Le mie passeggiate....la domenica mattina

 

a Ponte, tra antichi palazzi e tradizioni

con Santina, Bruno e Maria Grazia,  Carlo e Maria, Marco e Aurora, Mauro e Marcella, Pio e Annalucia,  Angela, Bruno e Letizia 

23 settembre 2007

 

introduzione

E’ una passeggiata che attraversa gran parte del Rione Ponte, uno dei più ricchi di memorie e soprattutto di edifici rappresentativi del Rinascimento e del Barocco.

Ponte prende il nome dal Ponte Sant’Angelo, che ricalca il più antico ponte Elio, fatto costruire dall’imperatore Adriano e che conduceva all‘attuale Castel Sant’Angelo. Il rione cominciò ad essere abitato e crebbe fino a diventare un vero quartiere sul finire del Medioevo: gli abitanti potevano contare su un crescente numero di attività legate al flusso dei pellegrini che attraversavano il ponte, diretti alla basilica di S. Pietro; l’economia della zona fu sempre ricca di locande e di osterie, oltre ad avere un proficuo commercio di oggetti sacri (via dei Coronari prende il nome proprio dai venditori di corone) e una moltitudine di botteghe che svolgevano attività di cambiavalute per i pellegrini ed i forestieri. Un’altra delle attività economiche di Ponte era quella dei conciatori di pelle, tanto che nel IV secolo il rione era detto “pontis e scorticlarium”.

Dopo il trasferimento della sede papale dal Laterano al Vaticano, il rione crebbe di importanza per la sua disposizione viaria, le sue strade furono rifatte ed in seguito furono pavimentate altre vie del Rione come le attuali via di Tor Sanguigna, via della Maschera d’Oro e Via degli Acquasparta.

Il rione ebbe sempre un intensa attività urbanistica: molte furono le case costruite in pieno Cinquecento sia da famiglie aristocratiche che da famiglie mercantili alla cui decorazione concorsero gli artisti presenti a Roma come Raffaello, Giulio Romano, Perin del Vaga, Federico Zuccari, Pirro Logorio ed altri. Mentre si rifondavano o si ricostruivano chiese, il Rione sviluppava la propria fisionomia rinascimentale in tre località topograficamente localizzate: Via dei Coronari con i venditori degli oggetti religiosi, Via dei Banchi con i cambiavalute e i banchieri e tra Monte Giordano e Via dell’Orso con le “cortigiane”.

Questa zona, come altre di Roma, venne completamente alterata dai piani regolatori di Roma capitale che operarono nel rione vari sventramenti che inflissero vaste ferite all'antico tessuto urbano. La prima trasformazione fu la costruzione dei muraglioni di contenimento del Tevere che cambiò profondamente la zona di Ponte: si persero le case che, con finestre balconi e bussolotti si affacciavano sul Tevere interrotte da vie e viottoli che scendevano all’argine; s’interruppero anche alcuni antichi percorsi viari tra cui anche quello noto come percorso papale.

Ciononostante Ponte ha conservato il suo tipico aspetto con i rettilinei rinascimentali convergenti verso il ponte, riuscendo a mantenere un perfetto equilibrio tra passato e presente: è molto piacevole passeggiare, e spesso perdersi nel labirinto di strade e vicoli rimasto quasi immutato, fra le antiche case, dove gli scorci pittoreschi hanno resistito al tempo. Il Rione rappresenta oggi un luogo monumentale per i palazzi e gli angoli caratteristici, ma anche un luogo ricco di diverse attività artigiane tra cui spiccano quelle dei doratori, dei mobilieri, degli antiquari.

Chiese, palazzi, chiostri, edicole sacre, cortili e vedute sono i doni che questa parte di Roma offre a piene mani: la Capitale mostra uno dei suoi affascinanti volti a chi avrà avuto la costanza di percorrerla.

 

 

Ponte e Piazza S. Angelo

Già ponte Elio, oggi ponte Sant'Angelo, fu costruito nel 134 d.c. sotto l'imperatore Adriano da cui prese il nome, per accedere al Mausoleo che si era fatto erigere e nel quale fu sepolto. Durante il Medio Evo il nome fu mutato in "Ponte San Pietro" in quanto rappresentava l'unico accesso diretto per giungere alla Basilica Vaticana. Il ponte assunse il nome attuale nel 590, come narra la leggenda, quando Papa Gregorio Magno durante una processione penitenziale, ebbe la visione, dell'angelo che sulla sommità della Mole Adriana rinfoderava la spada a significare che l'ira divina era cessata e, con essa, la pestilenza che affliggeva Roma. Da allora la denominazione "Sant’Angelo" si estese al ponte e al Mausoleo di Adriano, sui cui spalti venne innalzato il famoso angelo a ricordo dell'avvenimento. In memoria di un incidente provocato da cavalli imbizzarriti e verificatosi durante il Giubileo del 1450, quando circa 200 pellegrini morirono accalcandosi sul ponte mentre defluivano dal Vaticano, Niccolò V fece innalzare sul ponte due piccole cappelle, ma nel 1533 Clemente VII ne ordinò la demolizione, in quanto malridotte durante il Sacco di Roma, facendole sostituire con le attuali statue di S.Pietro e S.Paolo, opere rispettivamente di Lorenzetto e di Taccone. Nel 1536, in occasione della venuta a Roma dell'imperatore Carlo V di Spagna, Paolo III affidò a Raffaello da Montelupo l'incarico di ornare il ponte con otto statue raffiguranti i quattro evangelisti e i quattro patriarchi, che andarono presto in rovina. Un restauro generale del ponte fu curato dal Bernini per volontà di Clemente IX negli anni 1668-1669. I parapetti chiusi furono sostituiti da balaustrate di pietra e cancellate di ferro, mentre alle due statue già esistenti ne vennero affiancate altre dieci, rappresentanti angeli con i simboli della Passione.

Partendo dal lato opposto al Castello, oltre le statue di S. Pietro e di S. Paolo, collocate nel 1534, si incontrano: l'Angelo con la spugna, l'Angelo con la lancia, l'Angelo col cartiglio, l'Angelo con la croce, l'Angelo con la veste e i dadi, l'Angelo con la corona di spine, l'Angelo con il Volto Santo, l'Angelo con il flagello e l'Angelo con la colonna.

Durante i lavori per la costruzione dei muraglioni fu necessario portare la larghezza del fiume fino a 100 metri, per cui il ponte fu trasformato per fargli assumere l'aspetto attuale. Il ponte misura 135 metri in lunghezza, 9 in larghezza ed ha cinque arcate in muratura (le due laterali sono interrate).

 


Nata intorno al 1450 per volontà di papa Nicolò V, “piazza di Ponte” venne realizzata tramite la demolizione di alcuni edifici medievali e resti romani preesistenti caduti in rovina; ampliata al tempo di Sisto IV, la piazza divenne nel Cinquecento uno dei punti nevralgici della vita cittadina, grazie soprattutto all’incessante passaggio dei pellegrini. La vita della piazza era molto animata: la affollavano numerosi venditori di generi alimentari e soprattutto vi si trovava una delle poche pescherie esistenti a Roma. Il selciato della piazza era anche abituale ritrovo dei saltimbanchi che qui attiravano l’attenzione dei pellegrini e dei passanti.Il luogo è rimasto famoso anche perché per molti anni piazza e ponte Sant’Angelo sono stati luogo di esecuzione della pena capitale e di esposizione dei corpi dei condannati a morte. A partire dal XVI secolo in un piccolo cortile nelle vicinanze i condannati venivano uccisi e i corpi e le teste mozzate venivano appese lungo entrambi i lati del ponte, a pubblico monito. In alcuni periodi le esecuzioni furono così numerose che nacque il proverbiale commento popolare: "Ce sò più teste mozze su le spallette che meloni al mercato".

 

 

 

Lungo via del Banco di S. Spirito

Voltando le spalle al ponte, ci si trova di fronte all’imbocco di via del Banco di Santo Spirito: il suo nome deriva da un banco a carattere pubblico fondato in questo sito da Paolo V: in questa via abitarono ed ebbero la loro bottega molti artisti tra cui Benvenuto Cellini.

Casa Bonadies: si tratta di un edificio di tre piani sormontati da una loggia; al piano terreno la casa ingloba un portico medioevale costituito da tra colonne di granito e capitelli medioevali, tutto costruito con frammenti di edifici antichi, tra i quali spicca un cornicione romano. I Bonadies appartenevano a un'antica famiglia del Rione Ponte: molti di essi ricoprirono importanti cariche capitoline e nel secolo XII uno di loro fu cardinale.

Chiesa dei SS. Celso e Giuliano: edificata nel 1008, questa chiesa in età rinascimentale aveva molta più importanza che non adesso ed aveva anche dimensioni maggiori di quella odierna, in quanto si affacciava su piazza di Ponte. La chiesa medievale fu demolita quando papa Giulio II volle ingrandire via del Banco di Santo Spirito, incaricando il Bramante della ricostruzione. Con la morte del Papa la ricostruzione fu sospesa a lungo e la chiesa fu completata con proporzioni minori nel 1535. Anche questa opera rinascimentale fu demolita per volontà di papa Clemente XIII che la fece ricostruire da Carlo De Dominicis, il quale completò l'opera nel 1735.

La facciata presenta dei motivi di derivazione borrominiana: è a due piani con una iscrizione dipinta che ricorda la ricostruzione. L'interno è un vano a pianta ellittica trasversale con tre cappelle per lato ed un presbiterio rettangolare. La campana della chiesa, del 1268, è ancora oggi in funzione.

Arco de' Banchi : in via dell’Arco de' Banchi c’è l’omonimo Arco che anticamente immetteva in un largo chiuso in fondo da un muro che formava come un cortile e fu perciò detto "Cortile dei Chigi" per il banco che Agostino Chigi vi teneva. Sotto l’Arco si trova un’importante testimonianza della storia di Roma: la più antica iscrizione esistente in Roma sulle piene del Tevere, perché reca la data ed il livello dell’ inondazione avvenuta il 7 novembre 1277. Sulla sinistra dell'Arco si trova palazzo Gaddi, costruito tra il 1518 ed il 1527 da Jacopo Sansovino. Viene considerato uno dei capolavori dell’architettura romana del cinquecento: stupendo è il cortile interno, ricco di stucchi, ornato di nicchie e statue, ed un fregio a festoni e mascheroni. Molti molti furono gli ospiti illustri, per lo più artisti, di questo palazzo: tra gli altri si ricorda Michelangelo che vi abitò per due anni, dal 1544 al 1546.

Anche Palazzo Alberini Cicciaporci, praticamente di fronte a Palazzo Gaddi, è tra le architetture più interessanti del Rinascimento romano: l’austerità delle sue linee contrasta con la raffinatezza dell’altro. La costruzione dell' edificio avvenne in due fasi: della prima, 1512-15 seguì i lavori il Bramante, attivissimo in quegli anni a Roma, a cui viene generalmente attribuito il piano terreno; la seconda fase, 1515-19 vide all'opera Giulio Romano, coadiuvato da Pietro di Giacomo Rosselli fino al 1521 e poi da Giovan Francesco da Sangallo. La facciata presenta un piano terra a bugnato che inquadra le botteghe. Sopra il fascione marcapiano il piano nobile e il secondo piano, le cui finestre sono elegantemente comprese entro semplici ma raffinate riquadrature; all’interno un grazioso il cortile con una fontana inquadrata da un' edicola a colonne.

Su Largo Tassoni si affaccia il palazzo della Zecca vecchia, divenuto poi del Banco di S. Spirito. Fu edificato su di una preesistente costruzione per volere di Giulio II che incaricò il Bramante di adattarla a sede della Zecca Pontificia. Nel 1605 papa Paolo V fondò il Banco di S. Spirito con lo scopo di accogliere i depositi e di fare prestiti, con la garanzia degli ingenti fondi dell'Ospedale di S. Spirito: qui si potevano depositare i valori soltanto per sicurezza perché il banco non corrispondeva interessi, ma la gente vi depositava volentieri i propri risparmi, sapendo che avrebbe potuto ritirarli in qualsiasi momento presentando semplicemente la ricevuta. La facciata è attribuita ad Antonio da Sangallo il Giovane che realizzò un’opera di sicuro effetto: lievemente concava, presenta al centro un arco in cima al quale è posizionato lo stemma di Paolo V e le statue della Carità e dell’Abbondanza, di evidente significato allegorico.

 

 

Lungo via dei Banchi Nuovi

Via dei Banchi Nuovi era l’antica “via papalis” in quanto percorsa dai cortei papali, soprattutto in occasione del corteo che il nuovo papa effettuava, in qualità di Vescovo di Roma, per recarsi da S. Pietro alla basilica di S. Giovanni in Laterano. Il nome di "Banchi", esteso alla zona che comprende anche via del Banco di S. Spirito e via dei Banchi Vecchi, si riferisce ai banchi dove negozianti, banchieri, notai, scrivani e mercanti di ogni genere esercitarono i loro affari, sfruttando la vicinanza di S. Pietro. La via prese il nome di "Banchi Nuovi" allorché il trasferimento della Zecca Pontificia al palazzo del Banco di S. Spirito indusse i banchieri ad aprire i loro uffici di cambio in questo tratto di strada.In corrispondenza del civico 30, un portone immette in un lungo e stretto androne, in fondo al quale si trova uno dei più bei cortili cinquecenteschi della città. Si tratta del cortile di palazzo Sterbini che ospitò la prima sede del Banco di S. Spirito: si compone di due portici di fronte, a due arcate con due colonne di marmi pregiati, una di travertino e l'altra di granito rosa. Palazzetto Aldobrandini  è un palazzo cinquecentesco, dimora di Silvestro Aldobrandini, padre del Papa Clemente VIII. Passò nel tempo dagli Aldobrandini, ai Pamphilj, ai Borghese, ai Conti e agli Jannetti Del Grande. Rifatto nell'ottocento si fa notare per un bel cortile con portico a due colonne.

Di fronte si trova palazzo Capponi Pediconi, fu voluto dalla famiglia toscana dei Capponi, presente nell'Urbe già dalla prima metà del XV secolo. Ai Capponi subentrò la famiglia di origine milanese Stampa, e passò in seguito ai Pediconi e ai Cavalletti. La costruzione del palazzo, iniziata al momento dell'acquisto verso la metà del Seicento da parte dei Capponi della vecchia costruzione degli Orsini, procedette molto lentamente e al momento della vendita agli Stampa, avvenuta alla fine del XVII secolo, questo non era ancora completato. Si ignora il nome dell' architetto che ne ideò il progetto per conto degli Stampa. Il palazzo, ha la facciata principale su via degli Orsini dove presenta una serie di botteghe al piano terra con i due portali. Nel palazzo, nacque nel 1872 Eugenio Pacelli, Papa con il nome di Pio XII.

 

 

Piazza dell'Orologio

Il nome della piazza deriva dall'orologio posto sulla torre del convento dei Filippini che qui si affaccia. La torre, costruita dal Borromini nel 1648, è sormontata da un castello che sostiene le campane ed è fiancheggiata da due cippi con stelle araldiche. Sotto il quadrante dell'orologio, è inserito un mosaico su disegno di Pietro da Cortona rappresentante la Madonna della Vallicella.

Sulla piazza, in passato chiamata anche piazza dei Rigattieri per la presenza di un vivace commercio di oggetti usati, si affaccia il palazzo del Banco di S. Spirito, costruito per volere di monsignor Virginio Spada, per destinarlo a sede del banco, nonostante il parere contrario dei ministri dell'istituto bancario, che ritenevano la zona troppo lontana dal centro degli affari. I lavori iniziarono nel 1660 dal Borromini, ma, alla morte di Virginio Spada, i ministri del banco decisero che la nuova sede sarebbe stato l'edificio che ancora oggi viene denominato come palazzo del Banco di S. Spirito: fu così che il marchese Orazio Spada fu costretto ad acquistare l'edificio, oltretutto incompiuto, per la somma di oltre 25.000 scudi e ad impiegarne altri 35.000 per far ultimare i lavori al Borromini. Il palazzo odierno è il risultato dei lavori di ristrutturazione di fine Ottocento ad opera dell'architetto Gaetano Koch, il quale trasformò completamente l'opera seicentesca per volontà dei nuovi proprietari, i conti Bennicelli. In questa casa nacque e visse per un certo periodo il più famoso dei Bennicelli, Adriano, più noto come Conte Tacchia, celebre per il suo modo di vivere, per il comportamento scanzonato, abbinato ad un modo di vestire sempre.

All'incrocio della piazza con via del Governo Vecchio si può ammirare Palazzo Corcos un interessante edificio creazione del tardo Seicento o primo Settecento, attribuita ad un seguace del Borromini: sotto un baldacchino con frange e pendagli, una elaborata cornice di stucco racchiude un pregevole affresco settecentesco con la Madonna e il Bambino benedicente dai toni dorati. Il palazzo venne eretto da un ramo di una famiglia ebraica, i Corcos, il cui esponente di maggior rilevanza, Solomon, dopo la conversione al cristianesimo ed acquisito il cognome Boncompagni, dette inizio ai lavori di costruzione del palazzo sulla piazza dell'Orologio. L'edificio si compone di una facciata principale su cui si aprono cinque finestre su due piani più quelli ammezzati. Le finestre sono senza dubbio tra le più belle di Roma, dalla ricercata decorazione caratterizzata dalla presenza nella nicchia centrale di volti di donna e maschere. Tra le botteghe del piano terreno si apre il portale centrale, con due colonne al cui centro spicca lo stemma dei Boncompagni. All’interno c’è un cortile porticato su due lati con tre arcate sorrette da colonne abbinate con al centro una vasca con rocce ed acqua.

 

 

 

 

Nella roccaforte degli Orsini

Passando da vicolo Orsini si incrocia via di Montegiordano dove il livello stradale si solleva piuttosto bruscamente a formare un piccolo colle. Qui sorge un edificio del XV secolo, Palazzo Taverna, costruito sulle rovine di una fortezza medievale appartenuta a Giordano Orsini, esponente di una delle più potenti famiglie romane. Quando la fortezza, ricordata anche da Dante nella Divina Commedia, fu completamente distrutta, il cumulo di rovine, che formò un vero e proprio monte, venne chiamato Monte Giordano. Palazzo Orsini Taverna costituisce l'antico complesso edilizio degli Orsini sin dal 1286, una vera roccaforte irta di torri ed edifici suddivisi fra i vari rami della famiglia: i duchi di Bracciano, i conti di Pitigliano, i signori di Marino e di Monterotondo. La struttura fu trasformata in una sontuosa dimora gentilizia da Giordano Orsini, dopo che il palazzo fu saccheggiato e incendiato nel 1485 durante gli scontri con la fazione di Cesare Borgia. Nel 1549 il palazzo fu abitato dal cardinale Ippolito d'Este che lo utilizzò come luogo di incontri mondani e culturali, ospitando un letterato come Torquato Tasso. Nel 1688 Flavio Orsini, ultimo duca di Bracciano, fu costretto a vendere il complesso ai fratelli Gabrielli, di antica nobiltà romana, marchesi: questi vi apportarono importanti modifiche dandogli l'aspetto attuale e lo tennero fino al 1888. L'ultimo cambiamento di proprietà avvenne a favore dei Taverna, che ne sono ancora proprietari. Dal grande ingresso a volta si può intravedere la fontana costruita da Antonio Casoni nel 1618 e situata all'imbocco della cordonata che porta ai cortili del palazzo. Questa fontana, costituita da quattro vasche successive e concentriche e contornata da una fitta esedra di alloro, fu modificata nel Settecento dai Gabrielli, perchè in precedenza due orsi, simboli araldici degli Orsini, erano posti in cima a due muri un tempo posti ai lati della fontana e dalla bocca dei quali partiva uno zampillo che faceva giungere l'acqua all'interno della seconda vasca.

 

 

 

per le antiche strade

Ripercorrendo via di Montegiordano si attraversa uno dei punti più suggestivi del rione Ponte, ricco di memorie e di tradizioni. Subito dopo vicolo degli Orsini una bella edicola sacra rappresenta la Madonna seduta, con il capo rivolto ad una figura femminile, forse S. Anna o S. Elisabetta. La Vergine stringe con la mano destra il braccio del Bambino mentre con la sinistra solleva un lembo di tessuto. Il capo è avvolto secondo un'acconciatura rinascimentale. Di estremo interesse è un piccola strada chiusa come vicolo del Montonaccio, così denominata perchè disagevole, dove oltre i muri delle case appaiono alberi di giardini e cortili dove una breve prospettiva inquadra la salita al grande portone oltre il quale è uno degli "interni" più suggestivi e inaspettati di Roma. In vicolo d'Avila c'è l'omonimo palazzetto Avila. Percorso vicolo delle Vacche, si incontra via della Pace dove si trova Palazzo Gambirasi  realizzato a partire dal 1659 dall'architetto Giovanni Antonio De Rossi, modificando preesistenti edifici che sorgevano su questo lato dell'isolato. I lavori di costruzione seguirono le indicazioni di Pietro da Cortona, che negli stessi anni stava realizzando sia la risistemazione della chiesa di S. Maria della Pace, come lo slargo antistante la chiesa in un intervento spettacolare di urbanistica barocca. La nuova facciata del palazzo doveva quindi allinearsi con gli edifici creati dal Cortona, così da garantire l'auspicato effetto scenografico da lui previsto. Il palazzo si compone di una facciata a due piani più ammezzato. Al piano terreno si aprono alcuni portoni di botteghe con sovrastanti finestrelle del primo mezzanino; al centro si imposta il portale, mentre il piano nobile è composto da 8 finestre e da un balcone d'angolo. Il piano superiore è composto da nove finestre su una cornice marcapiano e sopra ancora i mezzanini dalla bella cornice. Quando l'edificio passò ai Gambirasi, venne realizzata l'altana ad arcate recante la scritta "Gambirasia", costruita nel Settecento.

 

 

S. Maria della Pace

Proseguendo per via della Pace, passato l'arco della Pace, come all'interno di una quinta teatrale ci si trova di fronte alla chiesa di Santa Maria della Pace. Si tratta di uno uno degli angoli più suggestivi ed eleganti, per forme architettoniche, di Roma. Su questo sito sorgeva una volta una chiesa più antica, Sant'Andrea degli Acquarenari. Secondo la tradizione, un giocatore d'azzardo in preda all'ira dopo aver perduto il proprio denaro, colpì con una sassata un'immagine della Vergine sotto al porticato della chiesa, facendone scaturire sangue: Papa Sisto IV volle ricordare questo evento facendo costruire una nuova chiesa. Per altri, la costruzione sorta tra 1480 circa e il 1483, è avvenuta come tempio votivo in ricordo della pace raggiunta dopo la crisi provocata con l'uccisione di Giovanni de' Medici, dalla congiura dei Pazzi (26 aprile 1478). La pace definitiva non avvenne che il 28 novembre 1482 e il 13 dicembre Sisto IV le impose il nome di S. Maria della Pace.

Il progetto della nuova chiesa fu affidato all'architetto Baccio Pontelli mentre nei primi anni del 1500 il Bramante realizzò il chiostro e il convento annessi. La chiesa evidenzia esternamente un assetto del tutto anomalo: con il suo caratteristico portico semicircolare da la sensazione di trovarsi in una piazza, ma solo scenograficamente, perchè in realtà la piazza non esiste. E' al centro di un trivio, dove le linee dei palazzetti sembrano ripiegarsi come per racchiudere e proteggere lo scenario della chiesa. Il chiostro, in particolare, rappresenta il più bell'esempio di corte del primo Rinascimento in Roma. Nel 1656 venne realizzata la facciata per volontà di Alessandro VII Chigi e per opera di Pietro da Cortona. La cupola fu aggiunta nel 1524 su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane ed è ornata da stucchi di Pietro da Cortona e da pitture del Peruzzi e di Carlo Maratta. L'interno quattrocentesco è a navata unica ed ospita la Cappella Chigi eretta da Pietro da Cortona su disegno di Raffaello che ideò anche le quattro Sibille e i quattro Profeti, poi eseguiti dal suo allievo Timoteo Viti nel 1514. Degne di nota anche la Cappella Cesi, opera di Antonio da Sangallo il Giovane e la Cappella Mignanelli, ornata di marmi provenienti dallo scomparso tempio di Giove Ottimo Massimo.

Per informazioni dettagliate vedi Storia architettonica di Santa Maria della Pace curata da Alessandro La Rocca

 

 

ancora vicoli

Riprendendo vicolo degli Osti e vicolo di Montevecchio si arriva a piazza Montevecchio dove si trova Palazzo Chiovenda, realizzato nella prima metà del Cinquecento a opera di Baldassare Peruzzi; già proprietà dell’Abate Gualdi, di antica famiglia riminese, il Palazzo passò nel settecento ai Chiovenda e oggi è suddiviso in appartamenti privati.

La facciata del Palazzo è divisa in due piani da un doppio ordine di lesene con capitelli ionici e corinzi, poggiate sul marcapiano. Al pian terreno si apre un imponente portale, due porte ad arco e tre finestrelle inferriate. Su ogni piano si aprono quattro finestre decorate da semplici cornici. Nonostante i numerosi restauri e interventi di modifica, l’aspetto cinquecentesco del Palazzo è rimasto inalterato. Vi è murata una delle tante lapidi che proibiscono di lasciare immondizie sulla strada. Nella piazza è presente una delicata edicola sacra ottocentesca dedicata alla Madonna della Pietà.

Proseguendo per vicolo di Montevecchio si arriva in via dei Coronari, la strada principale della passeggiata.

 

 

via dei Coronari

Via dei Coronari si presentò, sin dalle origini, come percorso di alto interesse, identificandosi nella antica via Recta, che collegava la via Lata con il Ponte Neroniano, crollato alla fine del IV secolo. La via Recta nel Medioevo si chiamò "di Tor Sanguigna", per la vicinanza con questa Torre e poi "dei Coronari" dai venditori di corone e oggetti sacri detti anche "paternostrari", i quali avevano stabilito qui la loro attività perché percorso dai pellegrini che si recavano a S. Pietro. Via dei Coronari fu aperta da Sisto IV della Rovere e costituì il primo asse viario rettilineo entro il dedalo dei vicoli della città medioevale. Lunga circa 500 metri, nel Rinascimento era divisa in due tratti, detti l'uno "Immagine di Ponte", dall'edicola sacra rifatta nel cinquecento dal Sangallo e l'altro "Scortecchiaria" perché attraversava il quartiere dei conciapelle. Tre sono gli aspetti di questa che può considerarsi una fra le più belle strade di Roma: il medioevale, conservato nei vicoli, il rinascimentale delle casette intorno a piazza di Montevecchio e a Montegiordano ed infine quello scenografico del barocco la cui più straordinaria espressione è costituita dalla chiesa di S. Maria della Pace, opera di Pietro da Cortona.

 In questa zona tutto parla ancora del grande traffico di pellegrini che l’affollavano in ogni stagione, soprattutto durante i giubilei: le edicole, le case delle diverse confraternite, le chiese limitrofe. Oggi, di questo mondo non vi è quasi più traccia, sono rimaste solo le vestigia architettoniche, mute testimoni di realtà e di una cultura popolare di un tempo: la strada ha mantenuto intatto il suo carattere rinascimentale, interrotto soltanto da alcune demolizioni del 1939 intorno a palazzo Vecchierelli e con la creazione degli slarghi a fianco di S. Salvatore in Lauro e davanti a palazzo Lancellotti.

Via dei Coronari è famosa per le di botteghe di antiquari dalle scintillanti vetrine piene di mobili di ogni epoca, di lampade, tavoli, scrittoi, praticamente una mostra permanente.

Palazzo Bonaventura, al civico 28, fu realizzato verso la fine del Quattrocento; la sua origine rinascimentale è evidente soprattutto nella armoniosa facciata, divisa in lesene di travertino con capitelli corinzi e nel cortile porticato su colonne. L’edificio, posto sulla piazza di S. Simeone è composto di una facciata interamente in laterizio a due piani, ognuna con quattro finestre. Al piano terreno, oltre ad alcuni portoni di botteghe, si apre il portale, i piani superiori, divisi da semplici ed eleganti fasce marcapiano in travertino, sono serrati verticalmente da lesene in travertino con capitelli corinzi. Entro i riquadri risultanti si impostano le finestre, quattro per piano; quelle del primo piano sono in travertino, mentre quelle superiori sono semplicemente incorniciate da una mostra sempre in travertino.

Al n°32, un elegante palazzo a 4 piani, palazzo Salimei, è l'antica sede del Monte di Pietà (per questo è anche chiamato palazzo del Monte Vecchio), come indicano le due lapidi poste sul prospetto: la prima riferisce che "Sisto V Pontefice dedicò questa dimora al Monte di Pietà che fino ad allora aveva avuto incerta sede, anno 1585 primo del suo pontificato"; la seconda recita che "Clemente VIII trasferì il Monte di Pietà presso il ponte Gianicolense (ovvero ponte Sisto) e trasformò il palazzo in sede privata che i Curatori del Sacro Monte, nel 1752, rifecero dalle fondamenta". Poi nel quattrocento, l’immobile passò ai Salimei. La facciata si compone di quattro piani con ampie finestre disposte tre per piano; il portale di ingresso è architravato. All’angolo sinistro vi è un medaglione con immagine mariana : si tratta di un opera barocca raffigurante la Madonna della Pietà in preghiera, del settecento.

Piazzetta S. Simeone: su di essa si affaccia una parte del fronte principale di Palazzo Lancellotti, uno dei più importanti della zona. Al centro della piazzetta la fontana dell’epoca di Gregorio XIII trasferita qui a seguito della demolizione di Piazza Montanara, che non esiste più dall’inizio del novecento.

Su palazzo Lancellotti e all'altezza del civico 199 di via dei Coronari si scorgono due edicole mariane.

Palazzo Del Drago al civico 41, risale risale alla prima metà del XVI secolo e manifesta, nei suoi lineamenti, una certa raffinatezza tipica delle sperimentazioni attuate con successo nel Rinascimento. Non è noto il nome dell'architetto che lo ideò, sicuramente una figura secondaria sulla scena romana del tempo. Dall’analisi dello schema della facciata e in particolar modo la posizione e le distanze tra le finestre, l'attuale edificio è probabilmente frutto di un accorpamento di quattro o cinque piccole case a schiera, dove parte delle murature interne vennero inglobate mentre altre furono modificate, con il conseguente allineamento dei solai dei vari piani a comporre un’unica facciata omogenea. Il palazzo si presenta a due piani e prospetta sulla via dei Coronari, dove al piano terreno si aprono numerose aperture di botteghe e negozi: la cosa più notevole di questo edificio è il portale, al numero 45, adorno di belle lesene con capitelli corinzi.

 

 

 

Piazza S. Salvatore in Lauro prende il nome dalla chiesa di S. Salvatore in Lauro, un toponimo nato probabilmente da un boschetto di lauro che qui cresceva nell’antichità. Tracce della fondazione della chiesa risalgono al XII secolo, ma poi fu ricostruita nel 1449 dal cardinale Latino Orsini; nel 1591 fu distrutta da un incendio e quindi il Mascherino iniziò a ricostruirla nel 1594. Il campanile e la sagrestia furono aggiunti nel XVIII secolo da Nicola Salvi, l’artefice della Fontana di Trevi. Nella chiesa si trova la prima grande pala d’altare di Pietro da Cortona. Accanto alla chiesa si trova il convento di S. Giorgio che ha un bellissimo chiostro, costruito probabilmente verso la fine del XV secolo. Dal lato sinistro, attraverso una porta quattrocentesca, si passa in un cortile ricco di opere d'arte provenienti dall'antica chiesa. All'esterno del convento una fontana si affaccia sulla piazza: è la cosiddetta fontana del Leone, situata, fino alla fine dell'Ottocento, in via di Panico; fu salvata dalle demolizioni con le quali si volle risanare la zona e nel 1920 venne smontata e ricomposta nella posizione attuale.

Ai numeri 156-157, la casa di Fiammetta de Michaelis, la celebre cortigiana preferita di Cesare Borgia: questa è un tipico esempio di casa dell'inizio del '400 con elementi medioevali. Costruita in laterizio, aveva un portico a due fornici, tre finestre senza mensole, una centrale con davanzale ornato, un loggiato con pilastri all'ultimo piano, ma fu completamente alterata in epoche successive. Da sottolineare che si tratta di una casa secondaria di Fiammetta, in quanto l’abitazione principale si trova non lontano, in piazza Fiammetta, l’unica piazza dedicata ad una cortigiana. Al n°148 si trova quella che viene considerata la più bella casa di via dei Coronari, quella di Prospero Mochi, abbreviatore apostolico e commissario generale delle fortificazioni al tempo di Paolo III; fabbricata nel 1516, l’abitazione di Mochi venne realizzata da Pietro Roselli, allievo di Antonio da Sangallo il Giovane. L’edificio si sviluppa su tre piani con finestre e porte sagomate secondo la tradizione del primo cinquecento romano, adorne di motivi araldici dello stemma dei Mochi e di motti morali.

Al n° 144-147 vi è il cinquecentesco Palazzo Del Drago, detto dell’Immagine di Ponte, per non confonderlo con l’altro palazzo Del Drago che si trova al n° 41. La facciata, semplice ma vivace, ha un ampio portale con architrave in cui è inserito un motto,; le finestre del piano nobile sono architravate mentre negli altri piani, incorniciate.

All’angolo con vicolo Domizio c’è la famosa Immagine di Ponte, la più antica delle edicole sacre di Roma; fu realizzata nel 1523 da Antonio da Sangallo il Giovane per incarico di Alberto Serra da Monferrato, come si legge nella lapide in basso, noto per essersi salvato a stento dalla cattura dei lanzichenecchi durante il Sacco di Roma, rifugiandosi in Castel S. Angelo e giungendovi un istante prima che lo prendessero: appena varcata la soglia della salvezza, un infarto lo colse o per la gran corsa o per il grande spavento. Il tabernacolo è inserito nella  bugnatura con due colonne che sorreggono il timpano, la finestra sopra il tabernacolo è sormontata da due  stemmi e da un'altra finestra architravata. Pierin del Vaga ha dipinto una Incoronazione della Vergine che si intravede appena dietro il lampioncino. L'immagine è stata restaurata nel 1968.

Di fronte ai civici 122-123, dove vi è una casa rinascimentale dove pare abbia abitato Raffaello, vi è la facciata su via dei Coronari (civici 135-143) di Palazzo Vecchiarelli, anch’esso del cinquecento, uno dei palazzi nobiliari della strada, il cui ingresso principale però è sulla via parallela che prende il nome da questa famiglia, originaria di Rieti.

 

 

..........ancora vicoli

Si giunge a piazza dei Coronari, ricavata dalle demolizioni del 1939: da qui vale veramente la pena di attraversare  piccole strade o vicoli, come via di Panico o vicolo della Campanella che possiedono un fascino notevole: si lasciano i palazzi di via dei Coronari per entrare nella dimensione più antica di Roma, quella del borgo medievale, piccolo e raccolto in un dedalo di vicoletti,  piccole casette e botteghe di artigiano, edicole sacre, segno tangibile della devozione popolare. Niente qui sembra appartenere alla grande città: in queste stradine il tempo sembra essersi fermato.

Qui termina questa passeggiata che ci ha portato a riscoprire una delle zone più affascinanti e ricche di testimonianze popolari di Roma.