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introduzione
E’ una passeggiata che attraversa un'area
compresa all'interno dei Rioni Monti ed Esquilino: è il quartiere più
antico di Roma e vi si trovano testimonianze dell'epoca romana,
medioevale, rinascimentale, barocca, una successione di stili che copre
2500 anni di storia.
Questa zona a nord est del Foro romano,
racchiusa tra Quirinale, Viminale ed Esquilino, si formò come borgo
suburbano della primitiva città sorta sul Palatino. Qui sorsero infatti
il quartiere delle Carinae, posto su di un'altura e di natura
aristocratica e residenziale, e quello della Subura, situata più
in basso e spiccatamente popolare.
A metà del VI secolo l'area venne inclusa
da Servio Tullio tra le quattro regioni cittadine: Palatina, Collina,
Suburana ed Esquilina. La Suburra, il cui nome ha la stessa
origine del termine suburbium, cioè sottostante alla città, fuori
dell'urbs, l'originale insediamento patrizio sul Palatino,
costituiva la parte più popolare di Roma antica: un dedalo di viuzze,
botteghe, mercati, catapecchie. abitato in prevalenza da famiglie
plebee, gladiatori e cortigiane. E' la zona più autentica dell'Urbe, ma
anche il luogo delle contraddizioni sociali e umane della capitale
dell'Impero, affollatissima, sporca, rumorosa e soprattutto pericolosa,
anche a causa dei numerosi incendi e crolli che spesso interessavano le insulae,
edifici alti fino a cinque piani dove un numero illimitato di famiglie
plebee vive ammassato in appartamenti in affitto, nel chiasso di rumori
e colori. Nella Subura si trovavano i bordelli più malfamati, le
bettole e le locande più insicure e secondo la tradizione vi si recava
Nerone travestito per saggiare gli umori del popolo, e Messalina, in
incognito, alla ricerca di trasgressione.
Tuttavia la Subura non era solo un
luogo di ambigua fama, ma era ricca di santuari di devozione popolare,
aveva dato i natali a Giulio Cesare, ed era importante per gli
intellettuali perchè vi operavano gruppi di schiavi esperti nella
scrittura, che per conto dei loro padroni copiavano e vendevano su
ordinazione le opere letterarie latine e greche.
Nel periodo imperiale iniziò una modifica
sostanziale di parte dell'area che, nella parte meridionale, lasciò il
posto ai grandi Fori imperiali e, in quella più alta, vide moltiplicarsi
le grandi residenze aristocratiche.
Il medioevo vide una forte
contrazione della popolazione, trasferitasi in gran parte nell'area
dell'ansa del Tevere, tuttavia la zona, posta lungo l'itinerario
percorso dai pellegrini per raggiungere San Giovanni in Laterano,
continuò ad avere un ruolo nella vita cittadina; inoltre in tale periodo
si aggiunsero diversi palazzi e torri delle famiglie aristocratiche,
alcune tuttora conservate, poi sostanziali mutamenti avvennero sotto
Sisto V (1585/1590), che fece realizzare l'acquedotto Felice, via Panisperna e la sistemazione di via dei Serpenti, cui seguì una
sostanziale conservazione del tessuto urbano del quartiere fino
all'unità d'Italia quando si ebbe l'apertura di via Cavour e di via
degli Annibaldi. Stretta tra i grandi sventramenti e i rinnovamenti di
Roma Capitale, la zona riuscì a conservare la sua secolare impostazione
urbanistica e la sua natura popolare, caratteristica che in gran parte
continua a mantenere ancora oggi: un tessuto urbano composto da palazzi
di varie epoche, dove si aprono botteghe artigiane, ristoranti, locali,
gallerie d'arte, iniziative culturali di ogni tipo. L'antica Subura
romana, oggi Suburra è amata dai romani non solo perchè ha in gran parte
conservato luoghi ed angoli della sua storia, ma anche perchè continua a
mostrare la sua romanità nel linguaggio, nelle abitudini, nei modi, nei
mestieri. La Roma che noi amiamo e che desideriamo tutti amino.
Largo Gaetana Agnesi -
via del Colosseo
Da largo Gaetana Agnesi, una terrazza dalla quale ci si affaccia
sui complessi monumentali del Palatino, ci si immette in via del Colosseo, una di quelle vie che penetrano del tessuto della
vecchia Roma sopravvissuto agli sventramenti otto-novecenteschi.
All'incrocio con via del Cardello si incontra la chiesa di S. Maria ad Nives,
anticamente dedicata a S. Andrea de Portugallo e che cambiò nome
quando passò alla confraternita di S. Maria della Neve; la
chiesa ha una facciata tardo barocca attribuita a Carlo Fontana,
navata unica ornata di pitture del seicento e del settecento. Su
via del Colosseo domina il muro di cinta e la mole di Palazzo Rivaldi, già Villa Silvestri. Il palazzo
venne costruito da Antonio Sangallo il Giovane per Eurialo
Silvestri da Cingoli, gentiluomo di camera di Papa Paolo III
nella metà del Cinquecento. Per normale successione passò ai
nipoti, Orazio ed Alessandro Silvestri nel 1568, che lo
rivendettero al Cardinal Alessandro dè Medici, divenuto
successivamente papa Leone XI. Dopo il passaggio di proprietà
dai Silvestri ai Medici, vennero apportate sostanziali
modifiche, con l'ampliamento del giardino e sistemazione a
terrazza, comprendente statue, fontane e ninfei. Dal 1626 il
palazzo passò nelle proprietà del Cardinal Emanuele Pio di
Savoia, e successivamente, nel 1662, venne ceduto all'Istituto
del Padre Gravita, poi Pio Istituto Rivaldi. A causa della nuova
sistemazione urbanistica occorsa negli anni Trenta per
l'apertura di via dei Fori Imperiali, buona parte del giardino,
che lambiva le strutture della Basilica di Massenzio, venne
distrutta per il taglio della collina Velia per il
passaggio della nuova arteria urbana. All'interno sono
conservate decorazioni ad affresco ed alcune sale con
soffitti lignei intagliati con stemmi nobiliari e decorazioni
grottesche, mentre nella parte residua del giardino restano
fontane, ninfei e statue. Le condizioni di degrado dell'edificio
e del giardino, causate dall’incuria di molti decenni, hanno
imposto l’avvio di opere di restauro sul complesso. Il complesso
una volta riqualificato, verrà utilizzato come sede di spazi
espositivi e museali per la zona archeologica e verrà dotato di
moderne strutture di ricevimento.
Largo Corrado Ricci -
via Tor dei Conti - via Madonna dei Monti
Largo Corrado Ricci è il frutto
degli sventramenti operati nel ventennio fascista che hanno
lasciato dell'originario quartiere soltanto la
Torre dei Conti. Tipico
esempio di torre-abitazione fu fatta erigere da Innocenzo III
per la sua famiglia, i conti di Segni. Nel Medioevo questa torre
era conosciuta per la sua maestosità anche con il nome di Torre
Maggiore: infatti i resti che oggi vediamo costituiscono
soltanto il basamento della torre stessa, che in origine doveva
superare i 50-60 metri. A ridurla allo stato attuale furono
alcuni terremoti, in particolare quelli del 1328; restaurata nel
quattrocento, subì altri crolli, di cui l'ultimo nel 1664, che
fece definitivamente rovinare le parti ricostruite. Sulla base
della torre vi è un'antica iscrizione che vanta davanti ai
romani la maestosità del fortilizio. I lavori eseguiti nel 1883
per l'apertura di via Cavour e nel 1933 per via dell'Impero (oggi via dei Fori Imperiali) hanno determinato l'isolamento
della torre, che mantiene nonostante tutto un aspetto poderoso e
reverenziale, anche se la precedente collocazione in un dedalo
di viuzze doveva renderla ancora più maestosa. Passando
per via delle Carrette si giunge a via Tor de' Conti, dove si
incontra la chiesa dei Ss. Quirico e
Giulitta, l'unica nell'area a non essere
coinvolta nelle demolizioni del XX secolo. La chiesa, le cui
origini si fanno risalire per tradizione ai tempi di papa
Vigilio (535-445), era inizialmente dedicata ai Ss. Stefano e
Lorenzo; successivamente fu intitolata al piccolo Quirico,
martirizzato insieme alla madre Giulitta durante la persecuzione
di Diocleziano. Nel XII fu costruito il campanile e
successivamente l'interno ebbe forme gotiche ancora esistenti.
Nel 1584 fu modificato l'orientamento della chiesa, cosicché il
portale quattrocentesco di Baccio Pontelli fu sistemato in luogo
della vecchia abside. Un definitivo intervento si ebbe dal 1728
al 1734 e si concluse con la realizzazione della facciata del
Raguzzini. L'interno della chiesa è a navata unica e dal
corridoio a destra dell'abside si scende al livello della chiesa
medioevale, quattro metri più basso rispetto al piano attuale
della chiesa, con due piccole absidi affrescate.
Tornando
indietro ci si immette in via Madonna dei Monti, che ripercorre
all'incirca l'antico tracciato dell'Argiletum, la via che
attraversava la Suburra e si immetteva nel Foro romano. In
questo tratto di strada si susseguono numerosi edifici del
seicento e del settecento.
All'angolo con via dei Neofiti si trova la chiesa di
S. Salvatore ai Monti
che durante il sacco di Roma del 1527, fu interamente distrutta;
ricostruita successivamente, è stata oggetto di successivi
restauri fino all'ultimo del 1904; oggi è chiusa. La facciata è
a capanna ed è ornata da un campanile a vela ed impreziosita da
un portale cinquecentesco. Subito a fianco della chiesa si trova
il seicentesco
Collegio dei Catecumeni e dei
Neofiti, destinato all'educazione dei convertiti
da altre fedi. Nel collegio, che fu chiuso alla fine del XVIII
secolo, si insegnava latino, greco, ebraico, filosofia; oggi è
sede del dipartimento di Arti, Musica e Spettacolo
dell'Università "La Sapienza". All'angolo si trova un'edicola in
marmo nella quale è raffigurata la
Madonna con il bambino
tra i Ss. Stefano e Lorenzo
La Madonna dei Monti
Siamo così giunti ad una delle chiese più rappresentative del Rione
Monti, la chiesa di S. Maria ai Monti, più nota come
Madonna dei Monti. La chiesa si trova sul luogo dove, un
tempo, sorgeva un monastero di clarisse, poi trasformato in case di
abitazione. Un giorno di aprile del 1579 l'edificio fu interessato da
numerose scosse, simili ad un terremoto, e tutti gli abitanti pensarono
fosse infestato dagli spiriti: si udì anche una voce che pregava
di non far male al bambino: a parlare era stata un affresco
rappresentante la Vergine con il Bambino, rinvenuto in una cavità di un
muro. La notizia, naturalmente, si sparse per tutta Roma, richiamando un
gran numero di persone; iniziarono a verificarsi guarigioni miracolose.
Il ripetersi dei miracoli e la gran folla che ogni giorno si accalcava
dinanzi alla casa convinsero papa Gregorio XIII a dare l'assenso alla
costruzione della chiesa. Progettata da Giacomo Della Porta nel 1580, la
chiesa si presenta
con una facciata assai armonica a due ordini che replica il modulo
utilizzato per la chiesa del Gesù, ed un portale classico con loggia
superiore colonnata: il tutto è chiuso da un timpano, sovrastato
dall'emblema rionale (i tre monti) che sorregge una Croce. L'interno è a
croce latina ed a navata unica, nella quale si aprono alcune cappelle
laterali. La volta è affrescata con l'Ascensione, angeli e dottori della
Chiesa di Cristoforo Casolari del 1620, mentre l'altare maggiore, opera
del Della Porta, è costituito da una edicola sormontata dalle
statue del Salvatore tra Angeli e contenente la miracolosa immagine
della Vergine con il Bambino più conosciuta come Madonna dei Monti, alla
quale si deve l'edificazione della chiesa. La cupola è ottagonale e
poggia su un alto tamburo pure ottagonale nel quale si aprono alte
finestre.
A fianco della chiesa, secondo un disegno
irregolare si estende piazza della Madonna dei Monti al cui centro è
posta una fontana
cinquecentesca commissionata da
papa Sisto V a Giacomo Della Porta nel 1588 ed eseguita dallo
scalpellino Battista Rusconi; sui fianchi del bacino si alternano lo
stemma papale a quelli del popolo romano. Al centro della vasca, due
coppe sovrapposte, concentriche; la più bassa getta zampilli d'acqua da
quattro mascheroni.
Sempre sulla piazza, all'angolo con via
dei Serpenti, è situata anche un'altra chiesa, dedicata ai
Ss. Sergio e Bacco, ufficiali
dell'esercito romano e martiri per la fede in Siria nel 303. La chiesa è
di origini molto antiche, forse anteriori al IX secolo. Ampiamente
restaurata da Urbano VIII, fu affidata inizialmente ai minimi di S.
Francesco da Paola, ai quali subentrarono poi i monaci ruteni di S.
Basilio che tuttora la posseggono. Come la limitrofa Madonna dei Monti,
anche in questa chiesa fu rinvenuto, nel 1718, sotto l'intonaco di un
muro, un affresco raffigurante la Madonna con il Bambino Gesù, più
comunemente conosciuta come Madonna del Pascolo, termine che poi
trasferì anche alla chiesa. Chiesa nazionale degli Ucraini, presenta una
facciata ottocentesca a tre ordini in laterizio con un portale in
travertino del Seicento e alcune statue dei padri della chiesa d'Oriente
inserite in altrettante nicchie. L'interno, a navata unica, presenta la
volta decorata con un affresco settecentesco mentre l'altare maggiore è
ornato da un'edicola dove è collocato l'affresco della Madonna del Pascolo.
Dalla piazza partono le vie dei Serpenti, degli Zingari e Leonina.
Lungo via Urbana
Prendendo via degli Zingari, che ricorda
come una volta nella zona soggiornassero gli zingari che transitavano
per Roma, subito sulla destra si entra in via dell'Angeletto, il cui
nome deriva da un'osteria la cui insegna era un piccolo angelo; da qui
si percorre via Leonina, che deve il suo nome al fatto che ad aprirla
deve essere stato uno dei papi di nome Leone; la via è interrotta a metà
da una scalinata che prende il nome dalla salita dei Borgia e nella sua
parte finale si apre in piazza della Suburra, un contesto totalmente
modificato rispetto a quello originale dalla edificazione della stazione
della metropolitana e da edifici contemporanei. E' in questa piazza
comunque che sopravvive il nome del quartiere, in una colonna addossata
ad un palazzo, che reca il nome Subura, anche se questa piazza non era
sicuramente il centro dell'antica Subura, ma era l'incrocio di due
strade, il vicus Patricius (via Urbana), e vicus Cyprius (via Leonina).
Da piazza della Suburra ha inizio via
Urbana, il ramo dell'Argiletum che saliva all'Esquilino. Mantenne la
denominazione di vico Patricio risalente all'età romana (vicus Patricius)
fino al tempo di Urbano VIII, sotto il quale si procedette alla
sistemazione di parte della via, già modificata nel tratto verso Santa
Maria Maggiore da Sisto V durante la recinzione della sua villa. Oggi la
via percorre l'avvallamento tra via Nazionale e via Cavour, alla quale è
collegata da scalette e lungo il suo percorso si incontrano alcuni
palazzi settecenteschi e tre importanti chiese.
Lungo la via, sulla destra , si
incontra la chiesa di S. Lorenzo in
Fonte, così chiamata per la presenza nei suo
sotterranei di un antico pozzo, oppure perchè qui dovevano
trovarsi delle terme romane. Originariamente la chiesa era
dedicata ai due santi Lorenzo ed Ippolito; S. Lorenzo qui tenuto
prigioniero, battezzò con l'acqua del pozzo il suo carceriere
Ippolito che diventò cristiano. La chiesa venne costruita sulle
strutture di una chiesa medievale a sua volta costruita
utilizzando alcuni ambienti di un edificio del III secolo.
La facciata della chiesa ha un portale cinquecentesco e conserva
in due nicchie le immagini ad affresco dei due santi titolari.
La sommità è chiusa da un timpano e presenta sulla destra un
campanile a vela. L'interno è a navata unica con volta a botte e
tre cappelle laterali,: sul pavimento è scolpita la graticola di
S. Lorenzo. La parte più importante dell'edificio è quella
formata da un pozzo posto sotto l'abside dove la tradizione
vuole che sia stata la prigione di San Lorenzo.
Proseguendo per via Urbana si sale
verso il Viminale tra edifici per lo più settecenteschi;
all'incrocio con via Panisperna si trovano il convento e la
chiesa del Bambin Gesù.
Il convento, voluto dalle oblate del Bambin Gesù è opera
settecentesca di Alessandro Specchi, mente la chiesa venne
completata nel 1736 da Ferdinando Fuga. La facciata è inquadrata
da gruppi di paraste ed il portale è sormontato da un finestrone;
l'interno è a croce greca ed al centro si eleva una cupola
impostata su un tiburio cilindrico.
S. Pudenziana
Al temine di via Urbana, sulla sinistra,
si trova la chiesa di S. Pudenziana.
Secondo la tradizione, la chiesa, una delle prime di Roma, fu costruita
sotto papa Pio I nel 145 d.C., sul luogo dove sorgeva la casa del
senatore Pudente, trasformata in luogo di culto cristiano, dove S. Pietro,
secondo la tradizione, soggiornò e battezzò le due figlie di Pudente,
Prassede e Pudenziana. In seguito le due sorelle, durante la
persecuzione di Antonino Pio, si dedicarono alla cura e alla sepoltura
dei martiri cristiani, un'attività che causò il loro martirio.
La chiesa di S. Pudenziana fu costruita sfruttando uno dei locali delle
Terme di Novato (fratello di Prassede e Pudenziana), come sembrano
confermare i resti di un edificio termale e di una casa signorile del II
e del I secolo a.C. rinvenute sotto la chiesa. S. Pudenziana fu rifatta
dalle fondamenta ai tempi di papa Siricio e di quell'epoca è anche il
mosaico dell'abside. La basilica subì vari restauri e ampliamenti: sotto
Gregorio VII nell'XI secolo, sotto Innocenzo III (1199), in occasione
del quale avvenne anche la costruzione del campanile romanico a cinque
piani. L'interno della chiesa testimonia le vicende che hanno portato
alla trasformazione della originale sala termale in basilica
paleocristiana. La navata centrale è scandita da sette arcate e coperta
dalla volta a botte. Lungo ciò che resta della navata sinistra è
possibile notare una serie di epigrafi di varie epoche; in questa navata
è posizionato anche il pozzo dove la leggenda narra che s. Prassede e s.
Pudenziana abbiano seppellito le salme di circa tremila martiri delle
persecuzioni imperiali. Il
presbiterio della chiesa è sovrastato dal mosaico del catino
absidale che raffigura Cristo nell'atto di insegnare la dottrina agli
Apostoli; ai suoi lati, due figure femminili (interpretate o come le
personificazioni delle due componenti, pagana e giudaica, della comunità
cristiana delle origini, o, più semplicemente, come s. Prassede e s. Pudenziana) incoronano S. Paolo e S. Pietro. Alle spalle del
Cristo è
un'imponente croce gemmata, avente ai lati i Simboli degli Evangelisti.
Attraverso una porta situata all'angolo sinistro della Cappella Caetani,
si raggiungono i sotterranei, circa 9 metri sotto il livello di
pavimentazione della basilica. In uno degli ambienti ipogei si conserva
un affresco databile del IX secolo, raffigurante S. Pietro tra S.
Prassede e S. Pudenziana.
S. Maria Maggiore
Lasciata S. Pudenziana si percorre via
Urbana in direzione di piazza dell'Esquilino: la piazza è dominata dalla
presenza dell'abside di S. Maria Maggiore e da quella dell'obelisco
Esquilino. La sistemazione della piazza si deve a papa Sisto V e
risulta dall'unione delle due antichissime piazzette del Pozzo Roncone e
delle Case d'Orlando; qui il pontefice fece erigere un obelisco di
granito, alto 14,75 metri, privo di geroglifici, quindi non databile e
d'ignota provenienza. Di rilievo la scalinata di accesso all'abside
della basilica.
La Basilica di S. Maria Maggiore è detta anche "Liberiana" dalla
leggenda che tradizionalmente la collega a papa Liberio e
secondo la quale, nel 352, il pontefice sognò la Madonna che gli
indicava di costruire una chiesa là dove avesse trovato la neve.
Quando il mattino del 5 agosto, nel mezzo dell'estate
romana, nevicò sull'Esquilino, il papa obbedì e fece costruire
la chiesa detta S. Maria della Neve. In realtà di questa chiesa
non vi è nessun resto materiale, tanto che la si crede mai
esistita o forse molto piccola, situata nei pressi della
basilica attuale. S. Maria Maggiore fu costruita
da Sisto III (432-440) per celebrare Maria "madre di Dio",
secondo quanto proclamato dal concilio di Efeso nel 431. La basilica assunse anche il nome di Sancta Maria ad praesepe perchè per onorare e celebrare meglio
la Vergine Maria si trasferirono qui alcune reliquie della
grotta di Betlemme. La basilica si ingrandì nel XIII secolo con Niccolò IV che fece
ricostruire più arretrata l'abside, arricchita di mosaici, e
creare una nuova facciata con i mosaici di Filippo Risuti. I
successivi cambiamenti avvennero nel XV secolo, quando il
cardinale d'Estouteville fece coprire con volte le navate
laterali ed aprire le due porte laterali; nel 1500
Alessandro VI, ancora cardinale, fece completare il
soffitto a cassettoni, opera di Giuliano da Sangallo, con il
primo oro arrivato dall'America appena scoperta, dono dei re
cattolici Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia; inoltre,
nel XVII secolo Clemente X incaricò Carlo Rainaldi di curare la
parte absidale, anche se in questa occasione furono distrutti i
mosaici che ornavano la calotta esterna dell'abside duecentesca.
Benedetto XIV, nel 1743, commissionò a Ferdinando Fuga la
facciata attuale con la loggia delle benedizioni. La facciata odierna,
preceduta da un'ampia scalinata e racchiusa tra due palazzi
gemelli è
costituita da un portico a cinque ingressi con 8 colonne antiche
sostenenti una trabeazione sulla quale vi sono due timpani
triangolari ed uno centrale curvilineo, ornati da angioletti con
al centro le statue della Verginità e dell'Umiltà. Sopra il
portico è situata una loggia a tre arcate scandite da 6
colonne e conclusa da una balaustra con statue di Santi,
pontefici e la statua centrale della Madonna con il bambino
Gesù. Sotto il portico, al centro vi è una porta del 1937 con
rilievi bronzei raffiguranti l'incarnazione, mentre a sinistra è
situata la Porta Santa. L'interno della chiesa, lungo 85 metri,
è a tre navate scandite da 42 colonne con capitelli ionici e
moderni. Il mosaico absidale, eseguito da
Jacopo Torriti nel 1295 su commissione di Niccolò IV e Giacomo
Colonna, rappresenta sullo sfondo del firmamento Cristo e la Vergine; il Figlio con una mano
incorona la Madre. Il campanile, il più alto di Roma (75 metri),
fu costruito nel 1370 per volontà di Gregorio XI, anche se fu
portato a termine
quasi un secolo dopo. Sulla piazza antistante
l'ingresso della basilica, in piazza S. Maria Maggiore, sorge
l'unica colonna di marmo rinvenuta
integra nella basilica di Massenzio e che sorreggeva, insieme ad
altre sette, la grandiosa volta centrale. La
Colonna della Pace
fu eretta da Carlo Maderno nel 1615 per volontà di Paolo V, il
quale volle porvi sopra la statua bronzea della Vergine con
Bambino.
Alla base dell'obelisco si trova la fontana realizzata da Carlo
Maderno con la collaborazione di Gaspare de’ Vecchi su
commissione del pontefice Paolo V. La
fontana
è costituita da una grossa vasca di travertino,
rialzata dal livello stradale per mezzo di quattro
alti gradini di graniglia e un forte gradone che la elevano di
circa due metri. Al centro della vasca, sollevato su un
balaustro, s’innalza un catino circolare dal quale si diparte lo zampillo d’acqua.
S. Prassede
Procedendo su via Liberiana ed
oltrepassando l'incrocio con via Paolina e poi via dell'Olmata,
ci si immette in via di S. Prassede, dove si trova
l'ingresso laterale dell'omonima basilica, che attualmente
sostituisce l'originale su via di S. Martino ai Monti. La chiesa
prende il nome dalla Santa Prassede, sorella di Santa Pudenziana
e figlia del senatore romano Pudente, discepolo di S. Paolo.
Un'antica tradizione narra che Prassede e Pudenziana sarebbero
state uccise perché dedite a dare sepoltura ai martiri delle
persecuzioni di Antonino Pio nei pozzi situati nel vasto terreno
di proprietà del padre. La chiesa, fondata nel IX secolo da papa
Pasquale I sull'antico titulus Praxaedis della fine del V
secolo, subì vari restauri nei secoli XV, XVII e XIX, che ne
alterarono il primitivo carattere. Tuttavia l'edificio
conserva ancora la struttura medioevale nel protiro di accesso
che immette da via S. Martino ai Monti, in un cortile nel quale
si erge la facciata in mattoni della chiesa, secondo il
disegno originale voluto da Pasquale I. Il cortile conserva i
resti di un colonnato con capitelli corinzi appartenuto
probabilmente alla basilica del V secolo. L'interno era
costituito da tre navate divise originariamente da 12 colonne ; quindi sei di queste furono
ridotte a pilastri, ai quali si appoggiano archi trasversali
nelle navate minori. Nel centro del rifatto pavimento
un disco di porfido ricopre il pozzo nel
quale la santa raccolse i resti ed il sangue dei martiri: si
parla di diverse migliaia e proprio per questo la chiesa è una
delle più venerate di Roma. Artisti bizantini decorarono la
chiesa di mosaici dorati.
Nell'abside S. Prassede e S. Pudenziana stanno ai lati di Cristo,
circondate dal paterno abbraccio di S. Paolo e S. Pietro. Nella
cripta, all'interno di due sarcofagi, sono contenute
le reliquie delle due Sante. A metà della navata destra si trova
la Cappella di S. Zenone, uno dei più
importanti monumenti bizantini in Roma, eretta da Pasquale I
come mausoleo della madre Teodora. I mosaici rappresentano le figure del Cristo,
della Madonna, di S. Prassede e dell'episcopa Teodora con il
nimbo quadrato dei viventi. Nella nicchia sopra l'altare vi è la
raffigurazione, a mosaico, della Madonna con il Bambino. In una nicchia a destra dell’ingresso è custodita
una colonna portata a Roma da Gerusalemme dal cardinale Giovanni
Colonna nel 1223: la tradizione vuole che sia un frammento della
colonna alla quale fu legato Gesù per essere flagellato.
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piazza S. Martino ai Monti e via in Selci
Uscendo da S. Prassede, dopo aver
percorso via di S. Martino ai Monti, si giunge a piazza S.
Martino ai Monti, presso l'abside romanica ed ìi portale
cinquecentesco della basilica omonima. Qui si ergono la Torre
dei Capocci e la torre dei Graziani, edificate con laterizi
romani provenienti dalle vicine terme di Traiano. La
Torre dei Capocci
fu costruita dalla famiglia degli Arcioni e solo successivamente
passò ai Capocci, una nobile famiglia di origine viterbese.
Questi eressero intorno alla torre una serie di abitazioni, non
più esistenti, che fecero dell'edificio una sorta di cittadella
fortificata. La torre, alta 36 metri, è a base quadrata,
presenta finestrelle incorniciate nel travertino ed è costituita
da sette piani, oltre al piano terra e al terrazzo: qui un
parapetto in muratura, orlato da cinque merli pieni per lato,
sbuca il vano di uscita della scala interna. La
Torre dei Graziani,
situata di fronte alla Torre dei Capocci, fu edificata dalla
famiglia dei Cerroni tra il XII e il XIII secolo e divenne in
seguito proprietà dei Graziani che vi abitarono fino al
Quattrocento. La torre presenta una pianta rettangolare: la
parte inferiore, più grande, è separata da una risega dalla
parte superiore; la
torre è provvista di coronamento a merli pieni, sei sui lati
lunghi e cinque su quelli corti. La chiesa di
S. Martino ai Monti,
la cui facciata principale è in via di Monte Oppio, fu fondata
da papa Silvestro I: inizialmente era un grande oratorio in onore di tutti i
martiri ignoti, ancora visibile nei sotterranei della chiesa. La
successiva dedica a S. Martino di Tours arrivò alla fine del V
secolo in occasione dell'edificazione della chiesa vera e
propria da parte di papa Simmaco, che ne fece innalzare il
livello, tanto che il primitivo oratorio rimase sotterraneo. La
chiesa fu ampiamente ristrutturata durante il pontificato di
Sergio II e di Leone IV, ma fu nel 1636 che l'edificio subì un
radicale rinnovamento: i lavori si protrassero fino al 1667,
quando fu eretta la facciata attuale, a due ordini con lesene e
grande timpano, sopraelevata rispetto alla precedente e per
questo motivo vi fu aggiunta l'attuale breve gradinata. Ai lati
del portale centrale vi sono due bassorilievi con le figure di
S. Silvestro e di S. Martino. In questa occasione fu anche
la piccola torre campanaria a vela situata
sopra l'abside e l'ingresso posteriore. L'interno è a tre navate
divise da 24 colonne, provenienti dall'antica basilica del V
secolo, con capitelli compositi sui quali poggia l'architrave.
Sull'altare maggiore vi sono collocati un tabernacolo e
candelabri opera dei Belli; accanto all'altare vi è l'accesso
alla cripta dove vi è conservato un affresco del IX secolo con
immagini di santi e della Croce gemmata e un'effigie di S.
Silvestro in un mosaico del VI secolo.
Via in Selci prende il nome dagli
antichi silices di lastricato romano ritrovati durante un
restauro in questa zona intorno all'anno Mille: probabilmente
sono tracce dell'antichissimo clivus Suburanus, che nella parte
iniziale ricalcava esattamente via in Selci, proseguiva fino
alla Porta Esquilina e di lì, forse già con il nome di via
Labicana, fino alla Porta Maggiore. Lungo la via è situato il
complesso del monastero e della chiesa di
S. Lucia in Selci, risalente ai tempi di
papa Simmaco (V secolo), restaurata da Onorio I e da Leone III.
La chiesa fu officiata dai padri Certosini per passare alle
suore Agostiniane nel 1604 e da allora la chiesa assunse
l'aspetto attuale ad opera di Carlo Maderno che la restaurò
completamente in stile barocco. All'interno è situato anche un
bellissimo altare ritenuto fra le prime opere del Borromini.
Annesso alla chiesa vi è il monastero: tutto l'edificio è
caratterizzato da alte mura in laterizi dove si aprono finestre
a cornice semplice e arcate su pilastri. Nell'androne del
monastero si trova ancora un'antica "rota" che secondo alcuni
aveva la stessa funzione della corrispondente "ruota degli
esposti" situata all'Ospedale di S. Spirito, ma forse poteva
essere usata per consegnare cibo e altri generi di prima
necessità alle monache di clausura del convento. Alla fine di
via in Selci , alla confluenza con largo Visconti Venosta, si
affaccia la chiesa dei Ss.
Gioacchino ed Anna: progettata da Francesco
Fiori, ha una facciata suddivisa da lesene sormontate da un
doppio timpano ed un interno a croce greca. Si ritiene che la
chiesa sorga sul luogo dove, in età romana, si trovasse il
tempio ed il bosco sacro di Giunone regina, protettrice delle
partorienti.
piazza S. Pietro in
Vincoli
A lato della chiesa dei Ss.
Gioacchino ed Anna , passando per via Monte Polacco, ci si
immette in via delle Sette Sale per arrivare infine a piazza S.
Pietro in Vincoli, dove si trova l'omonima basilica.
S. Pietro in Vincoli
deve il suo nome alle catene o vincoli che, secondo la
tradizione, furono utilizzate per legare S. Pietro durante la
sua prigionia nel carcere Mamertino. Nel V secolo l'imperatrice
Eudossia di Teodosio ebbe in dono queste catene durante un
viaggio a Costantinopoli: l'imperatrice le inviò alla figlia,
Eudossia anch'essa, che le consegnò personalmente a papa Leone
I. Questi, però, un pò dubbioso dell'autenticità delle catene,
volle mostrare alla pia donna le catene già in possesso della
Chiesa, ritrovate da S.Balbina, la figlia di Quirino, il
carceriere battezzato da S.Pietro durante la prigionia nel
carcere Mamertino. Le due catene, giunte a contatto, si fusero
miracolosamente e nulla poté più disgiungerle. In memoria di
questo fatto fu edificata, nell'anno 442, la chiesa di S. Pietro
in Vincoli: le catene sono ancora qui, esposte sotto l'altare.
La chiesa venne più volte restaurata, da papa Adriano nel 790
circa, da Sisto IV e da Giulio II. L'ingresso della basilica è
preceduto da un portico a cinque colonne del Quattrocento;
l'interno è a tre navate divise da colonne a capitello dorico.
La chiesa conserva insigni memorie artistiche, ma senza alcun
dubbio il capolavoro più famoso è il Mosè di Michelangelo, che
era destinato ad ornare la tomba di Giulio II. Quando la tomba
gli fu commissionata, nel 1505, Michelangelo trascorse otto mesi
a Carrara alla ricerca di blocchi di marmo perfetti, ma, al suo
ritorno, il papa aveva spostato il suo interesse al rifacimento
di S. Pietro e, quindi, il progetto venne accantonato. Dopo la
morte del papa, nel 1513, Michelangelo riprese il lavoro alla
tomba, ma completò solo il Mosè prima che papa Paolo III lo
convincesse a lavorare al Giudizio Universale nella Cappella
Sistina. La tomba fu terminata dai suoi allievi mentre ad un altro pontefice
della famiglia Della Rovere, Giulio II, si devono gli ulteriori
interventi che videro la definitiva sistemazione del convento e
l'erezione del chiostro, attribuito tradizionalmente a Giuliano
da Sangallo.
salita dei Borgia e
piazza S. Francesco di Paola
Tornati sulla piazza a destra
vi è un arco sotto il quale si trovano delle scale : si
tratta della salita dei Borgia
che passa sotto l'arco del palazzo omonimo. La piazza prende
il nome dall'omonima chiesa dedicata al santo fondatore
dell'ordine dei Minimi (1416-1507). La piazza e la gradinata
"salita dei Borgia" formano uno dei più suggestivi angoli
di Roma, insieme a quella colonna votiva sormontata da una
croce, quasi a rendere l'ambiente più simile ad un chiostro senza
colonne che ad una piazza del centro di Roma. L'omonima via,
che scende dalla piazza di S. Pietro in Vincoli fino a via
Cavour in una scenografica scalinata, corrisponde agli
antichi "Vicus Virbius" e "Vicus Sceleratus", cosi chiamato
perché, secondo la leggenda, Tullia sarebbe passata col
cocchio sopra il cadavere del padre, il re Servio Tullio. La
finestra balconata del secolo XVI appartiene al complesso
fortificato di proprietà dei Borgia. I primi possessori di
questo complesso furono i Montanari, poi i Margani e quindi
gli Orsini, verso la metà del XV secolo. È in questo periodo
che occorre collocare la proprietà Borgia. Nel 1622, infine,
il palazzo fu acquistato dai frati del Collegio dei Minimi.
La chiesa che dà il nome alla piazza,
S. Francesco da Paola è detta "de'
Calabresi" perché fondata, insieme all'annesso convento, dal
calabrese frà Giovanni Pizzullo della Regina per i suoi
frati corregionali e dedicata al santo calabrese Francesco
da Paola, fondatore dei Frati Minimi. La chiesa fu costruita
tra il 1624 e il 1630 da Orazio Torriani e completata nei
primi anni del Settecento. La facciata si presenta a due
ordini, quello inferiore di travertino diviso da lesene che
inquadrano il portale affiancato da due colonne e sormontato
da un timpano triangolare; l'ordine superiore, leggermente
arretrato, presenta un finestrone centrale sovrastato da un
timpano curvilineo ed un oculo. L'interno si presenta a navata unica
con tre cappelle per lato; in due nicchie vi sono conservati
due busti di Cristo e della Madonna provenienti dalla
demolita chiesa di S. Salvatore ad Tres Imagines (così
denominata per le Tre Immagini raffiguranti la Trinità che
erano poste sul portale della chiesa) che sorgeva presso la
cordonata di S. Pietro in Vincoli. Nel 1884, nell'ambito dei
lavori per l'apertura di via Cavour, la chiesa di
S. Salvatore fu demolita e il livello stradale notevolmente
abbassato, tanto che fu necessario costruire il poderoso
muraglione di sostegno che ancora oggi caratterizza la
chiesa di S. Francesco da Paola, quasi sospesa in alto con
un notevole effetto scenografico. Allorchè il convento
subentrò nell'antica dimora fortificata,
la torre dei Margani,
anche se più nota con il suggestivo nome della famiglia
Borgia, fu sopraelevata con una cella campanaria e
utilizzata come campanile. La torre, a base quadrata,
presenta una cortina in laterizio su tutte le facce con
relativi speroni di rinforzo e risale al XII secolo.
lungo via del Fagutale....lo
spettacolo finale....
Da piazza S. Francesco di Paola,
girando attorno alle mura del complesso, si
costeggia via del Fagutale dove, incassata tra uno sperone di
roccia, la chiesa e mura romane, spunta la
Torre degli Annibaldi. Questa torre
fu costruita nel 1204 da Pietro Annibaldi, cognato di papa
Innocenzo III (1198-1216). L'edificio
poggia sul ciglio dell'altura costituita dalla parte terminale
del Fagutale, una delle tre cime del colle Esquilino. Nel 1894
fu operato un taglio al Fagutale, reso evidente dall'altissimo
muraglione di sostegno, per consentire il passaggio della via
degli Annibaldi e fu in questa occasione che venne alla luce un
reperto di età romana sul quale la torre stessa poggia: si
tratta del cosiddetto Ninfeo di via degli Annibaldi. Gli
Annibaldi costruirono ed utilizzarono la torre proprio in
contrapposizione alla famiglia antagonista dei Frangipane, che
invece avevano la loro roccaforte nell'antistante Colosseo. Ma
già dal secolo successivo, con il decadimento della nobile
famiglia a favore dei Caetani, la torre entrò a far parte del
complesso fortificato di S. Maria in Monasterio. Nel XVI secolo
la chiesa-castello cadde in rovina e la Torre passò ai Maroniti,
tuttora proprietari dell'edificio. Questa torre era tristemente
nota nel Medioevo perchè qui venivano inchiodate
le mani dei ladri, soprattutto di quelli colpevoli di aver
trafugato oggetti preziosi dalle chiese.
Poi, appare nuovamente lo
spettacolo dell'area monumentale del Colosseo e dei Fori, una
vista che fa chiudere questo itinerario nella nostalgia della
vecchia Roma, una passeggiata in uno dei suoi quartieri più
ricchi di storia e di tradizioni.
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