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La via Appia
Antica da Porta S. Sebastiano all' VIII Miglio |
introduzione
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La via Appia fu la
prima e la più importante tra le grandi strade costruite da Roma ed è
stata chiamata per tale ragione la "regina viarum". Fu tracciata alla
fine del IV secolo a.C. per mettere in diretta e rapida comunicazione
Roma e Capua. Il nome deriva quello del magistrato che la
fece costruire lasciandole il proprio nome nell'anno
312, Appio Claudio che ricopriva la carica di censore. Il progetto del
percorso fu sicuramente di concezione straordinariamente moderna in
quanto lasciava da parte i centri abitati intermedi (provvisti però di appositi
raccordi) e mirava diritto alla meta. La via fu perciò realizzata, anche
superando notevoli difficoltà naturali, come le Paludi Pontine, con
importanti opere d'ingegneria. Il primo tratto, fino a Terracina, era un
lunghissimo rettifilo di circa 90 chilometri, di cui gli ultimi 28
fiancheggiati da un canale di bonifica che consentiva di alternare il
tragitto in barca a quello sul carro o a cavallo. Dopo Terracina, la
strada deviava verso Fondi, quindi attraversava le gole di Itri e
scendeva a Formia e Minturno. Superata poi Sinuessa (l'odierna
Mondragone), con un altro tratto rettilineo puntava a Casilinum
(l'odierna Capua), sul Volturno, e da qui raggiungeva l'antica Capua (oggi
S. Maria Capua Vetere). Il percorso totale
era di 132 miglia, pari a 195 chilometri, e si effettuava
normalmente con cinque/sei giorni di viaggio.
In conseguenza dell'ulteriore
espansione di Roma nel Mezzogiorno, la via Appia fu più volte
prolungata. Dapprima, subito dopo il 268 a.C., fino a Benevento, poi al
di la dell'Appennino, fino a Venosa e quindi a Taranto. Finalmente, nel
II secolo a.C. fu prolungata fino a Brindisi, porta dell'Oriente. Il
percorso dopo Benevento fu però a poco a poco sostituito da un
itinerario alternativo che attraversava tutta la Puglia passando per
Ordona, Canosa, Ruvo, Bari ed Egnazia. Nei primi anni del II secolo d.C.
esso fu trasformato in una vera e propria variante dall'imperatore
Traiano che le aggiunse il suo nome. Con la nuova via Appia Traiana era
possibile andare da Roma a Brindisi in 13/14 giorni lungo un percorso
totale di 365 miglia pari a poco meno di 540 chilometri. La via Appia
era lastricata con grandi lastroni, o "basoli" di pietra basaltica di
forma poligonale. La carreggiata aveva una larghezza standard di
14 piedi romani (circa 4,15 metri) sufficienti a consentire il passaggio
contemporaneo di due carri nel doppio senso di marcia. Due marciapiedi
in terra battuta delimitati da un cordolo di pietra e larghi ognuno
almeno un metro e mezzo fiancheggiavano la carreggiata. Ogni 7 o 9
miglia nei tratti piu frequentati (Km. 10/13) e ogni 10 o 12 miglia in
quelli meno importanti (Km. 14/17), si allineavano lungo la strada le
stazioni di posta per iI cambio dei cavalli unitamente a luoghi di
ristoro e di alloggio per i viaggiatori. In prossimità dei centri
abitati la strada era fiancheggiata da grandi ville e soprattutto da
tombe e monumenti funerari di vario genere. |
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Il primo
miglio
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Prima di
arrivare a Porta S. Sebastiano, l'antica Porta Appia delle mura
costruite nella seconda metà del sec III d.C. dall' imperatore
Aureliano, esisteva (ed esiste tuttora con i nomi di via delle
Terme di Caracalla e di via di Porta S. Sebastiano) il tratto
iniziale della strada, lungo quasi un miglio, che, partendo
dalla Porta Capena delle mura repubblicane del IV sec. a.C.,
divenne urbano proprio con la costruzione delle Mura Aureliane. Da
Porta S. Sebastiano si segue in leggera discesa l'antico Clivo
di Marte così chiamato dal santuario che vi sorgeva e del quale
sono stati recentemente riportati alla luce alcuni resti.
Immediatamente prima dei cavalcavia, sulla destra, sono gli
avanzi di un gruppo di tombe databili tra il I secolo a.C. e il
II d.C. mentre nel muro moderno è stata inserita la copia della
colonnina del I miglio (1), con iscrizioni di Vespasiano e di
Nerva (l'originale si trova sulla balaustra di piazza del
Campidoglio). Oltrepassati i resti di un grande sepolcro in
laterizio, si scavalca la Marrana della Caffarella, l'antico
Almone (2), affluente del Tevere, nelle cui acque ogni anno i
sacerdoti di Cibele (Magna Mater) lavavano il simulacro della
dea.
Qui si
trova il complesso dell'ex Cartiera Latina (3) , oggi sede
dell'Ente Parco Regionale dell'Appia Antica: nel territorio del
Parco sono ricomprese le prime undici miglia della regina viarum
oltre alla Valle della Caffarella e all'area degli Acquedotti.
Poco dopo
sorge il cosiddetto Sepolcro di Geta (4), erroneamente
attribuito al figlio di Settimio Severo fatto uccidere dal
fratello Caracalla.
All'altezza del bivio con la via Ardeatina s'intravede,
nascosto da una vecchia osteria, il nucleo cementizio di una
tomba cilindrica (5) sormontata da una piccola torre tronca di
età medievale: vi si riconosce il Sepolcro di Priscilla, moglie
del potente liberto dell'imperatore Domiziano, Flavio Abascanto.
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(1) colonnina del I° miglio;
(2) fiume Almone;
(3) ex Cartiera Latina; |
(4) sepolcro di Geta;
(5) sepolcro di Priscilla;
(6) chiesetta del Quo Vadis; |
Il secondo
miglio
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Presso il
bivio con la via Ardeatina si trova la piccola chiesa del Quo Vadis o Santa Maria in
palmis (6), rifacimento seicentesco di una cappella eretta nel IX secolo
nel luogo dove, secondo la tradizione, S. Pietro che
fuggiva da Roma per sottrarsi alla persecuzione di Nerone,
avrebbe avuto la visione di Gesù che lo rimproverava invitandolo
a tornare indietro ("Domine, Quo Vadis?", Signore, dove vai? "Venio
iterum crucifigi", Vengo a farmi crocifiggere di nuovo).
Superato il
bivio con l'Ardeatina (7), al centro del quale si apre un
ingresso per le Catacombe di S. Callisto, l'Appia inizia il
percorso rettilineo col quale giunge ai Colli Albani. All'altezza
del numero civico 103, che corrisponde al portale della
seicentesca Villa Casali, sorgeva la colonnina del II miglio,
ricordata da una lapide sul lato destro della strada. Più avanti, e
sempre sulla destra, si trova l'ingresso alle Catacombe di S.
Callisto (8), fin dal III secolo il più importante sepolcreto
cristiano di Roma che accolse molte sepolture di papi e di
martiri. Le gallerie si sviluppano su quattro piani per un'area
di oltre 12.000 metri quadrati. Cento metri oltre il bivio con
la via Appia Pignatelli (sistemata alla fine deI secolo XVII da
papa Innocenzo XII), al numero civico 119 A, è l'ingresso alle
Catacombe Ebraiche di Vigna Rondanini (9). Dopo il successivo
bivio con la via delle Sette Chiese si apre uno spiazzo: a
sinistra si leva la colonna eretta nel 1852 a ricordo dei lavori
di sistemazione della via Appia compiuti da Luigi Canina per
volere di papa Pio IX; a destra sorge la Basilica di S.
Sebastiano (10) costruita agli inizi del IV secolo ma rifatta
nel XVII. Gia intitolata ai Santi Pietro e Paolo ("Memoria
Apostolorum"), dopo il IX secolo fu dedicata al martire sepolto
nelle adiacenti catacombe alle quali si accede dalla chiesa.
Circa duecento metri dopo S. Sebastiano, sulla sinistra,
si trovano i ruderi della residenza imperiale di Massenzio. In
primo piano, parzialmente nascosto da un casale che vi si è
addossato, si vede il Mausoleo noto come tomba di Romolo (11)
dal nome del figlio dell'imperatore che vi fu sepolto nel 309
d.C.. |
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(6) chiesetta del Quo Vadis;
(7) via Ardeatina
(8) catacombe di S. Callisto;
(9) catacombe ebraiche; |
(10) basilica di S. Sebastiano;
(11) tomba di Romolo;
(12) palazzo imperiale;
(13) circo di Massenzio |
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Posto al centro di un'area cinta da un quadriportico, iI
mausoleo era costituito da una "rotonda" coperta a cupola e
preceduta da un pronao, in tutto simile al Pantheon. In secondo
piano, si vede il Circo (13) , lungo m. 520 e largo 92, delimitato sul
lato di testa da due torri semicilindriche tra le quali erano i
dodici "box" da cui partivano i carri per le corse. Al centro
dell'arena è la "spina" attorno alla quale i carri giravano; sul
lato curvo un arco trionfale. Sulle gradinate potevano trovare
posto oltre 10.000 spettatori. Al di là del Circo sorgeva il
Palazzo imperiale (12).
Cento metri oltre il bivio con
la via Appia Pignatelli (sistemata alla fine deI secolo XVII da
papa Innocenzo XII), al numero civico 119 A, è l'ingresso alle
Catacombe Ebraiche di Vigna Rondanini (9). Dopo il successivo
bivio con la via delle Sette Chiese si apre uno spiazzo: a
sinistra si leva la colonna eretta nel 1852 a ricordo dei lavori
di sistemazione della via Appia compiuti da Luigi Canina per
volere di papa Pio IX; a destra sorge la Basilica di S.
Sebastiano (10) costruita agli inizi del IV secolo ma rifatta
nel XVII. Gia intitolata ai Santi Pietro e Paolo ("Memoria
Apostolorum"), dopo il IX secolo fu dedicata al martire sepolto
nelle adiacenti catacombe alle quali si accede dalla chiesa.
Circa duecento metri dopo S. Sebastiano, sulla sinistra,
si trovano i ruderi della residenza imperiale di Massenzio. In
primo piano, parzialmente nascosto da un casale che vi si è
addossato, si vede il Mausoleo noto come tomba di Romolo (11)
dal nome del figlio dell'imperatore che vi fu sepolto nel 309
d.C..
Posto al centro di un'area cinta da un quadriportico, iI
mausoleo era costituito da una "rotonda" coperta a cupola e
preceduta da un pronao, in tutto simile al Pantheon. In secondo
piano, si vede il Circo (13) , lungo m. 520 e largo 92, delimitato sul
lato di testa da due torri semicilindriche tra le quali erano i
dodici "box" da cui partivano i carri per le corse. Al centro
dell'arena è la "spina" attorno alla quale i carri giravano; sul
lato curvo un arco trionfale. Sulle gradinate potevano trovare
posto oltre 10.000 spettatori. Al di là del Circo sorgeva il
Palazzo imperiale (12). |
Il
terzo
miglio
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Alla sommità della salita che la strada affronta subito dopo, si
erge la Tomba di Cecilia Metella (14), eretta poco dopo il 50
a.C. per la figlia di Q. Cecilio Metello
Cretico e moglie di Marco Crasso, figlio del triunviro collega
di Pompeo e Cesare. E' una torre cilindrica impostata su
basamento quadrato: il cilindro, rivestito di travertino è
coronato da un fregio marmoreo in rilievo con festoni; é alto m.
11, con m. 29,50 di diametro. Al suo interno accoglie la cella
funeraria che era chiusa in alto da una volta a calotta. I merli
ghibellini fanno parte di una soprelevazione medievale. La tomba
fu infatti trasformata in torre e inserita nell'XI secolo, dai
Conti di Tuscolo, nel quadrilatero fortificato che inglobava l'Appia;
poi fu ricompresa neI Castello dei
Caetani (15). Di questo faceva parte il Palazzo Baronale i cui resti
sono addossati alla tomba e, di fronte, sull'altro lato della
strada, la piccola chiesa di S. Nicola (16), scoperchiata, che è un
raro esempio di stile gotico cistercense a Roma. Circa 80
metri più avanti era posta la colonnina deI III miglio. Al bivio
con la via di Cecilia Metella è visibile un tratto dell'antica
pavimentazione stradale con i grandi basoli di lava vulcanica:
quindi, proseguendo, oltre i muri e le recinzioni delle ville
costruite negli ultimi decenni, si scorgono il grande rudere
detto Torre di Capo di Bove (17) e, circa duecento metri
più avanti, i resti di due sepolcri a torre. Superato il Casale
Torlonia (numero civico 240), la via corre finalmente libera e
fiancheggiata da pini e cipressi con numerosi resti di tombe. Oltre il cancello dell'ex Forte
Appio, si susseguono, sulla destra, l'epigrafe di un Gneo Bebio
Tampilo e due iscrizioni di una famiglia Turania; poi un
altorilievo marmoreo con un personaggio raffigurato in nudità
"eroica"(19). Poco oltre, a sinistra, sono murati su un pilastro
moderno di mattoni i frammenti e l'epigrafe della Tomba di Marco
Servilio (18). |
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(13) circo di Massenzio;
(14) tomba di Cecilia Metella;
(15) castello dei Caetani;
(16) chiesa di S. Nicola; |
(17) torre di Capo di Bove;
(18) tomba di Marco Servilio;
(19) altorilievo marmoreo. |
Il
quarto
miglio
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Più
avanti, dopo le rovine di un sepolcro a torretta, un altro
pilastro moderno, in laterizio, detto Tomba di Seneca (20)
raccoglieva frammenti marmorei recuperati nei paraggi e ora
asportati.
Qui era la colonnina del IV miglio. Segue un
mausoleo rotondo (21) con basamento quadrato: quindi, dopo un
tratto del basolato antico, il nucleo di un sepolcro a camera e
la Tomba dei figli del liberto Sesto Pompeo Giusto (22) con la
grande epigrafe in versi su un pilastro moderno dal quale sono
stati asportati molti frammenti architettonici che vi erano
murati.
Più avanti
sorgono, arretrati rispetto alla strada, i ruderi di un grande
monumento in laterizio su podio e con absidi su tre lati,
attribuibili ad un Tempio di Giove (23); di fronte si trova il
Sepolcro di S. Urbano (24), del tipo a tempietto con gradinata
frontale, in opera laterizia del II secolo d.C. vi sarebbe stato
sepolto papa Urbano, successore di Callisto.
Il tratto
dell'Appia che segue è tra i meglio conservati anche se
l'attuale stato di molte tombe è frutto delle ricostruzioni
fatte eseguire dal Canina nel secolo corso, mentre ai nostri
giorni, rilievi e statue antiche sono stati sostituiti con copie
e calchi.
Vi si succedono, sul lato destro: la Tomba dei Licini
(25), con l'epigrafe cui e stata appoggiata una statua; la
cosiddetta Tomba Dorica (26), un tipo di sepolcro ad ara, d'eta
sillana, che ebbe molta fortuna tra la fine della repubblica e
l'inizio dell'impero; la Tomba di Ilario Fusco (27), d' età
antonina con il calco del rilievo originale con cinque ritratti
di defunti; la Tomba di Tiberio Claudio Secondino (28),
sormontata da due cippi.
Dopo i resti di un colombario (29), con
una statua acefala al centro del lato di fondo, e la Tomba di
Quinto Apuleio (30), con l'iscrizione e un grosso frammento di
lacunare in travertino pertinente ad un soffitto.
Sempre sul
lato destro, seguono i ruderi di un sepolcro a tempietto (31), rettangolare, con
alto podio e scalinata; la Tomba, ricostruita, dei Rabiri (32),
del I secolo d.C., con la copia del rilievo originale
raffigurante i busti con le iscrizioni funebri di Ursia Prima,
sacerdotessa di Iside, e di due liberti di un Rabirius; un
nucleo in calcestruzzo di un sepolcro a torre (33) con porta ad
arco; la Tomba detta dei Festoni (34), del tipo ad ara, ornata
da un fregio in rilievo con putti sorreggenti festoni; una
tomba, ricostruita (35), appoggiata ad un alto nucleo in selce,
in forma di edicola, con la copia del rilievo a quattro busti,
della fine del I secolo d.C.
Sul lato sinistro presso il bivio
con la via Erode Attico, dopo i resti di tre sepolcri a camera,
poco lontano dalla strada, sorge una tomba quadrangolare in
forma di arco quadrifronte (36).
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(20) tomba di Seneca;
(21) mausoleo;
(22) tomba figli del liberto;
(23) tempio di Giove; |
(24) sepolcro S. Urbano;
(25) tomba dei Licini;
(26) tomba dorica;
(27) tomba di Ilario Fusco. |
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(28) tomba di Claudio Secondino;
(29)colombario;
(30) tomba di Quinto Apuleio;
(31) sepolcro a tempietto; |
(32) tomba dei Rabiri;
(33) sepolcro a torre;
(34) tomba dei Festoni;
(36) tomba quadrangolare. |
Il
quinto
miglio
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Dopo
il quadrivio con le vie Erode Attico e di Tor Carbone, i resti
delle tombe, per circa 200 metri si fanno assai poco
consistenti. Poi inizia un altro tra i più suggestivi tratti
dell'Appia. Tra i molti ruderi, sono, a destra, quelli di un
alto nucleo a torre di calcestruzzo (37), ai piedi del quale e
un'epigrafe con i nomi di tre liberti ebrei; sul lato opposto,
quelli di due sepolcri a tempietto, del II secolo d.C. (38 e 39) e, di
nuovo a destra, dopo due nuclei a torre, quelli di un mausoleo
rotondo su basamento quadrangolare (40), sormontato dai resti di una
torre medievale.
Seguono una tomba in laterizio, rifatta nel
Medioevo come torre, e il nucleo di un sepolcro a cuspide. Subito dopo,
la via, che qui tocca il V miglio, piega leggermente a sinistra,
forse per rispettare un luogo "sacro" probabilmente connesso
all'antico confine tra il territorio di Roma e quello di Alba
Longa e al ricordo del combattimento leggendario tra gli Orazi e
i Curiazi.
Piu avanti si trova il cosiddetto Tumulo dei Curiazi
(41), databile tra la fine della repubblica e l'inizio
dell'impero. |
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(34) tomba dei Festoni;
(36) tomba quadrangolare.
(35) tomba ad edicola;
(37) torre; |
(38) e (39) sepolcri;
(40) mausoleo e torre;
(41) tumulo dei Curiazi;
(42) sepolcro a piramide; |
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Sul lato
opposto, dopo il casale medievale di Santa Maria Nova, s'innalza
un sepolcro a piramide (42).
Circa cento metri più avanti, sulla
destra, sono i Tumuli degli Orazi (43), anche essi legati alla
tradizione dello scontro che sarebbe avvenuto nei paraggi, ma
probabilmente, secondo una recente ipotesi, costruiti come
"memoria" di esso, in età augustea.
A meno di centocinquanta
metri dopo i Tumuli degli Orazi, sulla sinistra, s'affaccia
sulla strada il Ninfeo della Villa dei Quintili (44), formato da
un ampio emiciclo con una nicchia sul fondo e un bacino sul
davanti, fiancheggiata da due sale termali con nicchie e
colonnato.
A destra è un loggiato medievale. Della villa, che
era la più vasta fra tutte queIle del suburbio romano e
apparteneva a due fratelli mandati a morte da Commodo intorno al
182 d.C., si scorgono gli imponenti resti fin verso la via Appia
Nuova. Dopo circa
trecento metri dal Ninfeo a destra, sono i ruderi del Sepolcro
circolare di Settimia Galla (45), sormontati da un epigrafe; a
sinistra, un sepolcro con porta ad arco (46) e altri resti tra i
quali quelli di di un grosso nucleo in selce, preceduto da una
statua acefala (47).
Sul lato opposto, sono i resti di un
impianto termale, forse pertinente ad una villa, e la tomba di
un magistrato (48) dalla quale è stato asportato il fregio a rlievo con armi e fasci consolari.
Di fronte sta la mole del più
grande mausoleo della via Appia, detto Casal Rotondo (49) per
via di un casale costruitovi sopra e ora sostituito da una
villetta.
D'età augustea e già ritenuto, senza fondamento, la
tomba di Messala Corvino, console nel 31 a.C., è formato da un
corpo cilindrico, originariamente rivestito di travertino,
impostato su un basamento quadrangolare di m. 35 di lato.
Gli
elementi architettonici murati nella parete laterizia eretta dal
Canina a fianco del mausoleo, contrariamente a quanto creduto in
passato, non sembrano appartenergli e sono stati invece riferiti
ad un altro sepolcro in forma di edicola circolare con tetto
conico a squame coronato da un pinnacolo, attribuibile, in base
ad un frammento d'iscrizione, ad un membro della famiglia degli Aureli Cotta. |
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(43) tumulo degli Orazi;
(44) villa dei Quintili;
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(45) sepolcro di Settimia Galla;
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(46) sepolcro con porta ad arco;
(47) statua acefala;
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(48) tomba di magistrato;
(49) Casal Rotondo; |
Il
sesto, settimo ed ottavo miglio
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Subito
dopo Casal Rotondo, dove la ferrovia per Napoli sottopassa la
strada, era collocata la colonnina del VI miglio. Proseguendo
oltre si vedono nuclei in calcestruzzo di sepolcri, zoccoli di
tombe in peperino, residui di selciato. A destra si trova
una tomba in laterizio (50) rivestita di lastre marmoree con
grifoni; segue a sinistra Torre Selce (51) costruita nel XII
secolo sopra il nucleo di un mausoleo che doveva essere simile a
quello di Cecilia Metella. Poco oltre, sulla sinistra , su di un
piedistallo è collocata una cornice con una iscrizione funeraria
(52). Prima di giungere al punto dove la via disegna una lieve
curva a destra, appoggiata ad un rudere di calcestruzzo c'è una
statua acefala di uomo togato (53); a sinistra un rilievo
marmoreo di età repubblicana con tre ritratti. In
lontananza si vedono le arcate dell'acquedotto che riforniva la
villa dei Quintili (54).
Poco prima del sottopasso del
G.R.A. si trovava la colonnina del settimo miglio che ora si
trova sulla balaustra del Campidoglio, a lato dell'Aracoeli.
Proseguendo, dopo alcuni resti di sepolcri, sulla sinistra c'è
una grande esedra (55) della quale rimane solo la struttura
interna; poco oltre, ancora a sinistra si nota una tomba in
laterizio (56) su basamento quadrato che conteneva la camera
sepolcrale , con una quinta ad edicola e una nicchia centrale
dove probabilmente era collocata una statua. Più avanti, sulla
destra, si possono vedere i resti di un sepolcro sul quale nel
medioevo era stata costruita la Torre Appia (57) poi crollata.
Ancora più avanti, sulla destra, ci sono i ruderi di un
altro grande mausoleo , seguiti sullo stesso lato da un'area con
alcuni tronconi di colonne (58) che indicano l'antica presenza
di un portico appartenente ad un tempio attribuito ad Ercole o
al dio Silvano.
Circa cinquanta metri dopo
era collocata la colonnina dell'ottavo miglio, più avanti, sulla
sinistra dopo una tomba ad edicola, si trova un mausoleo (59)
originariamente coperto da una cupola e, per la sua forma, detto
"Berretta del prete". Di epoca tardo imperiale, nell'alto
medioevo era stato adattato a piccola chiesa dedicata alla
Madonna, ma già nel corso del X secolo era caduta in abbandono.
Poco dopo vi è l'incrocio con
via di Fioranello dopo la quale la via Appia continua fino all'XI
miglio, fino all'altezza dell'abitato di Santa Maria delle Mole,
dove l'antico tracciato si sovrappone a quello della via Appia
Nuova. Questo residuo tratto dell'antica strada è sempre
ricco di monumenti e di suggestivi panorami, ma lo stato di
totale abbandono ne rende però assai ardua la visita. |
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(47) statua acefala; (48) tomba di magistrato; (49) Casal Rotondo; (50) tomba in laterizio; (51) Torre Selce;
(52) iscrizione funeraria; (53) statua acefala; (54) villa dei Quintili; (55) esedra; (56) tomba in laterizio;
(57) Torre Appia; (58) colonne; (59) berretta del Prete.
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Porta S.
Sebastiano |
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Dopo il tentativo di invasione degli Alemanni
respinti da Aureliano nel 270-271 d.C., il Sl Senato di Roma decise
di dotare la città di una nuova cinta difensiva: le mura, costruite
con grande velocità di esecuzione, furono poi terminate da Probo,
successore di Aureliano, nel 279 d.C.
Le mura di quattro metri di spessore e otto di
altezza, hanno un perimetro di circa 19 km. e racchiudono un’area di
135 ettari, che comprende al suo interno tutti i sette colli di Roma
e Trastevere. Ogni 30 metri furono collocate torri di vedetta
e lungo il percorso si aprivano numerose porte, in corrispondenza
delle strade che partivano da Roma.
In corrispondenza della via Appia, nelle Mura
Aureliane fu aperta una porta, la più meridionale dell’Urbe, il cui
nome originario è appunto Porta Appia; dal Medioevo è prevalsa la
denominazione di Porta S. Sebastiano, in quanto conduceva alle
famose catacombe di quel martire. Più volte restaurata e trasformata
nel corso dei secoli, deve la sua forma attuale ai restauri eseguiti
da Belisario e Narsete al tempo dell’assedio di Roma durante la
guerra gotica (536 d.C.). Già all’inizio del V secolo, al tempo di
Onorio, la porta era stata ridotta ad un unico fornice ed erano
stati aggiunti i basamenti quadrati rivestiti di marmo, che
racchiudono le torri semicilindriche in opera laterizia; in questa
fase la porta venne collegata all’Arco di Druso, attraverso due
bracci curvilinei, che costituivano una corte interna di guardia. |
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La via delle Catacombe |
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Questo tratto dell'Appia Antica è caratterizzato dai muri di cinta
delle tenute suburbane della Roma post-rinascimentale: è la strada
tra le vigne descritta dalla celebre pianta del 1748 di Giovanni
Battista Nolli. La via non conserva più i marciapiedi laterali,
inglobati nelle proprietà private: colombari, sepolcri, monumenti
sono spesso nascosti dai muri di recinzione.
Un centinaio di metri dopo Porta S. Sebastiano,
inserita nel muro di cinta, è collocata la copia della prima colonna
miliaria della via Appia, che ricorda i restauri eseguiti da
Vespasiano nel 76 e da Nerva nel 97. In questo punto cadeva il primo
miglio (1478 metri) a partire da Porta Capena. La colonna
originaria, rinvenuta nel 1584, si trova sulla balaustra della
scalinata del Campidoglio.
Su ambedue i lati della strada si conservano i resti
di una serie di colombari e di sepolcri databili dall’età
repubblicana al IV sec. d.C.; sul lato sinistro della via strutture
in blocchi di tufo, riferibili all’età repubblicana, sono state
interpretate come resti del tempio di Marte, santuario tra i più
antichi di Roma, che le fonti collocano tra il I e il II miglio
della via Appia.
Poco oltre il cavalcavia di via Cilicia, sul lato
sinistro della strada , un casale seicentesco ha inglobato il nucleo
in calcestruzzo, originariamente rivestito di blocchi di marmo o di
travertino, pertinente ad un antico mausoleo della prima età
imperiale, erroneamente indicato come “sepolcro di Orazio”, in
ricordo del famoso viaggio del poeta lungo l’Appia. |
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Sepolcro di Geta |
Sepolcro di
Priscilla |
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Si tratta di una costruzione all’altezza del civico 41, ancora sul lato sinistro, a forma di torre, costituita
da dadi sovrapposti in schema piramidale, sormontata da un casaletto
quadrangolare con tetto a quattro spioventi. Il sepolcro, che in
origine era rivestito di marmo, è conosciuto come “tomba di Geta”,
figlio minore dell’imperatore Settimio Severo, fatto uccidere dal
fratello Caracalla nel 212 d.C.; l’attribuzione a Geta è in realtà
priva di fondamento.
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E' il sepolcro all bivio tra la via Appia e la via Ardeatina, he, si ipotizza, Tito Flavio Abascanto, liberto
dell’imperatore Domiziano, abbia fatto erigere per la moglie
Priscilla. Si tratta di un sepolcro con basamento quadrangolare,
originariamente rivestito di blocchi di travertino, contenente la
camera sepolcrale a croce greca in cui erano contenuti i sarcofagi,
su cui si imposta una struttura cilindrica articolata in tredici
nicchie. In età alto-medievale al sepolcro fu sovrapposta una
torre di avvistamento, costruita con mattoni e scaglie di marmo di
reimpiego. |
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Chiesetta del Quo
Vadis |
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E' la piccola chiesa di S. Maria in palmis, all’altezza del bivio tra via Appia Antica e via Ardeatina
, sul lato sinistro, più nota
con il nome di Domine Quo Vadis ? La cappella è un rifacimento
seicentesco dell’originaria struttura del IX secolo. La
denominazione è legata all’episodio leggendario dell’apparizione di
Gesù in veste di viaggiatore all’apostolo Pietro, in fuga da Roma
per le persecuzioni di Nerone. Alla domanda di Pietro “Domine, quo
vadis?” (dove vai, Signore ?), la risposta sarebbe stata: “Vengo a
farmi crocifiggere di nuovo”; a queste parole, l’apostolo sarebbe
tornato indietro ad affrontare il martirio. Al centro della chiesa è
collocata la copia di una lastra di marmo con l’impronta di due
piedi (copia di un rilievo conservato nella vicina basilica di
S. Sebastiano), che sarebbe secondo una tradizione popolare la traccia
miracolosa lasciata dal Signore: si tratta in realtà di un "ex
voto" pagano per il buon esito di un viaggio. |
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Catacombe di S.
Callisto |
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Le catacombe di S. Callisto si trovano dopo la chiesetta del Quo Vadis, sul lato destro della
strada: si tratta del più
vasto complesso cimiteriale sotterraneo di Roma, risultato del
collegamento tra numerosi nuclei distinti di gallerie, che si sviluppa
su quattro livelli di profondità, per una estensione di 16 km. Prende
il nome dal banchiere Callisto, diacono e poi papa, a cui il papa
Zefirino affidò la gestione dei cimiteri di proprietà dei cristiani,
ponendoli sotto il diretto controllo della Chiesa. La parte più
antica, costituita dalle “Cripte di Lucina”, un gruppo di ipogei che
occupano il settore del complesso più vicino alla via Appia, risale a
un periodo compreso tra la fine del II e gli inizi del III sec. d.C.,
con ampliamenti fino alla fine del IV secolo. Al periodo più antico
appartiene anche la c.d. “Cripta dei Papi”, dove sono sepolti nove
papi successori di Callisto; tra la fine del III e la prima metà del
IV secolo si sviluppò la regione di Gaio-Eusebio, così denominata per
la presenza delle deposizioni dei corpi dei papi Gaio ed Eusebio,
mentre alla fase più tarda del complesso, fra la metà del IV e gli
inizi del V sec. d.C., sono da attribuire la regione detta “di Sotere”,
la regione “liberiana” e il “labirinto”. |
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Catacombe e basilica di
S. Sebastiano |
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Il complesso di S. Sebastiano si trova subito dopo
l’omonimo vicolo, dopo l'incrocio con l'Appia Pignatelli, caratterizzato
dalla presenza di numerose aree sepolcrali, come l'ipogeo di
Vibia, i sepolcri dei Calvenni e dei Cercenni, le catacombe di
Pretestato e le catacombe ebraiche di Vigna Rondanini. Il termine “catacomba”, che deriva
dall’espressione “ad catacumbas” (presso le cavità), in origine
indicava proprio la depressione situata tra il II e il III miglio
della via Appia antica, tra il cimitero di Callisto e la tomba di
Cecilia Metella, dovuta alle antiche cave di pozzolana esistenti
nell’area; la catacomba di S. Sebastiano fu una delle poche a rimanere
accessibile per tutto il Medioevo, cosicché il vocabolo per estensione
passò poi a designare qualunque cimitero sotterraneo.
Il primo nucleo del complesso paleocristiano fu
costituito da un edificio cimiteriale, caratterizzato da un vasto
cortile con banconi in muratura lungo le pareti, denominato “triclia”,
in cui sarebbero stati accolti i corpi degli apostoli Pietro e Paolo
all’epoca delle persecuzioni di Decio (250 d.C.), noto come “Memoria
Apostolorum”, a sua volta costruito, con un notevole rialzo
artificiale del terreno, al di sopra di colombari, mausolei, sepolcri
edificati nell’area a partire dalla seconda metà del I sec. d.C.
Contemporaneamente, aumentando il numero dei cristiani
che volevano essere seppelliti vicino alle deposizioni dei due
apostoli, si andava estendendo un grande cimitero sotterraneo, in cui
si aprono complessivamente 12 km. di gallerie.
Sulla “Memoria Apostolorum” sorse poi nel IV secolo una
basilica “circiforme”, in quanto caratterizzata da una planimetria
simile a quella dei circhi, a tre navate, intorno alla quale si
sviluppò un’estesa necropoli con numerosi mausolei. La basilica,
dedicata poi nell’VIII secolo a S. Sebastiano, dal nome del martire
ucciso sotto l’imperatore Diocleziano, deve la sua forma attuale a un
restauro fatto eseguire dal cardinale Scipione Borghese all’inizio del
XVII secolo.
Nello slargo di fronte alla basilica di S. Sebastiano,
è collocata una colonna sostenente una croce, sul cui basamento
l'iscrizione ricorda il lavoro di recupero e valorizzazione della via
Appia Antica, promosso da Papa Pio IX nel 1851 e realizzato
dall’archeologo Luigi Canina, che concepì in un contesto fortemente
unitario una sorta di primo Parco Archeologico, restaurando i
monumenti e recuperando numerosi reperti, inseriti in quinte
scenografiche appositamente realizzate. |
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Villa e Circo di
Massenzio, Mausoleo di Romolo |
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Si tratta della residenza che
l'imperatore Massenzio si fece costruire tra il 306 e il 312 d.C.
prima di essere definitivamente sconfitto da Costantino. Massenzio
associò in un unico complesso la sua residenza, un circo, luogo di
incontro e di divertimento, e il mausoleo di famiglia. Il primo
edificio che si incontra è il mausoleo detto di Romolo, dal nome del
figlio dell'imperatore, morto bambino ed in seguito divinizzato. Della
costruzione originaria oggi si conserva, al centro di un quadriportico,
il basamento a pianta circolare, privato dei blocchi di rivestimento,
a cui si addossa il settecentesco Casale Torlonia. Il mausoleo, un
grandioso edificio a due piani in forma di tempio, doveva avere
l’aspetto di un piccolo Pantheon: coperto da una cupola e preceduto da
un colonnato, presentava al piano inferiore la cripta per i
sarcofagi, costituita da un ambiente circolare che si snoda intorno ad
un pilastro centrale, mentre al piano superiore, non più conservato,
era la cella per il culto dell’imperatore divinizzato. Il
quadriportico che circonda la tomba si addossa nel lato sud-est ad un
sepolcro preesistente, noto come Sepolcro dei Servili, databile tra la
fine del I sec. a.C. e il I sec. d.C., costituito da un basamento
quadrangolare in blocchi di tufo e da un tamburo superiore, in cui si
aprono otto nicchie, forse sormontato in origine da un cono di terra;
la camera sepolcrale sotterranea, a cui si accede dalla parte
posteriore della via Appia, è a pianta cruciforme.
A differenza del Circo Massimo, il Circo di Massenzio
non ha carattere pubblico, ma è strettamente legato alla persona
dell’imperatore ed alla sua residenza extraurbana tra il II e il III
miglio della via Appia.
Dell’impianto, lungo complessivamente 520 m. e largo 92
m., si conservano le due torri che si ergevano ai lati dei dodici
stalli da cui partivano i cavalli, le gradinate che potevano
accogliere fino a 10.000 spettatori, e la spina, intorno alla quale i
carri compivano i sette giri della corsa.
La spina è la struttura longitudinale che costituisce
l’asse centrale del circo: lunga 296 mt., equivalenti a 1000 piedi
romani, delimitata da due metae semicircolari, aveva in mezzo un
canale suddiviso in dieci vasche per rinfrescare gli equipaggi durante
la gara; sette uova e sette delfini mobili al di sopra di due edicole
poste alle estremità indicavano agli spettatori i giri di pista di
volta in volta compiuti dai carri. Al centro della spina era collocato
un obelisco che fu fatto trasportare nel 1650 a piazza Navona da papa
Innocenzo X per abbellire la Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini.
L’ingresso al circo per gli spettatori era costituito
dall’arco che si apre nel lato curvo verso la Caffarella, non
transitabile dai carri, in quanto preceduto verso l’esterno da una
gradinata. Dalla porta pompeae, posta al centro del lato di testa,
partiva la pompa circensis, che precedeva la gara: una processione di
carri, con atleti, danzatori e acrobati, con in testa il magistrato
che aveva offerto i giochi. La tribuna imperiale, o pulvinar, situata
nel lato settentrionale, era collegata al “palazzo” attraverso un
corridoio porticato con abside terminale, che permetteva
all’imperatore di assistere ai giochi del circo senza uscire dalla sua
residenza.
Del palazzo imperiale si conserva solo una porzione
dell’abside semicircolare dell’aula palatina, con impianti di
riscaldamento ad aria calda, in cui l’imperatore concedeva udienza. La
residenza imperiale fu edificata su una villa del II secolo,
appartenuta forse all’uomo politico e retore greco Erode Attico, a sua
volta costruita su una villa di età repubblicana.
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Mausoleo di
Cecilia Metella e castello Caetani |
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Il Mausoleo di Cecilia Metella è forse il più noto
sepolcro della via Appia, simbolo stesso della “regina viarum”. Al
di sopra di un alto basamento quadrato in calcestruzzo, privo ormai
del suo rivestimento in blocchi di travertino, poggia un corpo
cilindrico di 30 metri di diametro, rivestito di lastre di
travertino tagliate a finta bugna; nella parte superiore del tamburo
corre un fregio in marmo greco decorato con teste di bue alternate a
ghirlande, per il quale in età medievale fu attribuito alla zona il
toponimo di “Capo di Bove”. Dal lato dell’edificio rivolto all’Appia,
sotto un trofeo di armi che richiama le glorie belliche della
famiglia, si trova l’iscrizione dedicatoria a Cecilia Metella,
figlia di Q. Metello Cretico (in quanto conquistatore dell’isola di
Creta) e moglie di M. Licinio Crasso, che riportò vittorie in Gallia
al seguito di Cesare; il monumento si data all’inizio dell’età
imperiale, tra il 25 e il 10 a.C. La cella funeraria è un ambiente a
pianta circolare, rivestito in cortina laterizia, che si sviluppa
per tutta l’altezza del mausoleo: vi era deposta l’urna con le
ceneri della defunta, oggetto di spoglio probabilmente già
nell’antichità.
In origine il sepolcro era coperto da un cono di
terra, simile a quello del mausoleo di Augusto, che era ancora
conservato nell’XI secolo, quando, divenuto possesso dei Conti di
Tuscolo, la tomba di Cecilia Metella fu inserita all’interno di un
borgo fortificato.
All’inizio del XIV secolo per intermediazione di papa
Bonifacio VIII (Benedetto Caetani) passò nelle proprietà della
potente famiglia dei Caetani, che costruirono un palazzetto baronale
in blocchetti di peperino addossato al lato sud del mausoleo, il cui
tamburo venne sopraelevato con le merlature ghibelline che ancora
oggi lo caratterizzano. Il castrum, che si estendeva su ambedue i
lati dell’Appia Antica, era finalizzato al controllo dei traffici in
entrata e in uscita da Roma. Dopo i Caetani, il possesso di Capo di
Bove passò ai Savelli, ai Colonna e agli Orsini. |
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nel
castello |
Chiesa di S. Nicola |
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Questa piccola chiesa, di fronte alla tomba di Cecilia
Metella, nel giardino in parte delimitato dal muro di cinta del
castello, era la chiesa parrocchiale del borgo fortificato dei Caetani,
dedicata a S. Nicola di Bari nel 1303. Oggi, completamente priva della
copertura, conserva i muri laterali sostenuti da otto contrafforti per
lato e finestre monofore; costituisce un interessante esempio di
architettura gotica che richiama le abbazie cistercensi di impronta
europea. |
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Passeggiata
Archeologica |
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Quello che va dal Belvedere di Cecilia Metella a
Casal Rotondo è il tratto più monumentale della strada,
caratterizzato su ambedue i lati da un susseguirsi ininterrotto di
edifici sepolcrali di varie tipologie, costruiti con differenti
tecniche edilizie, dall’età repubblicana alla tarda età imperiale.
Si va dalla più semplice tomba collettiva a
incinerazione, generalmente sotterranea: il colombario, a quelle
individuali o famigliari, in forma di altare, o di edicola su base
quadrangolare, ai più elevati sepolcri a torre, per lo più ridotti
al solo nucleo di calcestruzzo privato del rivestimento originario;
tipici del paesaggio della via sono poi le tombe a tempietto su due
piani in laterizio, spesso di due colori; i mausolei a pianta
circolare e copertura conica frequenti lungo la strada riprendono la
tradizione delle tombe a tumulo; sono poi attestati mausolei in
laterizio, del III-IV sec. d.C., a pianta circolare o articolata e
copertura a cupola.
Dall’area del Mausoleo di Cecilia Metella fino al IX
miglio operò Luigi Canina con i suoi interventi di conservazione e
restauro, inserendo una cornice di pini e cipressi che ancora oggi
connota il paesaggio della via Appia Antica. Restauri successivi,
come quelli eseguiti dal Ministero per i Beni Culturali in
accordo con il Comune di Roma in occasione del Giubileo del 2000,
hanno recuperato e ripristinato ampi tratti dell’antico selciato
della via e delle antiche crepidini (marciapiedi), con l’obiettivo
di restituire alla via Appia Antica l’assetto di “museo all’aperto”
concepito dal Canina. |
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Torre Capo di Bove ed area di
Capo di Bove |
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Oltre il bivio tra la via Appia e via di Cecilia
Metella, subito dopo un tratto dell’antica pavimentazione, è visibile
sulla sinistra il nucleo in cementizio di un sepolcro a torre o a
edicola a più piani, conosciuto come Torre di Capo di Bove; due targhe
apposte sul monumento ricordano le misurazioni trigonometriche
effettuate lungo il rettifilo della via Appia dall’astronomo padre
Angelo Secchi nel 1855.
La località, denominata Capo di Bove è un’area di di 8500 mq. fino
al 2002 privata che comprendeva un parco, una villa su tre livelli e
una costruzione più piccola, con importanti resti archeologici
inediti e già visibili sparsi nel verde, strutture murarie e un
mosaico bianco e nero, di rilevanza storico-archeologica eccezionale
data la posizione.
Era il gennaio 2002 quando il Ministero, su segnalazione della
Soprintendenza archeologica di Roma ed esercitando il diritto di
prelazione, entrò in possesso dell’area e alla fine di quell’anno
iniziarono gli scavi e le ricerche d’archivio, poi i lavori sui due
edifici, il minore destinato ad accogliere il pubblico, la villa
vera e propria ristrutturata per ospitare il Centro di
Documentazione dell’Appia e l’Archivio di Antonio Cederna, donato
dalla famiglia allo Stato.
Gli scavi, ultimati nel luglio del 2005, hanno interessato una
superficie complessiva di circa 1400 mq. Finora è emerso un impianto
termale costruito alla metà del II sec. d.C., ma utilizzato almeno
fino al IV sec., come attestano tipologia di murature e ritrovamenti
(ceramica, monete, bolli laterizi, lucerne). La scoperta di mosaici,
numerosi frammenti di marmi policromi e porzioni di intonaco dipinto
rivelano la particolare eleganza e raffinatezza degli ambienti,
probabilmente a uso privato e collegati alla figura di Erode Attico
(una lastra di marmo riporta il nome di Annia Regilla, sua moglie).
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Altorilievo marmoreo |
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Superata l’area militare di Forte Appio, sul lato
destro della strada si trova il calco in gesso di una stele funeraria
con altorilievo in marmo, conservata per motivi di sicurezza al Museo
Nazionale Romano, pertinente ad un monumento non più conservato, di
età repubblicana: raffigura un giovane nudo, in atteggiamento eroico,
con la clamide sulla spalla e la corazza di tipo ellenistico ai piedi. |
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Sepolcro di Marco Servilio |
Sepolcro di Seneca |
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Il monumento sepolcrale di M. Servilio Quarto fu il
primo ad essere restaurato, nel 1808, su progetto dello scultore
neoclassico Antonio Canova: è una sorta di pilastro in laterizi e
tufelli, in cui sono murati frammenti architettonici e decorativi e
l’iscrizione dedicatoria del monumento originario. |
Il sepolcro di Seneca, è così chiamato in ricordo del
filosofo precettore di Nerone, che possedeva una villa al IV miglio
dell’Appia. Attualmente ridotto ad un semplice pilastro in laterizio,
completamente spogliato dei frammenti architettonici e decorativi che
vi erano inseriti. |
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Sepolcro dei figli di Sesto
Pompeo |
Sepolcro di S. Urbano |
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Si tratta di un prospetto architettonico in laterizio a
timpano triangolare realizzato da Antonio Canova, in cui è collocata
un’iscrizione nella quale Sextus Pompeius Iustus ricorda la morte
prematura dei suoi figli. Dei numerosi frammenti decorativi ed
architettonici che erano inseriti nella muratura, si conserva soltanto
un frammento di sarcofago con il ritratto di una coppia di coniugi
all’interno di una valva di conchiglia. |
Sepolcro in laterizio su alto podio, all’interno di una
proprietà privata, presso l’angolo con via dei Lugari, erroneamente
attribuito a S. Urbano, vescovo di Roma succeduto a S. Callisto nel
III sec. d.C.; in realtà l’edificio è stato recentemente datato al IV
secolo
d.C.. Nei pressi del monumento fu messa in luce alla
fine dell’Ottocento una grande villa, di età repubblicana, domus della
matrona Marmenia. |
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Sepolcro del Fregio Dorico |
Sepolcro di Ilario Fusco |
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Ancora sul margine destro della strada si incontra un
monumento funerario appartenente alla tipologia “ad ara”,
caratterizzato da un fregio dorico, con metope decorate con un elmo,
rosette e vasi, al di sopra di una struttura a blocchi in opera
quadrata di peperino, databile all’età repubblicana; ricostruito da
Luigi Canina, il monumento è stato recentemente restaurato dalla
Soprintendenza Archeologica di Roma. |
Si tratta di una quinta architettonica a forma di
frontone triangolare realizzata dal Canina, in cui è inserito il calco
(gli originali si conservano al Museo Nazionale Romano) di una stele
funeraria con i ritratti a mezzo busto di cinque personaggi: una
coppia di coniugi e la loro figlia; in ciascuna delle due nicchie
laterali sono ritratti due personaggi maschili. L’iscrizione di Ilario
Fusco murata insieme al rilievo dà il nome al sepolcro. |
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Sepolcro di Tiberio Claudio
Secondino |
Sepolcro di Quinto Apuleio |
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Sepolcro attribuito alla famiglia di Tiberio Claudio Secondino,
liberto dell'imperatore Claudio, per l'iscrizione. Si tratta di una
tomba della fine del I sec. d.C. nella quale furono sepolti il
capo famiglia di professione esattore di banca, copista e messo, la
moglie e due figli. |
Sepolcro ricostruito Quinto Apuleio, con un pezzo
dell'iscrizione e un grosso frammento di lacunare fiorito in
travertino che apparteneva ad un soffitto, poi una grata che chiude
l'ingresso di una camera funeraria seminterrata, e un torso di statua |
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Sepolcro a tempietto |
Mausoleo dei Rabiri |
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Sepolcro
a tempietto su due piani, con scalinata d’accesso su alto podio, che
portava al piano superiore, in cui si svolgevano le cerimonie funebri;
dal lato posteriore del monumento si accedeva invece alla camera
funeraria, ricavata all’interno del podio. Il sepolcro è
caratterizzato dall’uso esclusivo del laterizio di due colori, tipico
della metà del II sec. d.C., impiegato anche per le parti decorative. |
Il mausoleo dei Rabiri, appartiene alla tipologia
dei sepolcri a forma di ara, ricostruito dal Canina assemblando i
frammenti marmorei rinvenuti nelle vicinanze. Il calco del rilievo
originale, che è conservato al Museo di Palazzo Massimo alle Terme,
mostra i ritratti dei tre defunti: C. Rabirius Hermodorus e sua moglie
Rabiria Demaris, e Usia Prima, sacerdotessa di Iside, ritratta con il
sistro e la patera, simboli del culto egizio della dea. |
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Sepolcro dei Festoni |
Tomba del Frontespizio |
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Alla tipologia dei sepolcri ad ara appartiene invece il
sepolcro successivo, ancora sul lato destro, databile alla prima metà
del I secolo a.C.: costruito in blocchi di peperino, presenta un
coronamento con pulvini e maschera di medusa ed un fregio con dei
putti che sorreggono festoni, probabilmente di età repubblicana ed
aggiunto dal Canina nell’ambito del suo intervento di restauro, da cui
deriva la denominazione moderna del monumento. |
Monumento
a forma di torre di cui si conserva il nucleo in calcestruzzo, davanti
al quale fu aggiunto, nella sistemazione ottocentesca, un prospetto
architettonico con timpano triangolare, su cui è inserito il calco di
un rilievo con quattro busti-ritratto (l’originale è stato trasportato
al Museo Nazionale Romano). Al centro è una coppia di coniugi,
raffigurati nel gesto matrimoniale della “dextrarum iunctio”; ai lati
un uomo e una donna più giovani sono probabilmente i loro figli. |
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Monumento funerario a torre |
Sepolcro a tempietto 1 |
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Nucleo in calcestruzzo di un monumento funerario a
torre, all'incrocio con via di Tor Carbone/via Erode Attico sulla
destra della via:, un’iscrizione che ricorda L. Valerius Baricha, L.
Valerius Zabda e L. Valerius Achiba, liberti della famiglia dei
Valerii, di chiara origine semitica |
Monumento in Laterizio, classico esempio della
tipologia del “sepolcro a tempietto” su due piani, in laterizio di due
colori, tipico della metà del II sec. d.C.: nella facciata aggiunta
durante la ricostruzione ottocentesca furono murati numerosi frammenti
marmorei, oggi quasi del tutto scomparsi. |
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Sepolcro a tempietto 2 |
Mausoleo circolare |
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Monumento in Laterizio, esempio del riutilizzo durante
l’età medievale dei monumenti romani, spesso trasformati in torri di
vedetta: alla muratura romana in laterizio, pertinente ad un sepolcro
a camera su podio, si addossa, sul fronte della strada, la tipica
tecnica edilizia medievale in tufelli. |
La trasformazione e il riuso in età medievale si
riscontra anche nel successivo monumento, visibile sul lato destro
della via: sul nucleo in calcestruzzo di un sepolcro circolare è stata
sovrapposta una costruzione in scaglie di selce e materiale di
reimpiego. |
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Tumulo dei Curiazi |
Tumulo degli Orazi |
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All’altezza del V miglio, subito prima di un
diverticolo della via Appia, sulla destra della strada, si conserva un
sepolcro a tumulo, con fondazione circolare in calcestruzzo,
sormontato da una torretta cilindrica in blocchetti di tufo, detto
Tumulo dei Curiazi. |
A circa 300 metri a sud del tumulo dei Curiazi sono i
due Tumuli degli Orazi, a breve distanza uno dall’altro: con basso
zoccolo, uno in peperino, l’altro in travertino, sono probabilmente
databili tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale. |
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La villa dei Quintili |
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La villa dei Quintili era la più estesa villa del suburbio romano: il
ninfeo che si affaccia sulla sinistra della via Appia Antica,
costituiva l’ ingresso originario alla villa dei fratelli Quintili, le
cui imponenti strutture si sviluppano su una vasta porzione di
campagna romana, tra l’Appia Antica e l’Appia Nuova, dal cui lato,
attualmente, si trova l’accesso principale per la visita al
complesso archeologico.
L’aspetto attuale del ninfeo è dovuto alla
fortificazione che durante il Medioevo interessò la parte della villa
prospiciente l’Appia, di proprietà dei conti di Tuscolo e poi degli
Astalli, che edificarono un castello per il controllo dei traffici
sulla strada.
Appartenuta ai fratelli Sesto Quintilio Condiano
Massimo e Sesto Quintilio Valeriano Massimo, entrambi consoli nel 151
d.C., dal 182 d.C. divenne proprietà dell’imperatore Commodo, che se
ne impossessò dopo aver fatto uccidere i proprietari, con il pretesto
di una congiura. I numerosi edifici che compongono la villa si
articolano in vari nuclei distinti, caratterizzati da varie tecniche
edilizie, pertinenti a diverse fasi costruttive, dal II al III/IV sec.
d.C.
Alle spalle dello scenografico ninfeo d’ingresso si
estende un grande giardino che conduce alla parte residenziale e di
rappresentanza, in cui spiccano le strutture in laterizio dei
grandiosi ambienti termali, che conservano ancora tratti delle
ricchissime decorazioni pavimentali in marmi policromi, recentemente
rimesse in luce; al livello inferiore della zona residenziale, elevata
su un sistema di terrazzamenti, erano localizzati criptoportici,
ambienti di servizio e locali di riscaldamento per le stanze di
residenza; un vasto circo, aggiunto nella fase più tarda del
complesso, era collocato poi sul lato sud-est. |
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Casal Rotondo |
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E' il più grande mausoleo della via Appia Antica, più grande anche di
Cecilia Metella, ed è detto Casal Rotondo per via dalla forma rotonda
del mausoleo e di un casalecostruitovi sopra. Ha un basamento di 35
metri di diametro, ed è costituto da un tamburo cilindrico,
originariamente rivestito di blocchi di travertino; in una quinta
architettonica ottocentesca realizzata accanto al monumento furono
murati tratti di rivestimento marmoreo, attribuiti dal Canina al
monumento stesso.
Il mausoleo, databile alla prima età augustea, sulla
base di un frammento di iscrizione rinvenuto nell’area,fu attribuito a
Messalla Corvino, amico del poeta Tibullo e console dell’anno 31 a.C.,
a cui lo avrebbe dedicato il figlio M. Valerio Messalino Cotta.
L’attribuzione non è però più accettata dagli studiosi: i frammenti
marmorei incastonati nel prospetto architettonico sarebbero,
piuttosto, da riferire ad un altro edificio funerario, di minori
dimensioni.
Al di sopra del monumento fu aggiunto un casaletto,
attualmente trasformato in edificio residenziale, utilizzando le
strutture di una torre del XIII sec. in marmo e peperino, appartenente
in origine alla famiglia dei Savelli.
La via Appia ha qui la sede lastricata larga 4,20 metri; i marciapiedi
sono larghi almeno 4,10 metri dal lato destro, e 3,35 metri dal lato
sinistro. . |
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un paesaggio sull'Agro
romano |
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In questo tratto la strada presenta recinzioni laterali di tipo
agricolo; il paesaggio è aperto sulle grandi tenute dell’Agro Romano,
spaziando fino ai Castelli Romani; l’ultimo tratto oltrepassa prima il
G.R.A. e poi il confine del Comune di Roma ed entra nei Comuni di
Ciampino e Marino fino al bivio di Frattocchie, dove la via Appia
Antica confluisce nella via Appia Nuova. Anche questo tratto,
nonostante la distanza da Roma, è ricco di sepolcri sia a torre che a
mausoleo come ad edicola, nonchè di numerose epigrafi. |
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Torre Selce |
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La medievale “Torre Selce”, databile al XII
secolo, è costruita su di un sepolcro circolare, che doveva essere
simile per tipologia e dimensioni al mausoleo di Cecilia Metella.
Fondata su muraglioni costolati a raggera, presenta il tipico schema
delle c.d. “torri vergate”, in cui ad una fascia di scaglie di
peperino segue, quasi a metà dell’altezza, un’alta banda di blocchetti
regolari di marmo bianco e di travertino. |
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Epigrafi e panorami |
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Il residuo tratto, fra l'VIII e il XI miglio è sempre ricco di
monumenti e di suggestivi panorami. Vi è una successione ininterrotta
di resti di muri, blocchi di peperino, fondamenta di sepolcri, ma lo stato di
parziale abbandono ne rende però assai ardua la visita. |
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