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Introduzione su Francesco
Borromini
Prima
di parlare della progettazione e costruzione di questa magnifica e
piccolissima chiesa barocca, penso che sia assolutamente necessario
descrivere il suo creatore, Francesco
Borromini.
Durante la varie fasi della sua lunga e brillante carriera, per quanto sia
molto difficile caratterizzare il suo stile, Francesco Borromini, non fu
meno importante del Bernini per lo sviluppo e la diffusione del Barocco
nella città di Roma.
Architetto italiano, nato nel 1599 a Bissone, Lugano, e morto nel 1667 a
Roma, anch’egli fu uno scultore che imparò il mestiere da suo padre,
Giovanni Domenico Castelli.
Seguendo la tradizione migratoria delle maestranze della propria terra,
specializzate nell'arte lapicida, Francesco si trasferì a Milano in età
molto giovane. A Milano lavorò come intagliatore di pietre e presumibilmente
studiò l'arte del disegno di scultura, avendo modo di impiegarsi anche nella
Fabbrica del Duomo. Inevitabilmente il suo approccio con l'architettura
lombarda fu mediato dalla secolare tradizione costruttiva e linguistica
rappresentata dalla grande Fabbrica nella quale si rispecchiava l'evoluzione
dell'architettura lombarda dalla sua solida stratificazione romanica, agli
sviluppi gotici, all'influenza "romana" del tardo cinquecento, fino al
revival gotico del primo seicento. Tale contaminazione di linguaggi,
riscontrabile anche in singoli suggestivi episodi monumentali, riverberò
stimoli creativi sulla formazione del Borromini, già connotata da una chiara
accezione empirica e da pragmatiche cognizioni tecniche.Nel 1619 il
Borromini si trasferì a Roma e lavorò con Leone Gravo, suo zio acquisito.
Fu per mezzo del
Gravo che il Borromini entrò in contatto con il Maderno, colui che per un
giovane aspirante architetto rappresentava il maggior referente nel mondo
dell'architettura romana al tempo di Paolo V Borghese. Quindi, quando, il
capomastro morì cadendo dalle impalcature di San Pietro il 12 agosto 1620,
Borromini, seppure in un ruolo sostanzialmente esecutivo, doveva già
collaborare con il maestro. Non è infatti un caso che, il 2 novembre 1621,
proprio nella residenza del Maderno, il Borromini e altri due capomastri
scalpellini provenienti dalla diocesi di Como costituissero una società di
mestiere rilevando i materiali del defunto parente. Nella nuova veste di
imprenditore la carriera del Borromini proseguì sotto la protezione
dell'illustre architetto conterraneo e parente acquisito. Il contatto con il
Maderno e con le innumerevoli occasioni di apprendimento rappresentate dalle
sue opere accentuarono certamente la determinazione del giovane ad
abbracciare la professione di architetto, alimentandone l'innata creatività
già temprata dall'esperienza milanese. Il fatto che anche il maestro avesse
sperimentato in gioventù una simile parabola formativa presso lo zio
Domenico Fontana, favorì certamente da parte del Borromini l'armonica
fusione tra le acquisizioni della cultura lombarda e le conoscenze derivanti
dallo studio diretto dei monumenti della Roma antica e moderna, tra cui, i
monumenti della Villa Adriana a Tivoli e le opere di Michelangelo, che
assieme alla tradizione gotica e ai disegni delle antichità, circolanti al
tempo, avrebbero costituito i suoi riferimenti ideali. La grande cultura
architettonica del Maderno e la percezione del suo fondamentale contributo
nel passaggio dalla tradizione tardo cinquecentesca a un linguaggio più
innovativo sul piano della visione organica tra l'impianto planimetrico e il
suo sviluppo spaziale, indirizzarono il Borromini verso un'interpretazione
sempre più critica e originale del processo ideativo, man mano che il suo
ruolo presso lo studio del maestro evolveva da quello di mero esecutore di
disegni, a quello di disegnatore e quindi a quello di collaboratore
effettivo che rivestiva al momento della morte del maestro nel 1629.
Quando il Maderno
morì nel 1629, Francesco Borromini iniziò a lavorare nello studio del
Bernini. Sotto la guida del Bernini, egli guadagnò molta più esperienza
prima come disegnatore e poi come progettista e scultore. Il Borromini
tracciò disegni inquieti, febbrili; non furono progetti ma i tormentati
inizi dell’apprendere e del fare. Rispetto al Bernini, il Borromini
disprezzò i materiali nobili, i marmi preziosi: tutto si poteva costruire
con i mattoni e con lo stucco, poiché la qualità e la bellezza di un
edificio non era nei materiali, ma, appunto, nella sua creazione. Qualunque
sia la verità , è certo che il Borromini lavorò con il Bernini e da quel
momento in avanti si creò una accesa inimicizia.
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S. Carlo alle
Quattro Fontane in una incisione di Piranesi |
Francesco Borromini |
Nel
1634, il Borromini ebbe finalmente l’opportunità di dimostrare il suo
straordinario talento quando gli fu assegnato il suo primo, indipendente
progetto architettonico per la progettazione e la costruzione della chiesa
di San Carlo alle Quattro Fontane per l’Ordine Spagnolo degli
Oratoriani,(conosciuti anche come i Trinitari), a Roma.
In
questo complesso di dimensioni ridotte, in una posizione urbanisticamente
anomala, lontana dall'impianto tradizionalmente assegnato alla chiesa nel
tessuto urbano, Borromini cancellò con un deciso colpo di spugna la sintassi
dell'architettura rinascimentale e risolse le latenti istanze della cultura
del suo tempo con soluzioni geniali e rivoluzionarie, applicate al
particolare ed al tutto: definì una spazialità continua, senza angoli né
stacchi né arresti, raccordando le pareti con elementi curvi, concavi e
convessi, in pianta ed in alzato, muovendole secondo una equilibrata
alternanza di linee che compressero o dilatarono lo spazio sotto la spinta
di una potente dinamicità, alternativamente centripeta e centrifuga.
Fuori, la facciata, dall'ondulazione tesa e nervosa, dalle proporzioni
ardite che non dimenticarono la tradizione gotica (della quale, in altre
occasioni, Borromini riprese in chiave decorativa alcuni elementi), lasciò
intuire il flessibile spazio interno, curvato secondo un preciso
contrappunto.
Dentro, lo sguardo corse senza soluzione di continuità lungo l'avvolgente
perimetro curvilineo, salì lungo le pareti perimetrali mosse nella loro
continuità verticale, fino alla lanterna dalla quale la luce si spanse
quietamente, suggestiva e spirituale.
Al
centro di questo spazio magico, la sensazione fu quella di un momentaneo
equilibrio assoluto, di una tensione controllata, come se tutto convergesse
a definire una perfezione sospesa che ebbe l'irripetibilità del "qui e ora",
non statica, ma animata da una vibrazione interiore che si realizza e si
rinnova in ogni momento.
Negando il condizionamento di regole precostituite, il Borromini rifiutò l'ingabbiamento
prospettico della progettazione, la serena staticità delle strutture
rinascimentali, l'equilibrio, la gravità, la fermezza, le certezze della
tradizione.
Veramente rivoluzionaria la sua concezione spaziale, che ribaltò i canoni
classici, sostanzialmente elementaristi ed associazionisti di una
architettura antropomorfa, concepita in funzione della visione prospettica,
e propose uno spazio articolato, plastico, modellabile, ma rigorosamente
unitario, con un approccio che oggi si definirebbe gestaltico e che
costituisce il grosso debito che l'architettura moderna ha nei suoi
confronti).
Il
pensiero di Borromini si dispiegò "per immagini", per forme tridimensionali
di grande complessità geometrica, scomposte e ricomposte all'interno di
un'unità spaziale che, tuttavia, si differenziò in una molteplicità di
sottili variazioni a seconda delle attribuzioni psicologiche e delle
caratteristiche strutturali e funzionali identificate dal progettista,
nell'ambito di un discorso libero ed insieme saldamente coerente.
Si è molto scritto sulla complessa geometria alla base delle articolate
piante dei suoi progetti, che fondarono schemi classici ricavandone
combinazioni assolutamente originali ed innovative, elemento significativo
ma accessorio per l'analisi, che ebbe tuttavia il valore di una sorta di
dichiarazione d'intenti: quella che sarà l'opera finita, nella sua ondulata
sensualità dal prorompente decorativismo simbolico, per la prima volta
divenuto anche elemento strutturale, non poté prescindere da un substrato
organizzato e rigoroso.
La costruzione architettonica venne concepita nella sua totalità, fin
dall'inizio schema geometrico, superficie, volume, spazio vuoto-pieno,
entità olistica, un tutto organico interno-esterno, una simbiosi nella quale
vennero assorbiti struttura, decorazione, lucidità progettuale, enfasi
creativa.
Io credo che l'espressione più compiuta e matura dell'arte di Francesco
Borromini si trovi in Sant'Ivo alla Sapienza, dove il dinamismo spaziale,
che resterà uno dei temi fondamentali del barocco, si esprime mirabilmente
in un moto ascensionale che sale ininterrotto dal piano di calpestio
all'elica del cupolino della lanterna, sottraendo la materia alla forza di
gravità, agganciandola al cielo.
La
concentrazione ossessiva sul lavoro teorico e l'amara consapevolezza della
sua esclusione, dovuta alla progressiva perdita di contatti con l'esterno,
accentuò i tratti più oscuri del suo carattere, come narra ancora Baldinucci:
"Egli era solito di patir molto di umor malinconico, o, come dicevano alcuni
dei suoi medesimi, d'ipocondria, a cagione della quale infermità, congiunta
alla continua speculazione nelle cose dell'arte sua, in processo di tempo
egli si trovò si sprofondato e fisso in un continuo pensare, che fuggiva al
possibile la conversazione degli uomini stando solo in casa, in null'altro
occupato che nel continuo giro dei torbidi pensieri".
Questo
atteggiamento, al quale non dovette giovare neanche quel viaggio nostalgico
in patria ipotizzato da alcuni, fu all'origine nella notte del 2 agosto 1667
del "caso stravagante e lacrimevole" - usando le parole del diarista Cartari
Febei - di Francesco Borromini che "caduto da alcuni giorni in pieno umore
ipocondriaco, con una spada, appoggiata col pomo in terra e con la punta
verso il proprio corpo si ammazzò". In realtà la morte non seguì
immediatamente l'autolesionamento, frutto di una sua spropositata reazione al
mancato adempimento di Massari ad un suo ordine di avere luce per scrivere,
ma sopraggiunse "alle dieci hore dell'alba" consentendogli di confessarsi e
di fare testamento dettando lucidamente a un notaio le circostanze e le
ragioni dell'accaduto, beneficiando di gran parte dei suoi averi il nipote Bernardo, e stabilendo infine di farsi seppellire nella tomba dell'amato
maestro Carlo Maderno nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, senza
alcuna indicazione del proprio nome.
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Antica incisione di S. Carlo alle Quattro Fontane |
Storia della progettazione e costruzione di San Carlo alle Quattro Fontane
La
chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, dedicata a San Carlo Borromeo,
arcivescovo di Milano, canonizzato nel 1610, fu soprannominata anche San
Carlino per le sue ridotte dimensioni, basate sia sul piccolo e irregolare
sito sia sulle dimensioni paragonabili ad uno dei quattro pilastri che
sopportavano la cupola della Basilica di San Pietro in Vaticano.
Attraverso una scala grafica in metri è stato possibile interpolare le
dimensioni di questa piccola chiesa per paragonarla ad alti monumenti
costruiti a Roma, quali S. Pietro in Vaticano od il Pantheon.
Partendo dalla scala grafica di S. Pietro, in cui la facciata è uguale a 115
metri, sovrapponendo la sezione trasversale di S. Carlo, le cui dimensioni
sono uguali a 19 metri di larghezza e 56 metri di altezza, ponendo queste
due figure sulla stessa base si vede immediatamente la relazione tra le due
strutture ed il motivo per cui la piccola chiesa fu chiamata "s. Carlino",
rispetto alla chiesa più grande del mondo.
Essa fu
realizzata tra il 1634 e il 1667 da Francesco Borromini e continuata da suo
nipote dopo la sua morte.
Il
nome di questa chiesa fu dovuto al fatto che all’'incrocio tra Via del
Quirinale,(che prosegue con il nome di Via XX Settembre) con la Via Felice,
voluto da papa Sisto V, Felice Perretti, fu caratterizzato dalla presenza,
ai quattro angoli, di quattro fontane con divinità pagane che
rappresentarono quattro fiumi. Solo più tardi furono costruiti i palazzi
attuali, che incorporarono le quattro statue, in quattro nicchie, ai loro
angoli. Tre fontane furono disegnate da Domenico Fontana, che aveva
progettato quella via. La quarta fontana, che volge le spalle a nord, fu
composta da Pietro da Cortona.
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Pianta
ellissoidale della chiesa di S. Carlo alle Quattro Fontane con una
scala grafica in metri |
Sovrapposizione della chiesa di S. Carlo alle Quattro Fontane sulla
facciata di S. Pietro in Vaticano |
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Fontana di Giove (Tevere) |
Fontana di Diana |
Fontana di Giunone |
Fontana di Nettuno (Arno) |
Il progetto di questa chiesa con l’annesso
convento, dopo varie modifiche e diversi schemi, fu disegnato tra il 1634 e
il 1638. Il Borromini progettò e costruì il monastero adiacente alla chiesa
ben quattro anni prima di iniziare il progetto della chiesa medesima.
L’interno della chiesa fu costruito fra il 1638 e il 1639, e la facciata fu
iniziata quasi vent’anni dopo nel 1655. Quando il Borromini morì nel 1667,
egli aveva completato, senza le sculture, il primo piano e aveva appena
iniziato il piano superiore. La facciata fu completata dopo la morte di
questo grande genio da suo nipote Bernardo. L’interno della chiesa si
conformò a quello che era l’ossessione nel diciassettesimo secolo per i
disegni ovali e per il Borromini il fascino per intricati esercizi e disegni
geometrici. Oltretutto, un disegno ovale era congenito e appropriato per
una chiesa con un sito piccolo e stretto, così come lo era quel sito dopo la
demolizione dell’esistente convento dei Trinitari. Il Borromini orientò
longitudinalmente il suo famosissimo e inconsueto ovale ondulante della
chiesa, cioè estendendo l’asse dinamico dall’ingresso e proseguendo fino
all’altare maggiore dall’altra parte, contrariamente a quello che aveva
fatto il Bernini nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale. Egli disegnò le
pareti con ondulazioni concave e convesse tanto da far apparire che esse non
fossero formate da pietre o mattoni ma da materiali flessibili, messi in
movimento da uno spazio energetico, portando con se stesse le profonde
trabeazioni, le cornici, le modanature e il frontone. La novità di questo
effetto architettonico animato fu forse meglio apprezzato quando venne
paragonato agli spazi immoti e alle pareti diritte e piuttosto rigide degli
edifici dell’architettura del Rinascimento. In altre parole, in questo suo
progetto le pareti determinarono lo spazio, e non fu lo spazio che determinò
le pareti. La trasformazione del Borromini degli spazi architettonici in
entità attive piuttosto che passive, (già anticipata nel Rinascimento dal
Bramante e da Michelangelo) fu quello di diventare uno dei punti più
salienti ed importanti fattori dell’architettura del diciassettesimo e del
diciottesimo secolo. Il nuovo modo del Borromini di esprimere questi
concetti era in forte contrasto con il classicismo
del Bernini. Ma questo fu dovuto non soltanto al differente temperamento dei
due architetti che creò questa dissimilitudine dell’architettura di questi
due geni; fu anche la differenza alla loro risposta alle fonti antiche e
rinascimentali. Per quanto la maggior parte degli edifici romani del
diciassettesimo secolo avessero più a che fare con Michelangelo che con
l’antichità il Bernini ed in particolare il Borromini continuarono a trovare
la loro ispirazione negli antichi monumenti romani. Mentre il Bernini
preferì i grandi classici romani, esemplificati dal Pantheon, il Borromini,
dall’altra parte, ebbe un’ affinità per le strutture dell’ultima
architettura imperiale, quali le fluide forme della villa di Adriano a
Tivoli, il gioco di curve del piccolo tempio di Venere a Baalbeck, in
Libano, (luogo dove io ho vissuto, lavorato e visitato nel 1962- 63) e per
gli esagerati movimenti e le non-grammaticali combinazioni nell’architettura
della lontana Asia Minore e dell’Africa. Infatti è ben noto che il Borromini
aveva in suo possesso ricostruzioni dei disegni dell’antica architettura
romana in quei Paesi lontani, questo spiega la sua preferenza per le
inconsuete e drammatiche forme dei suoi edifici.
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Pianta ellissoidale della chiesa con
l'altare maggiore e le due cappelle laterali |
Pianta ellissoidale della chiesa a
croce greca con l'altare maggiore, l'ingresso e le due cappelle
laterali che formano le estremità della croce. |
L'interno
La
costruzione della chiesa, come ho detto precedentemente, fu iniziata nel
1638 e fu portata a compimento nel 1639 per quanto riguarda la struttura del
rustico, mentre soltanto nel 1642 furono completate le decorazione in stucco
(iniziate nel 1640).
Iil
campanile quadrangolare originario fu sostituito con la torre attuale nel
1670, quando fu anche ridisegnato il prospetto angolare sul crocevia delle
Quattro Fontane, sovrastante l’esistente fontana del fiume Tevere.
Le
prime testimonianze del progetto della chiesa risalgono agli anni 1634-36,
quando l’idea iniziale di una pianta ad ottagono allungato (croce greca),
con terminazioni rettilinee per il vestibolo e il coro e a due cappelle
laterali rettangolari, venne modificata, dapprima sostituendo alle
terminazioni e alle cappelle ambienti semicircolari, e quindi riducendo
questi ultimi a semplici tratti curvi, a seguito del riposizionamento del
corpo della chiesa al fine di ricavare la sagrestia nella parte orientale
del complesso.
Sulla matrice geometrica del progetto esistono molte versioni spesso
contrastanti tra loro perfino sulla figura generatrice: ovale, cerchi
concatenati, losanga, combinazione di ellissi, croce greca, ecc.. Tuttavia
la base formale del progetto sembra consistere nella combinazione tra il
rettangolo perimetrale e la serie di ovali inscritti che regolano i flessi
della cupola, secondo schemi geometrici elementari elaborati con un metodo
empirico, facilitato dai minimi problemi statici garantiti dalle ridotte
dimensioni dell'ambiente.
L'interno della chiesa fu ripartito da colonne di ordine composito con
interassi che racchiudono con sequenza alternata un settore più ampio,
occupato da una porta e una nicchia, e uno più stretto occupato da una
nicchia più piccola. La trabeazione percorse per l'intero perimetro interno
flettendosi in corrispondenza dell'abside e dei settori laterali curvilinei
e conferendo una grande continuità formale al piccolo ambiente. Al di sopra
della trabeazione la forma della chiesa si ricompose nell'ovale della volta
caratterizzato dall'originale disegno dei cassettoni ottagonali e
cruciformi, aperta su un lanternino ottagonale con finestre su ciascun lato,
che esaltò la luminosità prodotta dall'uniforme colorazione bianca della
sala.
Sotto
la chiesa fu ricavata una cripta caratterizzata dallo stesso impianto
planimetrico, con due cappelle annesse, una delle quali probabilmente fu
destinata da Borromini come futuro luogo della sua sepoltura.
La
pianta interna fu inscritta in un ovale a forma di rombo con angoli
arrotondati con delle nicchie raccordate da colonne corinzie alveolate che
seguirono la parete e sorressero una trabeazione continua. La calotta
interna della cupola fu disegnata a cassettoni, con esagoni, ottagoni e le
croci dei Trinitari in stucco. Sull' altare maggiore fu locata la
“Santissima Trinità ” di Pierre Mignard, e nella cappella a sinistra il “Riposo nella fuga in Egitto” di Francesco Romanelli.
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sezione della chiesa, volta e lanterna |
sezione della chiesa, cupola e
lanterna |
sezione della chiesa, cupola, lanterna
e chiostro |
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cupola |
cupola |
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altare |
pala dell'altare - particolare |
La facciata
Dopo
il completamento della facciata del chiostro e di quella del convento, nel
1665 si iniziò anche la facciata della chiesa. La fabbrica proseguì nei due
anni successivi, fino alla morte di Borromini, quando era terminato l'ordine
inferiore e quello superiore era appena iniziato e senza decorazioni
scultoree. Dopo una prima ripresa dei lavori nel 1669 a cura di Bernardo
Castelli Borromini, nipote dell'architetto, il secondo piano della facciata
fu completato tra il 1674 e il 1676, privo della statua di San Carlo
Borromeo, posta nella nicchia principale solo nel 1680, e di quelle dei
padri fondatori, poste nelle nicchie laterali, pagate due anni dopo.
La
genesi della facciata del progetto risale a una prima idea tendente alla
coincidenza tra interno ed esterno, ribadita dalla presenza di due colonne
ai lati dell'ingresso, simili a quelle interne. Un successivo
approfondimento mostrò l'influenza sulla facciata dell'immediato contesto
urbano ed in particolare dalle diagonali formate dagli smussi corrispondenti
delle Quattro Fontane.
Nella
versione definitiva il Borromini realizzò una facciata del tutto
particolare, in travertino, con linee ondulate concave e convesse, a due
ordini, ripartita da colonne. Sopra il portale fu collocata nella nicchia la
statua di S. Carlo, realizzata da Ercole Antonio Raggi, mentre nella
balaustra due angeli sorressero il medaglione ovale. L’esterno fu completato
dalla cupola ellittica con lanterna a nicchie concave e dal campanile, con
cella campanaria ad andamento concavo e convesso. Adiacente la chiesa fu
progettato e costruito il chiostro.
L’ondulante facciata principale e la seconda facciata all’angolo della
chiesa, entrambe di travertino, con l’ultima che sostiene la piccola torre,
furono costruite diversi anni dopo che l’interno fu completato.
La
parte inferiore della facciata incluse tre sezioni, le due esterne concave e
quella interna convessa. La parte superiore della facciata include tre
sezioni concave. Mentre le sezioni inferiori furono unite da una trabeazione
continua, la parte superiore contiene trabeazioni divise in sezioni, quella
centrale con un medaglione ovale, inclinato in avanti verso la strada.
Angeli, asimmetricamente piazzati sulla facciata, sembra che sorreggano il
medaglione al centro della medesima, sulla parte superiore, che sembra una
corona a forma di cipolla.
La
facciata esteriore di travertino, fu integrata con il monastero e fu
costruita su due livelli.
Sopra
il portone principale fu costruita una nicchia che fu coronata da un
timpano formato dalle ali di due angeli. Da notare che gli angeli del Borromini erano
soprattutto teste con ali piuttosto che cherubini nudi con
ali. Sotto le ali degli angeli fu collocata la statua di San Carlo Borromeo,
opera di Antonio Raggi. Ai due lati della statua furono collocate una statua
di S. Giovanni di Matha ed una di S. Felice di Valois, fondatore
dell’ordine Trinitario.
L’enorme cornice della parte superiore della facciata, completata con una
balaustra di travertino, sorregge una mensola con fronde di palme alternate
con ghirlande
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Esterno |
Facciata |
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Facciata - particolare |
Facciata - particolare |
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Cupola |
Campanile |
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Campanile |
Cupola e Campanile |
Conclusioni
Il
movimento ondulatorio dei muri e il ritmico alternarsi di forme sporgenti e
rientranti diedero luogo ad un palpitante organismo plastico.
Questa
piccola chiesa barocca, parte integrante di un monastero, usò un ordine
gigantesco per racchiudere un piccolo ordine. (Vedi il Palazzo dei
Conservatori di Michelangelo nel Campidoglio). Comunque, qui l’ordine
gigantesco non servì per unire i due piani. Invece, ogni piano fu ed è
ugualmente importante, pur con elementi contrastanti.
Il
portone nella parte centrale convessa del primo piano venne richiamato dalla
incorniciatura della finestra convessa nel piano superiore.
Una
statua di San Carlo Borromeo, aggiunta susseguentemente, occupò la nicchia
del piano inferiore, nicchia che fu richiamata nel medaglione del piano
superiore.
Colonne sormontate da teste di angeli e ali arcuate circondarono e
completarono la nicchia.
Il
movimento ondulatorio e gli effetti sculturali furono caratteristici
dell’architettura barocca.
Uno
dei più teatrali praticanti dell’architettura barocca fu proprio il
Borromini, che si dice abbia eliminati gli angoli nell’architettura
barocca!.
Con i
mezzi più semplici il Borromini ebbe un enorme successo nel creare
”elementi” spaziali unificati.
Quello
che viene in mente quando si parla di S. Carlo Alle Quattro Fontane è la
geometrica complessità della pianta. È importante realizzare che in San
Carlino e in susseguenti edifici, il Borromini basò i suoi disegni su unità
geometriche. Negando i principi classici della pianificazione e
dell’urbanismo in termini di moduli, (per esempio in termini di divisioni o
di moltiplicazioni delle basilari unità aritmetiche, usualmente il diametro
delle colonne), il Borromini rinunciò ad una posizione centrale di
un’architettura antropomorfica. In altre parole lo spazio fu inteso come una
unità, che poteva essere articolata ma non decomposta in elementi
indipendenti. In San Carlino, comunque, l’unità spaziale fu piuttosto
complessa. Il punto di partenza fu l’ovale tradizionale, (inventato da
Michelangelo - Vedi la mia narrativa del Campidoglio), così come lo fu
l’allungata croce greca. Questi due elementi furono fusi insieme piuttosto
che combinati, creando un organismo bi-assiale. Tutti questi schemi furono
“nascosti” entro un continuo, ondulante confine definito da una serie di
colonne disposte ritmicamente che furono continuate tutte intorno allo
spazio e all’ ininterrotta trabeazione.
Verticalmente, San Carlino mostrò un’organizzazione convenzionale basata su
archi ed un tamburo sopportante una cupola ovale. La continuità verticale fu
meno forte della coerenza ottenuta nel movimento orizzontale. Piuttosto che
dividere spazi secondo relazioni quali “davanti-dietro”, le pareti che il
Borromini creò fecero si che lo spazio si contraesse e si espandesse,
creando relazioni mutabili e intercambiabili fra l’interno e l’esterno.
Il
desiderio del Barocco romano per interazioni spaziali, quindi, fu raggiunto
in un modo completamente nuovo e organico, e di conseguenza il Borromini fu
capace di sfuggire alle interpretazioni e interazioni dei suoi
contemporanei, diventando così uno dei più famosi architetti barocchi a
Roma.
Il
barocco romano ritenne sempre una caratteristica identità, pur attraverso
tutte le variazioni personali di tanti altri architetti. Come ho scritto
precedentemente in alcune altre mie ricerche, la principale proprietà del
carattere architettonico del barocco romano fu l’enfasi su “massa” e
“plasticità”. Esse furono presenti sia nei progetti del Borromini sia anche
nei progetti del Bernini e di altri, in quanto le pareti ondeggianti dei
loro edifici furono interpretate e accettate come un’espressione astratta
della drammatica interazione fra forze interne ed esterne che costituirono
la plasticità ed il dinamismo del Barocco romano.
Di
conseguenza, la piccolissima chiesa di San Carlo Alle Quattro Fontane è
considerata come uno dei più alti esempi dell'architettura barocca in
Italia.
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