesso carro di fuoco la percorresse di gran
carriera per portare la Pimpaccia alla villa papale, e
che i diavoli vi avessero aperto una voragine per
riportarsi all'inferno la Pimpaccia, il carro e tutti i
tesori da lei accumulati in vita.
Giovanni
Battista Pamphilj nacque a Roma il 7 maggio 1574 da
Camillo Pamphilj e Maria Cancellieri del Bufalo. Studiò
sotto la supervisione dello zio, il cardinale Girolamo
Pamphilj, presso il Collegio Romano, dove si laureò in
giurisprudenza nel 1594. Questo dottorato fu il suo
trampolino di lancio per entrare in Curia, dove ricoprì,
tra il 1604 ed il 1629 vari incarichi prestigiosi. Il 25
gennaio 1627, nella Cappella Sistina, fu consacrato
vescovo. Creato cardinale dal 1629 e rientrato a Roma,
ottenne la carica di prefetto della S. Congregazione per
il Concilio.
Quando
Papa Urbano VIII morì il 29 luglio 1644, nel conclave
che ne seguì ascendeva al soglio pontificio all’età di
70 anni ed assumeva il nome di Innocenzo X.
Alla sua
incoronazione venne illuminata la cupola della Basilica
di San Pietro per la prima volta, mentre le varie
delegazioni nazionali organizzarono spettacolari
luminarie in Piazza Navona, vicino al Palazzo Pamphilj.
Il suo
pontificato fu caratterizzato dall'ingerenza dei
parenti, in particolare della cognata Olimpia
Maidalchini, al punto da portare alla crisi definitiva
il nepotismo come sistema di governo e favorire la
nascita di una nuova figura nel governo della curia, il
segretario di Stato.
Intensa fu
l'attività in campo religioso: Innocenzo X fu il papa
che indisse il XIV Giubileo, fu lui stesso ad aprire la
Porta Santa la vigilia di Natale nel 1650. Promosse la
riforma degli ordini religiosi, lo sviluppo delle
missioni in Africa ed Oriente.
Da punto
di vista del patrimonio artistico, il nome di Innocenzo
X è legato al rifacimento dell’interno e della Loggia
delle Benedizioni della basilica di S. Giovanni, la
realizzazione della grande villa sull'Aurelia, l'attuale
villa Doria Pamphili, e, soprattutto, alla sistemazione
di piazza Navona con la costruzione di Palazzo Pamphilj,
la chiesa di famiglia di S. Agnese in Agone, la
costruzione della Fontana dei Fiumi e la modifica della
fontana del Moro.
Innocenzo
X morì il 7 gennaio 1655. Donna Olimpia fece sparire dai
suoi appartamenti tutto ciò che trovò e non volle dare
nulla per la sepoltura. Per l'avarizia dei parenti, il
cadavere del pontefice rimase per un giorno insepolto e,
solo grazie alla generosità del maggiordomo Scotti e del
canonico Segni, il Papa poté essere inumato nella
basilica patriarcale del Vaticano. In seguito, i suoi
resti vennero traslati nella tomba fatta costruire dal
nipote Camillo e dal pronipote Giovanni Battista nella
chiesa di Sant'Agnese in Agone.
Gian
Lorenzo Bernini nasce a Napoli il 7 dicembre 1598 dove
il padre Pietro, scultore, e la madre Angelica Galante
si erano da poco trasferiti. Nel 1606 la famiglia fa
ritorno a Roma: Gian Lorenzo si forma alla bottega del
padre e con lui realizza i suoi primi lavori. Tra le sue
opere principali di questo periodo vi sono il "Ratto di
Proserpina" (1620-23), il "David” (1623-1624) e "Apollo
e Dafne" (1624-25).
E' ancora
giovanissimo quando papa Urbano VIII Barberini, con il
quale l'artista stabilirà un durevole e proficuo
rapporto di lavoro, gli commissiona il "Baldacchino di
S. Pietro" (1624-1633). Nel 1629 Papa Urbano VIII nomina
Bernini architetto sovrintendente alla Fabbrica di S.
Pietro. Le fontane sono un prodotto tipico del gusto
barocco; Bernini inaugura una nuova tipologia, quella a
vasca ribassata: sempre per il papa esegue la "Fontana
del Tritone" in Piazza Barberini e la "Fontana della
Barcaccia" in Piazza di Spagna, a Roma.
Tra il
1628 ed il 1647 realizza la "Tomba di Urbano VIII" nella
Basilica di San Pietro.
Sempre in
questo periodo realizza due dei suoi busti ritratto più
famosi: quelli di Scipione Borghese e Costanza
Buonarelli, visi senza segreti che si mostrano in tutte
le loro sfumature caratteriali.
Nel 1644
muore papa Urbano VIII e si scatenarono le gelosie
rivali tra Bernini e Borromini, con il quale ci ebbe
ripetuti attacchi e polemiche in occasione dei lavori
per la facciata di Palazzo Barberini, sin dal 1630.
In seguito
Gian Lorenzo Bernini trova l'appoggio di Papa Innocenzo
X per il quale esegue la decorazione del braccio lungo
di S. Pietro e realizza la "Fontana dei Fiumi" (1644) a
Piazza Navona a Roma. In seguito realizza la "Verità",
l'Estasi di Santa Teresa nella cappella Cornaro in Santa
Maria della Vittoria, i busti di Innocenzo X Pamphili e
il busto di Francesco I D'Este.
Durante il
pontificato di Alessandro VII Chigi, Bernini ottiene
l'incarico di dare una configurazione confacente per
significati e funzioni, alla piazza antistante la
Basilica di San Pietro; così nel 1656 progetta il
colonnato di San Pietro, compiuto nel 1665 con le
novantasei statue del coronamento.
Sempre nel
1665 si reca in Francia per eseguire il busto di Luigi
XIV. Pur destando ammirazione a Versailles, la fama di
Bernini genera nell'ambiente accademico un clima di
diffidenza che fa naufragare ogni sua aspettativa,
compreso il grandioso progetto per il Louvre di Parigi.
Rientrato
in Italia porta a compimento i lavori in San Pietro e si
dedica, tra altre attività, al Monumento funebre di
Alessandro VII.
Nel 1667
ad Alessandro VII Chigi succedette Clemente IX
Rospigliosi che gli affidò la sistemazione del ponte
davanti Castel Sant'Angelo: Bernini eseguì due dei dieci
angeli previsti per le balaustre che furono giudicati
troppo belli per essere esposti alle intemperie e quindi
collocati nella chiesa di San'Andrea delle Fratte.
Dopo una
lunghissima vita dedicata all'arte, dopo aver imposto il
suo stile a tutta un'epoca, Gian Lorenzo Bernini muore a
Roma il 28 novembre 1680, all'età di 82 anni, nel suo
palazzo di Via della Mercede.
Francesco
Castelli, più conosciuto come Borromini, nacque a
Bissone, sul lago di Lugano, nel 1599. Imparò il
mestiere da suo padre, Giovanni Domenico Castelli ma fin
da giovane si trasferì a Milano per continuare a
perfezionare l’arte della scultura e lavorò per la
Fabbrica del Duomo.
Si
trasferì in seguito a Roma, dove partecipò alla Fabbrica
di S. Pietro fin dal 1619, guidata all'epoca da Carlo
Maderno. Qui ebbe modo di studiare le opere antiche e
quelle di Michelangelo, da allora grande modello
dell'artista.
Alla morte
di Maderno Francesco Borromini iniziò a lavorare nello
studio del Bernini sotto la cui guida guadagnò molta
esperienza prima come disegnatore e poi come progettista
e scultore ma presto entrò in contrasto con il suo
maestro, per la profonda diversità di temperamento,
gusto e cultura. Non potendo trovare una via di
compromesso, al termine della costruzione di Palazzo
Barberini, le strade dei due scultori si separarono, ma
pur lavorando autonomamente, la loro rivalità continuò
per il resto della loro vita.
Nel 1634
il Borromini iniziò a lavorare come un indipendente
architetto, iniziando la sua attività con la
realizzazione del progetto per la chiesa e il chiostro
di San Carlo alle Quattro Fontane detta il San Carlino.
Negli
stessi anni eseguì i lavori di ammodernamento di Palazzo
Spada e Palazzo Falconieri e la ricostruzione del
Monastero e della Chiesa di San Carlo Borromeo.
Nel 1637
iniziò la costruzione dell'Oratorio e del Convento dei
Padri Filippini che terminò nel 1649. Tra il 1642 e il
1660 Borromini realizzò invece la chiesa di Sant'Ivo
alla Sapienza ed in quest'ultima costruzione Borromini
dimostrò tutto il suo ingegno e le sue capacità
suggestive.
Nel 1644
salì al pontificato Innocenzo X Pamphilj e il Borromini
ricevette le prime commissioni papali.
Nel 1646
ricevette da Innocenzo X l'incarico di trasformare la
basilica di S. Giovanni in Laterano e riuscì a
conciliare l'esigenza di conservazione dell'antica
basilica, con i problemi di carattere statico che si
erano venuti a creare. Nel 1657 Innocenzo X decise di
esonerare l'architetto dai suoi incarichi per i
dissapori nati per la costruzione della chiesa di Sant'Agnese
in piazza Navona e da questo momento, cominciarono anni
di crisi che non terminarono nemmeno con la
realizzazione del Collegio di Propaganda Fide.
Borromini
ci viene descritto come una persona solitaria,
impulsiva, melanconica e dal carattere molto irascibile.
In vita, sofferse molto della rivalità col Bernini, più
solare e predisposto ai rapporti umani, anche se, sul
piano della carriera e della considerazione, Borromini
riuscì pur sempre a godere del mecenatismo di papa
Innocenzo X.
Ma il suo
carattere depressivo, e la crescente frustrazione che
gli derivava dai successi del rivale, oltre ad una serie
di eventi negativi, come appunto i dissapori con
Innocenzo X, lo spinsero al suicidio. Fu infatti trovato
morto a Roma nel 1667, dopo essersi gettato contro una
spada.
Pasquino è
la più celebre statua parlante di Roma, divenuta figura
caratteristica della città fra il secolo XVI ed il XIX.
Ai piedi
della statua, ma più spesso al collo, si appendevano
fogli contenenti satira in versi diretta a pungere
anonimamente i personaggi pubblici più importanti, papi
compresi. Erano le cosiddette "pasquinate", dalle quali
emergeva, non senza un certo spirito di sfida, il
malumore popolare nei confronti del potere e
l'avversione alla corruzione ed all'arroganza dei suoi
rappresentanti.
La statua
è un frammento di un'opera di stile ellenistico,
risalente forse al III secolo a.C., forse dello scultore
Antigonos, raffigurante "Menelao che sorregge il corpo
di Patroclo morente". Reperita a poca distanza da
piazza, si ritiene che sia stata impiegata per
l'ornamento dello Stadio di Domiziano, oggi coperto
dalla piazza.
Fu
ritrovata nel 1501 durante gli scavi per la
pavimentazione stradale e la ristrutturazione del
Palazzo Orsini (oggi Palazzo Braschi), proprio nella
piazza dove oggi ancora si trova (allora detta piazza di
Parione ed oggi piazza di Pasquino).
Sul perché
la statua abbia proprio questo nome, familiare ed
affettuoso, non si hanno che una nutrita serie di
ipotesi. Si vuole, da alcuni, che Pasquino fosse un
personaggio del rione noto per i suoi versi satirici:
chi dice che fosse il nome di un maestro, chi di un
sarto, chi di un fabbro chi di un calzolaio.
Le
Pasquinate colpirono molti personaggi, la maggior parte
dei quali noti per aver preso parte all'esercizio del
potere temporale del papato e furono numerosissime,
"editate" a distanza di brevi periodi di tempo e di
recente ne sono state pubblicate antologie a seguito del
ritrovamento di rari originali e varie copie conservate
in archivi storici o trascritte in relazioni
diplomatiche, lettere private, diari e cronache
dell'epoca.
I cartelli
e manifesti satirici venivano preferibilmente appesi al
collo di alcune statue (Pasquino è appunto la più
conosciuta) posizionate in luoghi frequentati della
città, durante la notte, in modo che al mattino
successivo potessero essere visti e letti da chiunque,
prima che la polizia dell'epoca li asportasse.
Le
pasquinate non erano soltanto espressione di un
malcontento popolare. In molti casi quegli stessi
rappresentanti del potere che erano normalmente, almeno
come categoria, oggetto di lazzi e frecciate, le usarono
a fini propagandistici contro avversari scomodi.
L’occasione più ghiotta per spargere maldicenze contro
concorrenti scomodi nel tentativo di ottenere il favore,
almeno popolare, era l'elezione di un nuovo pontefice,
che diventava una campagna elettorale che si combatteva
a colpi di invettive propagandistiche. Non si trattava,
in queste situazioni, della classica opposizione al
potere, ma solo di favorire qualcuno per la scalata a
quel potere.
Pasquino,
come comprensibile, in breve tempo divenne fonte di
preoccupazione, e parallelamente di irritazione, per i
potenti presi di mira dalle pasquinate, primi fra tutti
i papi. Diversi furono del resto i tentativi di
eliminare la statua come quello messo in atto da Adriano
VI, durante il suo breve pontificato (1522-1523), che
stava per riuscire a disfarsene, avendo dato ordine di
gettarla nel Tevere. Fu distolto quasi in extremis dagli
smaliziati cardinali della curia, che intravidero il
pericolo e la possibile portata di un simile "attacco"
alla congenita inclinazione alla satira del popolino
romano. Ma anche Sisto V (1585-1590) e Clemente VIII
(1592-1605) tentarono invano di eliminare la scomoda
statua.
Quando
altri, successivamente, lo fecero vigilare notte e
giorno da guardie, le pasquinate apparvero infatti
ancora più numerose ai piedi di altre statue: l'idea era
stata di Benedetto XIII, che emanò anche un editto che
garantiva la pena di morte, la confisca e l'infamia a
chi si fosse reso colpevole di pasquinate.
Pasquino
era di fatto asceso ad un rango di specialissimo
antagonista della figura papale, simboleggiando il
popolo di Roma che punteggiava coi suoi commenti gli
eccessi di un sistema col quale conviveva con sorniona
sufficienza. Pasquino era l’emblema di una Roma che
sapeva valutare e giudicare le figure che
rappresentavano il potere religioso e quello politico,
riuscendo a scorgere nei suoi protagonisti le eventuali
umane modestie, a rimarcarne velleità e malefatte. Come
tale, era fisiologicamente un punctum dolens dei vescovi
di Roma, ma proprio perchè tale la sua "produzione" si
estinse con la fine del potere temporale, con la breccia
di Porta Pia, che metteva il popolo romano di fronte a
nuovi tipi di sovrano, ad nuovo tipo di stato.
Di fogli
appesi non se ne videro praticamente più: tornarono solo
saltuariamente. Durante il fascismo, in occasione dei
preparativi per la visita di Hitler a Roma, Pasquino
riemerse dal lunghissimo silenzio per notare la vuota
pomposità degli allestimenti scenografici, che avevano
messo la città sottosopra per settimane:
"Povera
Roma mia de travertino! T'hanno vestita tutta de
cartone, pè fatte rimirà da 'n'imbianchino..."
In tempi
più recenti, in occasione della visita di Mikail
Gorbaciov a Roma, Pasquino diede voce al disturbo che
certe misure di sicurezza arrecavano ai romani:
"La
Perestrojka nun se magna, da du' giorni ce manni a
pedagna, sarebbe er caso de smammà, ce cominceno a
girà."
Ecco
alcune tra le pasquinate più famose:
Dedicata a
Urbano VIII Barberini (1623-1644), il papa che aveva
permesso di usare le decorazioni in bronzo del Pantheon
per fare il Baldacchino di San Pietro in Vaticano.
“Quod non
fecerunt barbari, fecerunt Barberini”.
Per la
morte di papa Alessandro VI Borgia (1492-1503), accusato
con tutta la sua famiglia di violenza, lussuria e
crudeltà.
Qui giace
Alessandro sesto. È sepolto con lui quanto venerò: il
lusso, la discordia, l’inganno, la violenza, il
delitto.
Per la
morte di papa Leone X Medici (1513-1520), famoso perché
prometteva il Paradiso in cambio di soldi ("vendita
delle indulgenze"):
Gli ultimi
istanti per Leon venuti, egli non poté avere i
sacramenti. Perdio, li avea venduti!
Dopo la
morte di papa Clemente VII de' Medici (1523-1534),
provocata forse dalla scarsa bravura del suo medico,
sulla statua viene messo il ritratto del medico con la
scritta:
Ecce qui
tollit peccata mundi .
Per la
morte di Paolo III Farnese (1534-1549), papa grandissimo
ma accusato di "nepotismo":
In questa
tomba giace un avvoltoio cupido e rapace. Ei fu
Paolo Farnese, che mai nulla donò, che tutto prese. Fate
per lui orazione: poveretto, morì d'indigestione.
Contro
Donna Olimpia Pamphilj, la cognata di Papa Innocenzo X
Pamphilj (1644-1655):
Per chi
vuol qualche grazia dal sovrano, aspra e lunga è la via
del Vaticano. Ma se è persona accorta corre da Donna
Olimpia a mani piene e ciò che vuole ottiene. È la
strada più larga e la più corta.
Chi dice
donna, dice danno, chi dice femmina, dice malanno, chi
dice Olimpia Maidalchina, dice donna, danno e rovina.
Famosa la
pasquinata contro Napoleone Bonaparte, che era solito
far razzia delle opere d'arte nei paesi conquistati e
portarle in Francia. Si tratta di un colloquio con
Marforio:
Marforio:
È vero che i francesi sono tutti ladri? - Pasquino:
Tutti no, ma BonaParte!
Negli
ultimi anni le questioni politiche italiane sembrano
aver dato nuova ispirazione alle pasquinate: ecco quella
appesa ai piedi della statua nel momento della
Passeggiata Romana.
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