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Introduzione
Nelle mie ricerche precedenti ho parlato dei
concetti architettonici che furono introdotti dalla Contro Riforma Romana.
Verso la fine del XVII secolo la
progettazione e la costruzione delle chiese barocche costituirono l’opera
principale di vari architetti italiani e costituirono le più importanti
innovazioni architettoniche del tempo. Da sottolineare che l’attività
maggiore gravitò intorno a Roma, anche se alcuni degli architetti principali
non erano originari di Roma: questo fatto evidenzia il carattere extra
territoriale del movimento barocco in Italia.
Durante quel periodo, dunque, il movimento barocco ebbe una diffusione tale
che apportò nuove idee all’intero mondo cattolico; in altri paesi, le forme
romane si fusero con le tradizioni locali e iniziò un processo di simbiosi e
sintesi che condusse alla creazione di tipologie barocche regionali.
Ho
evidenziato in precedenti analisi come il desiderio di arrivare ad una
unificazione degli schemi tradizionali longitudinali centralizzati, ebbe
come conseguenza la creazione di ”piante longitudinali centralizzate” e di
“piante centralizzate allungate”, comunemente chiamate piante a “croce
Latina”.
A
questo scopo furono affrontati e risolti nuovi problemi, quali
l’integrazione di elementi e la nuova relazione fra la chiesa e il suo
ambiente esterno, altro fatto che condusse ad una ancora più pronunciata
integrazione spaziale. Il processo fu molto complesso ma possiamo comunque
distinguere fra “integrazione” o combinazione di elementi esistenti da una
parte,e “sviluppo sintetico” di un nuovo tipo dall’altra parte. Poiché quel
processo non seguì un semplice avvenimento cronologico, cercherò di trattare
le intenzioni basilari senza alcun riguardo al loro sviluppo iniziale o
finale. Perciò, i nomi degli stessi architetti appaiono in mie precedenti
ricerche architettoniche e appariranno in altri studi relativi ad altre
chiese in diverse località, soprattutto a Roma.
Attenzione particolare verrà assegnata all’architettura italiana,
specialmente al Borromini, il quale più di qualunque altro architetto arrivò
a dei risultati fertili e strepitosi. E fra i tanti altri architetti di quel
periodo vanno menzionati il Maderno, il Rainaldi, e il Bernini.
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1 - Facciata di
S. Andrea della Valle in una incisione del Vasi |
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2 -
Pianta della basilica di S. Andrea della Valle |
Storia della progettazione
e della costruzione della basilica
L’area
su cui si trova ora la chiesa di Sant’Andrea della Valle era definita dalla
piazza cosiddetta “di Siena” perché il palazzo fatto costruire dal cardinale
senese Enea Silvio Piccolomini la occupava interamente. Costanza Piccolomini
d’Aragona, duchessa di Amalfi e contessa di Celano il 20 giugno 1582 lasciò
in eredità il palazzo di famiglia ai Chierici regolari appartenenti
all’ordine fondato nel 1524 da Gian Pietro Carafa, poi papa Paolo IV, e da
Gaetano da Thiene. I Chierici, detti appunto Teatini dall’antico nome di
Chieti dove Carafa era stato vescovo, presero possesso del palazzo nel 1586
accogliendo la richiesta della Piccolomini di erigere una chiesa dedicata a
Sant’Andrea, protettore di Amalfi.
Divenne mecenate e protettore dell’iniziativa il cardinale Alfonso Gesualdo
che nel 1588 incaricò Giacomo Della Porta, suo architetto di fiducia, di
avviare il progetto.
Qui
iniziano le controversie per la fabbrica di questa chiesa poiché i Teatini
appoggiavano le proposte avanzate dall’architetto della congregazione,
Francesco Grimaldi. Si decise per un compromesso fra i due progetti. Si
acquisì inoltre altro spazio per la fabbrica e, tra il 1590 e il 1591, fu
abbattuta la chiesetta di San Sebastiano per allargare la strada dinanzi
alla nuova chiesa.
Dal
momento della nuova sistemazione dell’area sia la piazza che la chiesa
presero nome dalla vicina residenza del cardinale della Valle.
Dal
1591 al 1594 iniziarono i lavori della costruzione delle fondazioni, mentre
la struttura muraria fu iniziata nel 1594 per essere terminata nel 1596. Dal
1596 al 1599 furono completate le cappelle e la copertura della volta della
navata. Nel 1599-1600 fu commissionata la facciata della chiesa, ma dopo la
morte del Gesualdo nel 1603, vennero a terminare tutti i fondi finanziari e
la costruzione fu sospesa temporaneamente. Nel 1608 essa fu ripresa su
iniziativa del Cardinale Alessandro Peretti Montaldo che diede la direzione
della fabbrica a Carlo Maderno. Nel 1620 fù innalzato il tamburo ottagonale
della cupola con finestre rettangolari separate da colonne binate divise in
sezioni uguali. Lo stesso motivo architettonico fu ripetuto nel lanternino,
progettato da Francesco Borromini il quale lavorò personalmente nei
capitelli originari. La cupola, divisa da costoloni, fu inaugurata nel 1622.
La chiesa fù completamente coperta nel 1625, sempre per merito del Cardinale
Peretti, e consacrata nel 1650, per quanto mancasse ancora una facciata
degna di quel progetto: infatti la facciata esistente in quel periodo
consisteva di una muratura spoglia e senza alcuno stile architettonico.
L’architetto Carlo Rainaldi, infine, ottenne la commissione di completare la
nuova facciata in travertino, che fu edificata tra il 1655 e il 1665,
utilizzando il progetto eseguito dal Maderno, ma rendendolo più snello e con
un ricco disegno con chiaroscuri più accentuati. Questa è la prima e la più
importante facciata dell’architettura barocca a Roma: infatti, essa segna il
passaggio dallo stile tardo manierista allo stile barocco.
I due
ordini in cui si ripartisce sono entrambi scanditi da colonne binate a tutto
tondo con capitelli corinzi nell’ordine inferiore e compositi, corinzi e
ionici, nel registro superiore. I contrasti chiaroscurali della facciata si
evidenziano grazie alle colonne e all’andamento spezzato del cornicione e
del timpano, soprattutto nelle due sezioni centrali del portale d’ingresso e
del finestrone; le quattro nicchie del registro inferiore ospitano
altrettante statue: a sinistra, San Gaetano da Thiene e Sant’Andrea; a
destra San Sebastiano e Sant’Andrea Avellino. Sopra le nicchie coppie di
angeli con ghirlande e clipei e sul timpano ad arco del portale le figure
allegoriche della Speranza e Fortezza con al centro lo stemma cardinalizio
di Francesco Peretti.
L’angelo di sinistra accanto all’ordine superiore è l’unico dei due previsti
da Rainaldi in sostituzione delle volute disegnate dal Maderno.
Il
finestrone centrale con balaustra ha una snella cornice che, insieme al
timpano curvilineo spezzato, infonde una spinta verticale all’intero
prospetto. Gli angeli al sommo portano lo stemma papale Chigi. Gli stessi
emblemi (monti e stella) si trovano alle estremità dell’ordine superiore.
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3 -Facciata
principale. Da notare l'Angelo sulla sinistra della facciata, opera
di Ettore Ferrara. |
L'interno e la cupola
La
pianta interna si compone di un’unica, vastissima navata, con un corto
transetto, sei cappelle laterali intercomunicanti e un’amplissima volta a
botte.
Dopo
le cappelle due vestiboli di collegamento con l’esterno conservano,
sull’arco d’ingresso, due rare testimonianze dell’antica basilica Vaticana
trasferite qui nel 1614 per volere del Peretti dopo la demolizione di
questa: il monumento funebre di Pio II (Enea Silvio Piccolomini), del 1470
circa, attribuito a Paolo Romano e il monumento funebre di Pio III eseguito
dopo il 1503 da Sebastiano di Francesco Ferrucci.
Ma
l’importanza e la notorietà di questa chiesa è legata alla presenza di una
serie di splendidi affreschi nella cupola, nei pennacchi della cupola, nel
catino e nella curva absidale.
Questo
straordinario complesso decorativo – firmato dal Domenichino, dal Lanfranco
e da Mattia Preti – resta un caposaldo della pittura italiana del Seicento
sia per la fama degli autori che lo realizzarono sia perché offre la
possibilità di un confronto tra i diversi orientamenti in corso in quella
stagione artistica.
Gli
storiografi seicenteschi, rivelando i retroscena delle commissioni agli
artisti da parte del cardinale Montalto, hanno evidenziato, soprattutto per
l’imponente affresco della cupola, le palesi rivalità tra il Domenichino
(autore dei pennacchi e delle volte del presbiterio e dell’abside) e il
Lanfranco; il primo infatti restò deluso nel vedere accantonati i suoi
progetti a favore di quelli del Lanfranco, con il quale i rapporti non
divennero certo dei più amichevoli.
Il
Domenichino (Domenico Zampieri, 1581-1641), dopo avere elaborato il disegno
delle cornici e delle figure in stucco del coro e dell’abside nel 1622 ed
averlo affidato agli scalpellini e doratori iniziò a dipingere nel 1623 il
riquadro centrale del presbiterio con San Giovanni Battista che rivela
Cristo ad Andrea e Giovanni. Quindi tra il 1624 e il 1625 proseguì con i
pennacchi dove sono raffigurati gli Evangelisti. Successivamente (1627-28)
tornò a lavorare agli affreschi del coro.
I
riquadri affrescati sull’arcone del presbiterio sono incorniciati da fasce
decorative in stucco con Angeli, grottesche e sfingi; due pannelli riportano
Putti che scherzano con un leone. Nei riquadri laterali, dove sono le
strombature delle finestre, sono coppie di Ignudi seduti su una finta
cornice decorata con una conchiglia, una ghirlanda e tre putti. Tre grandi
spicchi trapezoidali suddividono la calotta dell’abside: al centro,
l’affresco con la Chiamata di Pietro e Andrea, a sinistra, la Flagellazione
di Sant’Andrea, a destra, il Martirio del Santo.
Le
fasce decorate verticali che insieme alla cornice orizzontale disegnano la
struttura della volta sono in stucco dorato e grottesche e portano figure in
stucco bianco. Giovani seduti in coppia sui tre finestroni, Putti, e sei
snelli Atlanti che sorreggono la cornice semicircolare dove è l’affresco con
Sant’Andrea in gloria.
Ai
lati dei finestroni ci sono sei figure allegoriche di Virtù.
Giovanni Lanfranco (1582-1647) dunque, tra il 1625 e il 1627, raffigura
nella volta della cupola l’Assunzione della Vergine. In una
composizione dinamica, coinvolgente e dai timbri pittorici fortemente
chiaroscurati le figure dipinte si avvitano verso l’alto: la Madonna su un
trono di nuvole a braccia aperte si rivolge a Cristo raffigurato nel
lanternino circondata dai santi ed altri personaggi e schiere d’angeli.
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4- Interno della navata |
La notorietà e
l’importanza architettonica di questa prima chiesa barocca è proprio legata alla
presenza dei
moltissimi e splendidi affreschi e pitture nella cupola, nei quattro
pennacchi fra la cupola ed il tamburo, nella cupola absidale e nel catino.
Nella
Cappella Lancellotti disegnata da Carlo Fontana nel 1670, si trovano tre
affreschi di Mattia Preti che rappresentano il Martirio, la Crocifissione e
la Sepoltura di S. Andrea.
Mattia
Preti (1613-1699) ricevette nel 1650 dal cardinale Francesco Peretti
Montalto la commissione per gli affreschi dell’abside. Sant’Andrea issato
sulla croce, la Crocifissione del Santo e la sepoltura di Sant’Andrea sono i
tre episodi rappresentati nelle tre grandiose, scenografiche ambientazioni
che hanno sullo sfondo, come fossero quinte, architetture antiche.
La
volta della navata è invece recentissima: nel 1905 dodici riquadri dipinti
delimitati da cornici in stucco sul modello di quelle del Domenichino furono
approntati per ricoprire la volta; questa decorazione sontuosa fu realizzata
da un nutrito gruppo di artisti: gli Angeli e gli stucchi sono di Michele
Tripisciano; la Cacciata dal Paradiso e l’Apparizione dell’Immacolata a Suor
Orsola Benincasa di Salvatore Nobili; la Proclamazione del dogma
dell’Immacolata Concezione e la Visitazione sono di Virginio Monti; la Sacra
Famiglia e l’Annunciazione di Cesare Caroselli; gli Apostoli nelle lunette
delle finestre sono di Silvio Galimberti.
Tra le
cappelle, tutte importanti per i decori che le caratterizzano e per le
famiglie a cui sono appartenute - gli Strozzi i Rucellai, i Barberini (in
quest’ultima cappella notevoli sono le statue di San Giovanni Battista di
Pietro Bernini (1615) e la Santa Marta (1621) di Francesco Mochi).
Nella cappella Barberini, Giacomo Puccini rappresentò il primo atto dalla “Tosca”;
la scelta e dovuta al fatto che probabilmente nessuna
altra chiesa fosse più “Teatrale” di S. Andrea.
La
cappella dei cardinali Marzio e Giovanni Francesco Ginnetti è assai
singolare ed è un piccolo gioiello barocco. Disegnata da Carlo Fontana,
giovane architetto allievo di Bernini, nel 1670, presenta una decorazione di
rivestimento con preziosi marmi policromi posti persino nei pennacchi e
nella cupola e statue di notevole fattura, un’insieme dovuto al lavoro di
abili artisti che hanno reso il piccolo ambiente sontuoso e sobrio
contemporaneamente.
Otto
colonne di verde antico incorniciano le pareti della cappella dove spiccano
immagini religiose: all’altare maggiore un candido altorilievo: la pala
marmorea con il Sogno di San Giuseppe (1675), un’anticipazione della grazia
dell’arte settecentesca dello scultore Antonio Raggi, autore anche delle
figure allegoriche presenti sul timpano; ai lati dell’altare, sullo sfondo
raffinatamente contrastante di lapidi di marmo nero, sono le due statue dei
committenti. Particolarmente riuscita è quella del cardinale Marzio, sulla
parete sinistra.
Quest’opera,
sempre di Antonio Raggi, raffigura con notevole efficacia e immediatezza il
porporato inginocchiato su un grande cuscino in atteggiamento di devota
preghiera verso l’altare. Il suo mantello morbidamente panneggiato dimostra
la grande perizia raggiunta dall’autore. Il ritratto di Giovan Francesco,
eseguito da Francesco Rondone, è meno felice nell’interpretazione più secca
e arida, sebbene l’artista sia stato uno dei seguaci dei modi del Bernini.
Completano la decorazione della cappella due figure che sorreggono gli
stemmi Ginnetti, puttini, e i busti sostenuti da Angeli dei marchesi Giovan
Paolo e Marzio Ginnetti. Sul pavimento campeggia lo stemma di famiglia con
due rose allineate su un campo attraversato da vistose bande trasversali.
Nel
transetto di sinistra è l’ingresso alla Sacrestia, progettata da Paolo
Maruscelli nel 1629. L’ambiente a pianta rettangolare, provvisto di
finestroni, presenta una decorazione in stucco sobria ed elegante costituita
da due figure giovanili che sorreggono lo stemma del cardinale Montalto, da
una lunetta sulla parete di fondo e da un fregio con nappe che corre lungo
tutta la cornice.
Infine da rilevare
che nei due
vestiboli di collegamento con l’esterno, sull’arco d’ingresso, si trovano
due rarissime e preziose testimonianze dell’antica Basilica di San Pietro in
Vaticano, demolita in quel periodo, e trasferite in questa chiesa nel 1614.
La prima opera è il monumento funebre di Pio II del 1470, e la seconda il
monumento funebre di Pio III, eretto dopo il 1503.
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5-
Cupola |
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6-
Cupola - dettaglio |
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7-8-9 - Martirio, Crocifissione e
sepoltura di S. Andrea, di Mattia Preti |
Da
sottolineare la grandezza della cupola disegnata da Carlo Maderno con
l’aiuto di suo nipote Francesco Borromini, che con i suoi 16.10 metri in
diametro e 80 metri in altezza è la seconda in altezza dopo quella di S.
Pietro e la terza più grande di Roma sempre dopo quella di S. Pietro in
Vaticano e quella del Pantheon.
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10 - La
cupola |
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11 e 12 -
dettagli della cupola |
Conclusioni
La
Basilica di S. Andrea della Valle può essere considerata come il primo
esempio dell’architettura barocca in Roma. I bellissimi colori degli
affreschi sui soffitti della cupola e dell’abside, le spaziose cappelle
laterali con magnifiche e ricche sculture che fiancheggiano la navata
centrale, gli affreschi e le pitture di quel periodo, opere eseguite dai
maggiori artisti quali Giovanni Lanfranco di Parma, che nel 1625 produsse il
bellissimo affresco della “Gloria del Paradiso” sul soffitto della cupola e
“S. Andrea Avellino” sull’altare alla destra del transetto, oltre che al
Domenichino che nel 1621, in competizione con l’imponente Paradiso di
Lanfranco, pitturò nella parte inferiore della cupola, cioè nei pennacchi, i
quattro maestosi “Evangelisti”, e tre anni dopo preparò gli affreschi nella
zona del coro e dell’abside con le storie del santo al quale la chiesa fu
dedicata. Inoltre, egli completò la “Virtù’” e il famoso nudo di derivazione
Michelangiolesca. Mattia Preti, conosciuto come il Cavaliere Calabrese per
la sua associazione all’ordine di Malta, pitturò nel 1650-51 le tre storie
di S. Andrea nella curva dell’abside, rappresentanti il Martirio, la
Crocifissione e la Sepoltura. Tutti questi capolavori contribuirono ad
arricchire il vasto repertorio che venne a far parte integrale del barocco.
S.
Andrea della Valle non è certamente il solo esempio in cui la storia
artistica del XVII secolo e la perfetta fusione delle arti, pittura,
scultura, architettura e arti decorative furono unite in un meraviglioso
complesso di un singolo edificio, ma è certamente uno dei migliori.
Il
Barocco fu più totalitario di qualunque altro stile, e quando esso si
integrò con l’antico si sovrappose al precedente, non lasciando alcuna
traccia dell’antico stile in un singolo edificio.
Fu,
infatti, parte del suo stesso spirito ad evolvere tutte le visibili realtà
nel nuovo sontuoso costume. Lo stile barocco fu ed è tuttora definito come
una” Intuizione collettiva”, ed è in conseguenza di ciò che esso lasciò dei
segni indelebili su Roma, più che in qualunque altra città al mondo.
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