l'Appia Antica, il percorso

con Santina in quattro tappe: ottobre 2006, marzo, maggio e giugno 2007

10 giugno 2007

 

La via Appia Antica da Porta S. Sebastiano all' VIII Miglio

 

introduzione

 

La via Appia fu la prima e la più importante tra le grandi strade costruite da Roma ed è stata chiamata per tale ragione la "regina viarum". Fu tracciata alla fine del IV secolo a.C. per mettere in diretta e rapida comunicazione Roma e Capua. Il nome deriva quello del magistrato che la fece costruire lasciandole il proprio nome nell'anno 312, Appio Claudio che ricopriva la carica di censore. Il progetto del percorso fu sicuramente di concezione straordinariamente moderna in quanto lasciava da parte i centri abitati intermedi (provvisti però di appositi raccordi) e mirava diritto alla meta. La via fu perciò realizzata, anche superando notevoli difficoltà naturali, come le Paludi Pontine, con importanti opere d'ingegneria. Il primo tratto, fino a Terracina, era un lunghissimo rettifilo di circa 90 chilometri, di cui gli ultimi 28 fiancheggiati da un canale di bonifica che consentiva di alternare il tragitto in barca a quello sul carro o a cavallo. Dopo Terracina, la strada deviava verso Fondi, quindi attraversava le gole di Itri e scendeva a Formia e Minturno. Superata poi Sinuessa (l'odierna Mondragone), con un altro tratto rettilineo puntava a Casilinum (l'odierna Capua), sul Volturno, e da qui raggiungeva l'antica Capua (oggi S. Maria Capua Vetere). Il percorso totale era di 132 miglia, pari a 195 chilometri, e si effettuava normalmente con cinque/sei giorni di viaggio.

In conseguenza dell'ulteriore espansione di Roma nel Mezzogiorno, la via Appia fu più volte prolungata. Dapprima, subito dopo il 268 a.C., fino a Benevento, poi al di la dell'Appennino, fino a Venosa e quindi a Taranto. Finalmente, nel II secolo a.C. fu prolungata fino a Brindisi, porta dell'Oriente. Il percorso dopo Benevento fu però a poco a poco sostituito da un itinerario alternativo che attraversava tutta la Puglia passando per Ordona, Canosa, Ruvo, Bari ed Egnazia. Nei primi anni del II secolo d.C. esso fu trasformato in una vera e propria variante dall'imperatore Traiano che le aggiunse il suo nome. Con la nuova via Appia Traiana era possibile andare da Roma a Brindisi in 13/14 giorni lungo un percorso totale di 365 miglia pari a poco meno di 540 chilometri. La via Appia era lastricata con grandi lastroni, o "basoli" di pietra basaltica di forma  poligonale. La carreggiata aveva una larghezza standard di 14 piedi romani (circa 4,15 metri) sufficienti a consentire il passaggio contemporaneo di due carri nel doppio senso di marcia. Due marciapiedi in terra battuta delimitati da un cordolo di pietra e larghi ognuno almeno un metro e mezzo fiancheggiavano la carreggiata. Ogni 7 o 9 miglia nei tratti piu frequentati (Km. 10/13) e ogni 10 o 12 miglia in quelli meno importanti (Km. 14/17), si allineavano lungo la strada le stazioni di posta per iI cambio dei cavalli unitamente a luoghi di ristoro e di alloggio per i viaggiatori. In prossimità dei centri abitati la strada era fiancheggiata da grandi ville e soprattutto da tombe e monumenti funerari di vario genere.

 

 Il primo miglio

 

Prima di arrivare a Porta S. Sebastiano, l'antica Porta Appia delle mura costruite nella seconda metà del sec III d.C. dall' imperatore Aureliano, esisteva (ed esiste tuttora con i nomi di via delle Terme di Caracalla e di via di Porta S. Sebastiano) il tratto iniziale della strada, lungo quasi un miglio, che, partendo dalla Porta Capena delle mura repubblicane del IV sec. a.C., divenne urbano proprio con la costruzione delle Mura Aureliane. Da Porta S. Sebastiano si segue in leggera discesa l'antico Clivo di Marte così chiamato dal santuario che vi sorgeva e del quale sono stati recentemente riportati alla luce alcuni resti. Immediatamente prima dei cavalcavia, sulla destra, sono gli avanzi di un gruppo di tombe databili tra il I secolo a.C. e il II d.C. mentre nel muro moderno è stata inserita la copia della colonnina del I miglio (1), con iscrizioni di Vespasiano e di Nerva (l'originale si trova sulla balaustra di piazza del Campidoglio). Oltrepassati i resti di un grande sepolcro in laterizio, si scavalca la Marrana della Caffarella, l'antico Almone (2), affluente del Tevere, nelle cui acque ogni anno i sacerdoti di Cibele (Magna Mater) lavavano il simulacro della dea.

Qui si trova il complesso dell'ex Cartiera Latina (3) , oggi sede dell'Ente Parco Regionale dell'Appia Antica: nel territorio del Parco sono ricomprese le prime undici miglia della regina viarum oltre alla Valle della Caffarella e all'area degli Acquedotti.

Poco dopo sorge il cosiddetto Sepolcro di Geta (4), erroneamente attribuito al figlio di Settimio Severo fatto uccidere dal fratello Caracalla. All'altezza del bivio con la via Ardeatina s'intravede, nascosto da una vecchia osteria, il nucleo cementizio di una tomba cilindrica (5) sormontata da una piccola torre tronca di età medievale: vi si riconosce il Sepolcro di Priscilla, moglie del potente liberto dell'imperatore Domiziano, Flavio Abascanto.

(1) colonnina del I° miglio;

(2) fiume Almone;

(3) ex Cartiera Latina;

(4) sepolcro di Geta;

(5) sepolcro di Priscilla;

(6) chiesetta del Quo Vadis;

 

Il secondo miglio

 

Presso il bivio con la via Ardeatina si trova la piccola chiesa del Quo Vadis o Santa Maria in palmis (6), rifacimento seicentesco di una cappella eretta nel IX secolo nel luogo dove, secondo la tradizione, S. Pietro che fuggiva da Roma per sottrarsi alla persecuzione di Nerone, avrebbe avuto la visione di Gesù che lo rimproverava invitandolo a tornare indietro ("Domine, Quo Vadis?", Signore, dove vai? "Venio iterum crucifigi", Vengo a farmi crocifiggere di nuovo).
Superato il bivio con l'Ardeatina (7), al centro del quale si apre un ingresso per le Catacombe di S. Callisto, l'Appia inizia il percorso rettilineo col quale giunge ai Colli Albani. All'altezza del numero civico 103, che corrisponde al portale della seicentesca Villa Casali, sorgeva la colonnina del II miglio, ricordata da una lapide sul lato destro della strada. Più avanti, e sempre sulla destra, si trova l'ingresso alle Catacombe di S. Callisto (8), fin dal III secolo il più importante sepolcreto cristiano di Roma che accolse molte sepolture di papi e di martiri. Le gallerie si sviluppano su quattro piani per un'area di oltre 12.000 metri quadrati. Cento metri oltre il bivio con la via Appia Pignatelli (sistemata alla fine deI secolo XVII da papa Innocenzo XII), al numero civico 119 A, è l'ingresso alle Catacombe Ebraiche di Vigna Rondanini (9). Dopo il successivo bivio con la via delle Sette Chiese si apre uno spiazzo: a sinistra si leva la colonna eretta nel 1852 a ricordo dei lavori di sistemazione della via Appia compiuti da Luigi Canina per volere di papa Pio IX; a destra sorge la Basilica di S. Sebastiano (10) costruita agli inizi del IV secolo ma rifatta nel XVII. Gia intitolata ai Santi Pietro e Paolo ("Memoria Apostolorum"), dopo il IX secolo fu dedicata al martire sepolto nelle adiacenti catacombe alle quali si accede dalla chiesa. Circa duecento metri  dopo S. Sebastiano, sulla sinistra, si trovano i ruderi della residenza imperiale di Massenzio. In primo piano, parzialmente nascosto da un casale che vi si è addossato, si vede il Mausoleo noto come tomba di Romolo (11) dal nome del figlio dell'imperatore che vi fu sepolto nel 309 d.C..

(6) chiesetta del Quo Vadis;

(7) via Ardeatina

(8) catacombe di S. Callisto;

(9) catacombe ebraiche;

(10) basilica di S. Sebastiano;

(11) tomba di Romolo;

(12) palazzo imperiale;

(13) circo di Massenzio

Posto al centro di un'area cinta da un quadriportico, iI mausoleo era costituito da una "rotonda" coperta a cupola e preceduta da un pronao, in tutto simile al Pantheon. In secondo piano, si vede il Circo (13) , lungo m. 520 e largo 92, delimitato sul lato di testa da due torri semicilindriche tra le quali erano i dodici "box" da cui partivano i carri per le corse. Al centro dell'arena è la "spina" attorno alla quale i carri giravano; sul lato curvo un arco trionfale. Sulle gradinate potevano trovare posto oltre 10.000 spettatori. Al di là del Circo sorgeva il Palazzo imperiale (12).  Cento metri oltre il bivio con la via Appia Pignatelli (sistemata alla fine deI secolo XVII da papa Innocenzo XII), al numero civico 119 A, è l'ingresso alle Catacombe Ebraiche di Vigna Rondanini (9). Dopo il successivo bivio con la via delle Sette Chiese si apre uno spiazzo: a sinistra si leva la colonna eretta nel 1852 a ricordo dei lavori di sistemazione della via Appia compiuti da Luigi Canina per volere di papa Pio IX; a destra sorge la Basilica di S. Sebastiano (10) costruita agli inizi del IV secolo ma rifatta nel XVII. Gia intitolata ai Santi Pietro e Paolo ("Memoria Apostolorum"), dopo il IX secolo fu dedicata al martire sepolto nelle adiacenti catacombe alle quali si accede dalla chiesa. Circa duecento metri  dopo S. Sebastiano, sulla sinistra, si trovano i ruderi della residenza imperiale di Massenzio. In primo piano, parzialmente nascosto da un casale che vi si è addossato, si vede il Mausoleo noto come tomba di Romolo (11) dal nome del figlio dell'imperatore che vi fu sepolto nel 309 d.C.. Posto al centro di un'area cinta da un quadriportico, iI mausoleo era costituito da una "rotonda" coperta a cupola e preceduta da un pronao, in tutto simile al Pantheon. In secondo piano, si vede il Circo (13) , lungo m. 520 e largo 92, delimitato sul lato di testa da due torri semicilindriche tra le quali erano i dodici "box" da cui partivano i carri per le corse. Al centro dell'arena è la "spina" attorno alla quale i carri giravano; sul lato curvo un arco trionfale. Sulle gradinate potevano trovare posto oltre 10.000 spettatori. Al di là del Circo sorgeva il Palazzo imperiale (12).

 

Il terzo miglio

 

Alla sommità della salita che la strada affronta subito dopo, si erge la Tomba di Cecilia Metella (14), eretta poco dopo il 50 a.C. per la figlia di Q. Cecilio Metello Cretico e moglie di Marco Crasso, figlio del triunviro collega di Pompeo e Cesare. E' una torre cilindrica impostata su basamento quadrato: il cilindro, rivestito di travertino è coronato da un fregio marmoreo in rilievo con festoni; é alto m. 11, con m. 29,50 di diametro. Al suo interno accoglie la cella funeraria che era chiusa in alto da una volta a calotta. I merli ghibellini fanno parte di una soprelevazione medievale. La tomba fu infatti trasformata in torre e inserita nell'XI secolo, dai Conti di Tuscolo, nel quadrilatero fortificato che inglobava l'Appia; poi fu ricompresa neI Castello dei Caetani (15). Di questo faceva parte il Palazzo Baronale i cui resti sono addossati alla tomba e, di fronte, sull'altro lato della strada, la piccola chiesa di S. Nicola (16), scoperchiata, che è un raro esempio di stile gotico cistercense a Roma. Circa 80 metri più avanti era posta la colonnina deI III miglio. Al bivio con la via di Cecilia Metella è visibile un tratto dell'antica pavimentazione stradale con i grandi basoli di lava vulcanica: quindi, proseguendo, oltre i muri e le recinzioni delle ville costruite negli ultimi decenni, si scorgono il grande rudere detto Torre di Capo di Bove (17)  e, circa duecento metri più avanti, i resti di due sepolcri a torre. Superato il Casale Torlonia (numero civico 240), la via corre finalmente libera e fiancheggiata da pini e cipressi con numerosi resti di tombe. Oltre il cancello dell'ex Forte Appio, si susseguono, sulla destra, l'epigrafe di un Gneo Bebio Tampilo e due iscrizioni di una famiglia Turania; poi un altorilievo marmoreo con un personaggio raffigurato in nudità "eroica"(19). Poco oltre, a sinistra, sono murati su un pilastro moderno di mattoni i frammenti e l'epigrafe della Tomba di Marco Servilio (18).

(13) circo di Massenzio;

(14) tomba di Cecilia Metella;

(15) castello dei Caetani;

(16) chiesa di S. Nicola;

(17) torre di Capo di Bove;

(18) tomba di Marco Servilio;

(19) altorilievo marmoreo.

 

Il quarto miglio

 

 

Più avanti, dopo le rovine di un sepolcro a torretta, un altro pilastro moderno, in laterizio, detto Tomba di Seneca (20) raccoglieva frammenti marmorei recuperati nei paraggi e ora asportati.

Qui era la colonnina del IV miglio. Segue un mausoleo rotondo (21) con basamento quadrato: quindi, dopo un tratto del basolato antico, il nucleo di un sepolcro a camera e la Tomba dei figli del liberto Sesto Pompeo Giusto (22) con la grande epigrafe in versi su un pilastro moderno dal quale sono stati asportati molti frammenti architettonici che vi erano murati.

Più avanti sorgono, arretrati rispetto alla strada, i ruderi di un grande monumento in laterizio su podio e con absidi su tre lati, attribuibili ad un Tempio di Giove (23); di fronte si trova il Sepolcro di S. Urbano (24), del tipo a tempietto con gradinata frontale, in opera laterizia del II secolo d.C. vi sarebbe stato sepolto papa Urbano, successore di Callisto.

Il tratto dell'Appia che segue è tra i meglio conservati anche se l'attuale stato di molte tombe è frutto delle ricostruzioni fatte eseguire dal Canina nel secolo corso, mentre ai nostri giorni, rilievi e statue antiche sono stati sostituiti con copie e calchi.

Vi si succedono, sul lato destro: la Tomba dei Licini (25), con l'epigrafe cui e stata appoggiata una statua; la cosiddetta Tomba Dorica (26), un tipo di sepolcro ad ara, d'eta sillana, che ebbe molta fortuna tra la fine della repubblica e l'inizio dell'impero; la Tomba di Ilario Fusco (27), d' età antonina con il calco del rilievo originale con cinque ritratti di defunti; la Tomba di Tiberio Claudio Secondino (28), sormontata da due cippi.

Dopo i resti di un colombario (29), con una statua acefala al centro del lato di fondo, e la Tomba di Quinto Apuleio (30), con l'iscrizione e un grosso frammento di lacunare in travertino pertinente ad un soffitto.

Sempre sul lato destro, seguono i ruderi di un sepolcro a tempietto (31), rettangolare, con alto podio e scalinata; la Tomba, ricostruita, dei Rabiri (32), del I secolo d.C., con la copia del rilievo originale raffigurante i busti con le iscrizioni funebri di Ursia Prima, sacerdotessa di Iside, e di due liberti di un Rabirius; un nucleo in calcestruzzo di un sepolcro a torre (33) con porta ad arco; la Tomba detta dei Festoni (34), del tipo ad ara, ornata da un fregio in rilievo con putti sorreggenti festoni; una tomba, ricostruita (35), appoggiata ad un alto nucleo in selce, in forma di edicola, con la copia del rilievo a quattro busti, della fine del I secolo d.C.

Sul lato sinistro presso il bivio con la via Erode Attico, dopo i resti di tre sepolcri a camera, poco lontano dalla strada, sorge una tomba quadrangolare in forma di arco quadrifronte (36).

 

(20) tomba di Seneca;

(21) mausoleo;

(22) tomba figli del liberto;

(23) tempio di Giove;

(24) sepolcro S. Urbano;

(25) tomba dei Licini;

(26) tomba dorica;

(27) tomba di Ilario Fusco.

(28) tomba di Claudio Secondino;

(29)colombario;

(30) tomba di Quinto Apuleio;

(31) sepolcro a tempietto;

(32) tomba dei Rabiri;

(33) sepolcro a torre;

(34) tomba dei Festoni;

(36) tomba quadrangolare.

 

Il quinto miglio

 

 

Dopo il quadrivio con le vie Erode Attico e di Tor Carbone, i resti delle tombe, per circa 200 metri si fanno assai poco consistenti. Poi inizia un altro tra i più suggestivi tratti dell'Appia. Tra i molti ruderi, sono, a destra, quelli di un alto nucleo a torre di calcestruzzo (37), ai piedi del quale e un'epigrafe con i nomi di tre liberti ebrei; sul lato opposto, quelli di due sepolcri a tempietto, del II secolo d.C. (38 e 39) e, di nuovo a destra, dopo due nuclei a torre, quelli di un mausoleo rotondo su basamento quadrangolare (40), sormontato dai resti di una torre medievale.

Seguono una tomba in laterizio, rifatta nel Medioevo come torre, e il nucleo di un sepolcro a cuspide. Subito dopo, la via, che qui tocca il V miglio, piega leggermente a sinistra, forse per rispettare un luogo "sacro" probabilmente connesso all'antico confine tra il territorio di Roma e quello di Alba Longa e al ricordo del combattimento leggendario tra gli Orazi e i Curiazi.

Piu avanti si trova il cosiddetto Tumulo dei Curiazi (41), databile tra la fine della repubblica e l'inizio dell'impero.

(34) tomba dei Festoni;

(36) tomba quadrangolare.

(35) tomba ad edicola;

(37) torre;

(38) e (39) sepolcri;

(40) mausoleo e torre;

(41) tumulo dei Curiazi;

(42) sepolcro a piramide;

 

Sul lato opposto, dopo il casale medievale di Santa Maria Nova, s'innalza un sepolcro a piramide (42).

Circa cento metri più avanti, sulla destra, sono i Tumuli degli Orazi (43), anche essi legati alla tradizione dello scontro che sarebbe avvenuto nei paraggi, ma probabilmente, secondo una recente ipotesi, costruiti come "memoria" di esso, in età augustea.

A meno di centocinquanta metri dopo i Tumuli degli Orazi, sulla sinistra, s'affaccia sulla strada il Ninfeo della Villa dei Quintili (44), formato da un ampio emiciclo con una nicchia sul fondo e un bacino sul davanti, fiancheggiata da due sale termali con nicchie e colonnato.

A destra è un loggiato medievale. Della villa, che era la più vasta fra tutte queIle del suburbio romano e apparteneva a due fratelli mandati a morte da Commodo intorno al 182 d.C., si scorgono gli imponenti resti fin verso la via Appia Nuova. Dopo circa trecento metri dal Ninfeo a destra, sono i ruderi del Sepolcro circolare di Settimia Galla (45), sormontati da un epigrafe; a sinistra, un sepolcro con porta ad arco (46) e altri resti tra i quali quelli di di un grosso nucleo in selce, preceduto da una statua acefala (47).

Sul lato opposto, sono i resti di un impianto termale, forse pertinente ad una villa, e la tomba di un magistrato (48) dalla quale è stato asportato il fregio a rlievo con armi e fasci consolari.

Di fronte sta la mole del più grande mausoleo della via Appia, detto Casal Rotondo (49) per via di un casale costruitovi sopra e ora sostituito da una villetta.

D'età augustea e già ritenuto, senza fondamento, la tomba di Messala Corvino, console nel 31 a.C., è formato da un corpo cilindrico, originariamente rivestito di travertino, impostato su un basamento quadrangolare di m. 35 di lato.

Gli elementi architettonici murati nella parete laterizia eretta dal Canina a fianco del mausoleo, contrariamente a quanto creduto in passato, non sembrano appartenergli e sono stati invece riferiti ad un altro sepolcro in forma di edicola circolare con tetto conico a squame coronato da un pinnacolo, attribuibile, in base ad un frammento d'iscrizione, ad un membro della famiglia degli Aureli Cotta.

(43) tumulo degli Orazi;

(44) villa dei Quintili;

(45) sepolcro di Settimia Galla;

(46) sepolcro con porta ad arco;

(47) statua acefala;

(48) tomba di magistrato;

(49) Casal Rotondo;

 

Il sesto, settimo ed ottavo miglio

 

Subito dopo Casal Rotondo, dove la ferrovia per Napoli sottopassa la strada, era collocata la colonnina del VI miglio. Proseguendo oltre si vedono nuclei in calcestruzzo di sepolcri, zoccoli di tombe in peperino, residui di selciato. A destra si trova una tomba in laterizio (50) rivestita di lastre marmoree con grifoni; segue a sinistra Torre Selce (51) costruita nel XII secolo sopra il nucleo di un mausoleo che doveva essere simile a quello di Cecilia Metella. Poco oltre, sulla sinistra , su di un piedistallo è collocata una cornice con una iscrizione funeraria (52). Prima di giungere al punto dove la via disegna una lieve curva a destra, appoggiata ad un rudere di calcestruzzo c'è una statua acefala di uomo togato (53); a sinistra un rilievo marmoreo di età repubblicana con tre ritratti. In  lontananza si vedono le arcate dell'acquedotto che riforniva la villa dei Quintili (54).

Poco prima del sottopasso del G.R.A. si trovava la colonnina del settimo miglio che ora si trova sulla balaustra del Campidoglio, a lato dell'Aracoeli. Proseguendo, dopo alcuni resti di sepolcri, sulla sinistra c'è una grande esedra (55) della quale rimane solo la struttura interna; poco oltre, ancora a sinistra si nota una tomba in laterizio (56) su basamento quadrato che conteneva la camera sepolcrale , con una quinta ad edicola e una nicchia centrale dove probabilmente era collocata una statua. Più avanti, sulla destra, si possono vedere i resti di un sepolcro sul quale nel medioevo era stata costruita la Torre Appia (57) poi crollata. Ancora più avanti, sulla destra,  ci sono i ruderi di un altro grande mausoleo , seguiti sullo stesso lato da un'area con alcuni tronconi di colonne (58) che indicano l'antica presenza di un portico appartenente ad un tempio attribuito ad Ercole o al dio Silvano.

Circa cinquanta metri dopo era collocata la colonnina dell'ottavo miglio, più avanti, sulla sinistra dopo una tomba ad edicola, si trova un mausoleo (59) originariamente coperto da una cupola e, per la sua forma, detto "Berretta del prete". Di epoca tardo imperiale, nell'alto medioevo era stato adattato a piccola chiesa dedicata alla Madonna, ma già nel corso del X secolo era caduta in abbandono.

Poco dopo vi è l'incrocio con via di Fioranello dopo la quale la via Appia continua fino all'XI miglio, fino all'altezza dell'abitato di Santa Maria delle Mole, dove l'antico tracciato si sovrappone a quello della via Appia Nuova. Questo residuo tratto dell'antica strada è sempre ricco di monumenti e di suggestivi panorami, ma lo stato di totale abbandono ne rende però assai ardua la visita.

(47) statua acefala; (48) tomba di magistrato; (49) Casal Rotondo; (50) tomba in laterizio; (51) Torre Selce;

(52) iscrizione funeraria; (53) statua acefala; (54) villa dei Quintili; (55) esedra; (56) tomba in laterizio;

(57) Torre Appia; (58) colonne; (59) berretta del Prete.

 

la storia, le immagini

 

 

Porta S. Sebastiano

Dopo il tentativo di invasione degli Alemanni respinti da Aureliano nel 270-271 d.C., il Sl Senato di Roma decise di dotare la città di una nuova cinta difensiva: le mura, costruite con grande velocità di esecuzione, furono poi terminate da Probo, successore di Aureliano, nel 279 d.C.

Le mura di quattro metri di spessore e otto di altezza, hanno un perimetro di circa 19 km. e racchiudono un’area di 135 ettari, che comprende al suo interno tutti i sette colli di Roma e Trastevere. Ogni 30 metri furono collocate torri di vedetta  e lungo il percorso si aprivano numerose porte, in corrispondenza delle strade che partivano da Roma.

In corrispondenza della via Appia, nelle Mura Aureliane fu aperta una porta, la più meridionale dell’Urbe, il cui nome originario è appunto Porta Appia; dal Medioevo è prevalsa la denominazione di Porta S. Sebastiano, in quanto conduceva alle famose catacombe di quel martire. Più volte restaurata e trasformata nel corso dei secoli, deve la sua forma attuale ai restauri eseguiti da Belisario e Narsete al tempo dell’assedio di Roma durante la guerra gotica (536 d.C.). Già all’inizio del V secolo, al tempo di Onorio, la porta era stata ridotta ad un unico fornice ed erano stati aggiunti i basamenti quadrati rivestiti di marmo, che racchiudono le torri semicilindriche in opera laterizia; in questa fase la porta venne collegata all’Arco di Druso, attraverso due bracci curvilinei, che costituivano una corte interna di guardia.

La via delle Catacombe

Questo tratto dell'Appia Antica è caratterizzato dai muri di cinta delle tenute suburbane della Roma post-rinascimentale: è la strada tra le vigne descritta dalla celebre pianta del 1748 di Giovanni Battista Nolli. La via non conserva più i marciapiedi laterali, inglobati nelle proprietà private: colombari, sepolcri, monumenti sono spesso nascosti dai muri di recinzione.

Un centinaio di metri dopo Porta S. Sebastiano, inserita nel muro di cinta, è collocata la copia della prima colonna miliaria della via Appia, che ricorda i restauri eseguiti da Vespasiano nel 76 e da Nerva nel 97. In questo punto cadeva il primo miglio (1478 metri) a partire da Porta Capena. La colonna originaria, rinvenuta nel 1584, si trova sulla balaustra della scalinata del Campidoglio.

Su ambedue i lati della strada si conservano i resti di una serie di colombari e di sepolcri databili dall’età repubblicana al IV sec. d.C.; sul lato sinistro della via strutture in blocchi di tufo, riferibili all’età repubblicana, sono state interpretate come resti del tempio di Marte, santuario tra i più antichi di Roma, che le fonti collocano tra il I e il II miglio della via Appia.

Poco oltre il cavalcavia di via Cilicia, sul lato sinistro della strada , un casale seicentesco ha inglobato il nucleo in calcestruzzo, originariamente rivestito di blocchi di marmo o di travertino, pertinente ad un antico mausoleo della prima età imperiale, erroneamente indicato come “sepolcro di Orazio”, in ricordo del famoso viaggio del poeta lungo l’Appia.

Sepolcro di Geta Sepolcro di Priscilla

Si tratta di una costruzione all’altezza del civico 41, ancora sul lato sinistro,  a forma di torre, costituita da dadi sovrapposti in schema piramidale, sormontata da un casaletto quadrangolare con tetto a quattro spioventi. Il sepolcro, che in origine era rivestito di marmo, è conosciuto come “tomba di Geta”, figlio minore dell’imperatore Settimio Severo, fatto uccidere dal fratello Caracalla nel 212 d.C.; l’attribuzione a Geta è in realtà priva di fondamento.

 

E' il sepolcro all bivio tra la via Appia e la via Ardeatina, he, si ipotizza, Tito Flavio Abascanto, liberto dell’imperatore Domiziano, abbia fatto erigere per la moglie Priscilla. Si tratta di un sepolcro con basamento quadrangolare, originariamente rivestito di blocchi di travertino, contenente la camera sepolcrale a croce greca in cui erano contenuti i sarcofagi, su cui si imposta una struttura cilindrica articolata in tredici nicchie.  In età alto-medievale al sepolcro fu sovrapposta una torre di avvistamento, costruita con mattoni e scaglie di marmo di reimpiego.

Chiesetta del Quo Vadis

E' la piccola chiesa di S. Maria in palmis, all’altezza del bivio tra via Appia Antica e via Ardeatina , sul lato sinistro, più nota con il nome di Domine Quo Vadis ? La cappella è un rifacimento seicentesco dell’originaria struttura del IX secolo. La denominazione è legata all’episodio leggendario dell’apparizione di Gesù in veste di viaggiatore all’apostolo Pietro, in fuga da Roma per le persecuzioni di Nerone. Alla domanda di Pietro “Domine, quo vadis?” (dove vai, Signore ?), la risposta sarebbe stata: “Vengo a farmi crocifiggere di nuovo”; a queste parole, l’apostolo sarebbe tornato indietro ad affrontare il martirio. Al centro della chiesa è collocata la copia di una lastra di marmo con l’impronta di due piedi (copia di un rilievo conservato nella vicina basilica di S. Sebastiano), che sarebbe secondo una tradizione popolare la traccia miracolosa lasciata dal Signore: si tratta in realtà di un "ex voto" pagano per il buon esito di un viaggio.

Catacombe di S. Callisto

Le catacombe di S. Callisto si trovano dopo la chiesetta del Quo Vadis, sul lato destro della strada: si tratta del più vasto complesso cimiteriale sotterraneo di Roma, risultato del collegamento tra numerosi nuclei distinti di gallerie, che si sviluppa su quattro livelli di profondità, per una estensione di 16 km. Prende il nome dal banchiere Callisto, diacono e poi papa, a cui il papa Zefirino affidò la gestione dei cimiteri di proprietà dei cristiani, ponendoli sotto il diretto controllo della Chiesa. La parte più antica, costituita dalle “Cripte di Lucina”, un gruppo di ipogei che occupano il settore del complesso più vicino alla via Appia, risale a un periodo compreso tra la fine del II e gli inizi del III sec. d.C., con ampliamenti fino alla fine del IV secolo. Al periodo più antico appartiene anche la c.d. “Cripta dei Papi”, dove sono sepolti nove papi successori di Callisto; tra la fine del III e la prima metà del IV secolo si sviluppò la regione di Gaio-Eusebio, così denominata per la presenza delle deposizioni dei corpi dei papi Gaio ed Eusebio, mentre alla fase più tarda del complesso, fra la metà del IV e gli inizi del V sec. d.C., sono da attribuire la regione detta “di Sotere”, la regione “liberiana” e il  “labirinto”.

Catacombe e basilica di S. Sebastiano

Il complesso di S. Sebastiano si trova subito dopo l’omonimo vicolo, dopo l'incrocio con l'Appia Pignatelli, caratterizzato dalla presenza di numerose aree  sepolcrali, come l'ipogeo di Vibia, i sepolcri dei Calvenni e dei Cercenni, le catacombe di Pretestato e le catacombe ebraiche di Vigna Rondanini. Il termine “catacomba”, che deriva dall’espressione “ad catacumbas” (presso le cavità), in origine indicava proprio la depressione situata tra il II e il III miglio della via Appia antica, tra il cimitero di Callisto e la tomba di Cecilia Metella, dovuta alle antiche cave di pozzolana esistenti nell’area; la catacomba di S. Sebastiano fu una delle poche a rimanere accessibile per tutto il Medioevo, cosicché il vocabolo per estensione passò poi a designare qualunque cimitero sotterraneo.

Il primo nucleo del complesso paleocristiano fu costituito da un edificio cimiteriale, caratterizzato da un vasto cortile con banconi in muratura lungo le pareti, denominato “triclia”, in cui sarebbero stati accolti i corpi degli apostoli Pietro e Paolo all’epoca delle persecuzioni di Decio (250 d.C.), noto come “Memoria Apostolorum”, a sua volta costruito, con un notevole rialzo artificiale del terreno, al di sopra di colombari, mausolei, sepolcri  edificati nell’area a partire dalla seconda metà del I sec. d.C.

Contemporaneamente, aumentando il numero dei cristiani che volevano essere seppelliti vicino alle deposizioni dei due apostoli, si andava estendendo un grande cimitero sotterraneo, in cui si aprono complessivamente 12 km. di gallerie.

Sulla “Memoria Apostolorum” sorse poi nel IV secolo una basilica “circiforme”, in quanto caratterizzata da una planimetria simile a quella dei circhi, a tre navate, intorno alla quale si sviluppò un’estesa necropoli con numerosi mausolei. La basilica, dedicata poi nell’VIII secolo a S. Sebastiano, dal nome del martire ucciso sotto l’imperatore Diocleziano, deve la sua forma attuale a un restauro fatto eseguire dal cardinale Scipione Borghese all’inizio del XVII secolo.

Nello slargo di fronte alla basilica di S. Sebastiano, è collocata una colonna sostenente una croce, sul cui basamento l'iscrizione ricorda il lavoro di recupero e valorizzazione della via Appia Antica, promosso da Papa Pio IX nel 1851 e realizzato dall’archeologo Luigi Canina, che concepì in un contesto fortemente unitario una sorta di primo Parco Archeologico, restaurando i monumenti e recuperando numerosi reperti, inseriti in quinte scenografiche appositamente realizzate.

 Villa e Circo di Massenzio, Mausoleo di Romolo

Si tratta della residenza che l'imperatore Massenzio si fece costruire tra il 306 e il 312 d.C. prima di essere definitivamente sconfitto da Costantino. Massenzio associò in un unico complesso la sua residenza, un circo, luogo di incontro e di divertimento, e il mausoleo di famiglia. Il primo edificio che si incontra è il mausoleo detto di Romolo, dal nome del figlio dell'imperatore, morto bambino ed in seguito divinizzato. Della costruzione originaria oggi si conserva, al centro di un quadriportico, il basamento a pianta circolare, privato dei blocchi di rivestimento, a cui si addossa il settecentesco Casale Torlonia. Il mausoleo, un grandioso edificio a due piani in forma di tempio, doveva avere l’aspetto di un piccolo Pantheon: coperto da una cupola e preceduto da un colonnato, presentava al piano inferiore  la cripta per i sarcofagi, costituita da un ambiente circolare che si snoda intorno ad un pilastro centrale, mentre al piano superiore, non più conservato, era la cella per il culto dell’imperatore divinizzato. Il quadriportico che circonda la tomba si addossa nel lato sud-est ad un sepolcro preesistente, noto come Sepolcro dei Servili, databile tra la fine del I sec. a.C. e il I sec. d.C., costituito da un basamento quadrangolare in blocchi di tufo e da un tamburo superiore, in cui si aprono otto nicchie, forse sormontato in origine da un cono di terra; la camera sepolcrale sotterranea, a cui si accede dalla parte posteriore della via Appia, è a pianta cruciforme.

A differenza del Circo Massimo, il Circo di Massenzio non ha carattere pubblico, ma è strettamente legato alla persona dell’imperatore ed alla sua residenza extraurbana tra il II e il III miglio della via Appia.

Dell’impianto, lungo complessivamente 520 m. e largo 92 m., si conservano le due torri che si ergevano ai lati dei dodici stalli da cui partivano i cavalli, le gradinate che potevano accogliere fino a 10.000 spettatori, e la spina, intorno alla quale i carri compivano i sette giri della corsa.

La spina è la struttura longitudinale che costituisce l’asse centrale del circo: lunga 296 mt., equivalenti a 1000 piedi romani, delimitata da due metae semicircolari, aveva in mezzo un canale suddiviso in dieci vasche per rinfrescare gli equipaggi durante la gara; sette uova e sette delfini mobili al di sopra di due edicole poste alle estremità indicavano agli spettatori i giri di pista di volta in volta compiuti dai carri. Al centro della spina era collocato un obelisco che fu fatto trasportare nel 1650 a piazza Navona da papa Innocenzo X per abbellire la Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini.

L’ingresso al circo per gli spettatori era costituito dall’arco che si apre nel lato curvo verso la Caffarella, non transitabile dai carri, in quanto preceduto verso l’esterno da una gradinata. Dalla porta pompeae, posta al centro del lato di testa, partiva la pompa circensis, che precedeva la gara: una processione di carri, con atleti, danzatori e acrobati, con in testa il magistrato che aveva offerto i giochi. La tribuna imperiale, o pulvinar, situata nel lato settentrionale, era collegata al “palazzo” attraverso un corridoio porticato con abside terminale, che permetteva all’imperatore di assistere ai giochi del circo senza uscire dalla sua residenza.

Del palazzo imperiale si conserva solo una porzione dell’abside semicircolare dell’aula palatina, con impianti di riscaldamento ad aria calda, in cui l’imperatore concedeva udienza. La residenza imperiale fu edificata su una villa del II secolo, appartenuta forse all’uomo politico e retore greco Erode Attico, a sua volta costruita su una villa di età repubblicana.

 Mausoleo di Cecilia Metella e castello Caetani

Il Mausoleo di Cecilia Metella è forse il più noto sepolcro della via Appia, simbolo stesso della “regina viarum”. Al di sopra di un alto basamento quadrato in calcestruzzo, privo ormai del suo rivestimento in blocchi di travertino, poggia un corpo cilindrico di 30 metri di diametro, rivestito di lastre di travertino tagliate a finta bugna; nella parte superiore del tamburo corre un fregio in marmo greco decorato con teste di bue alternate a ghirlande, per il quale in età medievale fu attribuito alla zona il toponimo di “Capo di Bove”. Dal lato dell’edificio rivolto all’Appia, sotto un trofeo di armi che richiama le glorie belliche della famiglia, si trova l’iscrizione dedicatoria a Cecilia Metella, figlia di Q. Metello Cretico (in quanto conquistatore dell’isola di Creta) e moglie di M. Licinio Crasso, che riportò vittorie in Gallia al seguito di Cesare; il monumento si data all’inizio dell’età imperiale, tra il 25 e il 10 a.C. La cella funeraria è un ambiente a pianta circolare, rivestito in cortina laterizia, che si sviluppa per tutta l’altezza del mausoleo: vi era deposta l’urna con le ceneri della defunta, oggetto di spoglio probabilmente già nell’antichità.

In origine il sepolcro era coperto da un cono di terra, simile a quello del mausoleo di Augusto, che era ancora conservato nell’XI secolo, quando, divenuto possesso dei Conti di Tuscolo, la tomba di Cecilia Metella fu inserita all’interno di un borgo fortificato.

All’inizio del XIV secolo per intermediazione di papa Bonifacio VIII (Benedetto Caetani) passò nelle proprietà della potente famiglia dei Caetani, che costruirono un palazzetto baronale in blocchetti di peperino addossato al lato sud del mausoleo, il cui tamburo venne sopraelevato con le merlature ghibelline che ancora oggi lo caratterizzano. Il castrum, che si estendeva su ambedue i lati dell’Appia Antica, era finalizzato al controllo dei traffici in entrata e in uscita da Roma. Dopo i Caetani, il possesso di Capo di Bove passò ai Savelli, ai Colonna e agli Orsini.

 nel castello Chiesa di S. Nicola

Questa piccola chiesa, di fronte alla tomba di Cecilia Metella, nel giardino in parte delimitato dal muro di cinta del castello, era la chiesa parrocchiale del borgo fortificato dei Caetani, dedicata a S. Nicola di Bari nel 1303. Oggi, completamente priva della copertura, conserva i muri laterali sostenuti da otto contrafforti per lato e finestre monofore; costituisce un interessante esempio di architettura gotica che richiama le abbazie cistercensi di impronta europea.

Passeggiata Archeologica

Quello che va dal Belvedere di Cecilia Metella a Casal Rotondo è il tratto più monumentale della strada, caratterizzato su ambedue i lati da un susseguirsi ininterrotto di edifici sepolcrali di varie tipologie, costruiti con differenti tecniche edilizie, dall’età repubblicana alla tarda età imperiale.

Si va dalla più semplice tomba collettiva a incinerazione, generalmente sotterranea: il colombario, a quelle individuali o famigliari, in forma di altare, o di edicola su base quadrangolare, ai più elevati sepolcri a torre, per lo più ridotti al solo nucleo di calcestruzzo privato del rivestimento originario; tipici del paesaggio della via sono poi le tombe a tempietto su due piani in laterizio, spesso di due colori; i mausolei a pianta circolare e copertura conica frequenti lungo la strada riprendono la tradizione delle tombe a tumulo; sono poi attestati mausolei in laterizio, del III-IV sec. d.C., a pianta circolare o articolata e copertura a cupola.

Dall’area del Mausoleo di Cecilia Metella fino al IX miglio operò Luigi Canina con i suoi interventi di conservazione e restauro, inserendo una cornice di pini e cipressi che ancora oggi connota il paesaggio della via Appia Antica. Restauri successivi, come quelli  eseguiti dal Ministero per i Beni Culturali in accordo con il Comune di Roma in occasione del Giubileo del 2000, hanno recuperato e ripristinato ampi tratti dell’antico selciato della via e delle antiche crepidini (marciapiedi), con l’obiettivo di restituire alla via Appia Antica l’assetto di “museo all’aperto” concepito dal Canina.

Torre Capo di Bove ed area di Capo di Bove

Oltre il bivio tra la via Appia e via di Cecilia Metella, subito dopo un tratto dell’antica pavimentazione, è visibile sulla sinistra il nucleo in cementizio di un sepolcro a torre o a edicola a più piani, conosciuto come Torre di Capo di Bove; due targhe apposte sul monumento ricordano le misurazioni trigonometriche effettuate lungo il rettifilo della via Appia dall’astronomo padre Angelo Secchi nel 1855. La località, denominata Capo di Bove è un’area di di 8500 mq. fino al 2002 privata che comprendeva un parco, una villa su tre livelli e una costruzione più piccola, con importanti resti archeologici inediti e già visibili sparsi nel verde, strutture murarie e un mosaico bianco e nero, di rilevanza storico-archeologica eccezionale data la posizione.

Era il gennaio 2002 quando il Ministero, su segnalazione della Soprintendenza archeologica di Roma ed esercitando il diritto di prelazione, entrò in possesso dell’area e alla fine di quell’anno iniziarono gli scavi e le ricerche d’archivio, poi i lavori sui due edifici, il minore destinato ad accogliere il pubblico, la villa vera e propria ristrutturata per ospitare il Centro di Documentazione dell’Appia e l’Archivio di Antonio Cederna, donato dalla famiglia allo Stato.

Gli scavi, ultimati nel luglio del 2005, hanno interessato una superficie complessiva di circa 1400 mq. Finora è emerso un impianto termale costruito alla metà del II sec. d.C., ma utilizzato almeno fino al IV sec., come attestano tipologia di murature e ritrovamenti (ceramica, monete, bolli laterizi, lucerne). La scoperta di mosaici, numerosi frammenti di marmi policromi e porzioni di intonaco dipinto rivelano la particolare eleganza e raffinatezza degli ambienti, probabilmente a uso privato e collegati alla figura di Erode Attico (una lastra di marmo riporta il nome di Annia Regilla, sua moglie).

Altorilievo marmoreo  

Superata l’area militare di Forte Appio, sul lato destro della strada si trova il calco in gesso di una stele funeraria con altorilievo in marmo, conservata per motivi di sicurezza al Museo Nazionale Romano, pertinente ad un monumento non più conservato, di età repubblicana: raffigura un giovane nudo, in atteggiamento eroico, con la clamide sulla spalla e la corazza di tipo ellenistico ai piedi.

Sepolcro di Marco Servilio Sepolcro di Seneca

Il monumento sepolcrale di M. Servilio Quarto fu il primo ad essere restaurato, nel 1808, su progetto dello scultore neoclassico Antonio Canova: è una sorta di pilastro in laterizi e tufelli, in cui sono murati frammenti architettonici e decorativi e l’iscrizione dedicatoria del monumento originario.

Il sepolcro di Seneca, è così chiamato in ricordo del filosofo precettore di Nerone, che possedeva una villa al IV miglio dell’Appia. Attualmente ridotto ad un semplice pilastro in laterizio, completamente spogliato dei frammenti architettonici e decorativi che vi erano inseriti.

Sepolcro dei figli di Sesto Pompeo Sepolcro di S. Urbano

Si tratta di un prospetto architettonico in laterizio a timpano triangolare realizzato da Antonio Canova, in cui è collocata un’iscrizione nella quale Sextus Pompeius Iustus ricorda la morte prematura dei suoi figli. Dei numerosi frammenti decorativi ed architettonici che erano inseriti nella muratura, si conserva soltanto un frammento di sarcofago con il ritratto di una coppia di coniugi all’interno di una valva di conchiglia.

Sepolcro in laterizio su alto podio, all’interno di una proprietà privata, presso l’angolo con via dei Lugari, erroneamente attribuito a S. Urbano, vescovo di Roma succeduto a S. Callisto nel III sec. d.C.; in realtà l’edificio è stato recentemente datato al IV secolo d.C.. Nei pressi del monumento fu messa in luce alla fine dell’Ottocento una grande villa, di età repubblicana, domus della matrona  Marmenia.

Sepolcro del Fregio Dorico Sepolcro di Ilario Fusco

Ancora sul margine destro della strada si incontra un monumento funerario appartenente alla tipologia “ad ara”, caratterizzato da un fregio dorico, con metope decorate con un elmo, rosette e vasi, al di sopra di una struttura a blocchi in opera quadrata di peperino, databile all’età repubblicana; ricostruito da Luigi Canina, il monumento è stato recentemente restaurato dalla Soprintendenza Archeologica di Roma.

Si tratta di una quinta architettonica a forma di frontone triangolare realizzata dal Canina, in cui è inserito il calco (gli originali si conservano al Museo Nazionale Romano) di una stele funeraria con i ritratti a mezzo busto di cinque personaggi:  una coppia di coniugi e la loro figlia; in ciascuna delle due nicchie laterali sono ritratti due personaggi maschili. L’iscrizione di Ilario Fusco murata insieme al rilievo dà il nome al sepolcro.

Sepolcro di Tiberio Claudio Secondino Sepolcro di Quinto Apuleio

Sepolcro attribuito alla famiglia di Tiberio Claudio Secondino, liberto dell'imperatore Claudio, per l'iscrizione. Si tratta di una tomba  della fine del I sec. d.C. nella quale furono sepolti il capo famiglia di professione esattore di banca, copista e messo, la moglie e due figli.

Sepolcro ricostruito Quinto Apuleio, con un pezzo dell'iscrizione e un grosso frammento di lacunare fiorito in travertino che apparteneva ad un soffitto, poi una grata che chiude l'ingresso di una camera funeraria seminterrata, e un torso di statua

Sepolcro a tempietto Mausoleo dei Rabiri

Sepolcro a tempietto su due piani, con scalinata d’accesso su alto podio, che portava al piano superiore, in cui si svolgevano le cerimonie funebri; dal lato posteriore del monumento si accedeva invece alla camera funeraria, ricavata all’interno del podio. Il sepolcro è caratterizzato dall’uso esclusivo del laterizio di due colori, tipico della metà del II sec. d.C., impiegato anche per le parti decorative.

Il mausoleo dei Rabiri,  appartiene alla tipologia dei sepolcri a forma di ara, ricostruito dal Canina assemblando i frammenti marmorei rinvenuti nelle vicinanze. Il calco del rilievo originale, che è conservato al Museo di Palazzo Massimo alle Terme, mostra i ritratti dei tre defunti: C. Rabirius Hermodorus e sua moglie Rabiria Demaris, e Usia Prima, sacerdotessa di Iside, ritratta con il sistro e la patera, simboli del culto egizio della dea.

Sepolcro dei Festoni Tomba del Frontespizio

Alla tipologia dei sepolcri ad ara appartiene invece il sepolcro successivo, ancora sul lato destro, databile alla prima metà del I secolo a.C.: costruito in blocchi di peperino, presenta un coronamento con pulvini e maschera di medusa ed un fregio con dei putti che sorreggono festoni, probabilmente di età repubblicana ed aggiunto dal Canina nell’ambito del suo intervento di restauro, da cui deriva la denominazione moderna del monumento.

Monumento a forma di torre di cui si conserva il nucleo in calcestruzzo, davanti al quale fu aggiunto, nella sistemazione ottocentesca, un prospetto architettonico con timpano triangolare, su cui è inserito il calco di un rilievo con quattro busti-ritratto (l’originale è stato trasportato al Museo Nazionale Romano). Al centro è una coppia di coniugi, raffigurati nel gesto matrimoniale della “dextrarum iunctio”; ai lati un uomo e una donna più giovani sono probabilmente i loro figli.

Monumento funerario a torre Sepolcro a tempietto 1

Nucleo in calcestruzzo di un monumento funerario a torre, all'incrocio con via di Tor Carbone/via Erode Attico sulla destra della via:, un’iscrizione che ricorda L. Valerius Baricha, L. Valerius Zabda e L. Valerius Achiba, liberti della famiglia dei Valerii, di chiara origine semitica

Monumento in Laterizio, classico esempio della tipologia del “sepolcro a tempietto” su due piani, in laterizio di due colori, tipico della metà del II sec. d.C.: nella facciata aggiunta durante la ricostruzione ottocentesca furono murati numerosi frammenti marmorei, oggi quasi del tutto scomparsi.

Sepolcro a tempietto 2 Mausoleo circolare

Monumento in Laterizio, esempio del riutilizzo durante l’età medievale dei monumenti romani, spesso trasformati in torri di vedetta: alla muratura romana in laterizio, pertinente ad un sepolcro a camera su podio, si addossa, sul fronte della strada, la tipica tecnica edilizia medievale in tufelli.

La trasformazione e il riuso in età medievale si riscontra anche nel successivo monumento, visibile sul lato destro della via: sul nucleo in calcestruzzo di un sepolcro circolare è stata sovrapposta una costruzione in scaglie di selce e materiale di reimpiego.

Tumulo dei Curiazi Tumulo degli Orazi

All’altezza del V miglio, subito prima di un diverticolo della via Appia, sulla destra della strada, si conserva un sepolcro a tumulo, con fondazione circolare in calcestruzzo, sormontato da una torretta cilindrica in blocchetti di tufo, detto Tumulo dei Curiazi.

A circa 300 metri a sud del tumulo dei Curiazi sono i due Tumuli degli Orazi, a breve distanza uno dall’altro: con basso zoccolo, uno in peperino, l’altro in travertino, sono probabilmente databili tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale.

La villa dei Quintili

La villa dei Quintili era la più estesa villa del suburbio romano: il  ninfeo che si affaccia sulla sinistra della via Appia Antica, costituiva l’ ingresso originario alla villa dei fratelli Quintili, le cui imponenti strutture si sviluppano su una vasta porzione di campagna romana, tra l’Appia Antica e l’Appia Nuova, dal cui lato, attualmente, si trova  l’accesso principale per la visita al complesso archeologico.

L’aspetto attuale del ninfeo è dovuto alla fortificazione che durante il Medioevo interessò la parte della villa prospiciente l’Appia, di proprietà dei conti di Tuscolo e poi degli Astalli, che edificarono un castello per il controllo dei traffici sulla strada.

Appartenuta ai fratelli Sesto Quintilio Condiano Massimo e Sesto Quintilio Valeriano Massimo, entrambi consoli nel 151 d.C., dal 182 d.C. divenne proprietà dell’imperatore Commodo, che se ne impossessò dopo aver fatto uccidere i proprietari, con il pretesto di una congiura. I numerosi edifici che compongono la villa si articolano in vari nuclei distinti, caratterizzati da varie tecniche edilizie, pertinenti a diverse fasi costruttive, dal II al III/IV sec. d.C.

Alle spalle dello scenografico ninfeo d’ingresso si estende un grande giardino che conduce alla parte residenziale e di rappresentanza, in cui spiccano le strutture in laterizio dei grandiosi ambienti termali, che conservano ancora tratti delle ricchissime decorazioni pavimentali in marmi policromi, recentemente rimesse in luce; al livello inferiore della zona residenziale, elevata su un sistema di terrazzamenti, erano localizzati criptoportici, ambienti di servizio e locali di riscaldamento per le stanze di residenza; un vasto circo, aggiunto nella fase più tarda del complesso, era collocato poi sul lato sud-est.

Statue e sepolcri

In questo tratto della strada, si conservano i resti di molti sepolcri, sia nelle varianti a torre, sia del tipo  sormontato da una statua. Numerose sono inoltre le epigrafi caratterizzate dai più svariati motivi decorativi.

Casal Rotondo

E' il più grande mausoleo della via Appia Antica, più grande anche di Cecilia Metella, ed è detto Casal Rotondo per via dalla forma rotonda del mausoleo e di un casalecostruitovi sopra. Ha un basamento di 35 metri di diametro, ed è costituto da un tamburo cilindrico, originariamente rivestito di blocchi di travertino; in una quinta architettonica ottocentesca realizzata accanto al monumento furono murati tratti di rivestimento marmoreo, attribuiti dal Canina al monumento stesso.

Il mausoleo, databile alla prima età augustea, sulla base di un frammento di iscrizione rinvenuto nell’area,fu attribuito a Messalla Corvino, amico del poeta Tibullo e console dell’anno 31 a.C., a cui lo avrebbe dedicato il figlio M. Valerio Messalino Cotta. L’attribuzione non è però più accettata dagli studiosi: i frammenti marmorei incastonati nel prospetto architettonico sarebbero, piuttosto, da riferire ad un altro edificio funerario, di minori dimensioni.

Al di sopra del monumento fu aggiunto un casaletto, attualmente trasformato in edificio residenziale, utilizzando le strutture di una torre del XIII sec. in marmo e peperino, appartenente in origine alla famiglia dei Savelli.

La via Appia ha qui la sede lastricata larga 4,20 metri; i marciapiedi sono larghi almeno 4,10 metri dal lato destro, e 3,35 metri dal lato sinistro. .

un paesaggio sull'Agro romano

In questo tratto la strada presenta recinzioni laterali di tipo agricolo; il paesaggio è aperto sulle grandi tenute dell’Agro Romano, spaziando fino ai Castelli Romani; l’ultimo tratto oltrepassa prima il G.R.A. e poi il confine del Comune di Roma ed entra nei Comuni di Ciampino e Marino fino al bivio di Frattocchie, dove la via Appia Antica confluisce nella via Appia Nuova. Anche questo tratto, nonostante la distanza da Roma, è ricco di sepolcri sia a torre che a mausoleo come ad edicola, nonchè di numerose epigrafi.

Torre Selce

 La medievale “Torre Selce”, databile al XII secolo, è costruita su di un sepolcro circolare, che doveva essere simile per tipologia e dimensioni al mausoleo di Cecilia Metella. Fondata su muraglioni costolati a raggera, presenta il tipico schema delle c.d. “torri vergate”, in cui ad una fascia di scaglie di peperino segue, quasi a metà dell’altezza, un’alta banda di blocchetti regolari di marmo bianco e di travertino.

Epigrafi e panorami

Il residuo tratto, fra l'VIII e il XI miglio è sempre ricco di monumenti e di suggestivi panorami. Vi è una successione ininterrotta di resti di muri, blocchi di peperino, fondamenta di sepolcri, ma lo stato di parziale abbandono ne rende però assai ardua la visita.

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