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introduzione
Questa è una passeggiata lontano dal traffico di tutti i giorni e
permette di seguire l'evoluzione di Roma, dalla vita quotidiana di un
grande quartiere della città antica, all'odierno silenzio delle chiese e
dei giardini. Al di là del valore artistico e storico dei luoghi,
durante la passeggiata si rimane coinvolti da una sorta di sensazione di estraniamento e sospensione temporale
rispetto alla realtà cittadina circostante.
Il nome del rione è legato a quello di Celio Vibenna, che
insieme al fratello Aulus, secondo una tradizione etrusca, avrebbe
aiutato Servio Tullio, il sesto re di Roma, ad occupare prima il Celio e
poi Roma. In epoca romana, il colle era diviso in tre parti: il Coelius
(dove attualmente si trova la basilica dei Ss. Giovanni e Paolo), il
Coeliolus (la propaggine del colle dove si trova la chiesa dei
Ss.Quattro Coronati) e la Succusa (ubicata fra Coelius e Coeliolus), che
insieme formavano il Coelimontium. Mentre le pendici verso l'Esquilino e
il Colosseo erano occupate da case a più piani (insulae), il
colle vero e proprio (che era anche conosciuto col nome di
Querquetulanus per i querceti che lo ricoprivano) era occupato da poche,
ma ricche abitazioni come quella di Mamurra, che Plinio descrive come la
prima che ebbe muri e colonne di marmo, e da
templi, come quelli di Claudio e di Ercole Vincitore; da edifici
pubblici, come il Macellum Magnum costruito da Nerone nel 59 d.C. e i
Castra Peregrina (caserme per distaccamenti di truppe provinciali),
nella zona di S. Stefano Rotondo. Qui si trovavano anche alcuni
edifici legati al Colosseo: le caserme in cui venivano preparati i
gladiatori (Ludus Magnus, Dacius, Matutinus e Gallicus), lo Spoliarum
(l’obitorio), il Sanarium (una specie di pronto soccorso) e l’Armamentarium
(l’arsenale). Una grande via, certamente antichissima, ne
percorreva tutta la dorsale: è la via Caelimontana, che usciva dalla
omonima Porta Caelimontana (arco di Dolabella) e si spingeva fino a
Porta Maggiore con un percorso che corrisponde perfettamente a quello
delle attuali via di S. Stefano Rotondo, piazza S. Giovanni in Laterano
e via Domenico Fontana. Questo asse era seguito anche dai quattro
acquedotti che percorrevano il Celio: Appia, Marcia, Iulia, Claudia. I
primi tre erano sotterranei, l'ultimo era su archi: si tratta
dell'Acquedotto Neroniano, una derivazione dell'Acqua Claudia fatta
costruire da Nerone per portare l'acqua alla Domus Aurea. Le ricche
dimore del Celio subirono gravi danni durante l'invasione dei Goti di
Alarico nel 410 d.C. I terreni furono acquisiti dalla Chiesa per
edificare chiese e conventi che sfruttarono i basamenti degli edifici
preesistenti. Durante il Medioevo e il Rinascimento il colle si spopolò,
molto probabilmente perchè l'antica via Celimontana cessò il suo
importante ruolo di collegamento tra zone urbanizzate della città,
mantenendo un aspetto rurale fino alla fine dell'Ottocento. Occupato
soprattutto da luoghi di culto e da ville, l’unica fascia urbanizzata
rimase la via di S. Giovanni in Laterano, aperta da papa Sisto V
(1585-1590) e percorsa dai cortei ogni volta che il papa si recava a
prendere possesso della basilica di S. Giovanni. Oltre alle grandi
proprietà dei Camaldolesi di S. Gregorio, dei Passionisti dei SS.
Giovanni e Paolo e delle Agostiniane dei S. Quattro Coronati, sul colle
vi erano soltanto due grandi ville: Villa Celimontana e Villa Casali,
il resto erano vigne. Dopo il 1870 si comincia a costruire in
maniera più intensiva sul colle, vista la sua posizione prossima al
centro della città. La zona interessata è ancora via di S. Giovanni in
Laterano. L'urbanistica di Roma Capitale interessò in modo determinante
anche il Celio e la costruzione di strade ed abitazioni comportò uno
stravolgimento totale del rione, soprattutto con la distruzione di Villa
Casali per edificare nel 1886 l’ospedale militare del Celio. Proprio in
quegli anni si compie l'edificazione progressiva di tutta la zona,
mentre la sistemazione urbanistica degli anni trenta del Novecento portò
all'allargamento di via della Navicella, la sistemazione di via di S.
Gregorio al Celio e l'apertura al pubblico di Villa Celimontana. Il
rione nacque nel 1921 in seguito ad una separazione dal rione Campitelli
di cui fino ad allora faceva parte.
La nostra passeggiata per il Celio inizia da via di S. Giovanni in
Laterano, dove si trova l'ingresso laterale della basilica di S.
Clemente.
S. Clemente
La chiesa è dedicata a Clemente, terzo pontefice della storia, che
secondo la leggenda dopo esser stato esiliato in Crimea fu gettato nel
Mar Nero legato a un'ancora. Questa chiesa ha una caratteristica unica
al mondo: è' stata infatti "ricostruita su se stessa" più volte; al
livello della strada c'è una chiesa (quella attuale) che risale ai tempi
di Pasquale II (XII secolo), sotto si trova una chiesa del IV secolo e
più sotto ancora vi sono i resti di antichi edifici romani. Si suppone
che questi ultimi, di forma rettangolare e delimitati da muri di grossi
blocchi di tufo, possano essere parte di un edificio pubblico, databile
all'inizio del I secolo d.C., dove probabilmente aveva sede l'officina
della zecca imperiale. Dietro a questo edificio venne costruita, nella
seconda metà del II secolo, una casa privata: fu il cortile di questa
che, all'inizio del III secolo, venne trasformato in un santuario per il
culto del dio Mitra. Nel IV secolo quest'aula fu trasformata in una
basilica paleocristiana a tre navate, tuttora esistente al di sotto di
quella moderna, successivamente decorata con affreschi aventi per
oggetto la vita del santo. Gravemente
danneggiata in seguito all'invasione normanna di Roberto il Guiscardo
del 1084, la basilica fu prima abbandonata e poi ricoperta di terra per
sostenerne una nuova, costruitavi da Pasquale II ed inaugurata nel 1123.
Tra il 1713 e il 1719 la chiesa fu ampiamente restaurata da Carlo
Stefano Fontana per volontà di papa Clemente XI Albani. Le preesistenze
romane e paleocristiane si erano nel frattempo dimenticate: bisognerà
attendere la seconda metà dell'Ottocento quando il padre domenicano
irlandese Joseph Mullooly e l'archeologo Giovan Battista De Rossi
iniziarono gli scavi nel sottosuolo, nella convinzione che lì sotto vi
fosse la cripta, riportando alla luce invece l'antica basilica
medioevale. Gli scavi continuarono agli inizi del Novecento quando
furono ritrovate anche le antiche vestigia romane. L'odierna facciata
della basilica è quella del XVIII secolo e, scandita da lesene con
capitelli corinzi, presenta un finestrone centrale ed è conclusa da un
timpano, mentre accanto vi è un piccolo campanile. Attraverso un protiro
si accede ad un quadriportico costituito da colonne del XII secolo, dove
è situata una fontana con vasca ottagonale: da qui si accede alla
basilica, divisa in tre navate terminanti in altrettanti absidi e divise
da antiche colonne che il Fontana ornò con capitelli ionici in stucco.
Nella navata di destra importante è la Cappella di S. Domenico
affrescata con "Storie della vita del Santo" di Sebastiano Conca, mentre
nella navata di sinistra vi si trova il "monumento funebre del cardinale
Antonio Venier", opera di Isaia da Pisa, con colonnine e marmi del
tabernacolo provenienti dalla basilica inferiore e la
Cappella di S. Caterina,
opera quattrocentesca di Masolino di Panicale. La navata centrale ospita
la Schola Cantorum, un candelabro cosmatesco, il ciborio a forma di
tempietto sostenuto da quattro colonne di marmo e,
nell'abside maggiore, la sedia episcopale. Una delle opere più preziose
conservate nella basilica è il mosaico dell'abside ("Il trionfo della
Croce"), risalente al XII secolo .
SS. Quattro Coronati
al Laterano
La chiesa sorge sull'omonima via dei Ss.
Quattro, che corrisponde al tratto iniziale dell'antica Via Tuscolana,
che proveniendo dal Colosseo, fiancheggiava a sud il Ludus Magnus,
usciva dalle Mura Serviane dalla Porta Querquetulana (situata proprio
all'altezza dei Ss.Quattro) e, dopo essersi incrociata con la Via
Caelimontana, usciva da una posterula presso S.Giovanni in Laterano e si
dirigeva verso Tuscolo (Frascati). La chiesa dei Santi Quattro Coronati domina con la sua mole la zona del
Celio: già entrando all'interno del complesso monastico ci si rende
subito conto di come ogni rumore o segno della vita esterna sia
dimenticato. Il nome deriva dai quattro scalpellini dalmati che furono martirizzati
sotto Diocleziano per essersi rifiutati di scolpire un idolo pagano, e
che nel Medioevo divennero i patroni delle corporazioni edili. La chiesa è menzionata con il suo nome
attuale per la prima volta nel 595, e intorno all’anno 800 fu
ricostruita sotto forma di una basilica a tre navate, successivamente semidistrutta dal Sacco dei Normanni nel 1084. Pasquale II la
ricostruì nel 1110 riducendola di dimensioni, tanto da ricavarne tre
navate nello spazio dell’antica navata centrale. Il complesso, passato
ai Benedettini, e poi alle suore Agostiniane, subì numerosi interventi,
soprattutto intorno al 1630, quando la chiesa fu affrescata e arredata
nuovamente. Nel 1912-1914 l’intero complesso fu restaurato rimettendo in
luce tutti gli originati aspetti medievali: infatti il complesso oggi ha
l'aspetto di un fortilizio, di una rocca medioevale, circondata da
imponenti mura e sormontata da una torre.
Il chiostro, il più piccolo di
Roma, risale agli inizi del 1200 ed è caratterizzato da una decorazione
estremamente sobria ma non priva di un particolare fascino.
Osservando la muratura si noterà che il chiostro ha subìto di riflesso
le vicende costruttive della chiesa. Infatti l’edificio originario del
IX secolo era più ampio ma quando, nel XII secolo, la chiesa venne
ricostruita con dimensioni minori della precedente, una parte della
navata laterale divenne il lato del chiostro adiacente la chiesa. La
fontana che si trova al centro del giardino interno risale al IX secolo
e ornava anticamente l’atrio di accesso alla chiesa.
Templi e Acquedotti
Percorrendo via dei Querceti e poi via Annia, si giunge a via Celimontana fino alla omonima piazza dove sorge
l'Ospedale Militare del Celio. L'edificazione di questa struttura nel
periodo 1885-1891 suscitò notevoli polemiche soprattutto per il luogo
prescelto: per la costruzione dell'edificio venne infatti distrutta
Villa Casali, risalente al XVII secolo e tutto il suo parco; andarono
inoltre perduti reperti archeologici di notevole importanza. In piazza
Celimontana sono presenti i resti del Tempio del Divo Claudio, voluto
dalla moglie Agrippina per celebrare la divinizzazione post mortem
dell'imperatore. Il tempio, non ancora completato, rimase gravemente
danneggiato dall'incendio del 64 d.C. e Nerone in seguito lo fece
inserire all'interno del complesso della Domus Aurea, fino a che
Vespasiano lo fece ripristinare alla sua funzione di tempio. Il tempio era situato al centro di una grande terrazza
rettangolare, probabilmente circondata da un
portico e con giardini al suo interno; tale terrazza era stata
realizzata in parte con un terrapieno trattenuto da muraglioni
perimetrale di cui rimangono molti resti sui lati orientale e
occidentale; quello sul lato orientale, lungo la via Claudia, si
presenta in opera laterizia a grandi nicchie, alternativamente
semicircolari e rettangolari che avevano al loro interno fontane
alimentate da condutture dell'acquedotto Neroniano; i muraglioni
presenti sul lato occidentale formavano la fronte del complesso al cui
centro era sistemata una scalinata monumentale d'accesso, di cui rimane,
presso la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, un tratto con due ordini di
otto arcate.
Dopo piazza Celimontana, sulla destra del
largo della Sanità Militare non è possibile non notare i resti di uno
dei piloni del braccio neroniano dell'Acquedotto Claudio: la sua
imponenza da subito l'idea della grandiosità dell'antica struttura.
S. Stefano
Rotondo
All'inizio di via di Santo Stefano
Rotondo (al numero 7) quasi all'incrocio con via della Navicella, si
apre l'ingresso di un giardino circondato da mura di epoca romana e
immediatamente l'ingresso della basilica omonima, il più antico esempio di chiesa a pianta circolare
ancora presente a Roma. La chiesa di S. Stefano Rotondo, una delle
prime chiese cristiane, fu eretta ai tempi di papa Simplicio, tra il
468 e il 483. In origine era formata da una grande struttura
circolare costituita da due corridoi concentrici divisi da file di
colonne, che circondavano lo spazio centrale coperto da un alto
tamburo. Sui
quattro assi della chiesa si aprivano quattro cappelle radiali, oggi
ormai scomparse, che davano alla chiesa una pianta cruciforme
inserita nella struttura circolare. Oggi la chiesa risulta
differente rispetto al momento della sua creazione: infatti
già Innocenzo II, nel XII secolo, fece d aggiungere il portico
d'ingresso e le grandiose arcate trasversali interne. Scavi svolti sotto il pavimento della chiesa
hanno portato alla luce un mitreo che doveva essere collegato con la
presenza nei pressi dei Castra Peregrina (la caserma degli ausiliari
provinciali). Il mitreo era formato da un ambiente rettangolare con
due podi ed sul fondo aveva una edicola a nicchia del II secolo d.C.
Verso l'inizio del III secolo d.C. il mitreo venne trasformato,
aumentando lo spazio presente nell'aula mentre l'edicola venne
ampliata. Il tamburo al centro è alto 22 metri e largo altrettanto e
prende luce da 22 alte finestre, alcune restaurate e altre murate
durante il papato di Niccolò V, nel 1453, su consiglio di Leon
Battista Alberti. Nel XVI secolo le pareti della chiesa vennero
affrescate da Niccolò Pomarancio, con scene del martirio di santi.
All'interno si conserva la cosiddetta "sedia di Gregorio Magno", una
cattedra in marmo dalla quale si dice che il grande papa pronunciasse
le sue omelie. Nelle cappelle sono conservati anche alcuni decori
medioevali: nella prima cappella a sinistra dell'entrata c'è un
mosaico del VII secolo raffigurante Cristo con S.Primo e S.Feliciano.
S. Maria in Domnica
La chiesa si affaccia su piazza della
Navicella (a Roma, la chiesa è chiamata anche S. Maria alla Navicella),
così chiamata per la fontana a forma di nave romana che la decora: si
tratta di una
scultura del 1513 sulla falsariga di un antico ex voto in marmo che si
trovava precedentemente sul posto. Secondo un'antica leggenda la
navicella fu rinvenuta nei pressi del Colosseo e si tratterebbe di un ex
voto dedicato a Iside, la protettrice dei naviganti: fu dedicata o da
marinai egizi di passaggio a Roma (qui sorgevano i castra peregrinorum,
cioè le caserme dei militari non di stanza nell'urbe ma solo di
transito) o dai marinai della flotta di Capo Miseno che qui risiedevano,
essendo adibiti alla manovra del velarium, la grande tenda che
serviva a riparare i romani che assistevano agli spettacoli nel Colosseo.
Appare assai incerto se la navicella fu soltanto restaurata o
interamente realizzata ex novo da Andrea Sansovino nel 1519 a causa dei
gravi danni dell'originale: la realizzazione fu voluta da papa Leone X
Medici, del quale il piccolo monumento reca ancora gli stemmi sulle
facciate del basamento. La sistemazione attuale risale soltanto al 1931,
quando la navicella, collocata originariamente in una diversa posizione,
fu trasformata in fontana alimentata dall'Acqua Felice.
La chiesa è un'antica diaconia,
probabilmente esistente fina dal VII secolo, e che fu costruita
nell'aspetto che ancor oggi conserva in parte agli inizi del IX secolo
da Pasquale I , secondo un'antica tradizione, sulla casa di Santa
Ciriaca, ma più verosimilmente sui resti di un antico edificio pubblico
del VII secolo, i praedia dominica, aree di pertinenza imperiale: ciò
spiegherebbe anche l'appellativo "in domnica" arrivato fino a noi.
L'elegante facciata rinascimentale, preceduta da un ampio portico, fu
fatta costruire da papa Leone X nel XVI secolo, contestualmente all'erezione della "Navicella". L'interno è a tre navate,
divise da diciotto colonne ornate da capitelli corinzi antichi. La
navata centrale risulta particolarmente spaziosa e ariosa. I mosaici
dell'arco trionfale e dell'abside rappresentano l'esempio meglio
conservato della cosiddetta "rinascenza carolingia" a Roma. Nell'arcone
, Cristo tra due angeli e gli apostoli, e sotto Mosè ed Elia; nel
catino, Madonna in tronco col Bambino tra due schiere di angeli e papa
Pasquale I (817-824, committente del mosaico) in ginocchio.
Villa Celimontana
In via della Navicella, c'è
l’ingresso a Villa Celimontana, realizzata nel XVI secolo
dalla nobile famiglia Mattei. In passato la sua fama era
grande non solo per la bellezza del luogo, ma anche per
un’usanza diffusa da San Filippo Neri a partire dal 1552:
durante il pellegrinaggio alle sette basiliche giubilari,
era infatti consuetudine sostare nella villa dove la
famiglia Mattei offriva ai fedeli una merenda. Si tramanda
che nel 1668 vi parteciparono ben 6.000 persone. Una lapide
posta alla sinistra dell'ingresso della Villa su piazza
della Navicella ricorda che "Questo portale, già ingresso
della Villa Massimo al Laterano demolito nel MDCCCLXXXV
(1885) donato alla Città di Roma dalla Famiglia Lancellotti
, venne qui ricostruito e restaurato dal Governatorato di
Roma nell'anno MCMXXXI (1931)". Il portale è costituito da
una porta bugnata, decorata con due cariatidi e uno stemma
del Comune di Roma, sormontata da un attico con balaustrata
e finestre. L’edificio
principale della villa, oggi sede della Società Geografica
Italiana, è ornato da affreschi del XVII secolo e da mosaici
romani rinvenuti nella zona. A sinistra della costruzione,
poco visibile a causa di una recinzione e delle impalcature
che ormai lo ricoprono da molti anni, si trova un piccolo obelisco
dell’epoca del faraone Ramses II (XIII-XII secolo a.C.), che
un tempo era il maggiore punto di attrazione della villa.
L’obelisco, rinvenuto sul Campidoglio, fu donato dal Comune
di Roma a Ciriaco Mattei nel 1582 ed ebbe la peculiarità di
essere l’unico obelisco presente in una collezione privata.
Al piano terra sei sale ospitano la biblioteca che vanta
molti testi di esplorazione e geografia. Ai piani superiori
si trovano gli uffici e una parte della biblioteca.
Percorrendo verso destra viale Spellman si incontra un
tempietto neogotico sistemato nel giardino quando la villa
era di proprietà del barone bavarese Riccardo Hoffmann.
Ritornando indietro di fronte all’edificio della villa un
viale di lecci conduce al Belvedere sul Semenzaio di San
Sisto con una vista panoramica della Valle delle Camenee e
delle Terme di Caracalla.
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Arco di Dolabella e
Silano
Dopo essere passati nuovamente di
fronte a S. Maria in Domnica, sulla sinistra si trova la facciata
dell'Ospedale dei Trinitari con un portale con cornice marmorea a
tutto tondo, unico resto di un ospedale dei Trinitari annesso alla
chiesa di S. Tommaso in Formis (l’attuale edificio è del XVII
secolo, con abside medievale funzionante da sacrestia). Sopra il
portale, il Cristo fra due schiavi uno bianco e uno nero,
alludente all’ordine dei Trinitari, fondato nel 1198, per il
riscatto dei prigionieri, da S. Giovanni di Matha. Subito dopo c'è un arco posto al di sotto di alti fornici
dell'acquedotto Neroniano, conosciuto come arco di Dolabella e
Silano. L'arco fu infatti fatto costruire nel 10 d.C.
dai Consoli Cornelio Dolabella e Caio Giunio Silano, al posto di
una delle porte delle mura Serviane. Fu in seguito usato per
sostenere gli ampliamenti apportati da Nerone all'acquedotto
Claudio, costruito per rifornire d'acqua il palazzo imperiale
sul Palatino. L'arco, formato da
blocchi di travertino, risulta attualmente interrato per circa 2
metri. È a un solo fornice e, in origine, era alto 6,56 metri; i
piloni poggiavano su una base di calcestruzzo, e presentavano i
primi filari sporgenti verso l'interno allo scopo di
proteggere gli angoli dall'usura provocata dalle ruote dei
carri. Il fornice presenta in alto una cornice di
coronamento sotto la quale si vede un'iscrizione dove vengono
citati i consoli Publio Cornelio Dolabella e Caio Giulio Silano
che erano in carica quando venne costruito l'arco.
S.S. Giovanni e Paolo
al Celio
Vi si arriva passando sotto l'Arco di Dolabella e
prendendo la via S. Paolo della Croce.
La basilica sorge su di un gruppo di domus private, databili
tra il I e il III secolo d.C., in una delle quali nel IV secolo fu
adattato un luogo di culto cristiano in memoria dei martiri Giovanni e
Paolo, due ufficiali romani vittime della persecuzione dell'imperatore
Giuliano l'Apostata che nel 362 d.C. li fece uccidere e
seppellire nella loro stessa casa. Il luogo divenne così
meta di pellegrinaggio e venerato come luogo sacro tanto
che il senatore Bisante e suo figlio Pammachio intorno al 410 fecero erigere una
grande basilica ad aula absidale, tripartita da colonne e con facciata
aperta su due ordini di arcate. La basilica non ebbe vita facile:
saccheggiata e distrutta dai Visigoti nel 410, colpita
da un terremoto nel 442, saccheggiata e nuovamente
distrutta dai Normanni nel 1084, fu sempre restaurata
fino al XII secolo quando numerosi interventi la ripristinarono costruendo il convento, il
campanile ed il portico antistante la chiesa, mentre nel 1216 il
cardinale Savelli, poi papa Onorio III, creò la galleria sopra il
portico e arredò riccamente la chiesa. Nella prima metà del '700 un
profondo restauro ad opera degli architetti Antonio
Canevari e Andrea Garagni modificò l'interno fino a far
perdere ogni traccia dell'antico aspetto paleocristiano,
ripristinato soltanto nel restauro avvenuto tra il 1950
e il 1952 per volontà del cardinale Spellman,
arcivescovo di New York, volto a ripristinare anche il
convento, il campanile e il portico. All'interno vi sono
conservati notevoli affreschi, come quello del 1255
rappresentante Cristo in trono fra sei apostoli o Cristo
in gloria del Pomarancio, mentre presso l'altare
maggiore vi sono conservate le reliquie dei due martiri
all'interno di un'antica vasca in porfido. A destra
della chiesa si trova il convento degli inizi del XII
secolo, situato, come la base del campanile romanico
sulle fondazioni del Tempio di Claudio. Il campanile
venne eretto in due fasi: nella prima metà del XII
secolo i primi due piani e nella seconda metà del XIII
secolo gli ultimi cinque, in occasione della quale la
superficie in laterizio del campanile fu decorata con
dischi di porfido e serpentino e piatti di carattere
moresco-bizantino. La cella campanaria custodisce tre
campane, una del 1580, una del 1714 e una del 1849.
Clivo di Scauro
La via conserva l'antico nome
originario, Clivus Scauri, con un percorso che ricalca
perfettamente quello antico, come testimoniato da fonti medioevali
a partire dall'VIII secolo, ma anche da un'iscrizione imperiale.
L'apertura della strada va attribuita a un membro della famiglia
degli Aemilii Scauri (si pensa a M.Emilio Scauro, censore nel 109
a.C.). La via, che ha conservato nell'insieme il suo aspetto
assunto nella tarda età imperiale, è affiancata, lungo la parete
adiacente alla Basilica dei Ss. Giovanni e Paolo, dalla facciata
di un'antica insula del II secolo d.C., ossia un'abitazione con
portico e botteghe al pianterreno e appartamenti ai piani
superiori, come si può dedurre dalle due file di finestre che si
affacciano sulla via. Il Clivo di Scauro è l'unica strada antica
riconoscibile ancora per la maggior parte del suo tracciato. Sul lato meridionale
vi era una grande costruzione in laterizio databile agli inizi del III secolo d.C. di cui però rimane solamente una parte del piano
terreno formato da una fila di botteghe situate dietro un
porticato.
Scendendo lungo il clivo e superati
gli archi di sostegno che scavalcano la strada, sulla sinistra
sono visibili i resti di una grande aula absidata a pianta
basilicale databile intorno al IV - V secolo d.C. che secondo
alcuni studiosi dovrebbe trattarsi della biblioteca fondata dal
papa Agapito (535 - 536).
S. Gregorio Magno
Alla fine del Clivo di Scauro
si arriva a piazza di S. Gregorio dove si trova la chiesa di
S.Gregorio Magno, un elegante esempio del Seicento romano.
La sua fondazione, risalente al 575 d.C. è dovuta allo
stesso San Gregorio, che
trasformò la sua casa di famiglia, che qui sorgeva, in un
monastero. La chiesa fu ricostruita nel Medioevo e
restaurata nel 1633 da G.B. Soria, quando il cardinale
Scipione Borghese promosse la costruzione della facciata e
quella del portico nell'atrio. L'aspetto attuale lo si deve ai
restauri del 1725 operata dall'architetto Ferrari. La chiesa
è raggiungibile tramite una scalinata; l'interno, ha in
fondo alla navata laterale destra, la cappella di San
Gregorio e, accanto, un'altra piccola cappella, che dovrebbe
essere stata la cella del santo, in cui si trova il suo
seggio episcopale in marmo, del I secolo a.C. Vari
ruderi sono sparsi nella zona circostante la chiesa: un
tratto di criptoportico sotto la casa del portiere, a destra
della chiesa; resti di una casa d'abitazione a più piani,
dell'inizio del III secolo, sotto la cappella di S. Barbara,
dove sono ancora visibili le mensole in travertino che
sorreggevano un balcone al I piano; un tratto di mura in
opera quadrata di tufo, che riveste un nucleo cementizio,
resto di una costruzione di età repubblicana, sulla destra
dell'oratorio di S. Silvia. Alla chiesa medioevale
appartengono le sedici colonne antiche a cui furono
successivamente addossati i pilastri che spartiscono le tre
navate. In un ambiente a sinistra della chiesa sono
conservati frammenti di transenne romaniche, di pavimento
cosmatesco, lapidi sepolcrali, capitelli, ecc.
Nell'orto adiacente alla chiesa, si trovano le tre piccole
cappelle di S. Silvia, S. Barbara e S. Andrea: quest'ultima, è
l'oratorio primitivo del monastero fondato dal santo. Anche
la cappella di S. Barbara, dal punto di vista storiografico,
è molto importante, perché contiene "il Triclinio", la
tavola di marmo sulla quale San Gregorio serviva
personalmente il pranzo a dodici poveri. Un giorno, però, apparve un tredicesimo commensale:
si trattava di un angelo, al quale Gregorio servì ugualmente
il pranzo. In memoria di questo fatto, ogni Giovedì Santo,
il papa serviva su questa tavola il pranzo a tredici poveri,
ma l'uso cessò dopo il 1870. Dal fatto miracoloso discende,
si dice, la superstizione dell'evitare di essere tredici a
tavola: in origine, lo si fece per rispetto religioso
all'angelo, non volendo ripetere ciò che era accaduto per
origine divina, ma, in seguito, la cosa prese significato di
malocchio e sfortuna.
Dalla sommità della
scalinata si ha una bella vista panoramica sul Palatino.
..........ancora
giardini
Lungo via del Parco del Celio si
colloca la “Passeggiata Pubblica” del Celio, un’area archeologica
creata dopo il 1870, quando i lavori per le infrastrutture e i nuovi
quartieri abitativi per adeguare Roma al ruolo di Capitale d'Italia,
portarono a straordinarie scoperte ed al recupero di un immenso
patrimonio di reperti relativi alla città antica. L'ingente quantità
di materiale di scavo fu sistemata quindi inizialmente nel Magazzino
al Celio, aperto agli studiosi ed al pubblico fin dal 1894. Agli
inizi del Novecento, il trasferimento di tutte le maggiori opere di
scultura ai Musei Capitolini portò alla ristrutturazione del
Magazzino, aperto con il nome di Antiquarium nel 1929 e destinato
all'esposizione delle cosiddette arti minori. Lesionato dagli scavi
per il passaggio della metropolitana, l'edificio fu sgombrato dopo
soli dieci anni ed il materiale fu in parte trasferito in vari
magazzini, in parte lasciato nell'area esterna dell'ex museo e della
adiacente Casina dei Salvi. L'Antiquarium è attualmente chiuso per
consentire interventi di restauro e di riallestimento, finalizzati
alla presentazione del materiale archeologico architettonico,
decorativo e funerario. Per l'articolazione degli spazi e per il
pregio dell'area, di grande rilevanza archeologica, monumentale e
ambientale, il nuovo allestimento costituirà il punto di riferimento
per una più approfondita conoscenza della città antica. Il Casino
Salvi è stato costruito nel 1835 da Gaspare Salvi: attualmente
contiene una parte dell'ingente raccolta di materiale archeologico,
frutto di scavi eseguiti a partire dal 1870 per i lavori di Roma
Capitale, che costituisce una ricca documentazione della vita
quotidiana a Roma dal VI sec. a.C. attraverso suppellettili, arredi
domestici, piccoli oggetti per la casa.
........per
finire, ancora una meraviglia
Alla fine di via del Parco del Celio
c'è una sorta di piazzale con una panoramica che va dal Palatino
fino all'Arco di Costantino e al Colosseo. L'Anfiteatro Flavio, comumemente noto
come Colosseo (nome che risale al Medioevo, da "colosseus",
"colossale", in riferimento ad una statua di Nerone, ivi presente),
è il più importante e grande monumento dell'antica Roma.
Fu iniziato da Vespasiano nel 72 e
terminato dal figlio Tito nell’80. E' posto nella valle tra
Palatino, Esquilino e Celio, in un area che aveva fatto parte della
Domus Aurea neroniana. Lo scopo dell'anfiteatro era quello di
ospitare spettacoli violenti come i combattimenti dei gladiatori e
nel tardo Impero esso venne adibito a "venationes", cacce di belve
feroci; solo nell'anno 404 per decreto di Onorio furono aboliti i
scontri tra gladiatori e nel VI secolo d. C. gli spettacoli con
animali.
L'Anfiteatro ha la forma di un ellisse
avente un asse maggiore di 188 m, asse minore di 156 m,
circonferenza di 527 m., altezza di 50 m.; poteva ospitare fino a
70.000 spettatori.
I terremoti del 442, del 508 e
soprattutto nell'851 causarono distruzioni e la caduta di due ordini
di arcate. Nel Medioevo fu trasformato in fortezza dai Frangipane e
poiché era interamente rivestito di marmi, venne sfruttato per
poterne utilizzare i materiali per la costruzione di nuovi
monumenti. Venne più volte restaurato dai Papi Pio VII, Leone XII,
Gregorio XVI e Benedetto XIV, papa dal 1675 al 1758, sancì il
divieto di effettuare ulteriori spoliazioni al monumento.
Fra tutti gli archi trionfali
dell'antica Roma, quello di Costantino è senza dubbio quello
meglio conservato e fu eretto nel 315 per celebrare la vittoria
di Costantino su Massenzio a ponte Milvio.
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