Le mie passeggiate....la domenica mattina

 

Il Ghetto di Roma

con Santina, Bruno e Maria Grazia, Carlo e Maria, Filippo e Carmelita, Maurizio e Antonella

09 ottobre 2005

 

introduzione

Il termine sembra abbia avuto origine dal "getto" di Venezia, ossia da una fonderia in cui venivano "gettati" i metalli, ed indicava la obbligatorietà, per gli Ebrei, di vivere raggruppati in un solo punto della città, in un quartiere circondato da mura, con un solo portone di accesso, che veniva chiuso dall' esterno al tramonto del sole e riaperto all'alba; da qui nessun ebreo poteva allontanarsi di notte senza essere gravemente punito.

L’istituzione dei ghetti risale al XVI secolo e fino ad allora gli Ebrei si erano concentrati in quartieri volontariamente, come segno di unità, dato che essi hanno costituito sempre una minoranza. Questi quartieri venivano chiamati "giudecche' e in alcune città d'Italia erano costituiti da una o più vie o piazze, scelte liberamente dagli Ebrei.

Il ghetto invece rappresentò un raggruppamento obbligato e quindi il vivervi non era più un fattore di protezione, ma di prigionia: qui gli Ebrei romani vissero per tre secoli, dal 1555 al 1870. Il quartiere, conosciuto come il ghetto, era costituito dalle poche strette vie situate fra piazza Giudea (oggi piazza delle Cinque Scole), i resti del Portico d'Ottavia, e le rive del Tevere davanti all'Isola Tiberina su una superficie totale di circa tre ettari.

Nel 1555 fu Paolo IV a decretarne i confini e la chiusura: furono chiuse le porte di accesso e varie finestre e furono creati portoni. Le porte del Ghetto rimanevano chiuse dal tramonto all'alba; chi usciva doveva indossare una sciarpa o un cappello di un colore che lo distinguesse dal resto del popolo romano. Solo nell’aprile 1848 Pio IX ordina l'apertura delle porte del ghetto che sarà abolito nel 1870 e vedrà la demolizione delle mura nel 1885. Gli ebrei romani furono liberi di lasciare il quartiere, e vennero restituiti loro gli stessi diritti civili della popolazione cristiana.

Il grande dramma arrivò nel 1943, quando il 16 ottobre le SS naziste rastrellarono e deportarono nei campi di concentramento più di 1000 ebrei. Tornarono solo in 16.

Ancora oggi questo piccolo quartiere conserva una atmosfera particolare, una miscela di storia, architettura e tradizione: una realtà sempre viva, una zona urbanistica memoria di un epoca e della storia di un popolo.

 

 

Il Portico di Ottavia

Da questo punto si erigeva il muro perimetrale che si alzava dall’attuale via di Portico d’Ottavia a piazza delle Cinque Scole al Tevere (all'epoca privo dei muraglioni, eretti nel 1888). Il Portico d'Ottavia era una costruzione, fra le più monumentali dei tempi di Augusto, dedicata da Augusto stesso alla sorella Ottavia:  ospitava luoghi di cultura, sale per spettacoli, concerti, biblioteche  e occupava uno spazio compreso fra i 119 metri di lunghezza e i 132 metri di larghezza, cinto da doppi portici.

Su ciò che resta del Portico di Ottavia è stata eretta intorno al 1200 la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, sede delle prediche forzate durante il periodo del Ghetto. Il nome "in Pescheria" si riferisce al mercato del pesce, fiorente in questa zona fin dall'antichità.

Alla destra della Chiesa di Sant'Angelo in Pescheria uno scenario di vecchie case costruite in età completamente diverse: sono case che delimitano l'antico tracciato del ghetto e sono strutture abitative costruite con materiali di reimpiego provenienti da materiale romano da costruzione (risalgono al periodo medievale) e si presentano molto malandate; è questa una zona in cui le altezze, le proporzioni, gli stili sono mischiati: terrazzini, balconi, tetti del 400, del '700, creano una continua varietà. All'esterno si riconoscono alcuni degli elementi tipici quattrocenteschi: nel piano terra vi erano le botteghe che i proprietari affittavano per avere il ricavato da destinare alla manutenzione dell'intero immobile.  

Lo slargo davanti al Portico è il punto dove, la mattina del 16 ottobre 1943, i nazisti disposero i camion con cui furono deportati gli ebrei catturati durante la razzia. Dei 1024 portati nei campi di sterminio, ne tornarono solo 16: nessuno degli oltre 200 bambini rastrellati è sopravvissuto. Una lapide ricorda e ammonisce senza parole di vendetta.

 

 

Addossata al propileo del Portico di Ottavia, degna di menzione è la casa medioevale detta torre Fornicata dei Grassi, dal nome della famiglia che la acquistò dagli Orsini nel 1369. Nel secolo XV la casa fu acquistata da un rivenditore di pesce, tal Renzo Perticappa e, infine, dall'Ospedale della Consolazione nel 1481. Sulla facciata principale, che si apre su via del Portico di Ottavia, vi sono alcuni frammenti di architravi romani incastonati sulla porta di accesso, sovrastati da una piattabanda di mattoni interi, secondo una caratteristica costruttiva del XII-XIII secolo. Procedendo lungo via del Portico D'Ottavia verso l'Arenula, interessante è il palazzo della famiglia dei Flavi che nel piano alto conserva una loggia quattrocentesca.  A seguire si hanno una serie di nuclei di diversi periodi; all’angolo con piazza Costaguti sorge ben conservata la casa quattrocentesca di Lorenzo Manilio. Non è il risultato di un progetto unitario, ma l’aggregazione di almeno tre corpi di fabbrica diversi per dimensione e stile (e per età di costruzione) con un elemento che unisce tutte queste strutture: una grande fascia bianca che contiene iscrizioni e che gira tutt'intorno al palazzo. Il proprietario di questo complesso era il mercante Lorenzo Manilio, che  nel 1468, volendo contribuire all'abbellimento della città in quel periodo di risveglio edilizio dell'Urbe, costruì la propria casa "ad forum ludaeorum": di fronte alla Piazza degli Ebrei, o Piazza Giudia (oggi scomparsa) che verrà più tardi divisa in due dal muro del Ghetto. La facciata porta alcuni bassorilievi di abbellimento e una lunga iscrizione in cui appunto si dice che Lorenzo Manilio costruisce la sua casa su Piazza degli Ebrei.

 

 

 

Piazza Mattei

Percorrendo invece Vicolo S. Ambrogio  si giunge a piazza Mattei.

I Mattei erano tra le famiglie cristiane le cui case erano adiacenti al Ghetto e che avevano le chiavi dei portoni del Ghetto che venivano chiusi all'Ave Maria e riaperti la mattina dall'esterno. Sulle rovine del teatro di Balbo, i cui materiali vennero ampiamente riutilizzati,la potente famiglia fece erigere il primo importante edificio di quella che a metà del Cinquecento venne definita Isola Mattei. Gli interventi edilizi di questa, come di altre famiglie romane, denotano un grande potere economico derivato dalle attività mercantili, per sviluppare le quali si avvalsero di esperienza e capacità della comunità ebraica, offrendo in cambio la necessaria protezione. Al centro della piazza è collocata una delle fontane più eleganti di Roma, la Fontana delle Tartarughe, realizzata su un progetto di Giacomo della Porta alla fine del Cinquecento e al quale Bernini aggiunse le Tartarughe nel 1658. la piazza è circondata da bei palazzi come il Palazzo Costaguti, costruito nella metà del '500 e il cui interno è ricco di dipinti di grandi artisti quali Domenichino e Guercino. Su piazza Costaguti, si vede un tempietto del 1759 di pianta semicircolare e adornato da sei colonne dedicato alla Madonna del Carmine: si tratta di  uno dei luoghi dove  gli Ebrei erano costretti, il sabato, ad assistere alle prediche coatte, allo scopo di convertirli al cristianesimo. Il restauro è stato effettuato recentemente. Pochi sapevano che fosse un Tempietto visto che fino a una trentina d'anni fa era occupato da due ciabattini che avevano alzato delle pareti in muratura all'interno e chiuso le cancellate con fogli di lamiera. Dopo di allora era stato abbandonato completamente e veniva usato per appoggiarci la spazzatura. Solo nel 2000 l'intervento d'urgenza per il crollo della cupola originaria di piombo, quindi nel 2004 la decisione della Soprintendenza di restaurarlo.

 

 

Piazza delle Cinque Scole

Procedendo verso Vicolo della Reginella in direzione di via del Portico di Ottavia si può avere un'idea, insieme a quanto già visto in vicolo di S. Ambrogio, della struttura urbana esistente nell’antico ghetto.

Si giunge quindi a piazza delle Cinque Scole: il nome porta il ricordo del palazzetto delle Cinque Scole o Sinagoghe che sorgeva in questo punto e che fu demolito nel 1910. Uno dei divieti del tempo del Ghetto consisteva nella proibizione di avere più di una sinagoga, indipendentemente dal numero degli ebrei e senza tener conto della estrema varietà di provenienze (catalani, aragonesi, siciliani e altri). La difficoltà fu in parte aggirata comprendendo all'interno di un unico palazzetto locali diversificàti per i diversi gruppi. La piazza occupa un'area che, in passato, il muro del Ghetto aveva diviso in due parti: all'interno, piazza delle Scòle e una parte di piazza Giudea; all'esterno, vicolo dei Cenci, piazza dei Cenci e l'altra parte di piazza Giudea, che venne intitolata a S. Maria del Pianto.

Sul lato meridionale della piazza sorge oggi il palazzo Cenci-Bolognetti. Sulla piazzetta antistante il palazzo si trova la Fontana del Pianto, fatta erigere da Gregorio XIII nella seconda metà del XVI secolo su disegno di Giacomo Della Porta, affinché, secondo il rescritto papale, "anche gli Ebrei avessero refrigerio dell'acqua e abbellimento" e così denominata perché originariamente situata presso la chiesa di S. Maria del Pianto, al centro di piazza Giudea. La chiesa di S.Maria del Pianto corrisponde all'antica S.Salvatore de Caccaberis (dalle botteghe di fabbricanti di catini e vasi di rame, in latino cacàbera), successivamente dedicata a Maria dopo la lacrimazione di una Immagine della Vergine, avvenuta in una casa adiacente alla chiesa, causata, dice la tradizione, dall'ostinazione degli ebrei a non volersi convertire, ma la versione più conosciuta vuole che agli inizi del XVII secolo un uomo fu accoltellato proprio dinanzi all'immagine della Madonna che prese a lacrimare copiosamente. Nel 1612 la Confraternita di S.Maria del Pianto fu autorizzata dal pontefice Paolo V ad edificare un tempio più grande e fu incaricato dei lavori Nicola Sebregondi, che però lasciò incompiuta la facciata. Alla fine del XIX secolo un fulmine causò gravi danni alla chiesa che rimase chiusa al culto fino al restauro avvenuto ai primi anni del '900. L'interno, a navata unica, non presenta opere d'arte di particolare rilievo.

 

 

 

Scorci

Nel corso degli anni molte delle case originali del quartiere sono state purtroppo smantellate, o hanno subìto radicali trasformazioni soprattutto alla fine del XIX secolo, ma la maggior parte delle strade di questo piccolo quartiere ancora conserva un'atmosfera magica, una miscela molto particolare di storia, architettura e tradizione. 

 

 

 

Verso il Tevere

Sul lungotevere, nei pressi del ponte Quattro Capi (Ponte Fabricio) sorge la chiesa di San Gregorio in Divina Pietà. Si tratta di una chiesetta dedicata a San Gregorio perché nella zona sorgevano le case degli Anicii, nobile famiglia romana che ha dato i natali al Papa Gregorio Magno (590-604). Sulla facciata è stato posto dal 1858 il "cartiglio" che si trovava prima nelle vicinanze, davanti ad uno dei cancelli del muro ora scomparso. La scritta in ebraico e in latino, cita Isaia 65, 2-3: "Ho steso tutto il giorno le mani ad un popolo incredulo, che cammina seguendo le sue idee per una via non buona; un popolo che continuamente mi provoca all'ira".

Il ponte dei Quattro Capi è detto anche "Pons ludaeorum" e collega con l'Isola Tiberina dove, nei locali dell'antico Ospedale Ebraico, ora utilizzati ad ambulatorio (dietro la chiesa di San Bartolomeo), sono presenti due piccole stanze adibite a Sinagoga dei giovani e care agli ebrei romani perché qui essi andavano a pregare durante l’occupazione nazista.  

 

 

La Sinagoga

Visibile da molti punti della città con la sua cupola quadrata, la Sinagoga o Tempio come la  chiamano gli ebrei romani, rappresenta architettonicamente la riconquistata cittadinanza della comunità dopo la vergogna del Ghetto. Gli architetti Armani e Costa che la costruirono nel 1904 non erano ebrei. La comunità non aveva ancora potuto avere architetti propri. Fu inaugurata con grandissima solennità e devozione. Lo stile è un misto di Liberty e di arte babilonese, con evidente richiamo allo stile dell'epoca di costruzione e all'origine mediorientale della religione ebraica. Non presenta immagini, solo simboli: la Menorah, le Tavole della Legge, i Lulav. Le molteplici scritte in ebraico sono quasi tutte versetti della Scrittura che esaltano la sacralità del luogo. Sul Iato del Tevere. il muro della Sinagoga ha diverse lapidi di notevole interesse storico: portano il lungo elenco di ebrei caduti nella Prima Guerra Mondiale, degli ebrei caduti alle Fosse Ardeatine.

 

 

La passeggiata al Ghetto di Roma può chiudersi qui. Raramente è dato trovare in uno spazio così piccolo tanta memoria.