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introduzione
E’ una passeggiata che attraversa gran
parte del Rione Ponte, uno dei più ricchi di memorie e soprattutto di
edifici rappresentativi del Rinascimento e del Barocco.
Ponte prende il nome dal Ponte Sant’Angelo,
che ricalca il più antico ponte Elio, fatto costruire dall’imperatore
Adriano e che conduceva all‘attuale Castel Sant’Angelo. Il rione
cominciò ad essere abitato e crebbe fino a diventare un vero quartiere
sul finire del Medioevo: gli abitanti potevano contare su un crescente
numero di attività legate al flusso dei pellegrini che attraversavano il
ponte, diretti alla basilica di S. Pietro; l’economia della zona fu
sempre ricca di locande e di osterie, oltre ad avere un proficuo
commercio di oggetti sacri (via dei Coronari prende il nome proprio dai
venditori di corone) e una moltitudine di botteghe che svolgevano
attività di cambiavalute per i pellegrini ed i forestieri. Un’altra
delle attività economiche di Ponte era quella dei conciatori di pelle,
tanto che nel IV secolo il rione era detto “pontis e scorticlarium”.
Dopo il trasferimento della sede papale
dal Laterano al Vaticano, il rione crebbe di importanza per la sua
disposizione viaria, le sue strade furono rifatte ed in seguito furono
pavimentate altre vie del Rione come le attuali via di Tor Sanguigna,
via della Maschera d’Oro e Via degli Acquasparta.
Il rione ebbe sempre un intensa attività
urbanistica: molte furono le case costruite in pieno Cinquecento sia da
famiglie aristocratiche che da famiglie mercantili alla cui decorazione
concorsero gli artisti presenti a Roma come Raffaello, Giulio Romano,
Perin del Vaga, Federico Zuccari, Pirro Logorio ed altri. Mentre si
rifondavano o si ricostruivano chiese, il Rione sviluppava la propria
fisionomia rinascimentale in tre località topograficamente localizzate:
Via dei Coronari con i venditori degli oggetti religiosi, Via dei Banchi
con i cambiavalute e i banchieri e tra Monte Giordano e Via dell’Orso
con le “cortigiane”.
Questa zona, come altre di Roma, venne
completamente alterata dai piani regolatori di Roma capitale che
operarono nel rione vari sventramenti che inflissero vaste ferite
all'antico tessuto urbano. La prima trasformazione fu la costruzione dei
muraglioni di contenimento del Tevere che cambiò profondamente la zona
di Ponte: si persero le case che, con finestre balconi e bussolotti si
affacciavano sul Tevere interrotte da vie e viottoli che scendevano
all’argine; s’interruppero anche alcuni antichi percorsi viari tra cui
anche quello noto come percorso papale.
Ciononostante Ponte ha conservato il suo
tipico aspetto con i rettilinei rinascimentali convergenti verso il
ponte, riuscendo a mantenere un perfetto equilibrio tra passato e
presente: è molto piacevole passeggiare, e spesso perdersi nel labirinto
di strade e vicoli rimasto quasi immutato, fra le antiche case, dove gli
scorci pittoreschi hanno resistito al tempo. Il Rione rappresenta oggi
un luogo monumentale per i palazzi e gli angoli caratteristici, ma anche
un luogo ricco di diverse attività artigiane tra cui spiccano quelle dei
doratori, dei mobilieri, degli antiquari.
Chiese, palazzi, chiostri, edicole sacre,
cortili e vedute sono i doni che questa parte di Roma offre a piene
mani: la Capitale mostra uno dei suoi affascinanti volti a chi avrà avuto la
costanza di percorrerla.
Ponte e Piazza S.
Angelo
Già ponte Elio, oggi ponte Sant'Angelo,
fu costruito nel 134 d.c. sotto l'imperatore Adriano da cui prese
il nome, per accedere al Mausoleo che si era fatto erigere e nel
quale fu sepolto. Durante il Medio Evo il nome fu mutato in "Ponte
San Pietro" in quanto rappresentava l'unico accesso diretto per
giungere alla Basilica Vaticana. Il ponte assunse il nome attuale
nel 590, come narra la leggenda, quando Papa Gregorio Magno
durante una processione penitenziale, ebbe la visione, dell'angelo
che sulla sommità della Mole Adriana rinfoderava la spada a
significare che l'ira divina era cessata e, con essa, la
pestilenza che affliggeva Roma. Da allora la denominazione "Sant’Angelo"
si estese al ponte e al Mausoleo di Adriano, sui cui spalti venne
innalzato il famoso angelo a ricordo dell'avvenimento. In memoria
di un incidente provocato da cavalli imbizzarriti e verificatosi
durante il Giubileo del 1450, quando circa 200 pellegrini morirono
accalcandosi sul ponte mentre defluivano dal Vaticano, Niccolò V
fece innalzare sul ponte due piccole cappelle, ma nel 1533
Clemente VII ne ordinò la demolizione, in quanto malridotte
durante il Sacco di Roma, facendole sostituire con le attuali
statue di S.Pietro e S.Paolo, opere rispettivamente di Lorenzetto
e di Taccone. Nel 1536, in occasione della venuta a Roma
dell'imperatore Carlo V di Spagna, Paolo III affidò a Raffaello da
Montelupo l'incarico di ornare il ponte con otto statue
raffiguranti i quattro evangelisti e i quattro patriarchi, che
andarono presto in rovina. Un restauro generale del ponte fu
curato dal Bernini per volontà di Clemente IX negli anni
1668-1669. I parapetti chiusi furono sostituiti da balaustrate di
pietra e cancellate di ferro, mentre alle due statue già esistenti
ne vennero affiancate altre dieci, rappresentanti angeli con i
simboli della Passione.
Partendo dal lato opposto al
Castello, oltre le statue di S. Pietro e di S. Paolo, collocate
nel 1534, si incontrano: l'Angelo con la spugna, l'Angelo con la
lancia, l'Angelo col cartiglio, l'Angelo con la croce, l'Angelo
con la veste e i dadi, l'Angelo con la corona di spine, l'Angelo
con il Volto Santo, l'Angelo con il flagello e l'Angelo con la
colonna.
Durante i lavori per la costruzione
dei muraglioni fu necessario portare la larghezza del fiume fino a
100 metri, per cui il ponte fu trasformato per fargli assumere
l'aspetto attuale. Il ponte misura 135 metri in lunghezza, 9 in
larghezza ed ha cinque arcate in muratura (le due laterali sono
interrate).
Nata intorno al 1450 per volontà di
papa Nicolò V, “piazza di Ponte” venne realizzata tramite la
demolizione di alcuni edifici medievali e resti romani
preesistenti caduti in rovina; ampliata al tempo di Sisto IV, la
piazza divenne nel Cinquecento uno dei punti nevralgici della vita
cittadina, grazie soprattutto all’incessante passaggio dei
pellegrini. La vita della piazza era molto animata: la affollavano
numerosi venditori di generi alimentari e soprattutto vi si
trovava una delle poche pescherie esistenti a Roma. Il selciato
della piazza era anche abituale ritrovo dei saltimbanchi che qui
attiravano l’attenzione dei pellegrini e dei passanti.Il luogo è rimasto famoso anche
perché per molti anni piazza e ponte Sant’Angelo sono stati luogo
di esecuzione della pena capitale e di esposizione dei corpi dei
condannati a morte. A partire dal XVI secolo in un piccolo cortile
nelle vicinanze i condannati venivano uccisi e i corpi e le teste
mozzate venivano appese lungo entrambi i lati del ponte, a
pubblico monito. In alcuni periodi le esecuzioni furono così
numerose che nacque il proverbiale commento popolare: "Ce sò più
teste mozze su le spallette che meloni al mercato".
Lungo via del Banco di S.
Spirito
Voltando le spalle al ponte, ci si trova
di fronte all’imbocco di via del Banco di Santo Spirito: il suo nome
deriva da un banco a carattere pubblico fondato in questo sito da Paolo
V: in questa via abitarono ed ebbero la loro bottega molti artisti tra
cui Benvenuto Cellini.
Casa Bonadies:
si tratta di un edificio di tre piani sormontati da una loggia; al piano
terreno la casa ingloba un portico medioevale costituito da tra colonne
di granito e capitelli medioevali, tutto costruito con frammenti di
edifici antichi, tra i quali spicca un cornicione romano. I Bonadies
appartenevano a un'antica famiglia del Rione Ponte: molti di essi
ricoprirono importanti cariche capitoline e nel secolo XII uno di loro
fu cardinale.
Chiesa dei SS. Celso e
Giuliano:
edificata nel 1008, questa chiesa in età
rinascimentale aveva molta più importanza che non adesso ed aveva anche
dimensioni maggiori di quella odierna, in quanto si affacciava su piazza
di Ponte. La chiesa medievale fu demolita quando papa Giulio II volle
ingrandire via del Banco di Santo Spirito, incaricando il Bramante della
ricostruzione. Con la morte del Papa la ricostruzione fu sospesa a lungo
e la chiesa fu completata con proporzioni minori nel 1535. Anche questa
opera rinascimentale fu demolita per volontà di papa Clemente XIII che
la fece ricostruire da Carlo De Dominicis, il quale completò l'opera nel
1735.
La
facciata presenta dei motivi di derivazione borrominiana: è a due piani
con una iscrizione dipinta che ricorda la ricostruzione. L'interno è un
vano a pianta ellittica trasversale con tre cappelle per lato ed un
presbiterio rettangolare. La campana della chiesa, del 1268, è ancora
oggi in funzione.
Arco de' Banchi :
in via dell’Arco de' Banchi c’è l’omonimo Arco che anticamente immetteva
in un largo chiuso in fondo da un muro che formava come un cortile e fu
perciò detto "Cortile dei Chigi" per il banco che Agostino Chigi vi
teneva. Sotto l’Arco si trova un’importante testimonianza della storia
di Roma: la più antica iscrizione esistente in Roma sulle piene del
Tevere, perché reca la data ed il livello dell’ inondazione avvenuta il
7 novembre 1277. Sulla sinistra dell'Arco si trova
palazzo Gaddi, costruito tra il
1518 ed il 1527 da Jacopo Sansovino. Viene considerato uno dei
capolavori dell’architettura romana del cinquecento: stupendo è il
cortile interno, ricco di stucchi, ornato di nicchie e statue, ed un
fregio a festoni e mascheroni. Molti molti furono gli ospiti illustri,
per lo più artisti, di questo palazzo: tra gli altri si ricorda
Michelangelo che vi abitò per due anni, dal 1544 al 1546.
Anche Palazzo Alberini Cicciaporci,
praticamente di fronte a Palazzo Gaddi, è tra le architetture più
interessanti del Rinascimento romano: l’austerità delle sue linee
contrasta con la raffinatezza dell’altro. La costruzione dell' edificio
avvenne in due fasi: della prima, 1512-15 seguì i lavori il Bramante,
attivissimo in quegli anni a Roma, a cui viene generalmente attribuito
il piano terreno; la seconda fase, 1515-19 vide all'opera Giulio Romano,
coadiuvato da Pietro di Giacomo Rosselli fino al 1521 e poi da Giovan
Francesco da Sangallo. La facciata presenta un piano terra a bugnato che
inquadra le botteghe. Sopra il fascione marcapiano il piano nobile e il
secondo piano, le cui finestre sono elegantemente comprese entro
semplici ma raffinate riquadrature; all’interno un grazioso il cortile
con una fontana inquadrata da un' edicola a colonne.
Su
Largo Tassoni si affaccia il palazzo della
Zecca vecchia, divenuto poi del Banco di S. Spirito. Fu
edificato su di una preesistente costruzione per volere di Giulio II che
incaricò il Bramante di adattarla a sede della Zecca Pontificia. Nel
1605 papa Paolo V fondò il Banco di S. Spirito con lo scopo di
accogliere i depositi e di fare prestiti, con la garanzia degli ingenti
fondi dell'Ospedale di S. Spirito: qui si potevano depositare i valori
soltanto per sicurezza perché il banco non corrispondeva interessi, ma
la gente vi depositava volentieri i propri risparmi, sapendo che avrebbe
potuto ritirarli in qualsiasi momento presentando semplicemente la
ricevuta. La facciata è attribuita ad Antonio da Sangallo il Giovane che
realizzò un’opera di sicuro effetto: lievemente concava, presenta al
centro un arco in cima al quale è posizionato lo stemma di Paolo V e le
statue della Carità e dell’Abbondanza, di evidente significato
allegorico.
Lungo via dei Banchi
Nuovi
Via dei Banchi Nuovi era l’antica “via
papalis” in quanto percorsa dai cortei papali, soprattutto in occasione
del corteo che il nuovo papa effettuava, in qualità di Vescovo di Roma,
per recarsi da S. Pietro alla basilica di S. Giovanni in Laterano. Il
nome di "Banchi", esteso alla zona che comprende anche via del Banco di
S. Spirito e via dei Banchi Vecchi, si riferisce ai banchi dove
negozianti, banchieri, notai, scrivani e mercanti di ogni genere
esercitarono i loro affari, sfruttando la vicinanza di S. Pietro. La via
prese il nome di "Banchi Nuovi" allorché il trasferimento della Zecca
Pontificia al palazzo del Banco di S. Spirito indusse i banchieri ad
aprire i loro uffici di cambio in questo tratto di strada.In
corrispondenza del civico 30, un portone immette in un lungo e stretto
androne, in fondo al quale si trova uno dei più bei cortili
cinquecenteschi della città. Si tratta del cortile di
palazzo Sterbini che ospitò
la prima sede del Banco di S. Spirito: si compone di due portici di
fronte, a due arcate con due colonne di marmi pregiati, una di
travertino e l'altra di granito rosa. Palazzetto Aldobrandini
è un palazzo cinquecentesco, dimora di Silvestro
Aldobrandini, padre del Papa Clemente VIII. Passò nel tempo dagli
Aldobrandini, ai Pamphilj, ai Borghese, ai Conti e agli Jannetti Del
Grande. Rifatto nell'ottocento si fa notare per un bel cortile con
portico a due colonne.
Di fronte si trova
palazzo
Capponi Pediconi, fu voluto dalla famiglia toscana dei
Capponi, presente nell'Urbe già dalla prima metà del XV secolo. Ai
Capponi subentrò la famiglia di origine milanese Stampa, e passò in
seguito ai Pediconi e ai Cavalletti. La costruzione del palazzo,
iniziata al momento dell'acquisto verso la metà del Seicento da parte
dei Capponi della vecchia costruzione degli Orsini, procedette molto
lentamente e al momento della vendita agli Stampa, avvenuta alla fine
del XVII secolo, questo non era ancora completato. Si ignora il nome
dell' architetto che ne ideò il progetto per conto degli Stampa. Il
palazzo, ha la facciata principale su via degli Orsini dove presenta una
serie di botteghe al piano terra con i due portali. Nel palazzo, nacque
nel 1872 Eugenio Pacelli, Papa con il nome di Pio XII.
Piazza
dell'Orologio
Il nome della piazza deriva
dall'orologio posto sulla torre del convento dei Filippini che qui
si affaccia. La torre,
costruita dal Borromini nel 1648, è sormontata da un castello che
sostiene le campane ed è fiancheggiata da due cippi con stelle
araldiche. Sotto il quadrante dell'orologio, è inserito un mosaico
su disegno di Pietro da Cortona rappresentante la Madonna della
Vallicella.
Sulla piazza, in passato chiamata
anche piazza dei Rigattieri per la presenza di un vivace commercio
di oggetti usati, si affaccia il
palazzo del Banco di S. Spirito, costruito per
volere di monsignor Virginio Spada, per destinarlo a sede del
banco, nonostante il parere contrario dei ministri dell'istituto
bancario, che ritenevano la zona troppo lontana dal centro degli
affari. I lavori iniziarono nel 1660 dal Borromini, ma, alla morte
di Virginio Spada, i ministri del banco decisero che la nuova sede
sarebbe stato l'edificio che ancora oggi viene denominato come
palazzo del Banco di S. Spirito: fu così che il marchese Orazio
Spada fu costretto ad acquistare l'edificio, oltretutto
incompiuto, per la somma di oltre 25.000 scudi e ad impiegarne
altri 35.000 per far ultimare i lavori al Borromini. Il palazzo
odierno è il risultato dei lavori di ristrutturazione di fine
Ottocento ad opera dell'architetto Gaetano Koch, il quale
trasformò completamente l'opera seicentesca per volontà dei nuovi
proprietari, i conti Bennicelli. In questa casa nacque e visse per
un certo periodo il più famoso dei Bennicelli, Adriano, più noto
come Conte Tacchia, celebre per il suo modo di vivere, per il
comportamento scanzonato, abbinato ad un modo di vestire sempre.
All'incrocio della piazza con via
del Governo Vecchio si può ammirare
Palazzo Corcos un interessante edificio creazione
del tardo Seicento o primo Settecento, attribuita ad un seguace
del Borromini: sotto un baldacchino con frange e pendagli, una
elaborata cornice di stucco racchiude un pregevole affresco
settecentesco con la Madonna e il
Bambino benedicente dai toni dorati. Il palazzo
venne eretto da un ramo di una famiglia ebraica, i Corcos, il cui
esponente di maggior rilevanza, Solomon, dopo la conversione al
cristianesimo ed acquisito il cognome Boncompagni, dette inizio ai
lavori di costruzione del palazzo sulla piazza dell'Orologio.
L'edificio si compone di una facciata principale su cui si aprono
cinque finestre su due piani più quelli ammezzati. Le finestre
sono senza dubbio tra le più belle di Roma, dalla ricercata
decorazione caratterizzata dalla presenza nella nicchia centrale
di volti di donna e maschere. Tra le botteghe del piano terreno si
apre il portale centrale, con due colonne al cui centro spicca lo
stemma dei Boncompagni. All’interno c’è un cortile porticato su
due lati con tre arcate sorrette da colonne abbinate con al centro
una vasca con rocce ed acqua.
Nella roccaforte degli
Orsini
Passando da vicolo Orsini si incrocia via
di Montegiordano dove il livello stradale si solleva piuttosto
bruscamente a formare un piccolo colle. Qui sorge un edificio del XV
secolo, Palazzo Taverna, costruito sulle rovine di una fortezza
medievale appartenuta a Giordano Orsini, esponente di una delle più
potenti famiglie romane. Quando la fortezza, ricordata anche da Dante
nella Divina Commedia, fu completamente distrutta, il cumulo di rovine,
che formò un vero e proprio monte, venne chiamato Monte Giordano.
Palazzo Orsini Taverna
costituisce l'antico complesso edilizio degli Orsini sin dal 1286, una
vera roccaforte irta di torri ed edifici suddivisi fra i vari rami della
famiglia: i duchi di Bracciano, i conti di Pitigliano, i signori di
Marino e di Monterotondo. La struttura fu trasformata in una sontuosa
dimora gentilizia da Giordano Orsini, dopo che il palazzo fu
saccheggiato e incendiato nel 1485 durante gli scontri con la fazione di
Cesare Borgia. Nel 1549 il palazzo fu abitato dal cardinale Ippolito d'Este
che lo utilizzò come luogo di incontri mondani e culturali, ospitando un
letterato come Torquato Tasso. Nel 1688 Flavio Orsini, ultimo duca di
Bracciano, fu costretto a vendere il complesso ai fratelli Gabrielli, di
antica nobiltà romana, marchesi: questi vi apportarono importanti
modifiche dandogli l'aspetto attuale e lo tennero fino al 1888. L'ultimo
cambiamento di proprietà avvenne a favore dei Taverna, che ne sono
ancora proprietari. Dal grande ingresso a volta si può intravedere la
fontana costruita da Antonio Casoni nel 1618 e situata all'imbocco della
cordonata che porta ai cortili del palazzo. Questa fontana, costituita
da quattro vasche successive e concentriche e contornata da una fitta
esedra di alloro, fu modificata nel Settecento dai Gabrielli, perchè in
precedenza due orsi, simboli araldici degli Orsini, erano posti in cima
a due muri un tempo posti ai lati della fontana e dalla bocca dei quali
partiva uno zampillo che faceva giungere l'acqua all'interno della
seconda vasca.
per le antiche strade
Ripercorrendo via di Montegiordano si
attraversa uno dei punti più suggestivi del rione Ponte, ricco di
memorie e di tradizioni.
Subito dopo vicolo degli Orsini una bella
edicola sacra rappresenta la Madonna seduta,
con il capo rivolto ad una figura femminile, forse S. Anna o S.
Elisabetta. La Vergine stringe con la mano destra il braccio del
Bambino mentre con la sinistra solleva un lembo di tessuto. Il
capo è avvolto secondo un'acconciatura rinascimentale. Di estremo
interesse è un piccola strada chiusa come
vicolo del Montonaccio, così denominata
perchè disagevole, dove oltre i muri delle case appaiono alberi di
giardini e cortili dove una breve prospettiva inquadra la salita
al grande portone oltre il quale è uno degli "interni" più
suggestivi e inaspettati di Roma. In vicolo d'Avila c'è l'omonimo
palazzetto Avila. Percorso vicolo delle Vacche, si incontra via
della Pace dove si trova Palazzo
Gambirasi realizzato
a partire dal 1659 dall'architetto Giovanni Antonio De Rossi,
modificando preesistenti edifici che sorgevano su questo lato
dell'isolato. I lavori di costruzione seguirono le indicazioni di
Pietro da Cortona, che negli stessi anni stava realizzando sia la
risistemazione della chiesa di S. Maria della Pace, come lo slargo
antistante la chiesa in un intervento spettacolare di urbanistica
barocca. La nuova facciata del palazzo doveva quindi allinearsi
con gli edifici creati dal Cortona, così da garantire l'auspicato
effetto scenografico da lui previsto. Il palazzo si compone di una
facciata a due piani più ammezzato. Al piano terreno si aprono
alcuni portoni di botteghe con sovrastanti finestrelle del primo
mezzanino; al centro si imposta il portale, mentre il piano nobile
è composto da 8 finestre e da un balcone d'angolo. Il piano
superiore è composto da nove finestre su una cornice marcapiano e
sopra ancora i mezzanini dalla bella cornice. Quando l'edificio
passò ai Gambirasi, venne realizzata l'altana ad arcate recante la
scritta "Gambirasia", costruita nel Settecento.
S. Maria della Pace
Proseguendo per via della Pace,
passato l'arco della Pace, come all'interno di una quinta teatrale
ci si trova di fronte alla chiesa di Santa Maria della Pace. Si
tratta di uno uno degli angoli più suggestivi ed eleganti, per
forme architettoniche, di Roma. Su questo sito sorgeva una volta una
chiesa più antica, Sant'Andrea degli Acquarenari. Secondo la
tradizione, un giocatore d'azzardo in preda all'ira dopo aver
perduto il proprio denaro, colpì con una sassata un'immagine della
Vergine sotto al porticato della chiesa, facendone scaturire
sangue: Papa Sisto IV volle ricordare questo evento facendo
costruire una nuova chiesa. Per altri, la costruzione sorta tra
1480 circa e il 1483, è avvenuta come tempio votivo in ricordo
della pace raggiunta dopo la crisi provocata con l'uccisione di
Giovanni de' Medici, dalla congiura dei Pazzi (26 aprile 1478). La
pace definitiva non avvenne che il 28 novembre 1482 e il 13
dicembre Sisto IV le impose il nome di S. Maria della Pace.
Il progetto della nuova chiesa fu
affidato all'architetto Baccio Pontelli mentre nei primi anni del
1500 il Bramante realizzò il chiostro e il convento annessi. La
chiesa evidenzia esternamente un assetto del tutto anomalo: con
il suo caratteristico portico semicircolare da la sensazione di
trovarsi in una piazza, ma solo scenograficamente, perchè in
realtà la piazza non esiste. E' al centro di un trivio, dove le
linee dei palazzetti sembrano ripiegarsi come per racchiudere e
proteggere lo scenario della chiesa. Il
chiostro, in particolare, rappresenta il più bell'esempio di corte
del primo Rinascimento in Roma. Nel 1656 venne realizzata la
facciata per volontà di Alessandro VII Chigi e per opera di Pietro
da Cortona. La cupola fu aggiunta nel 1524 su progetto di Antonio
da Sangallo il Giovane ed è ornata da stucchi di Pietro da Cortona
e da pitture del Peruzzi e di Carlo Maratta. L'interno
quattrocentesco è a navata unica ed ospita la Cappella Chigi
eretta da Pietro da Cortona su disegno di Raffaello che ideò anche
le quattro Sibille e i quattro Profeti, poi eseguiti dal suo
allievo Timoteo Viti nel 1514. Degne di nota anche la Cappella
Cesi, opera di Antonio da Sangallo il Giovane e la Cappella
Mignanelli, ornata di marmi provenienti dallo scomparso tempio di
Giove Ottimo Massimo.
Per informazioni dettagliate vedi
Storia architettonica di Santa Maria della Pace
curata
da Alessandro La Rocca
ancora vicoli
Riprendendo vicolo degli Osti e
vicolo di Montevecchio si arriva a piazza Montevecchio dove si
trova Palazzo Chiovenda,
realizzato nella prima metà del Cinquecento a opera di Baldassare
Peruzzi; già proprietà dell’Abate Gualdi, di antica famiglia
riminese, il Palazzo passò nel settecento ai Chiovenda e oggi è
suddiviso in appartamenti privati.
La facciata del Palazzo è divisa in
due piani da un doppio ordine di lesene con capitelli ionici e
corinzi, poggiate sul marcapiano. Al pian terreno si apre un
imponente portale, due porte ad arco e tre finestrelle inferriate.
Su ogni piano si aprono quattro finestre decorate da semplici
cornici. Nonostante i numerosi restauri e interventi di modifica,
l’aspetto cinquecentesco del Palazzo è rimasto inalterato. Vi è
murata una delle tante lapidi che proibiscono di lasciare
immondizie sulla strada. Nella piazza è presente una delicata
edicola sacra ottocentesca dedicata alla Madonna della Pietà.
Proseguendo per vicolo di
Montevecchio si arriva in via dei Coronari, la strada principale
della passeggiata.
via dei Coronari
Via dei Coronari si presentò,
sin dalle origini, come percorso di alto interesse,
identificandosi nella antica via Recta, che collegava la via
Lata con il Ponte Neroniano, crollato alla fine del IV
secolo. La via Recta nel Medioevo si chiamò "di Tor
Sanguigna", per la vicinanza con questa Torre e poi "dei
Coronari" dai venditori di corone e oggetti sacri detti
anche "paternostrari", i quali avevano stabilito qui la loro
attività perché percorso dai pellegrini che si recavano a S.
Pietro. Via dei Coronari fu aperta da Sisto IV della Rovere
e costituì il primo asse viario rettilineo entro il dedalo
dei vicoli della città medioevale. Lunga circa 500 metri,
nel Rinascimento era divisa in due tratti, detti l'uno
"Immagine di Ponte", dall'edicola sacra rifatta nel
cinquecento dal Sangallo e l'altro "Scortecchiaria" perché
attraversava il quartiere dei conciapelle. Tre sono gli
aspetti di questa che può considerarsi una fra le più belle
strade di Roma: il medioevale, conservato nei vicoli, il
rinascimentale delle casette intorno a piazza di
Montevecchio e a Montegiordano ed infine quello scenografico
del barocco la cui più straordinaria espressione è
costituita dalla chiesa di S. Maria della Pace, opera di
Pietro da Cortona.
In questa zona tutto parla
ancora del grande traffico di pellegrini che l’affollavano
in ogni stagione, soprattutto durante i giubilei: le
edicole, le case delle diverse confraternite, le chiese
limitrofe. Oggi, di questo mondo non vi è quasi più traccia,
sono rimaste solo le vestigia architettoniche, mute
testimoni di realtà e di una cultura popolare di un tempo:
la strada ha mantenuto intatto il suo carattere
rinascimentale, interrotto soltanto da alcune demolizioni
del 1939 intorno a palazzo Vecchierelli e con la creazione
degli slarghi a fianco di S. Salvatore in Lauro e davanti a
palazzo Lancellotti.
Via dei Coronari è famosa per
le di botteghe di antiquari dalle scintillanti vetrine piene
di mobili di ogni epoca, di lampade, tavoli, scrittoi,
praticamente una mostra permanente.
Palazzo Bonaventura, al civico 28, fu
realizzato verso la fine del Quattrocento; la sua origine
rinascimentale è evidente soprattutto nella armoniosa
facciata, divisa in lesene di travertino con capitelli
corinzi e nel cortile porticato su colonne. L’edificio,
posto sulla piazza di S. Simeone è composto di una facciata
interamente in laterizio a due piani, ognuna con quattro
finestre. Al piano terreno, oltre ad alcuni portoni di
botteghe, si apre il portale, i piani superiori, divisi da
semplici ed eleganti fasce marcapiano in travertino, sono
serrati verticalmente da lesene in travertino con capitelli
corinzi. Entro i riquadri risultanti si impostano le
finestre, quattro per piano; quelle del primo piano sono in
travertino, mentre quelle superiori sono semplicemente
incorniciate da una mostra sempre in travertino.
Al n°32, un elegante palazzo a 4
piani, palazzo Salimei,
è l'antica sede del Monte di Pietà (per questo è anche chiamato
palazzo del Monte Vecchio), come indicano le due lapidi poste sul
prospetto: la prima riferisce che "Sisto V Pontefice dedicò questa
dimora al Monte di Pietà che fino ad allora aveva avuto incerta
sede, anno 1585 primo del suo pontificato"; la seconda recita che
"Clemente VIII trasferì il Monte di Pietà presso il ponte
Gianicolense (ovvero ponte Sisto) e trasformò il palazzo in sede
privata che i Curatori del Sacro Monte, nel 1752, rifecero dalle
fondamenta". Poi nel quattrocento, l’immobile passò ai Salimei. La
facciata si compone di quattro piani con ampie finestre disposte
tre per piano; il portale di ingresso è architravato. All’angolo
sinistro vi è un medaglione con immagine mariana : si tratta di un
opera barocca raffigurante la Madonna della Pietà in preghiera,
del settecento.
Piazzetta S. Simeone: su di essa si affaccia una
parte del fronte principale di Palazzo Lancellotti, uno dei più
importanti della zona. Al centro della piazzetta la fontana
dell’epoca di Gregorio XIII trasferita qui a seguito della
demolizione di Piazza Montanara, che non esiste più dall’inizio
del novecento.
Su palazzo Lancellotti e all'altezza
del civico 199 di via dei Coronari si scorgono
due edicole
mariane.
Palazzo
Del Drago al civico 41, risale risale alla prima
metà del XVI secolo e manifesta, nei suoi lineamenti, una certa
raffinatezza tipica delle sperimentazioni attuate con successo
nel Rinascimento. Non è noto il nome dell'architetto che lo
ideò, sicuramente una figura secondaria sulla scena romana del
tempo. Dall’analisi dello schema della facciata e in particolar
modo la posizione e le distanze tra le finestre, l'attuale
edificio è probabilmente frutto di un accorpamento di quattro o
cinque piccole case a schiera, dove parte delle murature interne
vennero inglobate mentre altre furono modificate, con il
conseguente allineamento dei solai dei vari piani a comporre
un’unica facciata omogenea. Il palazzo si presenta a due piani e
prospetta sulla via dei Coronari, dove al piano terreno si
aprono numerose aperture di botteghe e negozi: la cosa più notevole di
questo edificio è il portale, al numero 45, adorno di belle
lesene con capitelli corinzi.
Piazza
S. Salvatore in Lauro prende il nome dalla chiesa
di S. Salvatore in Lauro, un toponimo nato probabilmente da un
boschetto di lauro che qui cresceva nell’antichità. Tracce della
fondazione della chiesa risalgono al XII secolo, ma poi fu
ricostruita nel 1449 dal cardinale Latino Orsini; nel 1591 fu
distrutta da un incendio e quindi il Mascherino iniziò a
ricostruirla nel 1594. Il campanile e la sagrestia furono aggiunti
nel XVIII secolo da Nicola Salvi, l’artefice della Fontana di
Trevi. Nella chiesa si trova la prima grande pala d’altare di
Pietro da Cortona. Accanto alla chiesa si trova il convento di S.
Giorgio che ha un bellissimo chiostro, costruito probabilmente
verso la fine del XV secolo. Dal lato sinistro, attraverso una
porta quattrocentesca, si passa in un cortile ricco di opere
d'arte provenienti dall'antica chiesa. All'esterno del convento
una fontana si affaccia sulla piazza: è la cosiddetta fontana del
Leone, situata, fino alla fine dell'Ottocento, in via di Panico;
fu salvata dalle demolizioni con le quali si volle risanare la
zona e nel 1920 venne smontata e ricomposta nella posizione
attuale.
Ai numeri 156-157,
la casa di Fiammetta de
Michaelis, la celebre cortigiana preferita di Cesare Borgia:
questa è un tipico esempio di casa dell'inizio del '400 con
elementi medioevali. Costruita in laterizio, aveva un portico a
due fornici, tre finestre senza mensole, una centrale con
davanzale ornato, un loggiato con pilastri all'ultimo piano, ma fu
completamente alterata in epoche successive. Da sottolineare che
si tratta di una casa secondaria di Fiammetta, in quanto
l’abitazione principale si trova non lontano, in piazza Fiammetta,
l’unica piazza dedicata ad una cortigiana. Al n°148 si trova quella
che viene considerata la più bella casa di via dei Coronari,
quella di Prospero Mochi,
abbreviatore apostolico e commissario generale delle
fortificazioni al tempo di Paolo III; fabbricata nel 1516,
l’abitazione di Mochi venne realizzata da Pietro Roselli, allievo
di Antonio da Sangallo il Giovane. L’edificio si sviluppa su tre
piani con finestre e porte sagomate secondo la tradizione del
primo cinquecento romano, adorne di motivi araldici dello stemma
dei Mochi e di motti morali.
Al n° 144-147 vi è il cinquecentesco
Palazzo Del Drago,
detto dell’Immagine di Ponte, per non confonderlo con l’altro
palazzo Del Drago che si trova al n° 41. La facciata, semplice ma
vivace, ha un ampio portale con architrave in cui è inserito un
motto,; le finestre del piano nobile sono architravate mentre
negli altri piani, incorniciate.
All’angolo con vicolo Domizio c’è la
famosa Immagine
di Ponte, la più antica delle edicole sacre di
Roma; fu realizzata nel 1523 da Antonio da Sangallo il Giovane per
incarico di Alberto Serra da Monferrato, come si legge nella
lapide in basso, noto per essersi salvato a stento dalla cattura
dei lanzichenecchi durante il Sacco di Roma, rifugiandosi in
Castel S. Angelo e giungendovi un istante prima che lo
prendessero: appena varcata la soglia della salvezza, un infarto
lo colse o per la gran corsa o per il grande spavento. Il
tabernacolo è inserito nella bugnatura con due colonne che
sorreggono il timpano, la finestra sopra il tabernacolo è
sormontata da due stemmi e da un'altra finestra architravata.
Pierin del Vaga ha dipinto una Incoronazione della Vergine che si
intravede appena dietro il lampioncino. L'immagine è stata
restaurata nel 1968.
Di fronte ai civici 122-123, dove vi
è una casa rinascimentale dove pare abbia abitato
Raffaello, vi è
la facciata su via dei Coronari (civici 135-143) di
Palazzo Vecchiarelli, anch’esso del cinquecento, uno dei palazzi nobiliari
della strada, il cui ingresso principale però è sulla via
parallela che prende il nome da questa famiglia, originaria di
Rieti.
..........ancora
vicoli
Si giunge a piazza dei Coronari,
ricavata dalle demolizioni del 1939: da qui vale veramente la pena di
attraversare piccole strade o vicoli, come via di Panico o vicolo della
Campanella che possiedono un fascino notevole: si lasciano i palazzi
di via dei Coronari per entrare nella dimensione più antica di Roma,
quella del borgo medievale, piccolo e raccolto in un dedalo di vicoletti, piccole casette e botteghe di artigiano, edicole sacre,
segno tangibile della devozione popolare. Niente qui sembra
appartenere alla grande città: in queste stradine il tempo sembra
essersi fermato.
Qui termina questa passeggiata che ci
ha portato a riscoprire una delle zone più affascinanti e ricche di
testimonianze popolari di Roma.
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